Il sistema economico basato sul denaro e sul mercato autoregolato su scala mondiale è intrinsecamente e geneticamente confliggente con la democrazia, la giustizia sociale e l'eguaglianza, nonchè rappresenta il freno principale alla libera espressione delle potenzialità umane in quanto imprigiona le persone dentro gli schemi di una competizione gretta, sopravvalutata e inefficiente.

E' dunque assolutamente necessario modificare il paradigma economico che governa la società e ripensare l'economia in funzione dei bisogni umani, non ultimo quello del tempo libero.

E' la società che deve governare l'economia e non viceversa.

Dunque è solo attraverso il ripensamento radicale dei rapporti di produzione e distribuzione di risorse e ricchezza, attraverso il mutamento dei rapporti sociali, cioè vale a dire attraverso una rivoluzione culturale, scientifica e filosofica dell'intera società che può avvenire la piena e completa liberazione dell'essere umano dall'orizzonte gretto del "lavoro" come metro e discrimine del benessere.


(Francesco Salistrari)

mercoledì 23 aprile 2014

Manifestazione Regionale 10 Maggio Cosenza.



E’ sempre un buon momento per far valere le ragioni collettive contro quelle di pochi speculatori. Dopo diciassette anni di emergenza e regimi commissariali, la problematica del ciclo dei rifiuti è così intimamente legata a questioni ambientali, economiche e sanitarie, che non c’è più bisogno di un momento significativo per rivendicare il diritto di poter vivere in un territorio salubre e gestito con criteri di trasparenza e partecipazione.

La gestione in emergenza dei rifiuti ha avuto, come conseguenze, un indebitamento progressivo degli enti pubblici, l’inquinamento sistematico del territorio, spesso divenuto insalubre e inadatto alle attività umane e animali. Il consolidarsi ed il reiterarsi all’infinito di una situazione problematica alla quale non si trovano, e non si vogliono trovare, altre soluzioni che non siano l’apertura di nuove discariche, l’ampliamento di quelle esistenti (o non meglio identificati centri di stoccaggio), il conferimento all’estero e l’incenerimento, determinando costi sempre crescenti. Costi che diventano addirittura insostenibili in periodo di crisi di sistema come quella che stiamo vivendo, nella quale lo stesso processo di
indebitamento delle pubbliche amministrazioni produce un costante inasprimento delle politiche di austerity. 


La gestione, palesemente clientelare del territorio, viene pagata cara anche in termini di agibilità democratica della popolazione che, sempre in ragione dell’emergenza, si vede volutamente privata della propria capacità di esercitare e far valere il diritto alla salute e all’abitare il proprio territorio.

Un progressivo consumo di suolo riduce non solo gli spazi agricoli ma anche le prospettive economiche future, disincentivando gli investimenti di energie nella terra, con pesanti ripercussioni sui lavoratori del settore agricolo, ittico e turistico, provocando abbandono e spopolamento.


Il debito ambientale che stiamo contraendo, vista la superficialità con la quale vengono rilasciate autorizzazioni e permessi, diventa insopportabile per noi ma soprattutto da chi verrà dopo di noi; in ogni provincia ci sono porzioni di territorio compromesse dagli esiti di conferimenti illegali in discariche – spesso non a norma e ripetutamente sottoposte a sequestro giudiziario – il tutto aggravato da provvedimenti normativi straordinari che consentono di smaltire il rifiuto non trattato, sempre in nome di un’emergenza, ultradecennale e ciclica, che giustifica l’eccezionalità e l’urgenza di tali provvedimenti.
E’ chiaro che le cose così non possono e non devono continuare; bisogna andare nella direzione di un progressivo abbandono del sistema discarica-inceneritore, dell’attuazione della raccolta differenziata spinta porta a porta in ogni comune,un sistema di gestione ispirato quindi alla strategia “Rifiuti Zero”.


Rimettere la gestione in mano ad aziende speciali che attendono al diritto pubblico, sfiduciando una volta per tutte la favola de “il privato conviene”, perché è nello sfacelo che viviamo la migliore prova del fallimento di questo sistema. Nel conto finale devono essere annoverati anche gli interramenti, le discariche abusive e gli affondamenti “anomali”, tra ferriti di zinco, fanghi tossici, scorie radioattive e sostanze cancerogene d’ogni sorta di provenienza ignota, o troppo nota, la terra calabra in particolare e il meridione in generale, si presenta come un territorio bisognoso di urgenti e improcrastinabili bonifiche.


Davanti ad un tale scenario, chiediamo che si restituisca dignità al territorio e a chi lo vive; il rispetto della volontà popolare che ha sancito con il referendum del 2011, la gestione pubblica dei beni comuni e dei servizi a rilevanza collettiva; l’introduzione di forme di trasparenza e partecipazione diretta della popolazione nelle scelte più delicate, la desecretazione di tutti gli atti della “Commissione parlamentare sul ciclo di rifiuti” che riguardano la nostra regione e la formazione di un registro tumori regionale con localizzazione dei rilevamenti su scala comunale.
Non lanciamo appelli alla politica, onde evitare di cadere nel ridicolo. Diciamo invece apertamente che chiunque aspiri ad amministrare i nostri territori, dai sindaci fino al ‘governatore’, deve mettere al primo posto la messa in sicurezza dei siti contaminati, la gestione pubblica dei servizi, la trasparenza e la partecipazione popolare.


Le persone non sono cieche e lo hanno dimostrato in questi ultimi tempi, nei quali l’esasperazione ha fatto si che si formassero comitati spontanei che sono poi riusciti a inceppare il meccanismo di aggressione e speculazione presente fuori dalla porta di casa.
Proprio da queste esperienze nasce l’esigenza di una mobilitazione per ristabilire i principi base di un agire democratico.



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MATERIALI: locandina – testo volantino

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domenica 13 aprile 2014

Manifestare la violenza

Non basta più gridare la volontà di cambiamento, bisogna rivoluzionare gli strumenti di lotta.

di Francesco Salistrari



Ancora scontri con la Polizia. Ieri a Roma. Di nuovo guerriglia tra manifestanti e poliziotti, di nuovo l’eterna guerra tra poveri voluta e cercata dai tanti che hanno interesse solo a che le proteste finiscano in massacro, che le idee vengano cancellate dal dibattito, che quello che resti, di una manifestazione, siano solo gli schizzi di sangue ed il disgusto.

Basta!

Il mondo è cambiato. E’ cambiato tutto. La sacrosanta protesta di un popolo contro le ingiustizie, i soprusi, i diritti negati, la protervia e la corruzione del potere, non può non cambiare con esso. Pena l’annientamento, l’annichilimento, la sconfitta, l’oblio.

Gli anni Settanta sono finiti. Non si può più continuare ad usare gli strumenti e i metodi di lotta di un’epoca passata, seppellita sotto un cumulo di cambiamenti che hanno stravolto rapporti di forza e condizioni sociali, abito mentale ad un intero corpo sociale, che hanno mutato le stesse risposte del potere.

Il corteo, la manifestazione, la sfilata di protesta, intese classicamente, non servono più a nulla. Per ragioni pratiche, prettamente pratiche, ma anche teoriche, ideologiche.

Per prima cosa è indubitabile che “contarsi” in mezzo ad una strada, prestabilita dalle autorizzazioni prefettizie, è solo un modo per incanalarsi nei percorsi di un macello a cielo aperto. E’ indubitabile altresì che ormai, mancando potenti organizzazioni sociali capaci di un servizio d’ordine degno di questo nome, infiltrazioni e provocazioni diventino talmente semplici che ogni volta, in ogni manifestazione, si assiste alla stessa scena: gruppo ristretto di scalmanati che scatenano la violenza, attesa da parte delle forze dell’ordine e poi carica indiscriminata, mentre nel frattempo gli iniziatori della violenza si sono già dileguati.

Ma un’altra ragione pratica, forse ancora più importante, che boccia la metodologia del corteo di protesta è che, nei fatti, è perfettamente inutile rispetto agli obiettivi delle proteste, a meno di numeri oceanici capaci di spostare i rapporti di forza in campo, e nessuna manifestazione oggi nel nostro paese sarebbe capace di farlo.

Viviamo in un’epoca di fascismo latente, subdolo, in cui non esiste possibilità democratica di cambiare le cose con gli strumenti classici delle epoche passate.

Non esiste la possibilità concreta di incidere realmente sulle dinamiche decisionali, che si estrinsecano lontano dai luoghi sociali e dalle stesse istituzioni rappresentative. E’ per questo motivo che le sacrosante proteste e l’energia che le genera vanno incanalate in altre direzioni, attraverso altri metodi, nuovi e realmente rivoluzionari.


In secondo luogo, la manifestazione di protesta ha perso la sua capacità incisiva anche da un punto di vista ideologico. In un’epoca di apatia e omologazione come quella in cui viviamo, non è più possibile pensare che la solita, piccola, avanguardia politica sia capace di accendere le coscienze e spingere le persone alla consapevolezza e di conseguenza alla lotta. Non basta più. Del resto le immagini, super pubblicizzate, degli scontri, il messaggio subliminale dell’inutilità della protesta, sono dei potentissimi strumenti anestetizzanti e controfunzionali alla necessità partecipativa di pur ampie fette di popolazione.

E’ pertanto venuto il momento di cambiare. Perché non basta più gridare la volontà di cambiamento. Un cambiamento che va attuato anche rispetto agli stessi strumenti di lotta. Per spezzare una catena altrimenti indistruttibile.

Già a partire dalle stesse formazioni politiche che, da pompieri, tengono le persone ferme, immobili, incoscienti, mistificando la realtà a proprio uso e consumo e difendendo interessi precisi, è necessario cambiare il tiro delle proposte e di conseguenza della protesta, facendolo in maniera trasversale, così da colpire al cuore la cappa che i partiti politici impongono alla società.

Nel nostro paese è chiaro, chiarissimo, come la vera nuova Democrazia Cristiana, il PD, insieme agli altri partiti, proponendo una versione uniforme e indistinguibile di un mondo possibile, una visione omologata e omologante, figlia e difenditrice degli interessi che governano il mondo e l’Italia, tiene a bada, ferma e immobile una grandissima fetta di popolo che, al contrario, avrebbe tutto l’interesse a ribellarsi. Tutto un popolo che avrebbe la possibilità non solo di reclamare qualche diritto negato, qualche aumento salariale, qualche avanzamento sociale, ma che pretenderebbe il ripristino della democrazia, ormai sospesa, illusoria e mistificatoria. Che chiederebbe a gran voce un modo diverso non solo di intendere la politica, ma gli stessi rapporti sociali.

E’ a quel popolo che bisogna rivolgersi. E non lo si può fare più, con la “chiamata alle armi” della manifestazione. Non solo perché, come detto, narcotizzato dalla politica partitica, ma anche perché la forma a cui la manifestazione si richiama non è più appetibile, in quanto percepita come fallimentare, inutile e dannosa.

Bisogna dunque ricercare nuove forme di coinvolgimento sociale, trasversali, nuove forme di protesta, nuovi strumenti capaci di rendere realmente incisive le rivendicazioni. E questo può farsi solo attivandosi in maniera radicalmente diversa, nelle pieghe della società, attraverso azioni concrete di penetrazione, di messa in discussione dei cardini su cui poggia il sistema.

Forme di disobbedienza civile, fiscale. Forme di boicottaggio. Proposizione di nuovi modi di intendere, nella pratica quotidiana, il consumo (di suolo e di prodotti). Proposizione di nuovi strumenti di solidarietà sociale che mettano a nudo le crepe di quello che resta dello Stato Sociale distrutto dalla politica neoliberista.

Bisogna darsi obiettivi e ricercare forme radicali di messa in discussione delle certezze e delle stesse basi su cui poggia il consenso sociale ai partiti politici reazionari che governano il paese, mettendone a nudo, nella pratica quotidiana, le contraddizioni e le magagne.

Quello che deve emergere è una concezione nuova non solo di fare politica, ma una prospettiva. Le manganellate e gli arresti per strada non propongono alcuna prospettiva. Se non quella della sconfitta e della ritirata sociale.

Dalle pieghe della protesta deve germogliare prepotente un modo nuovo di intendere il mondo, i rapporti sociali e la stessa produzione. 





Foto di Sebastiao Salgado ®, Scontri fra minatori e autorità in Serra Palada, Brasile, 1986

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venerdì 11 aprile 2014

L'ingiustizia di chiamarsi Cristo.


di Francesco Salistrari.

Una manciata di polvere, di terriccio portato dal vento e un filo di luce.

Quello che getta un’ombra su questa umanità stanca e le sue contraddizioni. L’ombra millenaria di un corpo martoriato, umiliato, seviziato dall’indifferenza e dall’oblio. Ucciso una e mille volte. 
Crocifisso inutilmente.

Quel sangue scuro che ha bagnato la terra, a poco è servito. Quelle parole usate come spada, spuntate e arrugginite, ora, giacciono a terra, tra quella polvere, insieme ai responsabili.

Hanno edificato imperi in suo nome e massacrato popoli sotto i suoi vessilli. Hanno edificato bugie e oppressione sotto la sua croce, eppure lui, è stato sempre lì. Il suo corpo martoriato, amputato, seviziato, sotto lo scampolo di un sole ipocrita. Eppure lui è rimasto per millenni, sepolto, sotto coltri di bugie, calpestato da eserciti di malaffare che hanno lucrato sul suo oblio. Eppure lui è stato sempre lì, sotto i nostri occhi, senza possibilità di indicarci quella via che già aveva tracciato, ma che nessuno ha seguito.

“Non sono venuto a portare pace, ma una spada”. (Mt. 10,34b) e tutti coloro che quella spada, dopo di lui, l’hanno sfoderata, sono svaniti nel sangue, seppelliti sotto le macerie della storia. Di una storia che qualcuno ha voluto raccontare, senza conoscere alcunchè dell’uomo che si era ribellato al potere e perciò punito.

Un uomo potente, un uomo, nel senso vero della parola. E potenti le sue gesta, il suo esempio, le sue parole, capaci di riecheggiare comunque prepotenti nei millenni, tra stoffe vellutate e ori. Un uomo potente che si schierò al fianco dei deboli e promise loro il cielo.

Ma… “Non osare, o potente, schierarti al fianco di chi potere non ne ha” (Sant’Agostino).

Il suo sacrificio non ha salvato l’umanità, ma l’ha dannata. Nei secoli dei secoli.

Condannata da sé stessa a percorrere la strada della perdizione. A sconvolgere il senso dell’esistenza. A fraintendere totalmente qual era il compito assegnatole in questo mondo.

Quel corpo martoriato, roso dal tempo, non è Cristo, ma siamo tutti noi.



(foto: Antonietta Bonanno ®)

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domenica 6 aprile 2014

Vestito d'Arlecchino.

di Francesco Salistrari

Il passo incerto del viandante ramingo che mi accompagna da sempre, è tutto ciò che ho.

E trovo il senso del mio vivere in questo vagare, quasi senza meta, ma con una destinazione precisa. Che conosco, che ho sempre conosciuto e che nessuno mi ha insegnato.

Ovunque vada, qualunque cosa tocchi, qualunque odore avverta, me li porto addosso. Cuciti come tessere di mille colori in un vestito d’arlecchino di stoffa pregiata, che mi regala una sembianza, una storia da raccontare ad ogni piè sospinto, un granello da condividere al vento, un canto da intonare.

Camminare in questo mondo appare spietato, quasi crudele. Non c’è pace, non c’è comprensione, non esiste lingua condivisa. E così, tutto sembra condannarti, piegarti, illuderti, umiliarti. E queste gambe, non sorreggono il peso dei giorni, delle tempeste, del freddo e della miseria.

Incedere diventa difficile, sovrumano. Eserciti di imbecilli assassini, son lì a ricordarti ogni istante quanto vano possa essere credere in qualcosa di bello. Ed anche un fiore, muore appassito senza un perché.

Eppure le mie spalle sono forti, quasi possenti, dinnanzi allo spettacolo tremendo che mi offre questo tempo. Forti, delle carezze ricevute. Forti, dei sorrisi regalati. Possenti per il tempo che mi è stato concesso di vivere con voi.

Ogni sguardo, ogni espressione, ogni mano gentile, ogni profumo, ogni sapore c’ho incontrato, me li porto addosso e ne custodisco la ricchezza come scrigno miracoloso. Perché non esiste valore alcuno al mondo, se non quello incalcolabile, inestimabile, rappresentato dalle persone che si è incontrato sul proprio ciglio di strada.

Siete tutti voi che fate di me ciò che sono.

Qualunque cosa voi mi abbiate donato. Qualunque cosa mi riserberete.

Ode a voi, miei compagni di viaggio, amici di frontiera, fuggiaschi inconsapevoli, anime belle, dolci fratelli e sorelle che ho amato ed amo.

Un giorno, forse non lontano, forse ancora d’avvenire, chiederemo conto, insieme, del male fatto a Madre Terra da tutti coloro che del proprio vestito d’arlecchino hanno fatto scempio e stracci.

Un giorno, forse non lontano, chissà, vestiremo il mondo della luce sincera che ci ha fatto innamorare.

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sabato 5 aprile 2014

Anime di plastica.

di Francesco Salistrari.


Simili a sentieri inespressi.

Forse non c’è posto per noi, in questa vita, in questo mondo di plastica. Dove anche le gocce d’acqua hanno natura industriale.

Siamo complici, certo. Fin dalla nascita. Generazione di mezzo, di un tempo di mezzo. Un ponte che si apre su un futuro dove non c’è posto. Non c’è spazio per le idee. Le idee esistono già, preconfezionate, industriali anch’esse, simili a congegni meccanici con l’autodistruzione incorporata. Replicate. Replicanti. Adatte ad un mondo di replicanti.

E’ come una cappa di piombo sulle coscienze. Pesante. Inquinante. Tossica. Che schiaccia le menti e le costringe a pensare nell’unico modo accettabile: in prima persona.

E sfugge un sorriso a considerare cosa possa essere una persona. Un niente galleggiante, un pozzo di intenzioni inespresse e inesprimibili, un accumulo di emozioni incondivisibili, atone, impalpabili come vento.

Senza toccarsi non si può esistere. Non esiste senso per una pelle che non si può accarezzare, non esiste senso per due labbra che non si possono baciare.

Il cibo di cui si nutre l’anima, è intorno a noi. Sono quegli occhi che ci guardano e ci chiedono un perché. Sono il sorriso di un bambino che gioca. Sono la bellezza di quella natura dalla quale proveniamo.

Siamo acqua. Non plastica.

Ma restiamo esposti nelle vetrine, manichini, ben vestiti ed eleganti, belli, perfetti, con gli occhi senza vita. Riflessi di un riflesso di una grandezza perduta. Disgregata da un odio prepotente, viscerale, virale, epidemico.

L’umanità è malata di sé stessa. Di quell’immagine che essa stessa si è attribuita, unilateralmente, senza il coraggio di chieder permesso a Dio, pur fingendo di pregarlo ogni giorno.

Il lato oscuro della Luna è il nostro mondo. Quello che ci siamo scelti. Illuminato dalla nostra elettricità.

Non ci resta che pagare le bollette.


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lunedì 31 marzo 2014

Non ci pieghiamo.

di Francesco Salistrari.

Come un calesse sobbalzante, tra scalpiccii e rumor di ruote di legno.

Il selciato è bagnato, basta poco per scivolar giù. Ma tanto, dicono in tanti, più di cadere a terra, dove si può andare? Si può anche scavare, certo, ma dopo un certo tempo, dopo aver riassorbito il trauma della botta, quell’ematoma fastidioso che non va via, violaceo e ipocrita che ti guarda e ti giudica, ricordandoti quanto stupido sia stato per esser finito a terra. E tu a dirgli che è il selciato. Che è la pioggia. Che son le scarpe. Trovando mille rivoli su cui scivolare le proprie responsabilità. E stai là a palleggiarti, spalleggiarti con qualcuno, qualcosa, senza saper bene cosa dire.

Il cielo può sembrare carico d’acqua. Ma è notte e dunque non si vede. Se ne sente l’incombenza minacciosa sulla testa, tutto qui. Un peso, elettrico, che ti spinge verso terra, ancora una volta. Con quelle sue mani da vecchio irabondo, quel suo sguardo frecciato, quel suo dito inquisitore. E’ complicato camminare in questo mondo, quando a sorreggerti sono queste gambe. Passo malfermo, indecente, zoppicante, lento.

Appoggiarsi ad un'anta di porta, a quella sua consistenza sicura, rifiatare, far finta di trovare energie, con un senso di fame perenne. Affamati di qualcosa che non c’è. Che non si trova. Che non viene regalato. Perché nessuno ti regala niente, ci viene insegnato. Ma poi guardi quegli sguardi lì, al chiaro di luna, intorno a quel fuoco fumoso e scoppiettante, dove ogni parola ha un senso, un peso, un colore, una dolcezza infinita, pur nella rudezza, nella spontaneità di un fiato che è cuore, anima, dignità insieme. E li guardi, li riconosci, alcuni sono stati lì, con te, da sempre. Quegli occhi carichi di paura, ma non di rassegnazione. Quel coraggio fatto di muscoli e di energia, che sprigiona prepotente nella notte fino all’alba.

Nulla ti viene regalato. Così dicono. E poi guardi quelle mani candide donarti un pezzo di pane, una caffè bollente nel freddo del mattino, un sorriso, una carezza, una grazie tacito ma mai così dolce, mai così esplicito. E osservi il cielo carico di pioggia, ancora una volta, adesso lo vedi, è lì, alleato perenne di questa ingiustizia. Ti viene a bagnare fin nelle ossa. Ma non c’è pace e non c’è sottomissione, per queste anime ribelli, ma giuste, coscienti, amanti.

E scopri l’amore.

Un amore travolgente. Per l’aria che respiri, che condividi, che anima il tuo petto e le tue parole, simili a farfalle che ti dicono chi sei.

Un amore estenuante. Potente. Come potente il suono di queste voci. Come profondo il burrone nel quale qualcuno vuole spingerci. Ma non spingete. Non cadiamo. Non adesso. Non così.

Moriremo amando. E morendo ameremo. Ancora e ancora. Tutti quei volti, quelle carezze, quella dignità che si alza come un canto, dai boschi, dai monti, dalle vallate. Da ogni singolo ramo, da ogni foglia, da ogni filo d’erba.

Figli di questa terra, noi abbiamo capito.

E non c’è potere che tenga, contro l’amore. Il più potente esercito schierato a battaglia di quest’uomo, che cammina, ancora trafelato, zoppicante, quasi malato, ma che, gridarlo è un dovere, non piega la testa!



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sabato 15 febbraio 2014

La repubblica delle spallate.

Se Silvio Berlusconi avesse osato fare quello che ha fatto Matteo Renzi, il paese sarebbe in subbuglio. Si griderebbe allo scandalo accusandolo di un golpe o di un colpo di mano illecito. Con quello che è successo il 13 febbraio in modo fulmineo in via del del Nazareno l’Italia si dimostra per l’ennesima volta campione europeo delle anomalie.
Pochi giorni dopo aver rassicurato Enrico Letta di non volerlo sostituire a palazzo Chigi (“Stai sereno, Enrico..”) Renzi lo fa fuori con una specie di omicidio pubblico che ricorda un po’ l’accoltellamento di Romano Prodi in parlamento da parte del Pd. Renzi, dopo Mario Monti ed Enrico Letta, diventa il terzo premier consecutivo senza legittimazione degli elettori. Sarà l’unico premier europeo non eletto dal popolo e senza seggio in parlamento. E l’Italia è l’unico paese in cui i tre leader dei partiti più importanti – Renzi, Grillo e Berlusconi – non hanno un mandato parlamentare. Hanno anche un’altra cosa in comune: pur essendo diversi tra loro sono spinti da un ego smisurato e amano occupare il palco da soli.
L’Italia si conferma come repubblica delle spallate. La freddezza con cui è stato dato il benservito a Enrico Letta (e il sarcastico ringraziamento dei farisei) certo non fa onore al Partito democratico. Infine l’esito del voto della direzione conferma fatalmente la vocazione all’uomo forte. Renzi è stato votato anche da quelli come Gianni Cuperlo e Stefano Fassina che fino a poche settimane fa erano i suoi avversari interni (“Fassina chi ?”) e l’avevano coperto di aspre critiche. Con un repentino cambio di strategia Letta viene liquidato in modo ignobile senza esplicite critiche o colpe concrete.
Infine i fatti di giovedì sono la prova che quelli che straparlano del rispetto delle regole sono i primi a calpestarle. Renzi va al governo con una manovra di palazzo che ricorda tristemente la prima repubblica. E ci va con i voti conquistati dal suo avversario Pier Luigi Bersani per rimanerci fino al 2018. Una follia politica.


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mercoledì 12 febbraio 2014

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ammette: l'inquinamento è cancerogeno.

di Giuliano Polichetti
Ci siamo spesso occupati di inquinamento atmosferico, in particolare di PM (polveri sottili), e abbiamo visto le correlazioni esistenti tra di esse e numerosissime patologie (malattie cardiovascolari, respiratorie, difficoltà riproduttive e altre). Sono ormai anni che il mondo scientifico produce evidenze clamorose in tal senso, ma quasi mai riesce a sortire effetti che conducano politici e società civile a un cambio di rotta, a incoraggiare i cittadini ad assumere stili di vita meno impattanti e a tutelare l’ambiente in cui viviamo e il cibo di cui ci nutriamo. Eppure proprio la scorsa settimana l’IARC (International Agency for Research on Cancer), un ramo dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che si occupa esclusivamente di sostanze in grado di indurre neoplasie, ha ufficialmente riconosciuto l’inquinamento atmosferico e in particolare il PM come agente cancerogeno, in grado cioè di fare sviluppare a qualunque essere vivente molteplici tipologie di tumore. La conclusione? Più viviamo in ambienti inquinati più abbiamo la possibilità di sviluppare il cancro.

La situazione è davvero preoccupante dal momento che l’Organizzazione ha inserito le polveri sottili tra le sostanze del cosiddetto “Primo Gruppo” ovvero quelle dichiaratamente pericolose e delle quali è stata dimostrata la cancerogenità. Dal resoconto dell’IARC risulta che solo nel 2010 le morti per cancro al polmone imputabili al PM sono all’incirca 223.000, un dato che fa rabbrividire, soprattutto se consideriamo che si riferisce al solo mondo occidentale e a pochi paesi emergenti (Cina per esempio).

Questa presa di posizione dell’OMS segna un evento epocale: finora infatti, benché questi effetti fossero confermati da buona parte della comunità scientifica sopravviveva ancora un limbo di “detto non detto” su cui si reggeva, e tuttora si regge, il “non fare” delle istituzioni di tutto il mondo. La dichiarazione dell’OMS è vincolante e lascia poco, o meglio nessun margine al dubbio e all’incertezza. Nessuno può più far finta di niente o accampare alibi e tutti siamo obbligati a porre rimedio e trovare una strada per sanare questa boccia tossica in cui viviamo. Inoltre questo è l’esempio di come la ricerca, quando è indipendente e senza scopo di lucro, riesce a fornire la verità, pura e semplice. Ora la mia domanda è: alla luce di quanto detto, noi cittadini attenderemo magniloquenti provvedimenti internazionali o sceglieremo nel nostro piccolo di far qualcosa per salvarci la pelle? Ora è tempo di cambiare, il boomerang sta tornando dietro.



Giuliano Polichetti
Chimico Farmaceutico
Specialista in Farmacologia e Tossicologia Clinica


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Oms: “Smog è cancerogeno come l’amianto”. 220mila le morti causate solo nel 2010.
L’inquinamento dell’aria è stato inserito nel gruppo delle sostanze più dannose. E’ la prima volta che l’organizzazione mondiale della Sanità conferma ufficialmente un collegamento con il cancro ai polmoni

Lo smog è uno dei più importanti agenti cancerogeni. Lo ha dichiarato ufficialmente l’Iarc, l’agenzia di ricerca sul cancro dell’Oms, che ha annunciato oggi la decisione di inserire gli inquinanti dell’aria nel gruppo numero 1, quello dei sicuri cancerogeni, insieme a sostanze come amianto e benzene. E’ la prima volta che l’organizzazione mondiale della Sanità dichiara ufficialmente che l’inquinamento dell’atmosfera può causare il cancro. In precedenza l’agenzia aveva dichiarato nocivi solo alcuni componenti dello smog, come ad esempio i gas combusti del gasolio.
“L’aria che respiriamo è inquinata da diverse sostanze cancerogene – ha spiegato Kurt Straif, curatore della monografia dell’Iarc sull’argomento – Ora sappiamo che l’inquinamento dell’aria, oltre a provocare una serie di danni per la salute, è anche un potente cancerogeno, più del fumo passivo”. Lo studio dell’Oms raccoglie più di mille ricerche effettuate sui danni derivanti dall’inquinamento dell’aria in tutto il mondo. Un’analisi che ha registrato più di 220mila casi di morti nel 2010. Anche se la composizione dell’atmosfera varia da zona a zona, hanno spiegato gli esperti, le conclusioni sono valide in tutto il mondo.
“Ci sono prove sufficienti per affermare che l’esposizione all’inquinamento dell’aria provoca il cancro ai polmoni e aumenta il rischio di contrarlo alla vescica” ha precisato il team di ricercatori. Il rischio per i singoli individui è basso, anche se Straif ha precisato che le fonti di questo tipo di inquinamento sono così diffuse da essere difficili da evitare. I dati della ricerca non hanno permesso di stabilire se un particolare gruppo (donne o uomini, giovani o anziani) sia più vulnerabile ma è emerso che più aumenta l’esposizione più aumentano le probabilità di ammalarsi.
Sull’argomento l’Oms ha ricordato che si sta impegnando, insieme alla Commissione Europea, ad abbassare i limiti imposti per legge all’inquinamento atmosferico.



fonte: Repubblica


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martedì 11 febbraio 2014

Ultime notizie sulla fine del mondo.

DI DAHR JAMAIL
Tom Dispatch

Sono cresciuto pianificando il mio futuro, chiedendomi a che università mi sarebbe piaciuto iscrivermi, cosa avrei studiato e poi dove avrei lavorato, quali articoli avrei scritto, quale sarebbe stato il mio prossimo libro, come avrei pagato il mutuo e quale sarebbe stata la prossima escursione in montagna che mi sarebbe piaciuto fare.  

Ora mi pongo domande sul futuro del nostro pianeta. Durante una recente visita ai miei nipoti di otto, dieci e dodici anni, mi sono trattenuto dal domandar loro che cosa avrebbero voluto fare da grandi, o qualunque altra delle domande orientate al futuro che normalmente facevo a me stesso. Mi sono trattenuto perché forse nel loro futuro quelle domande potranno essere rimpiazzate da altre, ad esempio come potranno ottenere acqua dolce, di che alimenti disporranno e quali parti del loro paese o del resto del mondo saranno ancora abitabili.




La ragione, ovviamente, consiste nel cambiamento climatico, e quello che sarebbe pottuto accadere mi fu chiaro nell’estate del 2010. Stavo scalando il Monte Rainier, nello stato di Washington, per la stessa via che avevo utilizzato in una salita nel 1994. Mi resi conto che, ad una certa altitudine, le punte metalliche dei ramponi dei miei scarponi, invece di scricchiolare nel ghiaccio, toccavano la roccia. Verso il tramonto, i miei passi provocavano scintille.

Il paesaggio era cambiato così drasticamente da confondermi. Mi fermai un momento per guardare giù nella falesia verso un ghiacciaio bagnato dalla soave luce della luna, circa cento metri più sotto.

Mi mancò il respiro quando mi resi conto che stavo guardando quello che rimaneva dell’enorme ghiacciaio che avevo scalato nel 1994, giusto in quel settore in cui avevo fatto scricchiolare il ghiaccio con i miei ramponi. Rimasi impietrito, respirando l’aria rarefatta di quelle altitudini, la mia mente lottava per comprendere il dramma indotto dal cambiamento climatico che si era sviluppato dall’ultima volta che ero stato in quel luogo.

Non sono tornato a Mount Rainier per constatare il ritiro del ghiacciaio avvenuto negli ultimi anni, ma recentemente mi sono imbarcato in una ricerca per capire quanto poteva essere pericoloso questo fenomeno.

Ho trovato alcuni scienziati seri - niente a che vedere con la maggior parte degli scienziati del clima, però atipicamente riflessivi - che suggerivano che il tema non è solo molto, molto negativo: è catastrofico. Alcuni di essi credono che se l’attuale ritmo di emissione di biossido di carbonio nell’atmosfera, a causa dell’utilizzo di combustibili fossili, si combina alla liberazione massiccia di metano, gas a effetto serra ancora più potente, la vita come l’abbiamo conosciuta nel pianeta avrà termine. Temono che stiamo cadendo in un precipizio a un ritmo raccapricciante.

I più conservatori nelle scienze del clima, rappresentati dal prestigioso Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) (Intergovernmental Panel on Climate Change n.d.t.) allo scopo di studiare il riscaldamento globale, prospettano scenari appena meno raccapriccianti, ma proviamo a prestare attenzione esattamente a quello che dicono questi scienziati che potremmo definire sull’orlo del precipizio.

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“Come specie, non abbiamo mai sperimentato nell’atmosfera, 400 parti per milione di biossido di carbonio”, ha detto Guy McPherson, professore emerito di biologia evolutiva, risorse naturali ed ecologia dell’Università dell’Arizona, esperto in cambi climatici da venticinque anni. “Non siamo mai stati in un pianeta senza ghiaccio nell’Artico e sfondiamo il tetto delle 400 ppm… in un paio di anni. In questo momento, osserviamo che in estate il ghiaccio dell’Artico diminuisce. Questo pianeta non ha mai sperimentato l’Artico libero dal ghiaccio, almeno durante gli ultimi tre milioni di anni”.

Per i non esperti, in termini più semplici, questo è quello che significa un Artico libero dal ghiaccio quando si parla di un aumento globale della temperatura del pianeta: con un minore strato di ghiaccio sulle acque dell’Artico la radiazione solare invece di essere riflessa è assorbita direttamente dal mare. Questo scalderebbe ancora di più le acque e pertanto il pianeta. Ciò potrebbe cambiare i modelli climatici globali, variare il flusso dei venti e perfino un giorno, verosimilmente, alterare le correnti di aria di alta quota, o jet streams.

I jet streams polari sono come fiumi di correnti rapide che fluiscono nello strato più alto dell’atmosfera della Terra e spingendo le masse di aria, sia fredda che calda, svolgono un ruolo fondamentale nella determinazione del clima della terra.

McPherson che cura il blog Nature Bats Last (La natura è l’ultima a colpire) aggiunge: “Non siamo arrivati mai fino a questo punto come specie e le implicazioni sono davvero gravi e profonde per l’umanità e per il resto del pianeta vivente.”

Benché la sua prospettiva sia più estrema di quella della maggior parte della comunità scientifica che considera che un vero disastro potrebbe succedere tra molte decenni, McPherson non è l’unico scienziato ad esprimere tali preoccupazioni. Il professor Peter Wadhams, esperto dell’Artico dell’Università di Cambridge, sta misurando il ghiaccio dell’Artico da quaranta anni, e le sue ricerche confermano le paure di McPherson. “La diminuzione del volume di ghiaccio è tanto rapida che arriveremo allo zero molto velocemente”, ha dichiarato Wadhams alla stampa. Secondo i dati attuali, si stima “con una probabilità del 95%” che l’Artico avrà estati completamente libere dal ghiaccio già nel 2018 (scienziati delle Forze Armate degli Stati Uniti avevano stimato un Artico senza ghiaccio, ancor prima, già nel 2016.)

Lo scienziato britannico John Nissen, presidente del Grupo de Emergencia de Metano del Artico, del quale Wadhams è membro, suggerisce che se la perdita di ghiaccio marino durante il periodo estivo oltrepassa “il punto di non ritorno” e “si liberano catastrofiche quantità di metano Artico”, ci ritroveremo in una “emergenza planetaria istantanea.”

Gli scienziati McPherson, Wadham e Nissen rappresentano solo la punta di un iceberg in disgelo tra quelli che ci stanno avvisando su un imminente disastro che riguarda sopratutto la liberazione di metano dall’Artico. Nell’atmosfera, il metano è un gas ad effetto serra che, in una scala di tempo relativamente breve, è molto più distruttivo del biossido di carbonio (CO2). È ventitre volte più potente della CO2 su una scala temporale di cento anni, centocinque volte più efficace se si tratta di innalzare la temperatura del pianeta in una scala temporale di venti anni. E il permafrost artico, sulla terra e oltre la costa, è ricco di metano. “Il letto marino - dice Wadham - è un permafrost in alto mare, ma ora si sta riscaldando e fondendo. Già adesso stiamo osservando grandi pennacchi di metano gorgogliare nel Mare di Siberia… milioni di chilometri quadrati, nei quali la coperta di metano si sta già liberando.”

Secondo uno studio appena pubblicato sulla rivista Nature Geoscience, dalla Piattaforma Artica della Siberia Orientale si sta liberando una quantità di metano doppia di quella precedentemente ipotizzata, un’area di due milioni di chilometri quadrati di fronte alle coste settentrionali della Siberia. Gli investigatori hanno scoperto che almeno diciassette teragrammi (un milione di tonnellate, dice l’autore, 17 milioni di tonnellate, secondo CdC) di metano all’anno si stanno liberando nell’atmosfera, quando un studio del 2010 ne aveva trovato solo sette teragrammi.

Il giorno dopo che Nature Geoscience aveva pubblicato il suo articolo, un gruppo di scienziati dell’Università di Harvard e altre istituzioni accademiche, hanno pubblicato una relazione su Proceedings of the National Academy of Sciences che evidenziava come la quantità di metano che si emetteva negli Stati Uniti, tanto proveniente dal petrolio come dalle attività agricole, poteva essere il 50% maggiore delle stime precedenti e 1,5 volte superiore alle stime dell’Agenzia di Protezione Ambientale, EPA, nordamericana.

Ma è così importante il potenziale globale di metano accumulato? Non tutti gli scienziati credono che sia una minaccia immediata o perfino la principale minaccia che abbiamo di fronte, ma Ira Leifer, esperto dell’atmosfera e degli oceani dell’Università della California, Santa Barbara, uno degli autori del recente studio sul metano dell’Artico, mi ebbe a dire che “l’estinzione massiccia del Permiano accaduta 250 milioni di anni fa è connessa con il metano che si crede sia stata la causa dell’estinzione della maggioranza delle specie nel pianeta.” In quel periodo, si stima che il 95% di tutte le specie furono distrutte. Conosciuta come la “Gran Mortandad” (“La Grande Mortalità”), fu provocata da massiccio flusso di lava in una zona della Siberia che diede luogo a un aumento della temperatura globale di 6°C. Questo, a sua volta, provocò lo scioglimento dei depositi di metano congelati sotto i mari. Liberati nell’atmosfera, causarono un ulteriore incremento delle temperature. Tutto accadde in un periodo di circa ottanta mila anni.

Attualmente, stiamo in mezzo a quella che gli scienziati considerano la sesta estinzione massiccia della storia planetaria, con un ritmo di estinzione giornaliero tra 150 e 200 specie, ad un ritmo mille volte maggiore del tasso di estinzione “naturale” o di “background”. Questo evento può essere paragonabile, o perfino superiore, per velocità e intensità all’estinzione massiccia del Permiano. La differenza è che la nostra è causata dall’uomo, non prende un arco temporale di 80.000 anni, ma solo di pochi secoli e sta crescendo in forma non lineare.

È possibile che, le grandi quantità di biossido di carbonio provenienti dai combustibili fossili che entrano in atmosfera annualmente, unitamente a un aumento della liberazione di metano, segnino il principio del processo che portò alla Gran Mortandad. Alcuni scienziati temono che la situazione sia già talmente grave e con tanti circuiti di retroazione che corriamo verso la nostra estinzione. E sfortuntamente questo potrebbe accadere molto più rapidamente di quanto si creda: addirittura nel decorso dei prossimi decenni.

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Come recita un’informativa della NASA, “quello che si sgranchisce nell’Artico è un gigante climatico addormentato?”: “nel corso di alcune centinaia di migliaia di anni, i suoli congelati o permafrost dell’Artico, hanno accumulato grandi riserve di carbonio organico - una stima che varia da 1.400 a 1.850 petagrammi (un petagrammo è 2,2 miliardi di libbre, o mille milioni di tonnellate). Questo è circa la metà di tutto il carbonio organico immagazzinato nei suoli della Terra. In paragone è vicino ai 350 petagrammi di carbonio che sono stati emessi da tutta la combustione di combustibili fossili e dalle attività umane sin dal 1850. La maggior parte di questo carbonio si trova in suoli vulnerabili allo scongelamento, a tre metri di profondità.”

Scienziati della NASA, ed altri, si stanno rendendo conto che il permafrost dell’Artico - ed il suo carbonio immagazzinato - non possono restare permanentemente congelati come il loro nome indica. Lo scienziato Charles Miller, del Laboratorio de Propulsión a Chorro de la NASA, è il responsabile dell’equipe di scienziati che si occupa dell’Experimento de Vulnerabilidad de los Reservorios Articos (CARVE), una campagna di cinque anni diretta dalla NASA, sul campo, per studiare come il cambiamento climatico stia interessando il ciclo del carbonio nell’Artico. Miller riferì alla NASA: “I suoli di permafrost si stanno riscaldando perfino più rapidamente della temperatura atmosferica dell’Artico - da 2.7 a 4.5 gradi Fahrenheit (da 1,5 a 2,5°C) solamente negli ultimi 30 anni.” “L’incremento di temperatura minaccia di rimuovere le riserve di carbonio organico del permafrost, liberandole nell’atmosfera in forma di biossido di carbonio e metano, alterando il bilancio di carbonio dell’Artico, aggravando, in larga misura, il riscaldamento globale”.

Lo scienziato teme che le conseguenze siano lo scioglimento a gran scala del permafrost. E pertanto ha dichiarato, “i cambiamenti nel clima possono scatenare trasformazioni che semplicemente non sono reversibili nelle nostre vite, che possono causare cambiamenti rapidi nel sistema Terra, che richiederanno adattamenti per le persone e gli ecosistemi.”

Un recente studio della NASA mostra il rinvenimento di fonti di metano attive e crescenti fino a 150 chilometri di diametro. Uno scienziato a bordo di una nave di ricerca lo ha descritto come un gorgoglio visibile a occhio nudo, nel quale l’acqua del mare somiglia ad una piscina di soda. Tra le estati del 2010 e 2011 gli scienziati hanno riscontrato che nel corso di alcuni anni alcune finestre di metano di 30 centimetri di diametro erano cresciute fino a un chilometro di larghezza, un aumento del 3.333 %, un esempio della rapidità con la quale alcune parti del pianeta stanno reagendo all’alterazione del clima.

Miller ha rivelato un’altra scoperta allarmante: “Alcune delle concentrazioni di metano e biossido di carbonio che abbiamo misurato erano grandi, e stiamo riscontrando realtà molto differenti da quelle suggerite dai modelli”, ha chiarito riguardo ad alcune delle conclusioni del CARVE. “Abbiamo visto emissioni a larga scala regionale di biossido di carbonio e metano oltre il normale, all’interno dell’Alaska e in tutto il versante nord durante il disgelo di primavera, che è durato fino a dopo il ricongelamento del successivo autunno. Per citare un altro esempio, a luglio 2012 abbiamo riscontrato del metano nei pantani di Innoko Wilderness il cui livello era di 650 parti per mille milioni più alto del normale. Valori simili a quelli riscontrabili in una grande città.”

Muovendosi sotto l’Oceano Artico, dove si trova l’idrato di metano - descritto comunemente come gas metano circondato di ghiaccio - un rapporto di marzo 2010, pubblicato da Science, ha segnalato che si trovano cumulativamente l’equivalente tra 1.000 e 10.000 gigatonnellate di carbonio. Paragoniamo questo totale con le 240 gigatonnellate di carbonio che l’umanità ha immesso nell’atmosfera dall’inizio della rivoluzione industriale.

Uno studio pubblicato dalla prestigiosa rivista Nature nel Luglio del 2013 ha rammentato che uno “sbuffo” di 50 gigatonnellate di metano proveniente dallo scongelamento del permafrost del basso Artico nel mare di Siberia Orientale è “possibile in qualunque momento”. Questo sarebbe l’equivalente di almeno 1.000 gigatonnellate di biossido di carbonio.

Perfino l’austero IPCC ha ricordato tale scenario: “Non può essere esclusa la possibilità di un cambiamento climatico improvviso e/o cambiamenti bruschi nel sistema della Terra provocati dal cambiamento climatico, con conseguenze potenzialmente catastrofiche.” “La retroazione positiva del riscaldamento potrebbe causare la liberazione di carbonio o metano della biosfera terrestre e negli oceani.”

Negli ultimi due secoli, la quantità di metano nell’atmosfera è aumentata da 0,7 parti per milione a 1,7 parti per milione. L’introduzione di metano in grandi quantità nell’atmosfera, temono alcuni scienziati del clima, può cagionare un aumento della temperatura globale tra 4°C e 6°C.

La capacità della mente umana di elaborare questa informazione è messa a dura prova.
E nel frattempo, arrivano altri dati - e le notizie non sono buone.

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Consideriamo questa cronologia:

* Fine del 2007: l’IPCC annuncia che nel pianeta si avrà un aumento di temperatura di un grado Celsius fino al 2100, dovuto al cambiamento climatico.

* Fine del 2008: lo Hadley Centre for Meteorological Research (Centro Hadley per la ricerca Meteorologicapronostica un aumento di 2°C per il 2100.

* Metà del 2009: il Programma Ambientale dell’ONU predice un aumento di 3,5 °C per il 2100. Questo incremento di temperatura potrebbe causare la scomparsa del nostro habitat, poiché quasi tutto il plancton degli oceani andrebbe distrutto, e i cambiamenti di temperatura associati sarebbero incompatibili con la vita di molte piante sulla terra. Gli esseri umani non hanno mai vissuto in un pianeta con una temperatura al di sopra di 3,5 °C dell’attuale linea base.

* Ottobre 2009: il Centro Hadley per le previsioni e la ricerca meteo diffonde una predizione aggiornata che indica un aumento della temperatura di 4°C per 2060.

* Novembre del 2009: il Global Carbon Project, che monitora il ciclo globale del carbonio, e il Copenhagen Diagnosis, in una loro relazione, predicono un aumento della temperatura media di 6°C e 7°C, rispettivamente, per il 2100.

* Dicembre del 2010: il Programma Ambientale dell’ONU predice un aumento fino a 5°C per il 2050.

* 2012: la relazione del World Energy Outlook della moderata Agenzia internazionale dell'energia (IEA) fissa un aumento di 2°C nel 2017.

* Novembre del 2013: la stessa AIE predice un aumento di 3,5°C per 2035.

Una riunione informativa della fallita Conferenza delle Parti (COPA) di Copenhagen 2009, dell’ONU, sul cambiamento climatico, fornì questa sintesi: “La stima sul livello del mare nel lungo periodo corrispondente alla concentrazione attuale di CO2 è di circa 23 metri al di sopra degli attuali livelli, e le temperature saranno più alte di 6° C o più.” “Queste proiezioni a lungo termine si basano su rilevamenti climatici reali, non su modelli”.

Il 3 dicembre, uno studio di 18 eminenti scienziati, tra cui l’ex direttore dell’Istituto Goddard della NASA per gli Studi Spaziali, James Hansen, dimostrò che l’obiettivo internazionale di limitare gli aumenti della temperatura media mondiale a 2° C è errato e superiore alla soglia di 1°C che si dovrebbe mantenere per evitare gli effetti di un cambiamento climatico catastrofico.

E consideriamo che raramente le principali valutazioni sulle future temperature globali considerano la possibile retroazione climatica dovuta dalla liberazione di metano.

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Le morti relazionate col cambiamento climatico si stimano già in cinque milioni ogni anno, ed il processo sembra crescere più rapidamente di quanto previsto dai modelli climatici.

Anche senza considerare la liberazione del metano congelato nell’Artico, alcuni scienziati stanno dipingendo già un quadro davvero desolante del futuro umano. Per esempio, il biologo Neil Dawe, del Canadian Wildlife Service, ebbe a dire, in agosto a un giornalista, che non sarebbe stato sorpreso se la futura generazione fosse testimone dell’estinzione dell’umanità. Attorno all’estuario nell’isola di Vancouver, vicino al suo ufficio, egli è stato testimone della disgregazione della “catena della vita” e “questo sta accadendo molto rapidamente.”

“La crescita economica è la maggiore responsabile della distruzione dell’ecologia”, dice Dawe. “Coloro che pensano che si possa avere un’economia in crescita e un ecosistema sano, sbagliano.” “Se non rallentiamo, la natura lo farà per noi.”. E non crede che l’Umanità possa essere capace di salvarsi da sola. “Tutto peggiora, ma noi continuiamo a fare le stesse cose.” “E questo perché gli ecosistemi sono così forti che non puniscono immediatamente la stupidità”, Guy McPherson, dell’Università dell’Arizona, condivide queste paure. “Avremo un decremento della popolazione nel pianeta dovuto alla mancanza di habitat”. Riguardo agli studi recenti che indicano le implicazioni dell’aumento della temperatura per l’habitat umano, chiarisce che si sta contemplando “solo la CO2 nell’atmosfera.”

Allora sorge la domanda: potrebbe alcuna forma di estinzione o quasi estinzione dovuta al cambiamento climatico portare alla fine dell’’umanità, e prevedibilmente in un lasso temporale incredibilmente breve? Cose simili sono successe nel passato. È opinione comune che, 55 milioni di anni fa, un incremento di 5°C della temperatura media del pianeta sia successo in soli 13 anni, questo secondo i risultati di uno studio pubblicato nell’edizione dell’ottobre del 2013 su Proceedings of the National Academy of Sciences. Un’altra notizia, pubblicata nell’edizione dell’agosto del 2013 di Science, ha rivelato che a breve termine il clima della Terra cambierà dieci volte più rapidamente che in qualunque altro momento degli ultimi 65 milioni di anni.

“L’Artico si sta riscaldando più rapidamente di qualunque altro luogo del pianeta”, ha detto il climatologo Hansen. “Ci sono possibili effetti irreversibili della fusione del ghiaccio marino dell’Artico. Se aumenta la temperatura dell’Oceano Artico, e conseguentemente si riscalda il fondo dell’oceano, allora inizierà a liberarsi l’idrato di metano. E non possiamo volere che ciò accada. Se bruciamo tutti i combustibili fossili, allora senza dubbio l’idrato di metano, col tempo, sarà liberato e causerà un maggiore riscaldamento del pianeta, e non è chiaro se la civiltà potrà sopravvivere a un cambiamento climatico così estremo.”

Tuttavia, molto prima che l’umanità abbia bruciato tutte le riserve di combustibili fossili del pianeta, saranno liberate grandi quantità di metano. Il corpo umano è potenzialmente capace di sopportare un aumento da 6°C a 9°C della temperatura globale, ma le coltivazioni e l’habitat che utilizziamo per la produzione di alimenti no. Come disse McPherson, “con un incremento della linea base delle temperature, da 3,5°C a 4°C, non vedo nessuna maniera di avere un habitat per l’uomo. Già siamo al di sopra di 0,85 °C rispetto alla linea base delle temperature globali, e già si sono scatenati tutti questi cicli di retroazione climatica.”

Ed aggiunge: “Con tutta evidenza si va verso un incremento medio certo, tra 3,5°C e 5°C, della temperatura globale al di sopra della “normale” riferita all’anno 1850, e questo probabilmente molto prima della fine di questo secolo. Questo garantisce una retroazione positiva, già in atto, che porta a 4,5°C - 6°C o più gradi al di sopra di quella base, ovvero ad un livello letale per la vita. Questo è in parte dovuto al fatto che gli esseri umani devono nutrirsi e le piante non possono adattarsi con la sufficiente rapidità per soddisfare i sette - nove miliardi di abitanti che saremo. Cosicché moriremo.”

Se si crede che il commento di McPherson sulla mancanza di adattabilità sia esagerato, si veda lo studio presentato nell’edizione di agosto 2013 su Ecology Letters, secondo il quale il ritmo indotto dal cambiamento climatico conduce il tasso di evoluzione a un fattore pari a 10.000. D’altra parte, David Wasdel, direttore del Progetto Apollo - Gaia ed esperto in dinamiche multiple di retroazione, dice: “Stiamo sperimentando un cambiamento da 200 a 300 volte più rapido che qualunque dei precedenti eventi che portano all’estinzione.”

Wasdel cita, con particolare allarme, determinate relazioni scientifiche che indicano come gli oceani hanno già perso il 40 % del loro fitoplancton, che è alla base della catena alimentare oceanica, dovuto all’acidificazione indotta dal cambiamento climatico e alle variazioni della temperatura atmosferica (secondo il Center for Ocean Solutions: “Gli oceani hanno assorbito quasi la metà delle emissioni umane di CO2 indotte sin dalla Rivoluzione Industriale. Benché ciò abbia moderato l’effetto delle emissioni di gas a effetto serra, questo sta rapidamente alterando dal punto di vista chimico gli ecosistemi marini almeno cento volte più velocemente di quanto sia accaduto negli ultimi 650.000 anni”).

“Questo di già è un caso di estinzione di massa. La domanda è fino a dove arriverà, quanto grave sarà. Se non siamo capaci di fermare il tasso di incremento della temperatura e tornare a metterla sotto controllo, allora un rialzo di temperatura, di 5°C - 6°C cancellerebbe almeno il 60 - 80 % delle specie viventi sulla Terra.”

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A novembre 2012, Jim Yong Kim, presidente della Banca Mondiale (istituzione finanziaria internazionale che finanzia i paesi in via di sviluppo) avvertì che “un aumento della temperatura globale di 4°C, può e deve essere evitato.” “La mancanza di un intervento sul cambiamento climatico è una minaccia per i nostri figli che erediteranno un mondo completamente differente da quello attuale.”

Uno studio commissionato dalla Banca Mondiale ha segnalato che andiamo verso un “mondo più caldo di 4°C”, contraddistinto da onde di calore estremo e dall’aumento del livello del mare, una minaccia la vita.

I tre diplomatici superstiti che guidarono le trattative sul cambiamento climatico dell’ONU affermano che ci sono poche possibilità che il prossimo trattato sul clima, semmai venisse approvato, possa evitare che il mondo si surriscaldi. “Non c’è niente che possa essere concordato per il 2015 che possa stare in linea con l’obiettivo dei 2°C”, ha affermato Yvo de Boer, segretario esecutivo della Convenzione Marco dell’ONU sul Cambiamento Climatico nel 2009, durante il fallito vertice di Copenhagen. “L’unico accordo possibile per l’anno 2015 (a Parigi, N.del T.) che possa fare raggiungere l’obiettivo di 2 gradi è quello di fermare improvvisamente tutta l’economia mondiale.”

L’esperto in atmosfera e oceani Ira Leifer è particolarmente preoccupato per i futuri cambiamenti nei modelli pluviometrici, secondo una informativa relativa a un progetto dell’IPCC, recentemente filtrato alla stampa: “Quando vedo che i modelli predicono un incremento della temperatura globale di 4°C, vedo molto poca pioggia in vaste frange del pianeta. Se il clima della Spagna si modifica in quello dell’Algeria, dove otterranno gli spagnoli l’acqua per sopravvivere? Abbiamo parti del mondo molto popolate che hanno alte precipitazioni e un’agricoltura di tipo intensivo, ma quando le piogge e le produzioni agricole diminuiranno ed il paese inizierà a somigliare più al nord dell’Africa, come sarà possibile sostenere la popolazione?”

La relazione dell’IPCC prevede un cambiamento generalizzato dei modelli di pioggia nel nord del pianeta, con riduzione del regime pluviometrico in aree che ora hanno abbondanza di pioggia. La storia ci mostra che quando la produzione di alimenti collassa, nascono le guerre, e nel contempo si diffondono fame e malattie. Tutte queste cose, preoccupano gli scienziati, e potrebbe succedere in una secuenza senza precedenti, anche per la natura interconnessa dell’economia globale.

“Alcuni scienziati suggeriscono di pianificare l’adattamento verso un surriscaldamento di 4°C”, commenta Leifer. “Sebbene sia prudente, ci si domanda chi potrebbe adattarsi a un mondo così, e la mia opinione è che solo poche migliaia di persone che cerchino rifugio nell’Artico o nell’Antartide.”

Non sorprende che gli scienziati che manifestano questi punti di vista siano poco popolari. McPherson, per esempio, è spesso chiamato “Guy McStinction”, il quale così risponde: “riferisco solo i risultati di altri scienziati. Quasi tutti questi risultati sono diffusi in pubblicazioni affermate e riconosciute. Non credo che nessuno ponga in discussione la NASA, o Nature o Science, o Proceedings of the National Academy of Sciences. Queste informazioni e altre che riporto sono ragionevolmente ben conosciute e provengono da fonti legittime, come la NOAA (l’Amministrazione Nazionale Oceanico ed Atmosferico statunitense), per esempio. Non sto inventando nulla, sto collegando solo un paio di punti, il che è sufficiente per mettere in difficoltà molte persone”.

McPherson non ha molte speranze per il futuro, né nella volontà governativa di porre in essere quei cambiamenti radicali che sono necessari per diminuire rapidamente l’emissione di gas a effetto serra nell’atmosfera, né nella diffusione delle notizie da parte dei principali mezzi di comunicazione, e questo perché, come egli dice, “non c’è molto denaro nella fine della civiltà, e meno ancora nell’estinzione umana”. La distruzione del pianeta, d’altra parte, è una buona scommessa “perché c’è del denaro in questo, sempre e quando, possa continuare.”

Leifer, tuttavia, è convinto che esiste un obbligo morale di non darsi per vinti e che si potrebbe invertire il cammino che conduce verso la distruzione globale. “Nel breve termine, se si riuscisse a fare la cosa giusta per l’interesse delle persone, questa inversione di tendenza avverrebbe molto rapidamente”. E mostra un’analogia per indicare come l’umanità sarebbe disposta ad agire per mitigare gli effetti del cambiamento climatico: “La gente fa ogni tipo di cose per ridurre il rischio di un cancro e non perché così si garantisce che non lo contrarrà, ma per prevenzione.”

I segni di una crisi climatica che peggiora ci circondano, che vogliamo vederli o no. Certamente, la comunità scientifica li percepisce. Così come le innumerevoli comunità che già adesso sperimentano gli effetti del cambiamento climatico e che soffrono disastri ogni volta peggiori, come inondazioni, siccità, incendi forestali, ondate di calore e temporali. Le evacuazioni di isole basse del Pacifico Meridionale sono già iniziate. La gente in quelle aree si vede obbligata a insegnare ai loro figli ad adattarsi al nuovo mondo.

I miei nipoti stanno facendo qualcosa di simile. Stanno seminando verdure nel giardino dietro casa e allevano otto galline che danno uova sufficienti per la famiglia. I loro genitori hanno l’intenzione di insegnar loro a essere sempre più autosufficienti. Ma nessuna di queste azioni sinceramente può mitigare quello che è già in atto riguardo il cambiamento climatico.

Ho 45 anni, e molte volte mi domando come la mia generazione sopravvivrà a questa crisi climatica imminente. Che cosa succederà al nostro mondo se nel giro di pochi anni le acque artiche rimanessero realmente prive dal ghiaccio in estate? Come sarà la mia vita se devo sperimentare un aumento della temperatura globale di 3,5° C?

E sopratutto, mi chiedo come potranno sopravvivere le generazioni future.



Dahr Jamail ha scritto molto sul cambiamento climatico, così come sul disastro ecologico della piattaforma petrolifera della British Petroleum nel Golfo del Messico. Ha ricevuto numerosi premi, incluso il Martha Gellhorn di Giornalismo ed il James Aronson di Giornalismo per la Giustizia Sociale. È autore di due libri: “Al di là della Green Zone: Cronache di un giornalista indipendente nell'Iraq occupato” (Beyond the Green Zone: Dispatches from an Unembedded Journalist in Occupied Iraq) La volontà di resistere: soldati che si rifiutano di combattere in Iraq e in Afghanistan” (The Will to Resist: Soldiers Who Refuse to Fight in Iraq and Afghanistan). Attualmente lavora a Doha, in Qatar, come reporter di Al Jazeera.  


Fonte:  www.rebelion.org

Traduzione dallo spagnolo per www.comedonchisciotte.org a cura di FABIO BARRACO

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