venerdì 9 novembre 2012

Lo Spread, questo sconosciuto...


di Andrea Cavalleri.

I giornali stanno riempiendo la testa e la bocca della gente con un termine inglese, che fino a poco tempo fa non era mai stato usato in politica, lo “spread”.
Brutta cosa i termini inglesi, soprattutto quando sono usati per evitare di spiegare alla gente come stanno davvero le cose.

Allora ricapitoliamo brevemente il significato della parola, affinché sia chiaro a tutti di cosa si tratta.

“Spread”, nel linguaggio finanziario inglese, significa “oscillazione” o “scarto” ed è comunemente usato per indicare la differenza tra il tasso di interesse che la banca paga per ottenere del denaro e l’interesse che essa applica quando lo presta. Ad esempio, se io vado a contrarre un mutuo, la banca mi dirà che applica uno spread del 1,5% per mostrarmi che non percepisce un interesse troppo elevato. Se il tasso di sconto (cioè l’interesse ufficiale applicato dalla Banca Centrale, che rappresenta il costo base del denaro) fosse del 2%, la mia banca mi erogherebbe un prestito al 3,5%.

Lo scarto tra il 3,5% che io pago e il 2% che paga la banca, è quel’1,5% di differenza, di utile per la banca, che viene chiamato “spread”.

Invece, lo spread di cui si sta parlando in questi ultimi mesi è un altro.

Da quando esiste l’euro, non sono più gli stati a battere moneta (o le loro banche centrali!) ma è la BCE (banca centrale europea), che è stata costituita dal trattato di Maastricht come ente completamente indipendente dalla politica e dai governi, tanto da essere una società per azioni.

La BCE eroga il denaro prestandolo alle banche private. Se uno stato ha bisogno di soldi deve andare da una banca ed elemosinare un prestito. In cambio dei soldi, lascerà Buoni del Tesoro, che fruttano un certo interesse. Ora, il principio fondamentale che regola il rendimento di tutti i titoli finanziari è il seguente: tanto più un titolo è sicuro, tanto meno frutterà di interesse, viceversa, tanto più è rischioso, tanto più dovrà alzare gli interessi, per convincere gli acquirenti a comprarlo.

Dunque, tutti gli stati dell’area euro si devono presentano dalle banche con il cappello in mano e chiedere in prestito i soldi necessari al finanziamento di tutti gli apparati e le opere di pubblica utilità. E questo avviene attraverso un’asta, per cui i compratori del debito pubblico ragionano nel seguente modo: voglio un titolo sicuro? Bene, acquisto i Buoni tedeschi, perché la Germania di certo non fallirà, in cambio mi dovrò accontentare del 3% all’anno. Voglio guadagnare di più? Prendo un Buono italiano; poiché l’Italia ha un certo rischio di non riuscire a ripagare i suoi debiti, se vuole che io compri il suo titolo deve offrirmi un interesse allettante, quale l’8%. Buoni portoghesi? Uh che schifo! Però, dato che mi offrono il 15% ne prendo un po’. E infine Buoni greci? No grazie, e i greci restino pure senza pensioni e servizi pubblici.

Quindi lo spread di cui parlano i giornali è la differenza di rendimento tra i Buoni del Tesoro italiani e quelli tedeschi, che sono considerati i titoli sicuri europei di riferimento.
A questo punto si impongono una serie di osservazioni.

La prima, che è sempre bene ripetere, è che non esiste nessun motivo plausibile per cui gli stati debbano indebitarsi, prendendo denaro in prestito a interesse, quando il denaro potrebbero farselo da sé.

La seconda osservazione è che l’euro non è una moneta sovrana, di proprietà della Comunità Europea, ma è una moneta di proprietà privata che circola sotto forma di debito a interesse. Ma non solo non è una moneta sovrana, nei fatti dimostra di non essere neppure una moneta unica, dato che ha comportamenti differenti nei vari stati. L’unificazione monetaria, che pretendeva di cancellare le differenze nazionali, ha cacciato gli stati dalla porta, costituita dal cambio delle valute, per vederseli rientrare dalla finestra dello spread. Così i Tedeschi possono finanziare le loro attività ad un tasso più basso degli altri, il che rende la loro economia più solida, di conseguenza i loro Buoni sono considerati più sicuri, cioè vendibili ad interessi sempre più bassi. Al contrario, i paesi considerati meno solidi dovranno vendere i loro Buoni con un interesse sempre più alto, questo maggior costo ne accrescerà il deficit e ne debiliterà l’economia, rendendo tali paesi sempre più a rischio fallimento, e costringendoli quindi ad aumentare sempre più il rendimento dei propri Buoni del Tesoro.

Si tratta di un terribile circolo vizioso, che una volta innescato non si ferma più, un autentico “bug” (errore) di sistema che si può correggere solo cambiando le regole del sistema stesso.

La terza critica che si deve muovere a questo stato di cose, consiste nel fatto che sono dei privati a giudicare gli stati. Ora che ai cittadini italiani possa spettare di giudicare l’Italia, può anche andar bene, in quanto, tramite la democrazia rappresentativa, sono proprio gli Italiani a determinare la guida della propria nazione. Ma nel caso delle aste dei Buoni del tesoro, sono degli “investitori internazionali”, cioè, per lo più, delle banche, in larga parte straniere, che giudicano con arroganza gli stati nazionali, quando dovrebbe essere il contrario.

La quarta, pesantissima, osservazione è che esistono delle società private di valutazione, le cosiddette “Agenzie di rating”, che possono stravolgere le valutazioni di interi stati, determinando l’aggravio di costi dei loro finanziamenti e, con ciò, il rincaro dei prezzi, delle tasse e l’avvento di crisi economiche.

Queste società, temute, rispettate, e continuamente propagandate dalla stampa, sono tutt’altro che infallibili e soprattutto tutt’altro che in buona fede. Basti ricordare che il 15 settembre 2008, giorno del suo fallimento, la banca Lehman Brothers godeva ancora della valutazione “A” (abbastanza positiva) e diverse obbligazioni che essa aveva emesso, basandosi su mutui sub-prime, venivano classificate “AAA”, il massimo dell’affidabilità. E il motivo di questa poca buona fede è semplicissimo: Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch (le tre grandi Agenzie di rating) sono società per azioni che vedono tra i proprietari un gran numero di investitori e speculatori. Il ruolo che esse svolgono è l’aggiotaggio, un reato penale consistente nell’alterare i prezzi delle borse grazie alla diffusione di informazioni contraffatte e l’utilizzo di informazioni riservate.

Il conflitto di interessi che queste Agenzie praticano, se si vuole fare un confronto con il tanto famoso conflitto di interessi di Berlusconi, è come quello di un adulto che ruba le caramelle ai bambini (Berlusconi), di fronte a una banda di rapinatori professionisti (i banksters).

Occorre pertanto che tutti i cittadini di buona volontà si adoperino per sostenere i partiti o quelle iniziative che vogliono sottrarre alle banche il poter di creare moneta per restituirlo, legittimamente, allo Stato. Una volta ripristinata la sovranità monetaria, queste follie svaniranno e resteranno un semplice ricordo, di un’era oscurantista. Chi scrive si è impegnato con il movimento “Io Amo l’Italia, di Magdi Cristiano Allam, che prevede al primo punto del suo programma il riscatto della sovranità monetaria.

Ma ora sono costretto a parlare di un altro spread, un’altra differenza in costante incremento, che mi preoccupa molto più del rendimento dei buoni del tesoro.

E’ la differenza tra chi i soldi li ha (magari per pura rendita di posizione, ad esempio perché li fabbrica in qualità di banca) e chi li deve guadagnare.

Tra l’8,7% della popolazione mondiale che detiene l’82,1% della ricchezza mondiale e il restante 91,3% che usufruisce solo del 17,9% della ricchezza (statistica del Credit Suisse, 2011).

Tra una casta di banchieri e di alti funzionari che premia i propri fallimenti e la propria incompetenza (quando non la propria disonestà) con ricompense da capogiro e, dall’altra parte, una classe lavoratrice, media o bassa, schiacciata sotto la soglia della povertà.

Ad esempio Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs, che ha chiuso il 2010 con uno stipendio di 19 milioni di dollari, lo stesso anno in cui Goldman Sachs ha dovuto usufruire degli aiuti dei contribuenti per evitare il fallimento. E una statistica divulgata dal Financial Times nel giugno 2012, rivela che i banchieri più importanti al mondo hanno visto crescere i loro stipendi di quasi il 12% su base annua. Chi si è arricchito di più è stato Jamie Dimon, numero uno di JP Morgan, nonostante la banca abbia rivelato, proprio di recente, una perdita legata a operazioni errate di trading di $2 miliardi. Il suo stipendio è salito +11% a $23,1 milioni. Il secondo è stato Bob Diamond, amministratore delegato di Barclays, con $20,1 milioni, in concomitanza con l’incriminazione della sua banca per lo scandalo LIBOR (manipolazione dei tassi di interesse) un vaso di Pandora che, se scoperchiato, minaccia di rivelare una truffa planetaria di dimensioni colossali, con risvolti di usura, furto ed evasione fiscale, oltre che del solito aggiotaggio.

Sull’altro versante vediamo aziende fallire perché non riescono a sostenere la pressione fiscale, piccoli artigiani o micro imprenditori, che riuscivano a portare a casa i 1500 € al mese, lavorando ben più delle canoniche otto ore, abbandonare l’attività in lacrime e cercarsi un posto di lavoro (che non troveranno), vediamo imprenditori suicidarsi, perché i mancati pagamenti dello stato o delle multinazionali, hanno mandato in rovina la loro attività, un tempo fiorente.

Ma ormai non è più solo questione di soldi. Adesso i profittatori e i parassiti vogliono vedersi garantire la propria posizione per legge, vogliono tutti i diritti per sé, lasciando tutti i doveri agli altri, in un’inestinguibile sete di potere e pretesa di avere ragione, che confina con l’alienazione mentale e il delirio di onnipotenza.

Hanno iniziato con le banche “troppo grandi per poter fallire”, che si sono incamerate gli aiuti statali, ottenuti torchiando i contribuenti (quelli onesti e che non guadagnano tanto) con manovre lacrime e sangue. Però milioni di cittadini americani, non sono stati giudicati troppo importanti per evitare di essere sfrattati e finire ad abitare in camper, in tenda, per strada, (nel 2012 i senza tetto sono tuttora milioni, le persone che per mangiare ricorrono ai buoni-pasto delle mense dei poveri sono 46,3 milioni, circa il 15% della popolazione americana – dati del Dipartimento statunitense dell’Agricoltura). Poi sono arrivate le crisi mediterranee, per cui le rendite dei titoli greci sono state considerate sacre, mentre i cittadini greci sono stati giudicati sacrificabili. Così i cosiddetti “aiuti” alla Grecia sono andati direttamente alle banche creditrici, mentre ai cittadini greci è toccato un inverno senza riscaldamento, poliziotti senza stipendio che si offrivano come mercenari a 30€ all’ora e prospettiva di restare senza corrente elettrica nel giro di settimane.

In Italia il “sacro” debito viene servito attraverso Equitalia, la famigerata agenzia di riscossione che emana cartelle pazze e poi pretende il pagamento prima dell’eventuale ricorso, cosicché prima l’azienda tartassata fallisce e poi si scopre che aveva ragione (il 48% dei ricorsi contro Equitalia va a buon fine, indice di un tasso di errore che sfiora la mala fede).

Ma tutte queste erano ancora prassi, leggi locali.

Da pochi giorni, con l’approvazione del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità, il cosiddetto fondo salva-stati, che funziona in realtà per ammazzarli) si istituisce con diritto europeo un sistema “incondizionato e irrevocabile” per cui la casta oligarchica degli amministratori avrà ragione per legge, qualunque cosa faccia e i cittadini avranno torto, sempre per legge. Infatti gli stati tartasseranno i cittadini per offrire al MES un cospicuo capitale (600 miliardi di euro, dei quali 125 forniti dall’Italia) e questi soldi saranno usati per prestiti a interesse nei confronti delle nazioni aderenti all’area euro. Questi prestiti (di cui magari non ci sarebbe stato bisogno senza l’esborso nei confronti del MES) però, potranno essere usati solo come vogliono gli amministratori del fondo, (con i governi nazionali impegnati a compiere l’unico atto loro permesso, cioè dire: “Signor sì”).

In caso di mancato o ritardato pagamento della rata del prestito, il MES potrà compiere autentici pignoramenti, espropriando lo stato moroso dei beni nazionali.

E per chiarire che non c’è nulla da discutere, gli amministratori del fondo godranno di immunità totale e assoluta nell’esercizio di tutte le loro funzioni, non saranno citabili dinnanzi a nessun tribunale e i loro documenti saranno secretati e non consultabili né confiscabili.

Grazie a questi provvedimenti il 2012 rischia di diventare una data storica come il 1215, quando fu approvata la “Magna Charta Libertatum”. Ma con significato opposto.

Nel medioevo si frenavano gli arbitrii del re, vietando aumenti delle tasse non concordati, oggi si istituisce una casta al di sopra della legge, che invoca la tassazione dei cittadini fino alla morte dell’economia, pur di mantenere intatto il sistema che genera la casta stessa. Allora si stabiliva una condivisione del controllo finanziario per ripartire equamente gli impegni e gli eventuali sacrifici, oggi si vuole impedire al cittadino persino di sapere (secretando tutti gli atti), riducendolo così a una sorta di schiavo che può solo eseguire gli ordini piovuti dall’alto. Mentre la casta, godendo di immunità, avrà sempre ragione.

Ma, forse, questa pretesa di immunità nasconde in realtà una speranza di impunità.

Perché, per quanto poco evidenziate dai media (di proprietà della stessa casta finanziaria), si stanno alzando delle voci autorevoli che invocano un ristabilimento dell’ordine e della giustizia.

Ad esempio, Neil M. Barofsky, che fu ispettore generale del governo Usa per il Ministero del Tesoro, addetto alla sorveglianza del TARP (Troubled Asset Relief Program), il programma di salvataggio delle banche del 2008, costato 700 miliardi dei contribuenti. Dopo aver condotto 140 indagini e proposto l’incriminazione di dozzine di personaggi ha dato le dimissioni nel marzo 2011, per l’evidente volontà del sistema giudiziario di soprassedere (quando i furti di mele nei campi o di birra al supermercato, per il valore di pochi spiccioli, sono puniti inflessibilmente), rendendo vano il suo operato. In un editoriale scritto per Bloomberg afferma: “Gli americani devono perdere la fiducia nel loro governo. Devono fortemente disapprovare i politici e regolatori corrotti che hanno distribuito i dollari delle tasse alle banche senza esigere da loro che ne rendano conto. Il popolo americano deve sentirsi rivoltato da un sistema finanziario che premia il fallimento e protegge coloro che l’hanno portato al collasso, e che sicuramente lo faranno ancora. Solo da questa opportuna e giusta rabbia possiamo sperare le riforme che un giorno libereranno il nostro sistema dalla presa immorale delle mega-banche che l’hanno in pugno e lo corrompono”.

Altra voce è quella del premio Nobel Joseph Stiglitz, che per ricreare la fiducia, necessaria in ogni affare economico, sostiene la necessità di perseguire i banchieri che hanno commesso le frodi:
“Penso che si debba fare quel che si fece per la crisi delle S&L (le casse di risparmio ai tempi di Reagan, ndr.) e sbattere concretamente molti di questi individui in prigione. Assolutamente. Quelli (che hanno commesso) non sono reati da colletti bianchi né piccoli incidenti. Ci sono state vittime. Vittime in ogni parte del mondo”.

E infine Andrew Rawnsley, il commentatore politico capo, del giornale Observer ha scritto della “cloaca morale della City” affermando la necessità “di una riforma radicale di come attuiamo il capitalismo”, aggiungendo che i banchieri del paese sono “avidi, sventati e incompetenti […] svergognati […] e che spogliano i loro clienti […] e che in conseguenza la nostra intera società è stata distorta.”

A riguardo dello scandalo Barclays emerge che sino a 20 banche, comprese alcune grandi, sono coinvolte a vario titolo nella frode e allora: “Questo poteva accadere solo in una City in cui inganni e raggiri sono diventati istituzionali” ha scritto Rawnsley.

Parodiando il celebre detto delle banche “troppo grandi per fallire” ne ha apostrofato la classe dirigente con la frase:
“A questi ‘ragazzoni’ va insegnato che non sono troppo grandi per il carcere”.

E’ il momento di ridurre lo spread tra chi lavora e non guadagna quasi niente e chi è strapagato per fare danni; di ridurre lo spread tra chi sconta sei mesi di prigione per un furto del valore di tre euro e mezzo e chi è a piede libero per aver rubato miliardi; lo spread tra coloro che sono eguali davanti alla legge e tra quelli che si scrivono delle leggi su misura per essere più eguali degli altri.

Poiché non si può sperare che la casta dominante si auto-riformi, rinunciando così ai propri privilegi e alle proprie posizioni predominanti, urge un rinnovamento che sfoci nell’intervento della politica. E della polizia.




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