lunedì 4 aprile 2016

La teoria della Global Class (seconda parte).


Il “neoliberismo”, lungi dal rappresentare una semplice opzione economica, un semplice modo di intendere i rapporti economici, dunque una teoria puramente economica, è anche e soprattutto una teoria sociale, espressa attraverso una concezione filosofica complessiva della realtà socioeconomica che permea non tanto il livello politico, cioè la struttura di potere dei singoli contesti, ma ne caratterizza soprattutto il livello culturale.

di Francesco Salistrari



L'ideologia e le istituzioni del “nuovo ordine mondiale”.

L’imporsi a livello globale delle cosiddette teorie del “neoliberismo”, pur con diverse connotazioni a seconda del contesto regionale, ci porta ad una considerazione generale che difficilmente può essere messa in discussione: il sistema keynesiano di produzione/distribuzione/rapporti di lavoro, ha praticamente cessato di esistere ovunque nel mondo. 

Le nazioni che ancora oggi praticano le cosiddette “politiche miste”, cioè laddove lo Stato riveste ancora un ruolo importante, sono delle realtà in cui il blocco sociale dominante nazionale è un blocco relativamente “giovane”, nel senso che la sua ascesa al potere nazionale è un fenomeno abbastanza recente rispetto alle dinamiche generali mondiali.

Questo avviene in forme diverse in Cina, per la peculiare struttura sociale ed economica, ma avviene in molti paesi del Sud America, in molti paesi dell’est ex sovietico (in parte anche in Russia), e in alcuni paesi del Nord Europa non inseriti nei meccanismi monetari dell’euro.

Questo però non toglie che ampli settori di queste “borghesie nazionali” siano collegate e integrate strutturalmente nelle dinamiche di classe della Classe Possidente Globale e benchè per certi versi rappresentano in parte degli ostacoli al pieno dispiegamento del dominio di classe globale, generando fattori di crisi, frizioni e contrapposizioni latenti e palesi, tuttavia la loro “funzione” a livello globale è pienamente inseribile nel contesto degli interessi globali, di cui la Classe Possidente Globale è portatrice.

Un esempio di questo, potrebbe essere rintracciato nella struttura produttiva cinese, dove, sebbene il ruolo della macchina statale sia preponderante rispetto ad altre realtà, pur tuttavia, le aziende multinazionali operanti in Cina e collegate con la “classe burocratica” al potere, fanno parte del più generale apparato produttivo mondiale di proprietà privata della Classe Possidente Globale.
Investimenti, rapporti di proprietà, rapporti di lavoro, struttura produttiva, sono perfettamente integrati al più generale meccanismo dei “mercati” mondiali e fanno della Cina un paese a struttura capitalistica “neoliberista”, non troppo dissimile nei funzionamenti macrosistemici a quelli di altre realtà politiche totalmente diverse.

Ma il “neoliberismo”, lungi dal rappresentare una semplice opzione economica, un semplice modo di intendere i rapporti economici, dunque una teoria puramente economica, è anche e soprattutto una teoria sociale, espressa attraverso una concezione filosofica complessiva della realtà socioeconomica che permea non tanto il livello politico, cioè la struttura di potere dei singoli contesti, ma ne caratterizza soprattutto il livello culturale, esistenziale.

Il corollario sociale del neoliberismo infatti è ciò che viene conosciuto col nome di “consumismo”, un fenomeno le cui radici sociali vengono rintracciate fin dai primi anni del secondo dopoguerra, ma che si è imposto in maniera sistemica, imprescindibile ai funzionamenti stessi del meccanismo economico, a partire dal tornante storico cominciato con l’esplosione “sessantottina”, in occidente, e con la “rivoluzione culturale” e la “stagnazione” in oriente.

Il “consumismo” è un fenomeno, prima che economico in senso stretto, soprattutto ideologico. Ideologico nel senso che nasce e si sviluppa sulla scorta di una nuova concezione ideologica del mondo, dei rapporti sociali e della politica che si strutturano a partire dalla fine degli anni ’60 in poi.  E’ un fenomeno principalmente ideologico, perché sia in occidente, sia in oriente, contribuisce alla distruzione delle società “tradizionali”, venute fuori dalla seconda guerra mondiale. L’omologazione culturale sottesa al fenomeno del consumismo, la sua totalizzante espressione del reale e dei comportamenti collettivi, il suo essere espressione di sottesi cambiamenti strutturali di livello sociale ed economico, ne fanno più precisamente l’epifenomeno dell’instaurazione di un nuovo ordine economico e politico nuovo, sostanzialmente rivoluzionario.

La modificazione permanente degli stili di vita, delle abitudini e delle tipologie di consumo, l’instaurazione di un complesso sistema di “manipolazione mediatica” di questi ultimi, l'abbandono del concetto di "consumo da sussistenza", l’allargamento della base produttiva mondiale e delle capacità di spesa da parte di sempre più ampi settori della popolazione mondiale, sono solo alcuni tratti di questo epifenomeno sociale.

L’ideologia sottesa al consumismo è quella della “crescista”, cioè della crescita illimitata di produzione e consumi, sottesa al più generale impianto “neoliberista”, all’interno però di un quadro generale di modificazione complessiva dei rapporti sociali.

Un contributo particolare e molto significativo all’instaurazione di questa nuova ideologia come orizzonte di senso del mondo moderno e contemporaneo, non a caso venne proprio da una delle organizzazioni mondialiste più famose, e meno conosciute, della storia: la Commissione Trilaterale.

E’ del 1975 l’uscita di un testo molto interessante partorito da questo importante cenacolo intellettuale transnazionale, dal titolo “The Crysis of Democracy” (La crisi della democrazia), che da un punto di vista estremamente originale e significativo, analizza i possibili (e auspicabili) sviluppi del sistema “democratico” occidentale (e de relato globale).

Questo testo appare illuminante per tante cose. Innanzitutto al suo interno è codificata la nuova ideologia politica ed economica che si sta imponendo e che la nascita della “contestazione sociale” della fine degli anni ’60 ha potentemente favorito, non solo come “reazione”, ma soprattutto come sbocco politico. I punti salienti del contributo, sono rappresentati da alcuni concetti-chiave espressi in maniera poco pedante e incredibilmente concreta e lucida.

Tali concetti-chiave, saranno l’architrave portante delle politiche mondiali di integrazione economica che partendo da quegli anni e passando attraverso il crollo del blocco sovietico, disegneranno il mondo così come lo vediamo oggi.

Partendo dal presupposto che il “socialismo reale” non fa parte dei fattori di crisi della “democrazia”, non rappresentando più un pericolo di involuzione collettivistica globale, ma avviandosi ad un rapido tramonto, l’analisi del “libello”, pone alcune questioni fondamentali, la prima delle quali è senza dubbio quello dell’apatia delle classi popolari. Il concetto di “apatia” viene usato in maniera tutt’altro che dispregiativa, anzi elevandolo a concetto stabilizzante della governance “democratica” e ritenendolo assolutamente necessario all’esercizio del potere e al funzionamento stesso del sistema politico. In altre parole, la NON partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, in quote sempre maggiori, garantisce una più equilibrata gestione del potere, una più corretta allocazione delle risorse ed una dialettica sociale meno traumatica e più convergente.

Da questo punto di vista, “The Crysis of Democracy”, si spinge ancora più in là, introducendo il concetto di “governabilità” in maniera del tutto nuova rispetto al concetto tradizionalmente inteso. In questo senso, la “governabilità” viene completamente sganciata dalla “democraticità sostanziale” del sistema e viene al contrario auspicata una stabilità democratica sostanzialmente senza democrazia (o con una democrazia ridotta ai minimi termini).

Particolare interessante, la prefazione all’edizione italiana del testo è ad opera di Giovanni Agnelli, magnate della Fiat, probabilmente il più potente e influente imprenditore del “capitalismo italiano” per più di un quarantennio, nonché espressione migliore di quella “classe borghese transnazionale” che aspirava all’emancipazione. In questo senso, le parole di Agnelli, a presentazione del testo di Crozier, Huntington e Watanuki, sono emblematiche.

Agnelli individua in tre fattori principali le “minacce” allo stato democratico, suddividendoli in tipologie. La prima tipologia è di carattere “contestuale”, la seconda di “strutturale”, la terza di carattere “intrinseco”.

Analizziamo brevemente le posizioni del ricco imprenditore italiano.

Le minacce di tipo “contestuale” rispecchiano la situazione economica e di politica internazionale, come minacce militari esterne, penuria di materie prime, inflazione, instabilità monetaria, le quali per essere disinnescate necessitano della giusta organizzazione dell’interdipendenza economica e della sicurezza.

Per quanto riguarda le minacce di tipo “strutturale”, Agnelli individua nella cultura “antagonista”, una minaccia rilevante proveniente dagli strati intellettuali della società e dai gruppi ad essi collegati che si contraddistinguono per la loro avversione “ideologica” alla corruzione, al materialismo e all’inefficienza della democrazia, nonché la subordinazione del sistema democratico al capitalismo monopolistico.

Infine, le minacce “intrinseche”, sono quelle più gravi e pericolose. Più democratico è il sistema, più le minacce intrinseche sono gravi, riflettendo il funzionamento stesso della democrazia. In altre parole, per poter funzionare bene e al riparo dai pericoli disgregativi, Agnelli è convinto che il “sistema democratico” debba essere il meno democratico possibile, bilanciandosi sulle altre tendenze di segno opposto.

E’ per questo motivo che la questione della “governabilità”, secondo Agnelli riveste una fondamentale importanza.

Appare davvero interessante come poi i tre autori elaborino le loro “soluzioni”, proponendo una cura per la malattia della democrazia che presuppone, di fatto, meno partecipazione e dunque meno democrazia. Ma aldilà di questo, la questione di organizzare in maniera concreta e razionale l’integrazione delle economie come baluardo alla spinta “dissolutiva” delle correnti cosiddette antagoniste, appare, nelle concezioni di questa élites di intellettuali, professori, manager, imprenditori, capi di stato, ministri, finanzieri ed economisti che si riuniscono intorno alla Trilaterale, come uno dei punti cardini del proprio ragionamento politico. Infatti, l’invito ad accelerare quanto più possibile l’integrazione europea per sottrarre ai vari apparati statali i centri decisionali di politica economica e sociale e spostarli in istituzioni “lontane” da quei popoli all’interno dei quali vive la “contestazione” e si sviluppa sempre più una richiesta generale di maggiori garanzie, maggiori diritti e maggiori libertà, è talmente esplicito che, considerando l’attuale impalcatura europea, i suoi meccanismi, chi detiene le fila delle decisioni politiche ed economiche, come vengono implementate nei vari contesti nazionali e il ruolo ancillare che, a parte qualche sporadico esempio, hanno assunto i vari governi nei confronti della governance europea, le posizioni espresse in “Crysis of Democracy” apparirebbero quasi profetiche, se non fosse che si trattasse di vere e proprie direttive.

La considerazione generale infatti che si può tentare è che quel “cenacolo” di potere che si raggruppa attorno alla Trilaterale e ad altre istituzioni simili, non solo ha le idee molto chiare sugli sviluppi in atto e sulle auspicabili direzioni da seguire, ma soprattutto che, una volta formulate le analisi, esista poi una volontà generale perfettamente capace di realizzare quelle visioni, di renderle operative, di indirizzare lo svolgimento dei fatti salienti e delle decisioni politiche decisive.

L’esempio della Trilaterale è infatti emblematico di come, aldilà dei confini e delle differenze politiche, esista una capacità di analisi e una capacità politica che non rimane sulla carta, espressione volatile e pedantesca, bensì si concretizza nella realtà in modo omogeneo e determinato e tali capacità si esprimono attraverso queste “istituzioni” non ufficiali, dimostrando come un blocco di interessi di livello globale ha la capacità di organizzarsi, di strutturarsi e far valere le proprie pretese.

Non è un caso, infatti, che dopo quel 1975 e l’uscita di “Crysis of Democracy”, le svolte epocali che si determinarono di li a poco, nelle linee di fondo, ricalcavano quella impostazione e quell’ideologia. Da quel momento in poi, non solo il processo di integrazione europea subì una fortissima accelerazione, ma con l’avvento al potere negli Usa e in Inghilterra dell’ex attore hollywoodiano Reagan e della miss lady di ferro Margareth Thatcher, si avviò una nuova stagione politica che sancì l’uscita delle teorie “neoliberiste” dalle aule e dai seminari universitari, per farsi prassi economica e politica nella realtà sociale concreta.

Non a caso, in quegli anni, le teorie dello “stato minimo” alla Robert Nozick e la messa al bando del keynesianesimo come modello economico di riferimento, coincidono con quella storia tutta particolare che molti conoscono come gli “shock petroliferi”. Un evento politico che spinse tutti i recalcitranti, i conservatori e gli scettici nelle braccia del “neoliberismo” che in brevissimo tempo divenne la religione ufficiale della modernità capitalistica.

La brusca sferzata che le crisi energetiche degli anni ’70 diedero a tutto il mondo politico occidentale, favorì in maniera decisiva un cambio radicale dei paradigmi economici e delle politiche economiche dei vari contesti nazionali, sancendo la fine di un’era e l’inizio di una nuova.

Il varo dello SME (padre dell’Euro) in Europa, l’abbandono del sistema monetario di Bretton Woods e l’introduzione del sistema a “moneta fiat” (cioè non agganciata all’oro e con cambi liberi e variabili), il progressivo smantellamento del welfare state come modello di compensazione sociale, l’abbandono dei sistemi di indicizzazione dei salari, le nuove politiche energetiche e industriali, la riorganizzazione del lavoro di fabbrica, lo sganciamento del potere di emissione monetaria da parte delle banche centrali da quello politico, sono tutti aspetti di una strategia univoca, predeterminata, lucida, potente, che si innestò in un momento storico e sociale che, proprio mentre i movimenti sociali subivano un naturale “riflusso” e in alcuni contesti nazionali come l’Italia ciò conduceva lo scontro a radicalizzarsi in “lotta armata”, il potere occidentale marciava in una direzione completamente diversa, ma comunque  nuova, rispetto alle aspirazioni “antagoniste” che preoccupavano così tanto Gianni Agnelli.

Lasciando da parte le varie peculiarità nazionali, è evidente come la capacità di immaginare un futuro diverso, di prevedere sviluppi e situazioni, di indirizzare lo sviluppo sociale e politico in direzioni ben precise, di “giustificare” determinate scelte anziché altre, da parte delle élites del potere globale, furono fattori decisivi. La cementificazione ideologica, l’armonizzarsi delle differenze e dei contrasti, la capacità dialettica tra le varie posizioni e i vari interessi, la prontezza delle soluzioni, la capacità di indirizzare le risorse e le forze laddove servisse quando servisse, la capacità manipolatoria e l’abilità nello sfruttare gli eventi storici e sociali funzionalmente ai propri disegni, furono tutte cose che in quegli anni, le élites globali riuscirono a ottenere e concretizzare in maniera decisiva.

Una Classe Globale, prendeva coscienza di sé e per la prima volta nella storia era diventata potenzialmente capace di indirizzare i destini del globo e di esserne consapevole.

Istituti come la Banca Mondiale, che era stata determinante nella ricostruzione post-bellica, nella decolonizzazione e divenne importante nel trapasso al capitalismo dell’est sovietico; come il Fondo Monetario Internazionale; come l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) fondata nel 1995 proprio mentre l’Europa si determinava attraverso il Trattato di Maastricht e il mondo ex sovietico si avviava all’esperimento “neoliberista”; divennero strumenti essenziali nelle mani di quella che, nei tornanti storici degli anni ’60 e ’70, si era scoperta una vera e propria classe sociale internazionale, portatrice di interessi condivisi e che esisteva un nemico comune da combattere a tutti i costi: non più il comunismo che, come ideologia si avviava al tramonto definitivo, ma la democrazia in quanto tale.


Fu proprio a partire da quel fatidico decennio degli anni ’70 che, laddove esisteva, la democrazia fu messa in discussione e subì una profonda e costante involuzione, mentre laddove non esisteva, veniva persa definitivamente la possibilità di essere instaurata. Non solo venne completamente bloccata la possibilità di un’evoluzione spontanea da forme democratiche di stampo “classico”, vale a dire borghese parlamentare di tipo liberale, a forme più avanzate di governance politica, ma venne altresì compromessa la possibilità di un’evoluzione democratica di quei contesti regionali nei quali la democrazia parlamentare non aveva mai attecchito, configurando una mappatura della cartina geopolitica mondiale in cui, oggi, la democrazia (laddove esista) appare ormai solo l'orpello formale di governance autoritarie.


(continua)

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