martedì 25 settembre 2012

La scomparsa degli intellettuali.


di Giovanni Pili


Proviamo a immaginare Giorgio Gaber, che sprona il pubblico a ricordare l’epopea risorgimentale, ricordandoci i valori della Repubblica; proviamo altresì a pensare un De André che in persona fa da padrino allo speciale Tv “Quello che non ho” e magari ci decanta pure un elenco. Già che ci siamo, facciamo curare la trasmissione a Pier Paolo Pasolini. Fantascienza pura. Il ruolo dell’intellettuale non è quello di difendere le istituzioni del proprio paese, bensì quello di rovesciarle, seppur in senso metaforico.

Oggi abbiamo innanzitutto una specializzazione dell’intellettuale, che diviene monodimensionale per meglio essere piazzato nella fascia oraria e per il pubblico a lui più affine. Il Travaglio, il Saviano, il Rizzo, si occuperanno per lo più di cronaca giudiziaria, ben lungi dall’approfondire il resto. Quindi l’altro val bene lasciarlo così com’è nella sua superficialità.

Per es. ai Travaglio e Saviano val bene la difesa dello stato di Israele derubricando le azioni dei palestinesi come terrorismo. Tale è effettivamente nell’universo concettuale del cronista giudiziario. Per il secondo poi è maggiormente evidente l’appoggio acritico allo stato, in quanto le organizzazioni mafiose vengono viste come un altro eterogeneo che ogni tanto finisce per inquinare l’entità statale, vista come sua prefetta antitesi. Per Rizzo le autonomie regionali non hanno ragion d’essere, la sua è una preparazione meramente fiscalista, con unica finalità ridurre gli sprechi. Per Rizzo le minoranze culturali e linguistiche sono uno spreco. In Tv non passa la specializzazione del singolo intellettuale, che attraverso il mezzo televisivo ci appare come un tuttologo. Tutti esempi di pensatori liberi comodamente usati in difesa del sistema che vorrebbero cambiare.

Esistono casi ancor più gravi di veri e propri “intellettuali organici” privati dell’originale punto di riferimento: il PCI; i quali sono riusciti a farsi adottare dal meno emozionante, ma più sicuro, sistema italiano. Gli Scalfari, i Mauro, i Benigni, eccetera. Scalfari ultimamente non si fa scrupolo di definire la trattativa stato-mafia come qualcosa di giusto; per lui è del tutto fisiologico che accada. Si tratta di una visione più profonda di quella di Saviano in quanto è implicita una interdipendenza tra le due entità. Non di meno, accertare non significa accettare uno stato di cose, altrimenti torniamo alla prima repubblica con le “bustarelle fisiologiche”. L’obiettivo di Scalfari e Mauro è la difesa acritica di Giorgio Napolitano, in quanto istituzione, niente di più ovvio. Solo che il capo dello stato dovrebbe sapersi difendere da solo e se non ci riesce è tempo che se ne torni a casa. Succede in tutte le democrazie, compresi gli USA.

Benigni è un caso più contorto e sottile allo stesso tempo. Prendiamo come esempio le lezioni sulla Divina Commedia, dove ogni incontro di piazza è una occasione per ricordarci l’importanza della Chiesa e dell’amor di patria. Ebbene, un’opera letteraria – qualsiasi opera d’arte – dovrebbe trascendere i concetti di nazione o credo religioso. Quando viene usata per educare al rispetto acritico delle istituzioni siamo già fuori dai canoni della cultura ed entriamo nei meandri della propaganda tout cure.

Esempi simili possiamo trovarli solo andando a ritroso fino al ventennio fascista: per es., D’Annunzio, Marinetti, Gentile, e tanti altri, che da un giorno all’altro si trovarono a firmare le leggi razziali; succede quando l’intellettuale come fine smette di avere la cultura in sé e finisce per ergersi in difesa delle istituzioni.Precisiamo che qui non si vuole considerare l’istituzione a prescindere come negativa o addirittura fascista. Essa diviene tale quando non è più in grado di suscitare autorevolezza (si veda per es. Equitalia, il sistema carcerario, i quadri dirigenti dei partiti, ecc.) e invece di essere sostituita da qualcos’altro, trova negli intellettuali – prima che nella violenza – il suo ultimo baluardo.

Assistiamo così a situazioni grottesche; Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle vengono attaccati usando metodi berlusconiani, attraverso la mistificazione e la diffamazione più becera. Questo si deve al fatto che una critica al grillismo è possibile solo nella misura in cui si riconosce come quello che effettivamente è, ovvero come avanguardia di un capitalismo soft. Nell’Italia dei tecnici questo tipo di critica verrebbe bollata come marxista. Così ci si trova a lavorare con quel che capita a tiro.

Ancor più grottesco è il modo in cui è stata accolta la sentenza contro Breivik dagli intellettuali italiani. La Norvegia avrebbe colto la sua sfida condannandolo a 21 anni, chiuso in un albergo. Questo ci dovrebbe insegnare lo scopo delle carceri come strumento di recupero del detenuto. Niente di più retorico e falso; si capitola persino alla distinzione tra l’essere ed il dovrebbe. Con buona pace dei parenti di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi. Prima ancora che qualcuno chiedesse dove tengono reclusi in Norvegia i rapinatori o gli stupratori, se per caso questi fossero alloggiati in alberghi di lusso, è sparito Breivik dai Tg. Anche la strage di Brindisi e la “provvidenziale” scomparsa dei referti della scientifica, e l’intervista al figlio di Provenzano a “Servizio Pubblico” sono assenti; nonostante le attuali polemiche riguardo la trattativa stato-mafia ne suggeriscano un collegamento.

In conclusione è sparita la figura dell’intellettuale, sostituita dallo specialista, il quale delega alla narrazione ufficiale tutto il resto, appoggiandola acriticamente. La cultura perde il suo connotato più importante, quello di antitesi delle istituzioni, non di mero sponsor. Osservatrice superficiale del“fondamentalismo dei mercati”, questa pseudo-cultura fa presto a trasformarsi in propaganda, togliendo a tutta la popolazione la scintilla della ribellione, del cambiamento, senza la quale siamo tutti osservatori passivi e privi di orientamento. 

L’equivoco di fondo che ha provocato questo si basa sull’assunto errato in base al quale i mercati trarrebbero forza dalla distruzione degli stati, mentre invece ne hanno disperato bisogno. I soldi e le banche esistono solo nella misura in cui esiste uno stato. Anche nel Monopoli possiamo fare quel che ci pare, ma se vogliamo restare nel gioco dobbiamo seguire regole e convenzioni concordate con gli altri giocatori. Regole e convenzioni sono la sostanza degli stati. La loro difesa acritica genera un circolo vizioso che contribuisce ad aumentare ed aggravare le ingiustizie attuali, lungi dal debellarle.



fonte secondaria: http://www.oltrelacoltre.com

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