Il sistema economico basato sul denaro e sul mercato autoregolato su scala mondiale è intrinsecamente e geneticamente confliggente con la democrazia, la giustizia sociale e l'eguaglianza, nonchè rappresenta il freno principale alla libera espressione delle potenzialità umane in quanto imprigiona le persone dentro gli schemi di una competizione gretta, sopravvalutata e inefficiente.

E' dunque assolutamente necessario modificare il paradigma economico che governa la società e ripensare l'economia in funzione dei bisogni umani, non ultimo quello del tempo libero.

E' la società che deve governare l'economia e non viceversa.

Dunque è solo attraverso il ripensamento radicale dei rapporti di produzione e distribuzione di risorse e ricchezza, attraverso il mutamento dei rapporti sociali, cioè vale a dire attraverso una rivoluzione culturale, scientifica e filosofica dell'intera società che può avvenire la piena e completa liberazione dell'essere umano dall'orizzonte gretto del "lavoro" come metro e discrimine del benessere.


(Francesco Salistrari)

domenica 8 giugno 2014

Storia di un'esperienza collettiva.


La battaglia della discarica di Celico (Cs): un esempio di rivendicazione popolare autonoma.

di Francesco Salistrari.


Il Comitato Ambientale Presilano rappresenta un’esperienza unica per i nostri territori.

Nato dalla sinergia e dalla collaborazione di diverse componenti politiche e sociali attive in Presila, come i gruppi dei Giovani Democratici, le associazioni territoriali dei vari Comuni e dalla volontà e dall’azione di singoli cittadini, si è posto immediatamente come centro di aggregazione e di proposta politica intorno alle tematiche ambientali. Tematiche fortemente sentite per un territorio, come il nostro, devastato da decenni e decenni di politiche insulse e criminali.

L’esempio più evidente e più drammatico, sicuramente rappresentato dall’apertura della discarica di proprietà della Mi.ga srl individuata dalla Regione come valvola di sfogo per le annose problematiche di smaltimento degli RSU calabresi, ha rappresentato il momento cementificante di tutta una serie di sensibilità presenti da decenni nei nostri territori ed ha visto l’insorgere di un nuovo protagonismo sociale inedito per la Presila.

La battaglia sulla discarica di Celico, cominciata anni fa, raggiunge quest’anno il suo picco, proprio grazie all’azione e alle iniziative del Comitato Ambientale Presilano. Dopo l’affronto della Regione, che ha individuato il sito di Celico come sbocco dell’emergenza rifiuti esplosa ad inizio anno, affronto, va sottolineato, perpetrato ai danni di un territorio che registra le più alte percentuali di raccolta differenziata in Calabria, il Comitato Ambientale Presilano diventa il motore pulsante della battaglia di opposizione alle ordinanze regionali.


Una folla di migliaia di cittadini provenienti da tutta la fascia presilana si riunisce in uno storico incontro ai piedi del ponte della SS107 che taglia il Comune di Celico, la sera del 16 febbraio. Una folla pronta a tutto, pur di fermare l’ennesimo scempio ai danni del nostro territorio. Un territorio devastato da scelte scellerate che ne hanno completamente annientato il possibile sviluppo in direzione del silvopastorale, dell’agriturismo, dei prodotti doc, e che ne hanno trasformato invece i centri abitati in dormitori della periferia cosentina, senza alcuno sbocco, se non per i rifiuti. Un territorio in cui ci si ammala di cancro sempre di più, grazie proprio a quell’opera sistematica di inquinamento e devastazione ambientale portata avanti dalle nostre amministrazioni nel corso del tempo. Discariche incontrollate, che hanno inquinato per decenni e continuano a farlo.

Ecco. Il 16 febbraio del 2014, per la prima volta, la gente della Presila dice basta a tutto questo!

Il movimento cresce e si avvia quella notte stessa il presidio, permanente, della strada di accesso in discarica, determinando di fatto il blocco dello sversamento. Si organizzano assemblee pubbliche continue, iniziative, incontri, si spingono le amministrazioni a fare la loro parte nelle sedi istituzionali preposte al fine di bloccare la gestione intollerabile dell’emergenza da parte della Regione. Si grida forte un NO! all’ennesimo attacco alla salute e al futuro del nostro territorio, in maniera civile, sempre più organizzata e consapevole. Le discussioni, la solidarietà di un’intera popolazione, cementificano amicizie, legami, rapporti, prassi politiche, conoscenze, competenze collettive, che si riverberano su tutti e in poco tempo il presidio diventa un laboratorio. Un’esperienza di riappropriazione sociale inedito per la Presila.


Da quel momento si porta a maturazione, forse inconsapevolmente, un percorso lungo decenni, in cui le battaglie sulle discariche, sull’avvelenamento dei suoli, sui disboscamenti selvaggi, sulla cementificazione scellerata, su uno sviluppo sempre promesso dalla politica e mai realizzato, tutte cose che avevano visto una consapevolezza atomizzata, frutto dell’iniziativa di piccole realtà associative o di singole personalità, il 16 febbraio arrivano a un punto di sublimazione sociale mai sperimentato. E per la prima volta questi temi entrano prepotentemente nel dibattito pubblico, dando spazio a tutte quelle realtà sociali e politiche soffocate da decenni di imposizione partitica e affaristica.

I giorni passano e il presidio resiste, tra incontri in Prefettura, promesse non mantenute, dietrofront, giochi politici e pressioni, minacce, intimidazioni. Se ne vedono di tutti i colori. Ma la gente, insieme, determinata, va avanti per la sua strada e il motto “non passeranno”, tanto caro ai rivoluzionari spagnoli del ‘36, diventa un leit motiv del presidio.

I contributi arrivano un po’ da ogni dove. Si avvicinano i ragazzi dei collettivi autonomi di Cosenza, gli studenti dell’hacklab dell’università che in breve installano una rete wifi mobile che permette al presidio di essere aggiornato e comunicare in tempo reale, si avviano i primi contatti con gli altri comitati presenti nella Regione che portano avanti le stesse battaglie e ben presto si rivivifica il coordinamento regionale dei comitati che aveva egregiamente funzionato in passato nelle battaglie di Amantea sulle “navi dei veleni” e sui referendum sull’acqua e il nucleare. La rete si attiva e il Comitato Ambientale Presilano, comincia a rappresentare un esempio e uno sprone per tutti quelli che lottano per le stesse cause.

Inevitabilmente si arriva allo scontro con le istituzioni.

Vengono inviate le forze di polizia che hanno l’ordine di sgomberare i manifestanti.

Quando i reparti Celere inviati dalla Prefettura arrivano a Manco Morelli, non si trovano davanti black block e violenti, terroristi e teste calde, né quattro ragazzetti illusi che strillando si possa cambiare il mondo. No. Ad aspettarli, compatti, impauriti, trovano ragazzi e ragazze, padri di famiglia, mamme, bambini.

Trovano, in una parola, quel popolo che non appare mai davvero sui giornali se non quando qualche vetrina va in frantumi. Trovano un territorio a testa alta che sa, comprende, capisce che quello che la Regione pretende, altro non è se non un’illegalità, una palese violazione delle più elementari regole a tutela della salute pubblica. Quelle stesse leggi che le istituzioni emanano e a parole dicono di tutelare, vengono sovvertite e paradossalmente il presidio assume anche un’altra valenza politica fondamentale: diventa presidio di legalità.

La forza messa in campo dalle istituzioni, come sempre fa contro i deboli e mai con i forti, è spropositata.

La gente ha paura. Tentenna. Media. Dialoga.

Dopo ore di trattativa, alle minacce di cariche da parte dei funzionari di Polizia, si arriva a un compromesso.

Viene concesso lo sversamento del “tal quale” per “soli” dieci giorni a patto che vengano controllati da parte di membri del Comitato, sia lo sversamento in discarica, sia dei camion in transito e del loro contenuto e che tutto venga filmato dalla Polizia Scientifica. Sembra una sconfitta. Di certo è una mezza vittoria.

Per la prima volta, cittadini e cittadine vengono autorizzati all’accesso in discarica. Per la prima volta avviene un fatto importantissimo: i cittadini si sostituiscono alle forze preposte ai controlli.
Sembra una banalità, ma non lo è. Per il semplice fatto che, senza la presenza di quelle persone, senza l’opposizione di quella massa di gente, quei controlli non sarebbero mai stati fatti e lo sversamento sarebbe avvenuto ugualmente.

Passano 10 giorni in cui più volte viene bloccato lo sversamento per irregolarità, decine di camion tornano indietro. Sui giornali, ogni giorno, se ne parla con grande risalto. L’importanza del lavoro che viene svolto, viene colta immediatamente.

Ma passati i dieci giorni, la Regione forza di nuovo la mano. Rinnega le promesse della Prefettura e rimpolpa lo sversamento attraverso tre successive ordinanze che autorizzano fino a giugno il conferimento in discarica del rifiuto “tal quale” di ben 39 Comuni.

A quel punto il Comitato e i cittadini serrano le fila e bloccano nuovamente l’accesso in discarica. Dopo qualche giorno di stasi, le forze di Polizia si presentano nuovamente con l’ordine di sgombero forzato, ma nessuno indietreggia e l’8 marzo, il giorno della festa delle donne, con le donne presilane in prima fila, si resiste alle cariche della polizia e i camion tornano indietro. Il 10 marzo, stessa scena. I funzionari di Polizia ordinano la forzatura del blocco pacifico e, usando un autocompattatore di EcologiaOggi come ariete, tentano di sgomberare le persone. La cosa ha eco nazionale. La notizia viene riportata anche dal Fatto Quotidiano online e la Presila resiste. Non si passa!

Nel frattempo tre Sindaci (solo tre su tutti quelli della fascia) riescono ad ottenere un incontro al Dipartimento Ambiente della Regione con il funzionario responsabile dell’emanazione delle scellerate ordinanze, l’emerito e ormai famigerato Gualtieri. Con la pressione e la determinazione dei ragazzi e delle ragazze, degli uomini e delle donne presilane, al freddo e alla pioggia, attraverso il messaggio di determinazione messo in campo in quella storica mattinata del 10, la Regione fa marcia indietro e ritira le ordinanze.

Una vittoria parziale certo, perché il conferimento viene vincolato al pretrattamento dei rifiuti, ma si è riusciti quantomeno ad evitare lo sversamento diretto in discarica, che oltre che contro la legge è dannosissimo alla salute.

Il blocco viene interrotto e la Polizia se ne va.

Da quel momento il presidio comincia a vivere di una frenetica attività di informazione, vengono proposte iniziative, eventi culturali, incontri. Membri del Comitato partecipano puntualmente alle riunioni congiunte del Coordinamento Regionale con gli altri Comitati territoriali. Viene indetta una manifestazione regionale per il 10 maggio a Cosenza.

E il 10 maggio, la Calabria che non ci sta, la Calabria che dice basta allo scempio, quella che propone un modello alternativo alle logiche affaristiche e criminali sottese al ciclo dei rifiuti, non solo scende in piazza con una delle più belle manifestazioni calabresi di sempre, ma reclama dignità e ascolto alle istituzioni, ma anche e soprattutto agli indifferenti. A tutti coloro che credono che il problema non li riguardi.

Il corteo festante e colorato, denso di significati, sfila tra le case della città bruzia al suono dei tamburi e al rombo dei trattori dei contadini di Bisignano, allo schiamazzo dei tanti bambini presenti, alle grida di tanti giovani che si sentono minacciati, esclusi, il cui diritto al futuro appare negato.

La manifestazione del 10, in cui il Comitato Ambientale Presilano ha avuto un ruolo organizzativo importantissimo, diventa il punto di inizio di un cammino collettivo che porterà lontano.


Il Coordinamento Regionale sta già lavorando ad una legge di iniziativa popolare sui rifiuti che implementi nella nostra Regione il modello strategico “Rifiuti Zero” ed in questo senso il Comitato ha avviato un progetto per le scuole all’avanguardia che prevede delle lezioni itineranti nelle scuole secondarie di primo grado al fine di istruire i bambini ad una nuova cultura del rifiuto.

Il futuro parte da qui. Dai bambini. Espressione vivente del futuro a venire.

Il “Laboratorio Scuola ZERO – Il futuro non è un rifiuto” è già partito in un progetto pilota nelle scuole secondarie di primo grado di Rovito e Magli e dall’anno prossimo interesserà diverse scuole della provincia. Anche gli altri Comitati territoriali si stanno attivando in tal senso, proponendo nei propri territori, l’idea.

Un’idea che vede in prima fila le future generazioni, affinchè comprendano l’importanza di una nuova concezione del consumo, della produzione dei rifiuti, dello smaltimento. Una nuova concezione che modifichi radicalmente le abitudini sociali dal basso, modificando di riflesso i metodi e i principi produttivi a monte. Introducendo una nuova visione del mondo, del rispetto dell’ambiente e della Vita.


L’unico vero valore per il quale è necessario combattere uniti.

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Iraq: uno dei più grandi furti di petrolio della storia?

DI MIKE WHITNEY
Information Clearing House
“Prima dell'invasione ed occupazione dell'Iraq, gli USA e le aziende petrolifere occidentali erano completamente tagliati fuori dal mercato petrolifero iracheno. Ma grazie all'invasione ed occupazione, queste compagnie sono ora ritornate in Iraq e ci producono petrolio per la prima volta dopo essere state estromesse dal Paese nel 1973”.
-Antonia Juhasz, analista del mercato del petrolio per Al-Jazeera.


Questo è il momento migliore per i giganti del petrolio presenti in Iraq. La produzione sale, i profitti aumentano e le compagnie fanno quattrini. Qui la storia tratta dal Wall Street Journal:

“Il mese scorso la produzione petrolifera in Iraq è salita ai suoi massimi livelli in più di trent'anni, sorprendendo gli scettici sugli sforzi del paese per rimettere in sesto la sua industria petrolifera dopo decenni di guerre e negligenza”. ( WSJ).





Missione compiuta? 

Puoi scommetterci. Ma per coloro i quali si aggrappano ancora all'idea che gli USA stessero veramente cercando di promuovere la democrazia e rimuovere un viscido dittatore o eliminare armi di distruzione di massa o ogni altra scusa bizzarra, considerate quello che abbiamo imparato nell'ultimo paio di settimane. Di seguito la storia, da Al Jazeera:

“Mentre formalmente l'esercito USA ha terminato l'occupazione dell'Iraq, rimangono alcune delle più grandi società petrolifere occidentali, ExxonMobil, BP e Shell. 

Il 27 novembre, 38 mesi dopo che la Royal Dutch Shell annunciò il suo obiettivo di un grande contratto sul gas nell'Iraq meridionale, il gigante petrolifero firma il suo accordo per un affare da 17 miliardi di dollari sul gas. Tre giorni dopo, l'azienda energetica Emerson con sede negli USA, ha sottoscritto un’ offerta di contratto per operare nel gigantesco campo petrolifero iracheno di Zubair, che come riportato contiene oltre 8 milioni di barili di petrolio. 

Ancora prima quest'anno, Emerson è stata premiata con un contratto per la fornitura di strumentazioni per la misurazione del greggio e altre tecnologie per un nuovo punto di estrazione a Bassora, attualmente in costruzione nel Golfo Persico, e la compagnia sta installando sistemi di controllo nelle stazioni energetiche di Hilla e Kerbala. 
Il gigantesco campo petrolifero di Rumaila sta già venendo sviluppato dalla BP, e l'altra immensa riserva, il campo petrolifero di Majnoon, sta venendo sviluppato dalla Royal Dutch Company. Entrambi i campi si trovano nell'Iraq meridionale” (“Le compagnie petrolifere occidentali rimangono mentre gli USA lasciano l'Iraq”, Dahr Jamail, Al Jazeera).


Se suona come i grandi che si dividono le spoglie tra loro, è perché lo stanno facendo. Exxon, BP e Shell; sono tutti li. Hanno tutti i loro contratti in mano, stanno andando fuori di testa grazie al servizio di uomini e donne americani che diedero la vita per delle fandonie riguardo le armi di distruzione di massa. Non è quello che sta succedendo? 

Certamente si; e perfino ora – dopo che tutte le ragioni per scendere in guerra sono state rivelate come bugie- la farsa continua. Nulla è cambiato. Nulla. Ancora non c'è discussione sulle riparazioni, nessuna indagine ufficiale, nessuna accusa, nessun giudizio, pene, nulla. Nemmeno una puzzolente scusa. Solo un grande “devi fare da te” Iraq. Siamo troppo importanti per scusarci di avere ucciso un milione delle vostre persone e ridotto la vostra civiltà di cinquemila anni ad un ammasso di rifiuti. Invece, vi spremeremo ancora di più e lo tappezzeremo con un po' di pubbliche relazioni, come ha fatto Obama un paio di settimane fa quando ha promesso di “lasciarsi alle spalle un Iraq sovrano, stabile e sicuro di sé, con un governo rappresentativo eletto dai suoi cittadini”. 

Oh yeah. Obama è tutto per la sovranità e la stabilità, chiunque lo sa. Ecco perché Baghdad è la capitale mondiale del terrore, perché Obama è così impegnato per la sicurezza. 

Queste fascette pubblicitarie PR sono efficacemente dure, dispongono la necessaria copertura per lasciare dietro truppe sufficienti per proteggere le installazioni petrolifere e gli oleodotti. Questo è il tipo di sicurezza di cui si preoccupa Obama. Sicurezza per gli oligarchi e le loro proprietà usurpate. Chiunque altro deve badare a se stesso, che è il motivo per cui Baghdad è un tale casino sanguinoso. Ancora da Al Jazeera:

“Prima dell'invasione ed occupazione dell'Iraq nel 2003, gli USA e le aziende petrolifere occidentali erano completamente tagliate fuori dal mercato petrolifero iracheno” disse ad Al Jazeera l'analista del mercato del petrolio Antonia Juhasz. “Ma grazie all'invasione ed occupazione, queste compagnie sono ora ritornate in Iraq e ci producono petrolio per la prima volta dopo essere state estromesse dal Paese nel 1973”. ( Al Jazeera).
Yeah, grazie dell'invasione Mr Bush. Non potremmo averlo fatto senza di te, ragazzo. Spero che avrai per la pensione grandi foto dipinte di barboncini ed altre cose mentre la gente continua ad essere fatta a pezzi nel buco infernale e terrorista che hai creato. Qui altro da Al Jazeera:
“Juhasz, autore del libro La tirannia del petrolio e l'Agenda Bush, ha detto che mentre gli USA e le compagnie occidentali di petrolio non hanno ancora ricevuto tutto quello che avevano sperato che l'invasione dell'Iraq guidata dagli USA gli avrebbe portato, hanno certamente fatto un gran bel lavoro da sé, incassando contratti di produzione per alcune tra le maggiori riserve mondiali di campi petroliferi sotto alcuni tra i più lucrativi termini al mondo”.

Il dr Habdllhay Yahya Zalloum, consulente petrolifero internazionale ed economista, ha detto di credere che le compagnie petrolifere occidentali hanno acquisito con successo la quota maggioritaria del petrolio iracheno, ma hanno dato una piccola parte della torta alla Cina e altri stati e compagnie per mantenerli in silenzio” ( Al Jazeera.) 

Come può piacervi? Questi tizi agiscono proprio come la mafia. Il boss paga la Cina con pochi milioni di barili, e la Cina tiene la bocca chiusa. Bello. Ognuno ottiene il suo pezzo cosi da non andare a blaterare dai media sull'imbroglio che sta avvenendo alla luce del sole. La puzza della corruzione è troppo potente. 

Di seguito qualcos'altro che non vedrai sui media. In una dichiarazione della Casa Bianca, l'amministrazione Obama ha affermato di voler continuare a sostenere “gli sforzi dell'Iraq di sviluppare il proprio settore energetico”, per “aiutare l'incremento della produzione petrolifera irachena”. 

Secondo Assim Jihad, portavoce del ministero iracheno del petrolio, “l'Iraq ha l'obiettivo di aumentare la sua capacità di produzione petrolifera fino a raggiungere 12 m di barili al giorno nel 2017, il che posizionerebbe l'Iraq tra i primi produttori mondiali di petrolio” ( Al Jazeera). 

12 milioni di barili al giorno per il 2017? 

Ciò ne fa il più grande furto di petrolio nella storia. E dovremmo credere che i grandi saggi del petrolio non sapevano nulla di tutto ciò prima della guerra? Assurdo! Si può immaginare che i CEO si sono resi conto che l'Arabia Saudita stava finendo il gas, così hanno deciso di prendere i loro interessi e portare le loro operazioni nella buona vecchia Mesopotamia. Ecco perché hanno messo i loro soldi su Bush e Cheney, perché sapevano che due ex uomini del petrolio avrebbero fatto il lavoro sporco una volta entrati nella Casa Bianca. Il tutto era preparato fin dall'inizio, proprio per decisione dei 5 Supremi nell'ombra che nel 2000 sospesero il voto in Florida e coronarono Bush imperatore. L'intera cosa è stata pianificata con ogni probabilità con anni di anticipo. 

Negli USA le grandi compagnie petrolifere hanno il comando di tutto. Le persone parlano del potere di Wall Street e di Israele, ma il petrolio è ancora il re. Gestiscono tutto, possiedono tutto. E “quello che dicono, si fa”. A seguito di più:

“Juhasz ha spiegato che ExxonMobile, BP e Shell erano tra le compagnie petrolifere che “hanno giocato il ruolo più aggressivo di lobbying sui loro governi per assicurarsi che l'invasione avrebbe prodotto un Iraq aperto alle compagnie petrolifere straniere.”. 

“Hanno avuto successo”, ha aggiunto, “ sono tutte ritornate” (Al Jazeera)
Urrà. La grande industria del petrolio vince ancora, e quello che è costato è solo la vita di circa un milione di iracheni abbattuti dai raid aerei o fucilati ai check point, o abbattuti ad Abu Ghraib o qualunque altro dei campi di rieducazione democratica in giro per le campagne. Ma, hey, guarda il lato luminoso, almeno la produzione sale, giusto? Vedi quanto è malato? Di più:
“Secondo le attuali circostanze, la possibilità di un ritiro delle compagnie petrolifere occidentali dall'Iraq appare remota, e l'amministrazione Obama continua a fare pressioni su Baghdad per far passare la legge dell'Iraq sul petrolio”. (Al Jazeera).

E cos'è la legge dell'Iraq sul petrolio, ti chiederai? 

È un modo per privatizzare il mercato del petrolio usando l'Accordo per la Condivisione della Produzione (PSAS) che da benefit in modo non proporzionale alle corporations. Obama è un grande cuoco della legge, poiché significa guadagni illegittimi ancora maggiori per i suoi amici ladri. In altre parole, gli immensi guadagni di cui si sono già impadroniti non sono ancora abbastanza. Vogliono di più. Vogliono possedere tutto il sistema di produzione, dallo stoccaggio ai barili. 

È veramente un oltraggio. Quale altro paese si comporta così? 
Nessuno. Nessun altro paese del mondo va e uccide un milione di persone, devasta il loro paese, fregandosene di tutto solo per imbottire i conti correnti di voraci plutocrati di così tanti quattrini che nemmeno loro sanno come usare. 
Nessun altro si azzarderebbe a comportarsi così per paura di essere bombardato fino alla distruzione dal bullo più grande del mondo, gli USA. Solo gli USA possono fare simili cose, perché sono essi stessi la legge. 

L'Iraq fu la culla della Civiltà. Ora è la culla della merda. Gli USA hanno decimato l'Iraq; distrutto a pezzi, hanno bombardato le sue industrie, i ponti, le scuole, gli ospedali, ridotto le città, avvelenato le acque, contaminato di malattie il territorio, ucciso i bambini e hanno messo fratello contro fratello, e trasformato un paese vibrante e unico in un inefficiente pozzo nero guidato da opportunisti, gangster, e fanatici. 

Qua la fandonia: tutti se ne fregano. Gli americani hanno perso interesse molto tempo fa, i politici non possono essere seccati, e le Nazioni Unite sono troppo impaurite dagli USA per muovere un dito in aiuto. Piuttosto sgriderebbero Putin sulla Crimea, che proferire una parola sul genocidio in Iraq. E' così oggi, giusto? Nessuna responsabilità per coloro che hanno iniziato la guerra, nessuna giustizia per le vittime. Solo radi annunci di supporto dalla Casa Bianca e i frequenti raid di bombe che lasciano un incerto numero di civili uccisi o feriti. Questo è tutto ciò che gli USA si lasciano alle spalle; odio, morte e distruzione. 

Qua un estratto da una poesia di una scrittrice irachena, la quale vorrebbe che i lettori si prendessero un minuto di riflessione su tutte le sofferenze inflitte dagli USA. La poesia è intitolata “Aquiloni volanti”:

“Vieni e guarda i nostri obitori troppo pieni e trova per noi i nostri piccoli.. 
Potresti trovarli in questo angolo o nell'altro, una piccola mano che spunta, che ti indica.. 
Vieni e cercali nelle macerie dei vostri raid “chirurgici”, potresti trovare una piccola gamba o una piccola testa ...che richiede la tua attenzione.. 
Vieni e guardali ammassati nell'immondizia, cercando come animali qualche rifiuto di cibo. 
Vieni e guarda i nostri piccoli, denutriti o morenti per malattie. 
Colera, dissenterie, infezioni.. 
Vieni e guarda, vieni...” ( Aquiloni Volanti, Layla Anwar)

Un milione di persone sono state uccise affinché pochi fottuti ricchi diventassero ancora più ricchi. Questo è l'inferno della legalità. 

Mike Whitney vive nello stato di Washington. È contributore di Hopeless: Barack Obama and the politics of Illusion (AK Press)




Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MATTEO FEROLDI

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lunedì 2 giugno 2014

Ucraina: autopsia di un colpo di stato.

Il movimento di contestazione (battezzato “Euromaidan”) recentemente vissuto dall’Ucraina, è interessante sotto diversi profili. Mostra come un colpo di Stato civile contro un governo democraticamente eletto possa essere fomentato con successo con appoggi stranieri e senza interventi militari. Rivela la flagrante parzialità e la disonestà dei media mainstream occidentali  che, con argomenti falsi, sostengono acriticamente l’interventismo occidentale e, con una visione dicotomica della situazione, gratificano gli uni di essere i “buoni” e gli altri “cattivi”. Ancor più grave, delinea in contorni, fino a poco fa sfumati, una riesumazione della guerra fredda che credevamo sepolta con la caduta del muro di Berlino. Infine ci offre una anticipazione di ciò che saranno i paesi arabi “primaverizzati”, nella misura in cui l’Ucraina ha conosciuto la sua “primavera” nel 2004, primavera comunemente chiamata “rivoluzione arancione”
Ma per comprendere l’attuale situazione ucraina, è preliminare uno schema delle date importanti, oltre che dei nomi dei protagonisti della politica ucraina nell’era post sovietica.

1991
 L’Ucraina si separa dall’URSS

1991-1994
 Leonid Kravtchouk (ex dirigente dell’era sovietica) è il 1° presidente dell’Ucraina

1991
 Yulia Timochenko crea la « Compagnia del petrolio ucraino »

1992-1993
 Leonid Koutchma (filo-russo) è Primo Ministro durante la presidenza Kravtchouk. Si dimetterà nel 1993 per potersi presentare alle elezioni presidenziali dell’anno successivo

1994-1999
 Leonid Koutchma è il 2° presidente dell’Ucraina

1995
 Yulia Timochenko riorganizza la sua società e fonda, con l’aiuto di  Pavlo Lazarenko, la compagnia di distribuzione di idrocarburi  « Sistemi energetici uniti di Ucraina » (SEUU)
1995 Pavlo Lazarenko viene nominato vice-Primo Ministro con delega all’energia

1996
 La SEUU fa 10 miliarid di dollari di fatturato e 4 miliardi di profitti
1996-1997
 Pavlo Lazarenko è Primo Ministro durante la presidenza  Koutchma
1997
 Pavlo Lazarenko è dimissionato dal presidente Koutchma

1998
 Lazarenko viene arrestato dalla polizia svizzera alla frontiera franco-svizzera e accusato dalle autorità di Berna di riciclaggio

1999
 Lazarenko viene arrestato all’aeroporto JFK di New-York. Viene condannato nel 2004 per riciclaggio (114 miliardi di dollari), corruzione e frode

1999-2005
 Leonid Koutchma viene rieletto presidente dell’Ucraina

1999-2001
 Viktor  Yushchenko è Primo Ministro.  Yulia Timochenko è vice-Primo Ministro con delga all’energia (posto che già era stato di Lazarenko)

2001
 Yulia Timochenko viene dimisisonata dal presidente  Koutchma nel gennaio 2001. E’ accusata di “contrabbando e falsificazione  di documenti”, per avere fraudolentemente importato gas russo nel 1996, mentre era presidente della SEUU.
Timochenko viene arrestata e farà 41 giorni di prigione. La giustizia investiga sulla sua attività nel settore dell’energia negli anni 1990 e sui suoi legami con Lazarenko


2002-2005
 Delfino di Koutchma, Viktor Yanukovich (filo-russo)  è Primo Ministro, durante la sua presidenza

2004
 Le elezioni presidenziali vedono  avversari il Primo Ministro in carica, Viktor Yanukovich e l’ex Primo Ministro e leader dell’opposizione, Viktor Yushchenko (filo-occidentale). Il secondo turno viene vinto da Yanukovich (49,46 contro 46,61) %. Il risultato viene contestato in quanto, secondo l’opposizione, le elezioni sono state fraudolente

Rivoluzione arancione : Movimento di protesta popolare filo-occidentale fortemente alimentato dalle organizzazioni occidenytali di « esportazione » della democrazia, soprattutto statunitensi. Yulia Timochenko viene considerata la « musa » di questo movimento. Principale risultato di questa “rivoluzione”: annullamento del secondo turno delle elezioni presidenziali.

Viene organizzato un terzo turno delle elezioni presidenziali: viene eletto Yushchenko (51,99 contro 44,19%)
2005-2010 Viktor Yushchenko è il 3° presidente dell’Ucraina
2005 (7 mesi) Yulia Timochenko diventa Primo Ministro
2006-2007 Viktor  Yanukovich diventa Primo Ministro durante la presidenza Yushchenko.
2007-2010 Yulia Timochenko è per la seconda volta Primo Ministro durante la presidenza Yushchenko
2010 Elezioni presidenziali
Risultati del primo turno : 1° – Yanukovich (35,32%);
2° – Timochenko (25,05%) e 5° – Yushchenko (5,45%).
Secondo turno : Yanukovich batte Timochenko (48,95% contro 45,47%)
2010-2014 Viktor Yanukovich  è il 4° presidente dell’Ucraina
2011 Yulia Timochenko viene condannata a sette anni di prigione per abuso di potere nell’ambito dei contratti di gas firmati tra l’Ucraina e la Russia nel 2009
Un colpo di Stato approvato a grandissima maggioranza dall’Occidente
Quello che vi è stato in Ucraina nei giorni scorsi è stato un vero e proprio colpo di Stato. Infatti il presidente Viktor Yanukovich era stato democraticamente eletto il 7 febbraio 2010 battendo Yulia Tymoshenko al secondo turno delle elezioni presidenziali (48,95% di voti contro il 45,47%).
Evidentemente Tymoshenko non aveva accettato immediatamente il verdetto delle urne (1). Vi è stata sicuramente qualche frode, dal momento che lei era – durante le elezioni – Primo ministro in carica mentre Viktor Yushchenko era presidente. Le due figure emblematiche della Rivoluzione arancione, tanto ampiamente sostenuta dai paesi occidentali, quella che si supponeva avrebbe fatto entrare l’Ucraina in una nuova era, quella della democrazia e della prosperità, sono stati nettamente battuti dal candidato filo-russo. E che candidato! Yanukovich! Quello che era stato “sbeffeggiato” dagli attivisti dell’ondata arancione nel 2004. In meno di sei anni, gli Ucraini hanno capito che quella “rivoluzione” colorata non era tale.
L’8 febbraio 2010, Joao Soares, il presidente dell’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE) dichiara: “L’elezione ha offerto una dimostrazione impressionante di democrazia. E’ stata una vittoria per tutti in Ucraina. E’ venuto il tempo oramai per i leader politici del paese di rispettare la volontà del popolo e fare in modo che la transizione di potere sia pacifica e costruttiva” (2).
Non troppo convinta, ma posta di fronte all’evidenza del verdetto dagli osservatori internazionali,  Tymoshenko si rassegna a ritirare l’azione giudiziaria diretta a invalidare il risultato delle elezioni (3).
I “rivoltosi” di piazza Maidan contestano la decisione di Yanukovich di sospendere un accordo tra il suo paese e l’Unione Europea (UE). E si pone una questione fondamentale: in democrazia, e nell’ambito dei compiti che gli sono stati conferiti, un presidente in carica ha il diritto di firmare gli accordi che ritiene utili al proprio paese? La risposta è “sì”, tanto più che molti specialisti ritengono l’accordo con la UE nefasto per l’Ucraina.
Infatti, secondo David Teurtrie, ricercatore all’Istituto Nazionale delle lingue e civiltà orientali (INALCO, Paris): “La proposta fatta (dalla UE) all’Ucraina è qualcosa che io definirei una strategia perdente-perdente. Perché? L’accordo prevedeva l’istituzione di una zona di libero scambio tra UE e Ucraina. Ma essa era molto sfavorevole all’Ucraina perché avrebbe aperto il mercato ucraino ai prodotti europei e solo socchiuso quello europeo ai prodotti ucraini, che per lo più non sono concorrenziali sul mercato occidentale. Vediamo quindi che vi sono assai pochi vantaggi per l’Ucraina. Per semplificare, l’Ucraina avrebbe subito tutti gli svantaggi di questa liberalizzazione del commercio con l’UE, senza riceverne alcun vantaggio” (4)
L’economista russo Serguei Glaziev la pensa allo stesso modo: “Tutte le stime,
comprese quelle degli analisti europei, prevedono un inevitabile rallentamento nella produzione di beni ucraini nei primi anni successivi alla firma dell’Accordo di associazione, perché condannati a una perdita di competitività nei confronti dei prodotti europei” (5).
A parte la sensibilità filo-russa di Yanukovich, è chiaro però che la proposta russa era molto più interessante per l’Ucraina rispetto a quella proposta dall’Europa. “L’UE non promette la luna ai manifestanti… solo la Grecia”, titolava ironicamente il giornale l’Humanité (6).
Dopo i sanguinosi disordini di Kiev, molti paesi occidentali si sono curiosamente affrettati a dichiarare che erano pronti a sostenere “un nuovo governo” in Ucraina (7), vale a dire a riconoscere implicitamente un colpo di Stato. Invece di attizzare la violenza e finanziare le barricate, questi paesi non avrebbero dovuto invece offrire i loro servigi per calmare gli spiriti fino alle prossime elezioni, come impongono i fondamenti di quella democrazia che tentano di esportare in Ucraina e altrove nel mondo?
Piccole precisazioni sulla “rivoluzione” arancione
La “rivoluzione” arancione fa parte di una serie di rivolte battezzate “rivoluzioni colorate”, svoltesi nei paesi dell’Est, e soprattutto nelle ex repubbliche sovietiche, negli anni 2000. Quelle che hanno provocato mutamenti dei governo in carica sono quelle che hanno interessato la Serbia (2000), la Georgia (2003), l’Ucraina (2004) e il Kirghizistan (2005).
In un articolo esauriente e ben dettagliato sul ruolo degli Stati uniti nelle rivoluzioni colorate, G. Sussman e S. Krader della Portland State University così sintetizzano: “Tra il 2000 e il 2005, i governi alleati della Russia, in Serbia, in Georgia, in Ucraina e in Kirghizistan, sono stati rovesciati da rivolte senza spargimenti di sangue. Nonostante i media occidentali sostengano generalmente che queste sollevazioni siano spontanee, indigene e popolari (potere del popolo), le “rivoluzioni colorate” sono in realtà l’esito di una ampia pianificazione. Gli Stati uniti, in particolare, e i loro alleati hanno esercitato sugli Stati post-comunisti un impressionante assortimento di pressioni e hanno utilizzato finanziamenti e tecnologie al servizio dell’aiuto alla democrazia” (8).
Una analisi delle tecniche utilizzate durante queste “rivoluzioni” mostra che esse rispettano tutte il medesimo modus operandi. Diversi movimenti sono stati usati per guidare queste rivolte: Otpor (“Resistenza”) in Serbia, Kmara (“E’ abbastanza!”) in Georgia, Pora (“E’ ora”) in Ucraina e KelKel (“Rinascita”) in Kirghizistan. Il primo, Otpor, è quello che ha provocato la caduta del regime serbo di Slobodan Milosevic. In seguito ha aiutato, consigliato e formato tutti gli altri movimenti, attraverso una agenzia appositamente concepita a questo scopo, il Center for Applied Non Violent Action and Strategies (CANVAS), con sede nella capitale serba. CANVAS forma dissidenti in erba di tutto il mondo all’applicazione della resistenza individuale non violenta, ideologia teorizzata dal filosofo e politologo statunitense Gene Sharp, la cui opera “From Dictatorship to Democracy” (Dalla dittatura alla democrazia) è stata il fondamento di tutte le rivoluzioni colorate.
Sia CANVAS, che tutti gli altri movimenti dissidenti, hanno beneficiato dell’aiuto di molte organizzazioni statunitensi di “esportazione” della democrazia, come l’United States Agency for International Development (USAID), la National Endowment for Democracy (NED), l’International Republican Institute (IRI), il National Democratic Institute for International Affairs (NDI), la Freedom House (FH), l’Albert Einstein Institution e l’Open Society Institute (OSI). Queste organizzazioni vengono finanziate dal bilancio USA o da capitali privati statunitensi. A titolo di esempio, la NED è finanziata da un budget votato dal Congresso e i fondi sono gestiti da un Consiglio di amministrazione dove sono rappresentati il Partito Repubblicano, il Partito Democratico, la Camera di Commercio degli Stati uniti e il sindacato Federation of Labor-Congress of Industrial Organization (AFL-CIO), mentre l’OSI fa parte della Fondazione Soros, dal nome del suo fondatore, George Soros, il miliardario statunitense, illustre speculatore finanziario. E’ anche interessante notare che il consiglio di amministrazione dell’IRI è presieduto dal senatore John McCain, il candidato sconfitto delle presidenziali USA del 2008. Il coinvolgimento di McCain nelle rivoluzioni colorate viene ottimamente illustrato nell’eccellente documentario che la reporter francese Manon Loizeau ha dedicato alle rivoluzioni colorate (9). Si capisce bene allora perché il senatore si sia recentemente precipitato a Kiev per sostenere i ribelli ucraini. Si capisce anche perché la Russia ha alzato i toni a proposito delle ONG straniere presenti sul suo territorio e la ragione che ha motivato l’espulsione dell’USAID dal suo territorio (10).
La relazione tra il movimento ucraino “Pora” e questi organismi statunitensi viene spiegato da Ian Traynor in un interessante articolo pubblicato da The Guardian nel novembre 2004(11). ”Ufficialmente, il governo USA ha distribuito in un anno 41 milioni di dollari per l’organizzazione e il finanziamento dell’operazione che ha consentito di sbarazzarsi di Milosevic (…) In Ucraina, la cifra si aggira introno ai 14 milioni di dollari”, spiega.
Yulia Tymoshenko e Viktor Yushchenko vengono considerati come le figure di punta della rivoluzione arancione. Con l’appoggio dell’Occidente, questo movimento ha ottenuto l’annullamento del secondo turno dell’elezione presidenziale del 2004 inizialmente vinta da Viktor Yanukovich contro Viktor Yushchenko. Il “terzo” turno diede finalmente la vittoria a Yushchenko, che divenne il 3° presidente dell’Ucraina per la gioia degli Statunitensi e degli Europei.
Fiero delle sue vittorie “rivoluzionarie” colorate, il bellicoso senatore McCain ha dichiarato che aveva proposto al Premio Nobel per la pace le candidature di Viktor Yushchenko e del suo omologo georgiano filo-occidentale Mikhail Saakashvili (12). Ha fatto un viaggio a Kiev nel febbraio 2005 (13) per felicitarsi col suo “pupillo” e forse anche per mostrargli che aveva qualche cosa a che vedere con la sua elezione.
Appena eletto presidente, Yushchenko si è affrettato a nominare Tymoshenko Primo Ministro, ma la “luna di miele” tra i compari della rivoluzione non è durata a lungo. Nonostante fossero incensati dall’Occidente, la coppia Yushchenko- Tymoshenko si rivela traballante e i suoi risultati sono deludenti.
Ecco come Justin Raimondo descrive il bilancio della magistratura Yushchenko (2005-2010): “Oggi, passato da tempo l’entusiasmo della sua rivoluzione, il suo regime si è rivelato altrettanto incompetente e clientelare dei suoi corrotti e venali predecessori, se non di più. Una gran parte dell’aiuto monetario dell’Occidente è sparito (… ) Peggio ancora, l’economia è stata paralizzata dall’imposizione di controlli sui prezzi e corrotta da un vergognoso traffico di influenza. Sotto il peso  dell’accordo di spartizione del potere tra Yushchenko e la volatile Yulia Tymoshenko, la “principessa del gas” e oligarca amazzone, il paese si è disintegrato, non solo economicamente ma anche socialmente (…). La caduta verticale dell’economia e gli scandali in corso che sono diventati fatti quotidiani durante l’amministrazione di Yushchenko hanno comportato la completa marginalizzazione del venerato arancione rivoluzionario: al primo turno delle elezioni presidenziali (2010), ha ottenuto un umiliante 5% di voti. Oramai fuori gioco, e senza dover più per lungo tempo far finta di niente, Yushchenko ha lanciato una vera e propria bomba nell’arena politica, rendendo onore a Stepan Bandera, il nazionalista ucraino e collaboratore dei nazisti, definito come un ‘Eroe dell’Ucraina” (14).
Notiamo infine che le organizzazioni statunitensi di “esportazione” della democrazia sono state largamente convolte in quella che è stata chiamata la “primavera” araba. I giovani attivisti arabi sono stati formati alla resistenza individuale non violenta da CANVAS e alla cyber-dissidenza da organizzazioni statunitensi come l’Alliance of Youth Movemnets (AYM), anch’essa sponsorizzata dal Dipartimento di Stato, come anche dai giganti USA delle nuove tecnologie come Google, Facebook o Twitter (15).
I “gentili” ribelli di piazza Maidan
Nonostante la grande varietà della “fauna” rivoluzionaria che ha occupato la piazza Maidan a Kiev, gli osservatori sono concordi nell’individuare quattro principali gruppi posizionati in un arco politico che va da destra all’estrema destra.
Prima di tutto, c’è ”Batkivshina” o Unione pan-ucraina “Patria”, che è il partito di cui è leader Yulia Tymoshenko, coadiuvata da Olexandre Turchinov, un amico di lunga data considerato come il suo “fedele scudiero” (16). E’ lui che è stato recentemente nominato presidente ad interim dell’Ucraina, dopo la cacciata di Yanukovich.


Olexandre Turchinov e Yulia Tymoshenko
Fondato nel 1999, Batkivshina è un partito liberale filo-europeo. E’ membro osservatore del Partito popolare europeo (PPE), che riunisce i principali partiti della destra europea, come la CDU (Unione cristiana-democratica di Germania) della cancelliera tedesca Angela Merkel. Da notare che la Fondazione Konrad Adenauer (Konrad Adenauer Stiftung), think tank del CDU, è anch’essa affiliata al PPE. Peraltro il PPE intrattiene strette relazioni con l’International Republican Institute (IRI). Wilfried Martens, il presidente del PPE all’epoca, ha appoggiato John McCain durante le elezioni presidenziali USA del 2008 (17). Ovvio, perché – come si è detto prima – John McCain è anche e soprattutto presidente del Consiglio di Amministrazione dell’IRI.
Secondo uno dei responsabili del “Mejlis of the Crimean Tatar People”, movimento associato al partito “Patria”, l’IRI è attivo in Ucraina da più di 10 anni, vale a dire che non ha mai lasciato il territorio dalla rivoluzione arancione (18).
Arseni  Yatseniuk, personalità filo-occidentale di primo piano della vita politica ucraina, è considerato come un “leader di primo piano della contestazione in Ucraina” (19). Puro frutto della rivoluzione arancione (ha avuto incarichi ministeriali nell’amministrazione  Yushchenko), aveva in un primo momento fondato un suo proprio partito (Il Fronte per il cambiamento), poi ha aderito a Batkivshina e si è avvicinato a Tymoshenko. Yatseniuk, che è stato appena designato come Primo ministro, è stato plebiscitato dai rivoltosi di piazza Maidan. Ha come compito di guidare un governo di unione nazionale prima delle elezioni presidenziali anticipate previste per il 25 maggio 2014 (20).

Arseni  Yatseniuk
Il secondo partito coinvolto nella violenta contestazione ucraina è l’UDAR (Alleanza democratica ucraina per la riforma). Questo partito, liberale e filo-europeo anch’esso, è stato creato nel 2010 dalla fusione di due partiti, uno dei quali era il partito Pora, erede del movimento di giovani che era stato l’avanguardia della rivoluzione arancione. UDAR (che in ucraino significa “colpo”) è guidato dal boxer ed ex campione del mondo dei pesi massimi Vitali Klitschko. Nato in Kirghizistan, Klitschko è ucraino ma ha vissuto ad Amburgo e Losa Angeles per diversi anni, dunque i suoi tre figli sono di nazionalità statunitense perché nati negli USA (21).

Vitali Klitschko
Una rapida visita al sito del partito consente di rendersi conto che l’UDAR ha come unici partner stranieri: l’IRI (di McCain), il NDI (presieduto da Madeleine K. Albright, l’ex segretaria di Stato USA) e la CDU (di Merkel). Notiamo che IRI e NDI sono due delle quattro organizzazioni satellite della NED.


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sabato 31 maggio 2014

La Nato spinge la Ue nella nuova guerra fredda

di Manlio Dinucci.
Silenzio politico-mediatico sulla riunione Nato dei ministri della difesa svoltasi a Bruxelles il 21-22 maggio. Eppure non si è trattato di un incontro di routine, ma di un vertice che ha enunciato una nuova strategia che condizionerà il futuro dell’Europa. Basti pensare che 23 dei 28 paesi della Ue sono allo stesso tempo membri della Nato: di conseguenza le decisioni prese nell’Alleanza, sotto indiscussa leadership statunitense, inevitabilmente determinano gli indirizzi dell’Unione europea.
È stato il generale Usa Philip Breedlove – ossia il Comandante supremo alleato in Europa, nominato come sempre dal presidente degli Stati uniti – a enunciare a Bruxelles il punto di svolta: «Siamo alla decisione cruciale di come affrontare, nel lungo periodo, un vicino aggressivo». Ossia la Russia, accusata di violare il principio del rispetto delle frontiere nazionali in Europa, destabilizzando l’Ucraina come stato sovrano e minacciando i paesi della regione orientale della Nato. La predica viene dal pulpito di una alleanza militare che ha demolito con la guerra la Jugoslavia, fino a separare anche il Kosovo dalla Serbia; che si è estesa a est, inglobando tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, due della ex Jugoslavia e tre dell’ex Urss; che è penetrata in Ucraina, assumendo il controllo di posizioni chiave nelle forze armate e addestrando i gruppi neonazisti usati nel putch di Kiev. Significativo è che alla riunione dei capi di stato maggiore dei paesi Nato, il 21 maggio a Bruxelles, abbia partecipato anche il generale Mykhallo Kutsyn, nuovo capo di stato maggiore ucraino. Contemporaneamente il segretario generale della Nato Rasmussen, in visita a Skopje, ha assicurato che «la porta dell’Alleanza rimane aperta a nuovi membri», come la Macedonia, la Georgia e naturalmente l’Ucraina. Continua dunque l’espansione a est.
La Nato, avverte il Comandante supremo in Europa, deve intraprendere un «adattamento strategico per affrontare l’uso da parte russa di improvvise esercitazioni, ciber-attività e operazioni coperte». Ciò «costerà denaro, tempo e sforzo». Il primo passo consisterà nell’ulteriore aumento della spesa mi-litare Nato, già oggi superiore ai 1000 miliardi di dollari annui: a tal fine il segretario Usa alla difesa Chuck Hagel ha preannunciato una riunione, alla quale parteciperanno non solo i ministri della difesa ma anche quelli delle finanze, il cui scopo è spingere gli alleati europei ad accrescere la loro spesa militare.
Lo scenario dell’«adattamento strategico» Nato va ben oltre l’Europa, estendendosi alla regione Asia-Pacifico. Qui – sulla scia degli accordi russo-cinesi, che vanificano le sanzioni occidentali contro la Russia aprendole nuovi sbocchi commerciali a est – si prefigura la possibilità di una unione economica eurasiatica in grado di controbilanciare quella Usa-Ue, che Washington vuole rafforzare con la partnership transatlantica per il commercio e gli investimenti. Gli accordi siglati a Pechino non si limitano alle forniture energetiche russe alla Cina, ma riguardano anche settori ad alta tecnologia. È in fase di studio, ad esempio, il progetto di un grosso aereo di linea che, prodotto da una joint venture russo-cinese, farebbe concorrenza a quelli della statunitense Boeing e dell’europea Airbus. Un altro progetto riguarda la costruzione di un super-elicottero in grado di trasportare un carico di 15 tonnellate.
La questione di fondo, sostanzialmente ignorata nella campagna delle elezioni europee, è se l’Unione europea debba seguire gli Stati uniti nell’«adattamento strategico» della Nato che porta a un nuovo confronto Ovest-Est non meno pericoloso e costoso di quello della guerra fredda, oppure debba svincolarsi per intraprendere un suo cammino costruttivo respingendo l’idea di gettare la spada sul piatto della bilancia, accrescendo la spesa militare, per conservare un vantaggio che l’Occidente vede sempre più diminuire.
L’unico segnale che viene dalla Ue è un insulto all’intelligenza: la Commissione europea ha deciso che, dal 2014, nel calcolo del pil la spesa per sistemi d’arma sia con-siderata non una spesa ma un investimento per la sicurezza del paese.
Per aumentare il pil dell’Italia investiamo dunque negli F-35.


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giovedì 29 maggio 2014

Il pacco Atlantico: la vera agenda di Obama.

di Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco.

Scopo centrale della visita del presidente Obama in Europa – dichiara Susan Rice, consigliera per la sicurezza nazionale  – è «premere per l’unità dell’Occidente» di fronte alla «invasione russa della Crimea».
Il primo passo sarà l’ulteriore rafforzamento della Nato. L’alleanza militare che, sotto comando Usa, ha inglobato nel 1999-2009 tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre dell’ex Urss e due ex repubbliche della Jugoslavia (distrutta dalla Nato con la guerra); che ha spostato le sue basi e forze militari, comprese quelle a capacità nucleare, sempre più a ridosso della Russia, armandole di uno «scudo antimissili», strumento non di difesa ma di offesa; che è penetrata in Ucraina, organizzando il golpe di Kiev e spingendo così la Crimea a separarsi e unirsi alla Russia. «Cambia il quadro geopolitico»,  annuncia il segretario generale  della Nato: «Gli alleati devono rafforzare i loro legami economici e militari di fronte all’aggressione militare russa contro l’Ucraina». Si prospetta dunque non solo un rafforzamento militare della Nato perché accresca «la prontezza operativa ed efficacia nel combattimento», ma allo stesso tempo una  «Nato economica», tramite «l’accordo di libero scambio Usa-Ue» funzionale al sistema geopolitico occidentale dominato dagli Stati uniti.
Una Nato che, ribadisce Washington, «resterà una alleanza nucleare». Significativo è che la visita di Obama in Europa si sia aperta con il terzo Summit sulla sicurezza nucleare. Una creazione dello stesso Obama (non a caso Premio Nobel per la pace), per «mettere in condizione di sicurezza il materiale nucleare e prevenire così il terrorismo nucleare». Questo nobile intento perseguono gli Stati uniti, che hanno circa 8000 testate nucleari, tra cui 2150 pronte al lancio, alle quali si aggiungono le 500 francesi e britaniche, portando il totale Nato a oltre 2600 testate pronte al lancio, a fronte delle circa 1800 russe. Potenziale ora accresciuto dalla fornitura del Giappone agli Usa di oltre 300 kg di plutonio e una grossa quantità di uranio arricchito adatti alla fabbricazione di armi nucleari, cui si aggiungono 20 kg da parte dell’Italia. Partecipa al summit sulla «sicurezza nucleare» anche Israele – l’unica potenza nucleare in Medio Oriente (non aderente al Trattato di non-proliferazione) – che possiede fino a 300 testate e produce tanto plutonio da fabbricare ogni anno 10-15 bombe tipo quella di Nagasaki. Il presidente Obama ha contribuito in particolare alla «sicurezza nucleare» dell’Europa, ordinando che circa 200 bombe B-61 schierate in Germania, Italia, Belgio, Olanda e Turchia (violando il Trattato di non-proliferazione), siano sostituite con nuove bombe nucleari B61-12 a guida di precisione, progettate in particolare per il caccia F-35, comprese quelle anti-bunker per distruggere i centri di comando in un first strike nucleare.
La strategia di Washington ha un duplice scopo. Da un lato, ridimensionare la Russia, che ha rilanciato la sua politica estera (v. il ruolo svolto in Siria) e si è riavvicinata alla Cina, creando una potenziale alleanza in grado di contrapporsi alla superpotenza statunitense. Dall’altro, alimentare in Europa uno stato di tensione che permetta agli Usa di mantenere tramite la Nato la loro leadership sugli alleati, considerati in base a una differente scala di valori: con il governo tedesco Washington tratta per la spartizione di aree di influenza, con quello italiano («tra i nostri amici più cari al mondo») si limita a pacche sulle spalle sapendo di poter ottenere ciò che vuole..
Contemporaneamente Obama preme sugli alleati europei perché riducano le importazioni di gas e petrolio russo. Obiettivo non facile. L’Unione europea dipende per circa un terzo dalle forniture energetiche russe: Germania e Italia per il 30%,  Svezia e Romania per il 45%, Finlandia e Repubblica Ceca per il 75%, Polonia e Lituania per oltre il 90%.  L’amministrazione Obama, scrive ilNew York Times, persegue una «strategia aggressiva» che mira a ridurre le forniture energetiche russe all’Europa: essa prevede che la ExxonMobil e altre compagnie statunitensi forniscano crescenti quantità di gas all’Europa, sfruttando i giacimenti mediorientali, africani e altri, compresi quelli statunitensi la cui produzione è aumentata permettendo agli Usa di esportare gas liquefatto.
In tale quadro rientra la «guerra dei gasdotti»: obiettivo statunitense è bloccare il Nord Stream, che porta nella Ue il gas russo attraverso il Mar Baltico, e impedire la realizzazione del South Stream, che lo porterebbe nella Ue attraverso il Mar Nero. Ambedue aggirano l’Ucraina, attraverso cui passa oggi il grosso del gas russo, e sono realizzati da consorzi guidati dalla Gazprom di cui fanno parte compagnie europee. Paolo Scaroni, numero uno dell’Eni, ha avvertito il governo che, se venisse bloccato il progetto South Stream, l’Italia perderebbe ricchi contratti, come l’appalto da 2 miliardi di euro che la Saipem si è aggiudicata per la costruzione del tratto sottomarino. Bisogna però fare i conti con le pressioni Usa.
Il presidente Obama si dedica comunque anche a opere di bene. Con Papa Francesco parlerà domani del «comune impegno nel combattere la povertà e la crescente ineguagliamza». Lui  che durante la sua amministrazione ha fatto salire il tasso di povertà negli Usa dal 12% al 15% (oltre 46 milioni di poveri) e quello infantile dal 18% al 22%, mentre i superricchi (lo 0,01% della popolazione) hanno quadruplicato il loro reddito. Obama «ringrazierà il Papa anche per i suoi appelli per la pace». Lui, presidene di uno stato la cui spesa per armi e guerre equivale a circa la metà di quella mondiale.


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