giovedì 1 novembre 2012

Italia 2013. Così è andata a finire.

DI EUGENIO ORSO
Pauper class

Nei tormentati anni novanta di Tangentopoli/ Mani pulite, della svendita dell’industria pubblica al “privato emergente” e allo straniero, del collasso dei vecchi partiti e dell’ascesa politica della Lega, il professor Gianfranco Miglio – giurista e politico, unico vero pensatore e ideologo che la Lega bossiana abbia mai avuto – scrisse un bel romanzo di fantapolitica, dal titolo Italia 1996. Così è andata a finire. L’opera in questione è stata pubblicata nel lontano 1993, mentre si stava scatenando la tempesta sistemica che avrebbe travolto la cosiddetta prima repubblica.

Il romanzo di Miglio, ucronico e avvincente, preconizzava, in seguito ad una crisi senza precedenti nel dopoguerra, la fine della repubblica italiana nata dalla Resistenza, la nascita di nuovi assetti politici e di un parlamento di matrice federale, con l’inedita possibilità concessa al nord di decidere per la secessione. In quegli anni ero appassionato di fantapolitica, fantasociologia e ucronie, e perciò lessi avidamente il libro. Ciò che si nota, rileggendo con il senno di poi il (bel) romanzo fantapolitico dello scomparso Miglio, è che il suddetto ha anticipato di molti anni i disastri economici, sociali, occupazionali che ci affliggono nel presente e che sono destinati ad aggravarsi nei prossimi mesi. Non siamo ancora alla cassa integrazione per mezzo milione di statali e agli scioperi massici e continui che paralizzano un paese per settimane – come vaticinava Miglio – ma, seguendo passo dopo passo la via crucis percorsa dalla Grecia, è possibile che ci arriveremo in tempi brevi. Sarà il 2013 l’anno horribilis, esattamente come doveva essere il 1996 nel romanzo fantapolitico del professore di Como? I partiti soggetti alle Aristocrazie finanziarie (con o senza Monti) chiederanno aiuto a Grillo, per risolvere una situazione diventata ingestibile, così come i loro antecessori, nella fantasia di scrittore di Gianfranco Miglio, hanno chiesto aiuto a Bossi e alla Lega allora emergente?

Sarà dunque il 2013 l’anno in cui si decideranno, forse per tutto il secolo, i destini dell’Italia? Se nel 1996, nonostante la cupa profezia di Miglio, l’Italia è stata “graziata” dallo sviluppo del corso storico, ed ha retto all’urto della crisi, rinviando al futuro la prospettiva del disastro, nel 2013 sarà improbabile che ciò possa accadere ancora, e questo spiega il (curioso) titolo del presente post, rubato a Gianfranco Miglio scrittore fantapolitico dei primi novanta. 

E’ bene, dunque, cercare di prevedere cosa accadrà il prossimo anno e che fine farà l’Italia, senza arrivare a scrivere un romanzo ucronico-fantapolitico su questo tema, come fece il Miglio della Lega ai suoi tempi, ma limitandosi, in prima battuta, agli aspetti squisitamente politici e centrando l’attenzione sulle prossime, possibili elezioni di fine legislatura.

Le recenti amministrative per il rinnovo del parlamento regionale siciliano, hanno evidenziato una situazione nuova, in cui, in primo luogo, si manifesta con un’ampiezza senza precedenti il fenomeno dell’astensionismo, e in secondo luogo si registra l’ascesa incontenibile di Grillo, Casaleggio e M5S in ogni dove, nella penisola (evento, questo ultimo, un po’ meno importante del primo). I timori propagandisticamente diffusi dai difensori del sistema al servizio delle grandi entità neoliberiste esterne, dai politici consumati che si contendono l’osso del sub-potere nazionale, dagli editorialisti e opinionisti dei grandi quotidiani intenti a intorbidare le acque e a orientare il voto, sono essenzialmente i seguenti:1) che l’”antipolitica” – cioè la critica pur moderata e nonviolenta al sistema, espressa giocando con le regole del sistema stesso, come fanno i seguaci di Grillo – riesca addirittura a vincere le prossime elezioni politiche, formando o condizionando pesantemente un nuovo governo nazionale, oppure, più realisticamente, 2) che esca dalle urne un paese totalmente “ingovernabile”, con un parlamento frammentato, incapace di esprimere maggioranze addomesticate a sostegno del futuro esecutivo. Ma soprattutto si teme, spesso senza chiarirlo in modo diretto, che qualcosa possa andare storto, e che il futuro governo, insediatosi seguendo le regole del gioco liberaldemocratiche, non continui pedissequo sulla strada senza uscita tracciata da Monti, fino al punto di disobbedire all’eurotower di Draghi (la BCE, la più “solida” istituzione europide) e di non seguire gli “amichevoli consigli” del FMI e dell’unione europoide. Per la verità, da come la vedo io, tutti costoro cercano, per massima prudenza, di scongiurare eventualità remote, e che tali resteranno, fino alle politiche della prossima primavera, anche nel caso di un astensionismo ai massimi storici e di un risultato eclatante del M5S.

Possiamo convenientemente partire dai risultati delle amministrative siciliane di questi giorni, estendendo all’intero paese i ragionamenti politico-elettorali con qualche (necessaria) enfasi predittiva. Come hanno compreso anche i bimbi, sono due le tendenze più importanti che emergono dai numeri consuntivi della predetta consultazione elettorale: a) l’astensionismo in crescita che ha toccato e superato la metà degli aventi diritto (se non erro, oltre il 52%, mentre nel 2008 hanno votato i due terzi circa) e b) il risultato delle liste di Grillo, che hanno raccolto quasi il 15% dei voti, diventando primo partito nell’isola (con 15 seggi su 90 assegnati, solo 14 seggi vanno al secondo, cioè il pd). Il combinato disposto astensione ai massimi e M5S ai massimi inquieta un poco, come detto, i difensori e i servitori del sistema, e provoca le loro reazioni. Ma se ben guardiamo, nonostante tutto Bersani ha cantato vittoria, e questo per lui è stato il miglior risultato storico, ottenuto dalla sinistra, in quella Sicilia che fu prima democristiana e poi berlusconiana. E’ chiaramente falso, se andiamo a vedere i numeri, perché il pd ha perso più di 248.000 voti, rispetto alle regionali del 2008, e il suo bottino elettorale si è ridotto quasi alla metà (- 49,1%), ma intanto c’è uno della nomenclatura pidiina dell’isola, Rosario Crocetta, nel posto di governatore e Bersani, nonostante tutto, millanta grandi successi e si frega le mani. Inoltre, la vittoria del pd e di Crocetta è stata resa possibile dall’inciucio con l’udc filo-montiana, che in Sicilia pesa ancora qualcosa. Di più, se la coalizione che sostiene Crocetta ha avuto, ufficialmente, poco più del 30% dei consensi espressi (che non ha consentito a Crocetta e Bersani di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi nel parlamento dell’isola), considerato l’astensionismo questa pesa per meno del 15% degli aventi diritto, e il pd deve accontentarsi di uno striminzito 7%. Lo stesso M5S, considerata la massa degli astenuti, è posizionato fra 7,5% e 8%. Il disfacimento del pdl berlusconiano non si arresta, ma si aggrava, stando ai risultati delle regioni siciliane, e la perdita di voti, rispetto alle equivalenti elezioni 2008, è addirittura superiore al 70% (circa il 72, se non erro), pari a ben 652.000 voti.

Fatte le poche, ma essenziali considerazioni di cui sopra, si può trasporre la situazione sul piano nazionale, tenendo conto delle differenze fra il sud e il centro-nord. Se l’astensione, in tutto il meridione e nelle isole, potrà raggiungere (e forse superare, considerato il precedente della Sicilia) la soglia del 50%, nel centro-nord sarà in proporzione minore il numero di coloro che non andranno alle urne, pur potendo raggiungere (e forse superare) il 40%. Ne conseguirà che l’astensione, a livello nazionale, pur in vistosa crescita non riguarderà un elettore su due, ma sarà un po’ di meno. In Italia meridionale, isole comprese, vive circa un terzo degli aventi diritto al voto (in rapporto a circa 20,7 milioni di abitanti), mentre i due terzi degli elettori sono concentrati nel centro-nord del paese (in rapporto a circa 40,1 milioni di abitanti). L’astensione nel meridione peserà, a livello nazionale, per circa il 17% del corpo elettorale complessivo, che si aggiungerà al 26% di elettori astenuti del centro-nord (sempre in relazione all’intero corpo elettorale nazionale). Perciò, è possibile che l’astensione – se si manterrà a livelli alti, mai raggiunti in precedenza, fino alla primavera del 2013 – riguarderà il 43% circa degli aventi diritto, e non oltre il 50% degli stessi. Dal canto suo, il M5S di Grillo che acquisirà per la prima volta significativi consensi in tutto il meridione (com'è accaduto con le regionali in Sicilia), potrà raccogliere a sud il 15% dei voti (volendo estendere a tutto il meridione la percentuale ottenuta in Sicilia), e potrà superare la soglia del 20% nell’intero centro-nord, fino ad arrivare al 23% dei voti. E’ chiaro che M5S, Grillo e Casaleggio saranno un’alternativa all’astensione elettorale, che impedirà alla partecipazione al rito del voto liberaldemocratico di crollare ancor più vistosamente. Ma in rapporto all’intero corpo elettorale, astenuti compresi, la percentuale nazionale di consensi che otterrà M5S potrà essere compresa al più fra 11 e 12%. Sommare la percentuale di voti, sui soli votanti, ottenuta da M5S a quella dell’astensione per andare oltre il 50% – come hanno fatto certuni per mostrare la disaffezione nei confronti del solito sistema dei partiti – è fin d’ora un’operazione scorretta, e non soltanto perché la percentuale di voti a M5S dovrebbe essere correttamente rapportata a tutti gli elettori. Tutto ciò non potrebbe che incoraggiare individui come Monti, i quali dichiarano che il governo non eletto che guidano è certo maledetto (e questo lo sappiamo bene), ma è pur sempre più gradito agli italiani dei partiti nazionali. Chi si astiene (eccezion fatta per la percentuale fisiologica di astensione, sotto la quale non si può andare) comunque sia, con maggior o minor coscienza, opera una scelta chiara e si allontana dal sistema, dai suoi riti, dalla liberaldemocrazia ammaestrata e dai partiti succubi dei poteri esterni, mentre chi vota per le liste di Grillo e Casaleggio partecipa al rito elettorale e “rientra nel sistema” legittimandolo. Una bella differenza! Grillo, Casaleggio e M5S, giocando la loro partita con le mappe fornite dal nemico (accettando cioè le regole liberaldemocratiche) avranno elevate probabilità di perdere, o di essere usati per i suoi scopi da quello stesso sistema che vorrebbero cambiare. Se poi accetteranno un’ennesima legge elettorale truffa, varata in fretta e furia per far vincere i “sinceri democratici” antipopulisti che proseguiranno l’opera di Monti, oppure se andranno al voto con l’attuale porcellum (che tutti, a parole, avrebbero voluto cambiare) mostreranno la loro debolezza e la loro inevitabile subalternità al sistema. I “sinceri democratici” antipopulisti e pro-euro che vinceranno le prossime elezioni politiche faranno sicuramento perno sul pd, e non è un caso che Bersani, dopo l’esito del voto in Sicilia, si sta allontanando da un Vendola in calo di consensi e sotto inchiesta, per stringere i rapporti con l’ambiguo furbastro Casini e i suoi centristi. Il pd con Bersani e i dinosauri della nomenclatura – l’arrogante giovinastro Renzi non ce la farà alle primarie – avrà occasione di cantar vittoria perché l’astensione, pur in vistosa crescita, non ha tracimato esondando con percentuali superiori al 50%, e perché la sua coalizione (riproduzione in formato un po’ ridotto del vecchio, dannato ulivo prodiano) avrà battuto sia il centro-destra sia lo stesso Grillo, pur potendo diventare M5S in vaste aree del paese, come è stato in Sicilia, il primo partito. Diranno, i burocrati pidiini, che il “populismo” non è passato e che, comunque, la maggioranza degli italiani ha votato, non voltando le spalle al sistema. Diranno, subito dopo, che i tempi sono difficili, la (mitica) ripresa tarda a venire e che bisogna pensare alla crescita nel rigore dei conti pubblici (con parole alla Merkel), e continueranno imperterriti, a testa bassa, servi devoti del grande capitale finanziario, l’opera iniziata da Monti. Nel frattempo, Draghi si sarà accordato ben bene con la bundesbank e la cancelleria di Berlino, e spunterà una nuova autorità sopranazionale che vigilerà in permanenza sui bilanci e sui conti dei singoli stati (in particolare sulle “cicale" del sud), a prescindere da memorandum-capestro firmati dai paesi che chiederanno “salvataggi” (cosa che toccherà anche a noi). E così saremo fregati per gli anni a venire, sotto il giogo di Francoforte, Bruxelles, Strasburgo, Lussemburgo e Washington (BCE, unione europide e FMI), con poche chance di uscire dal tunnel, al punto che soltanto eventi imponderabili e gravi potranno cambiare il quadro della situazione.

Ecco perché il titolo del presente post – preso in prestito dal Miglio fantapolitico cambiando solo l’anno di riferimento – è Italia 2013. Così è andata a finire.




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