mercoledì 28 novembre 2012

Decrescita si, ma del capitale!



di Marino Badiale e Fabrizio Tringali
Megachip.


Il blog “goofynomics”, curato da Alberto Bagnai, ha pubblicato di recente un post di critica alla decrescita. Si tratta di una critica interessante perché è condotta con spirito e garbo, e soprattutto perché rappresenta una piccola antologia delle obiezioni che solitamente vengono portate alla decrescita.
Ci sembra perciò utile provare a rispondere: può essere questa un’occasione per chiarire in una volta sola vari punti relativi alla nozione di decrescita.
Possiamo distinguere le obiezioni di Bagnai in due gruppi: in un primo gruppo mettiamo gli argomenti che sono sì obiezioni, ma non alla decrescita. In un secondo gruppo mettiamo le effettive obiezioni alla decrescita.
Esaminiamo le obiezioni del primo gruppo.
In primo luogo, Bagnai critica in maniera sferzante coloro che pensano che l’attuale crisi economica sia l’occasione per riscoprire costumi di vita più austeri, per superare o ridurre il consumismo, per tornare a rapporti umani più veri. Le critiche di Bagnai colgono perfettamente nel segno, e colpiscono una retorica dolciastra che si percepisce nei media, e che cerca di indorare la pillola dell’attacco inaudito ai diritti e ai redditi dei ceti popolari compiuto in Italia dall’attuale governo di tecnocrati chiamati a realizzare i diktat dell’Unione Europea.
Bagnai ha ragione, ma le sue critiche non toccano la decrescita. Un teorico della decrescita comeSerge Latouche ha sempre affermato, con tutta la chiarezza possibile, che, se si rimane nell’attuale società, costruita intorno alla necessità dell’aumento del PIL, la mancanza di crescita è una catastrofe. Infatti, se tutto ciò che serve alla vita si può ottenere solo in cambio di denaro, non aver denaro (o averne meno) significa avviarsi verso la miseria. Questa semplice verità significa che la crisi, da sola, non produrrà nessun rivolgimento morale anticonsumistico: produrrà solo disperazione, e, per reazione, moti politici dagli esiti imprevedibili.
La proposta della decrescita, se pensata seriamente, non è la proposta di un po’ più di austerità o di un po’ meno consumismo. Non ha nulla di moralistico. È una proposta di fuoriuscita dalla società della crescita. Si tratta di liberare la società dalla necessità di aumentare continuamente la sfera della produzione di merci, cioè di beni destinati ad essere scambiati sul mercato, necessità indotta dalla logica dell’accumulazione capitalistica. Siamo costretti a crescere perché il fine della produzione è l’accumulazione di profitti, non la soddisfazione di bisogni.
“Decrescita” non vuol dire dover necessariamente diminuire continuamente la produzione. Si tratta invece di produrre al fine di vivere meglio, non di accumulare capitale. La decrescita vuole abbattere il dogma dell’obbligo della crescita, senza sostituirlo col dogma opposto della “necessità” della diminuzione continua del PIL.
Poiché la crescita è necessaria al capitalismo, che senza di essa non può sopravvivere, “decrescita” significa fuoriuscita dal capitalismo. È insomma una proposta rivoluzionaria. E ha bisogno di una teoria politica che sia all’altezza di tale proposta. C’è chi deplora il consumismo, ma non si rende conto di come esso sia funzionale alle esigenze del capitalismo, né percepisce che la diminuzione “forzata” dei consumi indotta dalla crisi e dalle scelte politiche drammaticamente recessive in atto non è fonte di liberazione, ma è un terribile (e voluto) atto di violenza perpetrato prevalentemente ai danni della fascia più debole di popolazione. Ebbene, chi la pensa così ha poco a che fare col pensiero della decrescita.
La seconda obiezione di Bagnai riguarda il progresso tecnologico. Bagnai afferma che esso è necessario per pensare una società meno distruttiva nei confronti dell’ambiente. Anche qui, la sua obiezione è corretta ma non riguarda la decrescita, i cui teorici hanno sempre dichiarato la necessità di tecnologie opportune. Si tratta semmai di discutere quali tecnologie sviluppare (e quindi, anche, quali non sviluppare), quali filoni di ricerca scientifica incrementare, e così via: ma queste sono le normali discussioni di politica scientifica di un paese democratico, che si svolgono nell’attuale società della crescita e si svolgeranno anche in una futura società diversa.
Passiamo infine a quella che ci sembra rappresenti l’unica effettiva obiezione alla decrescitasvolta da Bagnai. Egli nota che una politica di decrescita avrebbe l’effetto di generare risparmio. E si chiede come la gente potrebbe utilizzare il denaro risparmiato grazie, per fare solo un esempio, a politiche di miglioramento del rendimento energetico della abitazioni.
Se lo spende, non c’è nessuna decrescita ma solo uno spostamento nei consumi.
Se lo risparmia, il denaro non può che essere investito nella produzione materiale (e quindi in ulteriore crescita) oppure nella finanza, con l’effetto di crescita (pessima) delle bolle speculative.
È tutto giusto.
Tuttavia la risposta a questa obiezione è semplice: il risparmio generato dalle politiche di decrescita non deve tradursi in aumento del denaro a disposizione del pubblico, ma indiminuzione dell’orario di lavoro, cioè in aumento del tempo libero.
La società della decrescita presuppone una organizzazione sociale che consenta di lavorare meno e recuperare tempo. Tempo da dedicare ai rapporti umani, alle relazioni comunitarie, a produzione e scambio di beni non in forma di merci.
In generale gli aumenti di capacità produttiva dovrebbero essere “investiti” soprattutto in diminuzione del tempo di lavoro, favorendo quindi, fra l’altro, la piena occupazione.
Naturalmente, il fatto che una politica di tipo decrescista si traduca in aumento del tempo libero non è automatico. Nei paesi occidentali da molto tempo gli aumenti di produttività non si traducono in diminuzione dell’orario di lavoro ma piuttosto in aumento dei profitti (e, quando va bene, delle retribuzioni), in diminuzione dei prezzi, in aumento della competitività.
Anche per questo motivo hanno torto coloro che pensano alla decrescita in termini di diminuzione parallela di Stato e Mercato. Per realizzare politiche decresciste efficaci e vantaggiose per i ceti medi e popolari, è necessaria una politica economica coerente coordinata dallo Stato. Ma questa è un’altra discussione.

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