venerdì 8 aprile 2016

La teoria della Global Class (terza parte).

Dall’immenso processo di privatizzazioni inaugurato dalla Tatcher e da Reagan, proseguito in tutti gli altri paesi europei con intensità variabile e conclusosi con il ritorno al mercato da parte dei territori ex sovietici, se è rimasto qualche “cadavere storico” sulla strada, questi sono i partiti e le organizzazioni dei lavoratori.

di Francesco Salistrari


La deriva oligarchica e la fine della democrazia rappresentativa: il caso europeo.

L’ideologia sottesa al processo storico sociale in esame, nel postulare la riduzione delle funzioni dello Stato e la ridefinizione dei centri decisionali al di fuori dei confini strettamente nazionali, sottintende un obiettivo di fondo ben preciso: la privatizzazione del mondo.

Laddove lo Stato Sociale, sorto dal “new deal” americano keynesiano-roosveltiano ed in parte già sperimentato nei regimi fascisti in Italia e Spagna e nazista in Germania, presupponeva l’intervento statale in economia come “bilanciatore” delle storture e delle distorsioni del “mercato”, ma soprattutto come fonte di investimenti e di luogo decisionale di spesa, di emissione monetaria e di politica estera, la nouvelle teorie che ha conquistato il mondo nel giro di qualche decennio, al contrario, presuppone un intervento “minimo” dello Stato in modo tale da lasciare alle “libere forze” del mercato la possibilità di fare il loro gioco indipendente.

Questa posizione rappresenta una scelta strategica che consente di eliminare la “politica”, vale a dire quella partitico-statale (democratica), dall’equazione della mediazione sociale ed economica, in modo da liberare un ampio spazio dentro il quale si possono esprimere interessi e una nuova dimensione politica privati, tendendo alla progressiva eliminazione dei controlli e dei limiti imposti dal regime democratico.

Non è un caso che, dall’immenso processo di privatizzazioni inaugurato dalla Tatcher e da Reagan, proseguito in tutti gli altri paesi europei con intensità variabile e conclusosi con il ritorno al mercato da parte dei territori ex sovietici, se è rimasto qualche “cadavere storico” sulla strada, questi sono i partiti e le organizzazioni dei lavoratori.

Dagli anni ’90 in poi, con l’implosione dell’unica ideologia fino ad allora esistente capace di mettere in discussione quella del mercato capitalistico, vale a dire il comunismo, anche i partiti e le varie “partitocrazie” dei regimi democratici occidentali sono letteralmente implosi in sé stessi, diventando col tempo qualcosa di molto diverso da quello che erano stati fino a quel momento. Le Costituzioni antifasciste scritte subito dopo la vittoria sui nazi-fascisti nella seconda guerra mondiale, affidavano ai partiti un ruolo predominante come strumenti di partecipazione democratica. Per certi versi i partiti furono, per un intero periodo storico, il corollario della democrazia rappresentativa postbellica. E la loro funzione, benchè la degenerazione partitocratica fu un segno evidente fin dai primi anni, fu molto importante.
Con l’andare degli anni, la burocratizzazione, lo strutturarsi del sistema delle alleanze oligarchiche, la non trasparenza e la scarsa democraticità interna, fecero dei partiti le appendici del potere, macchine della corruzione e del clientelismo, dell’affarismo e della lottizzazione delle proprietà pubbliche.

Tutti questi problemi, riassunti nella fortunata definizione di “partitocrazia”, rappresentano un fenomeno che benchè nei vari contesti nazionali abbia avuto gradi diversi di intensità non indifferente, tuttavia fu comune a tutte le esperienze partitiche d’Europa.

Con il 1989 e con il poderoso cambiamento della situazione geopolitica internazionale, anche i partiti persero la propria ragion d’essere, diventando un ostacolo e non una variabile utile della funzione del potere. Emblematico il caso italiano di “tangentopoli”, dove una intera classe politica fu azzerata per via giudiziaria e dove divenne evidente come i nuovi partiti che sarebbero sorti di li a poco avrebbero sempre più assomigliato ai “clubs” e ai cartelli elettorali americani.

L’ “americanizzazione” delle formazioni partitiche europee non fu casuale, né tantomeno interessò solo alcuni e non altri, alcuni paesi e non altri. La trasformazione dei partiti in “comitati elettorali”, privati di una vera identità ideologica, di una propria cultura caratterizzante, incapaci dunque di proporre programmi di “alternativa sistemica”, è un fenomeno che interessa la stragrande maggioranza delle formazioni partitiche parlamentari dagli anni ’90 in poi.

Dalle ceneri dei vecchi “partiti ideologici”, nacquero dunque delle forze politiche che si configurarono sempre più come comitati d’affari, raccoglitori di consenso da spendere in una mediazione politica resa ormai orfana degli strumenti fino ad allora utilizzati, in quanto sempre più il centro decisionale si allontanava dallo Stato verso strutture sovranazionali e private.

La mancanza di una vera distinzione sulle questioni fondamentali, l’omologazione in una visione economica pressoché uniforme, l’uniformità pressoché totale nella tipologia delle scelte operate dalle varie alternanze parlamentari, determinarono nei fatti il superamento della dicotomia destra-sinistra che aveva caratterizzato la politica fin dalla rivoluzione francese. Un superamento che, però, nelle ragioni e negli interessi sociali non solo non si è verificato, ma che anzi ha determinato un sempre più marcato scollamento tra la base sociale, la classe politica e le classi dirigenti nazionali prese nel loro insieme.

Non a caso, un altro fenomeno ereditato dalla democrazia americana, aldilà della forma partitica, è stato proprio il grande e crescente astensionismo alle urne elettorali. Un fenomeno che lungi dal rappresentare la semplice “apatizzazione” dell’elettorato generalmente inteso, mostra una complessiva caduta della fiducia non solo nei personaggi e negli apparati di partito, nei politici in quanto tali o nelle classi dirigenti tout court, ma anche e soprattutto la percezione da parte di sempre più larghi strati della popolazione dell’inutilità del voto in quanto espressione di un diritto, in quanto espressione di una volontà di cambiamento e di una generale sfiducia negli stessi istituti della democrazia rappresentativa. L’allontanamento della base sociale dalle organizzazioni politiche, il cosiddetto distacco dei cittadini dalla politica, in realtà riflette una grave crisi democratica che investe la struttura stessa e la natura stessa dello Stato, del Parlamento, del Governo, organi che, per le dinamiche internazionali, hanno visto sempre più ridursi i propri spazi di intervento, le proprie capacità allocative, le proprie prerogative sovrane, determinando da una parte la “radicalizzazione” della corruzione come fenomeno sistemico, predatorio delle sempre più risicate “finanze pubbliche”, dall’altro il “settarismo” dei movimenti extraistituzionali, la frammentazione sociale e l’apatia.

Esattamente ciò che auspicavano e dettavano gli autori di “Crysis of Democracy”.

Il processo di privatizzazione è stato dunque fortemente condizionato da una modificazione profonda degli istituti e delle organizzazioni della politica, creando i presupposti, dal lato sociale, per l’affermazione del “consumismo” come contraltare alla limitazione progressiva degli spazi democratici del sistema occidentale.

Sulla scorta infatti del modello americano (statunitense), grazie alle modifiche strutturali implementate nel corso di tutti gli anni ’80, si è assistito ad un fenomeno di allargamento della massa dei consumi, accompagnato dalla progressiva privatizzazione di sempre più ampi settori dell’economia che hanno liberato le energie del sistema permettendo due fenomeni complementari, sebbene apparentemente distanti: l’espansione dei profitti e la “crisi” democratica.

La costruzione europea, istituzionale ed economica, è esemplificativa e paradigmatica da questo punto di vista e considerando nel suo complesso il processo che ha condotto all’unificazione monetaria ed economica del vecchio continente, appare evidente la sua configurazione come processo di involuzione oligarchica della gestione del potere.

Da un punto di vista strettamente politico e sociale, infatti, la limitazione delle sovranità nazionali, soprattutto in campo economico, l’unificazione dei mercati e la libera circolazione dei fattori produttivi (merci, servizi, persone e capitali), non connatura un modello diverso di partecipazione democratica ed uno sviluppo della società in direzione evolutiva della democrazia, bensì una compressione dei diritti sociali e democratici e la messa in opera di una strutturazione del potere decisionale di stampo oligarchico e tecnocratico.

Sempre più i Parlamenti nazionali sono diventati camere di compensazione delle tensioni sociali senza per questo determinare cambiamenti della linea politica ed economica di fondo dei vari stati, anzi diventando “camere di ratifica” di politiche imposte dall’alto (organi di amministrazione burocratica periferici), affidando di converso grandissimi poteri alla Banca Centrale e alla Commissione.

Il Parlamento europeo, unico organo eletto democraticamente, non ha alcun potere legislativo, né alcun meccanismo di fiducia/sfiducia nei confronti di un “esecutivo” i cui confini sfumano dalla Commissione al Consiglio Europeo e alla Banca Centrale. “Esecutivo”, d’altra parte non eletto e dunque non legittimato democraticamente e anzi sottoposto alla pressione costante delle “lobbyes” private.

Il fenomeno del “lobbysmo strutturale", importato anche questo da suolo statunitense, si è enormemente rafforzato, determinando il totale stravolgimento delle dinamiche decisionali democratiche, scavalcando la “volontà popolare” e determinando un modello oligarchico il cui controllo sociale è a dir poco problematico.

L’esempio di come le élites europee hanno affrontato la crisi del 2007 (partita dagli Stati Uniti), è emblematico.

L’esplosione della crisi dei cosiddetti “debiti sovrani” europei, determinatasi dopo l’esplosione della bolla dei mutui “subprime” e dei “derivati” che ha condotto al fallimento di una delle più grandi banche di investimento del mondo, la Leman’s Borthers, infatti ha creato le condizioni politiche ideali per determinare una trasformazione della struttura sociale ed economica europea difficilmente realizzabile senza tali “strumenti”. Questo perché, venendo meno la capacità decisionale dei vari Parlamenti nazionali e la limitazione del controllo democratico sulle decisioni europee, è stata possibile una “gestione” della crisi che ha praticamente liquidato in maniera definitiva i residui dello “stato sociale” (welfare), la capacità contrattuale dei lavoratori, la modificazione dei meccanismi del mercato del lavoro, la svendita dei patrimoni pubblici, la compressione della capacità di spesa delle finanze statali, l’integrazione economica con gli USA (TTIP).

Tutto questo complesso di conseguenze, conosciute più semplicemente con il nome di “austerity”, è stato possibile grazie alla particolare configurazione della struttura istituzionale europea determinata da trattati come il “Trattato di Lisbona”, il “MES, il “Fiscal Compact” (che inserisce il pareggio di bilancio nei ranghi costituzionali nazionali). Tutti trattati mai discussi democraticamente, ma semplicemente ratificati dai parlamenti nazionali che, nel frattempo, come nei casi italiano e greco, erano stati “commissariati” con la giustificazione politica del cosiddetto “spread”.

Il dato di fondo è che il meccanismo europeo in cui la Banca Centrale indipendente e privata, assurge ad un ruolo di straordinaria influenza politica sulle scelte di tutta l’area, in cui la “moneta unica” diventa dunque strumento di controllo politico dei vari contesti nazionali e in cui le maglie strette delle regole sui “debiti sovrani” (regole assolutamente politiche e non dettate da considerazioni economiche) diventano il cappio al collo con cui si impiccano i diritti sociali e il welfare, configurano un nuovo modello di democrazia che soppianta il modello di "democrazia occidentale rappresentativo". A questo punto bisognerebbe chiedersi: cui prodest?

I maggiori beneficiari di una dinamica decisionale sganciata da controlli, contrappesi e determinazioni democratiche, cioè espressioni vive delle popolazioni generalmente intese, sono sicuramente tutte quelle imprese private, quegli speculatori, finanzieri, operatori di borsa e quel vasto mondo di interessi che si muovono nell’alveo del cosiddetto “mercato”.

E’ un caso se sono stati i “mercati” a decretare, ad esempio, la fine dell’esperienza governativa di Berlusconi in Italia? Lo spread, cioè una misura econometrica di raffronto tra debiti pubblici dell’area euro, può essere superiore ad una determinazione politica democratica? Evidentemente si.

Questo può succedere proprio in virtù di un cambio strutturale di portata generale e che investe non solo l’Europa, ma che a livello globale, apre lo spazio ad una nuova dimensione politica, decisionale, che esula dalle determinazioni democratiche (laddove regimi democratici quantomeno formali sussistono).

L’involuzione oligarchica delle democrazie occidentali, è da inserire dunque all’interno di un cambiamento generale di paradigma come portato ideologico, sociale ed economico. E’ cioè, in altri termini, il risultato conseguente di uno sviluppo determinato che, all’interno delle dinamiche economiche nuove che si sono sviluppate negli ultimi 40 anni, ha portato la “democrazia rappresentativa”  a diventare progressivamente un ostacolo dello sviluppo economico.

Questo per una serie di ragioni che cercheremo di analizzare.

Innanzitutto è ormai evidente come i ritmi e la velocità con cui vengono allocate le risorse (spostamento di capitali), grazie agli accordi commerciali mondiali (sotto il cappello del WTO) e alle moderne tecniche (sistema informatico), non sono più compatibili con i tempi, le contraddizioni, le farraginosità e le inefficienze degli istituti democratici. Questi ultimi, infatti, viaggiano su velocità completamente diverse da quelle dei “mercati” e le decisioni determinate (mediate) dalla volontà popolare quasi sempre vanno a scontrarsi con gli interessi e le decisioni “impersonali” dell’intero processo produttivo-finanziario. Questo è avvertibile non solo da un punto di vista strettamente riguardante i diritti sociali, dove lo scontro con le “logiche di mercato” è più cruento ed evidente, ma anche da altri versanti come la tutela del territorio, la qualità dei prodotti alimentari, l’istruzione.

Il punto della questione è che i meccanismi della “rappresentanza democratica”, che dovrebbero esprimere anche la tutela dell’interesse collettivo, sono rimasti indietro rispetto alle dinamiche economiche degli ultimi decenni. Ciò dimostra come non si è avuta, rispetto all’espansione dei mercati mondiali, nessuna parallela evoluzione delle forme democratiche di difesa dalle storture allocative, distributive e sociali dei “mercati” e dunque gli istituti classici della democrazia rappresentativa, risultano decisamente inadeguati.

Le stesse strutture difensive rappresentate dalle organizzazioni dei lavoratori (leghe, comitati e sindacati), appaiono oggi inadatte rispetto alle spinte sistemiche che si trovano a fronteggiare. Considerando il ruolo ormai integrato svolto dai sindacati ufficiali, lo sviluppo di forme moderne di autodifesa appare fortemente in ritardo. L'associazionismo o il sorgere di comitati territoriali di difesa, seppur per certi versi potrebbero rappresentare i germi delle future forme di lotta, tuttavia allo stato attuale, risultano ancora insufficienti e fortemente frammentati per essere gli strumenti di una resistenza sociale paragonabile al ruolo che nel corso dello sviluppo capitalistico hanno svolto i partiti e le organizzazioni dei lavoratori del passato.

Questo avviene perché il “potere ricattatorio” degli interessi privati nei confronti delle istanze collettive, risulta enormemente aumentato e sproporzionato a proprio vantaggio, disponendo di strumenti potentissimi come quelli dell’emissione del credito, il controllo delle monete, delle borse e ove ciò non bastasse, le organizzazioni lobbystiche, la corruzione, gli eserciti mercenari e i sicari delle mafie. I risultati di questo coacervo di strumenti sono che la classe politica vede ridursi costantemente la propria capacità di influenza anche laddove i meccanismi di selezione delle élites politiche dirigenti non riescano a bloccare istanze popolari e interessi esterni al sistema privatistico dei “mercati” e laddove le forme di resistenza collettiva riescano a rappresentare un argine concreto ed efficace.

Ma la democrazia rappresentativa occidentale, appare oggi un sistema in decadenza anche da un altro punto di vista.

Infatti, se osserviamo le “regole” che determinano la gestione del debito pubblico degli Stati, capiamo immediatamente come l'erosione della sovranità statale determini effetti profondi e ineliminabili. Il debito pubblico, inserito nei meccanismi finanziari generali, cioè sottoposto alle leggi economiche generali (libera circolazione dei capitali), diventa un “ricatto”, un limite e un problema.

Un ricatto, da parte di chi ha interesse affinchè una nazione, un popolo o un’area geografica determinata, implementi determinate politiche favorevoli ai propri interessi. Un limite alla determinazione di proprie autonome politiche. Un problema economico in relazione ai propri programmi sociali, all’erogazione dei servizi e alla tutela del proprio territorio.

Da questo punto di vista le logiche “superiori” del mercato sono determinanti. Superiori nel senso etimologico del termine: “che stanno sopra”.

E nella nuova gerarchia del potere che si è configurata negli ultimi 40 anni di storia, la stratificazione sociale e lo sviluppo economico hanno determinato la riconfigurazione generale delle dinamiche di classe internazionale.


L'insorgenza della Classe Possidente Globale, si presenta dunque come una fase nuova dello sviluppo storico-sociale in cui una specifica classe sociale dominante determina nuove dimensioni e nuove dinamiche dello scontro sociale, originali ricomposizioni, assetti e disequilibri che travalicando i consueti confini nazionali, nell'era della globalizzazione, interessando pertanto il mondo intero.


(continua)

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