mercoledì 13 marzo 2013

Gli Stati Uniti sono in bancarotta.



Un giorno dovremo ringraziare i media e i politici anglosassoni perchè agli inizi del 21° secolo, hanno discusso della crisi dell'Euro e delle difficoltà della costruzione europea.
Hanno dato la possibilità a tanti europei di venire a conoscenza dei problemi e di cercare le soluzioni.
Ed in effetti, per tre anni, l'Unione Europea ha profondamente trasformato la sua governance stabilendo gli strumenti (LTRO, OMT, MES) per rispondere a qualsiasi attacco contro l'Euro e ha creato degli strumenti per stabilizzare il sistema bancario e ha dato avvio ad un processo di convergenza e consolidamento fiscale. Ovviamente resta ancora molto da fare: utilizzare la capacità fiscale dell'eurozona per lanciare i grandi investimenti, finanziare la formazione professionale per i disoccupati, dotare l'Europa di un Parlamento realmente democratico. Tutto questo verrà. Perchè gli europei stanno cominciando a rendersi conto che l'austerità non è la soluzione e che solo la crescita può essere una risposta democratica al debito e alla disoccupazione.

Nel frattempo, il mondo anglosassone non vede che il suo fallimento si avvicina: gli Inglesi, che deridono la zona euro, d'altra parte accettano senza battere ciglio un deficit di bilancio oltre l'8% del Pil e un debito fuori controllo. Gli Americani si rifiutano di vedere che, su quasi tutti i punti, la loro situazione è ben peggiore di quella degli Europei: l'eurozona ha un avanzo nella bilancia dei pagamenti, mentre gli Stati Uniti sono in deficit; la disoccupazione negli Stati Uniti (analizzando i dati reali) è molto superiore a quella dell'Unione Europea; la disuguaglianza e la criminalità sono molto più alte negli Stati Uniti che in Europa; l'aspettativa di vita è in aumento in Europa, mentre diminuisce negli Stati Uniti.

Quanto al debito pubblico, i media anglosassoni puntano il dito su quello dell'eurozona, mentre gli Stati Uniti sono allo sbando completo. Diciamo vicinissimi al fallimento.

Il debito pubblico ha raggiunto i 16.000 miliardi di dollari, oltre il 100% del PIL. Una cifra superiore a tutti i limiti che il Congresso e il Presidente pretendono di imporre. Gli ultimi calcoli forniti dall'Ufficio del Bilancio americano dimostrano che il deficit pubblico sarà di 800 miliardi nel 2014 e più di 590 miliardi nel 2018, e questo se verranno realizzati i tagli promessi e la crescita, cosa molto improbabile, rimarrà oltre il 4% l'anno a partire dal 2015. In caso contrario il deficit si attesterà ogni anno tra gli 800 e i 1000 miliardi l'anno. In altre parole, nel migliore dei casi, il debito nazionale degli Stati Uniti sarà di 20.000 miliardi di dollari nel 2018. Più probabilmente di 22.000 miliardi di dollari. Un debito finanziato inevitabilmente sempre di più dalla FED, che è l'unica possibilità.

Sarà dunque con la carta, senza valore se non quello che saranno disposti ad accettare coloro che ne hanno bisogno, che gli Stati Uniti continueranno a finanziare il loro esercito, la loro salute e la loro amministrazione.

Inoltre, la bilancia dei pagamenti si trova in un deficit dell'ordine di 500 miliardi di dollari all'anno per dieci anni.

Gli Stati Uniti si trovano in una situazione molto peggiore di quella europea, anche considerando i paesi più indebitati dell'Unione. Tecnicamente sono in bancarotta. E il dollaro è tenuto vivo solo da quei paesi che ancora vogliono mantenere le proprie riserve in tale valuta.

Un giorno la Cina, presa dalla frenesia anti-giapponese (e nel gioco delle alleanze anti-americane), o gli stessi paesi del Golfo (a rischio di derive fondamentaliste) decideranno di sostituire le proprie riserve in altra valuta, o comprare il petrolio non più in dollari, allora la superpotenza collasserà. O tenterà di uscire dalle sue contraddizioni attraverso la Guerra.

Non è nell'interesse di nessuno. E noi, Europei, dovremo rendere agli Americani lo stesso servizio che a suo tempo loro hanno reso a noi: devono annunciare pubblicamente il proprio prossimo fallimento in modo tale che prendano piena coscienza della situazione e si decidano infine a tentare, se c'è ancora tempo, di evitarlo. Ne hanno i mezzi. Naturalmente non credo ciò avverrà, perchè altrimenti lo avrebbero già fatto.

E' sempre quando si sono considerati immortali che gli imperi più potenti sono scomparsi.




4 commenti:

  1. siamo messi davvero bene....

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  2. Jacques Attali è quantomeno di parte nella valutazione, in qualità di costruttore del meccanismo della Eurozona.
    Ma se valutiamo tutto tramite il livello di occupazione e le prospettive di breve e medio termine, allora è l'Eurozona che è già fallita socialmente, politicamente ed economicamente.
    Uno Stato con moneta sovrana non può fallire perchè deve solo SERVIRE il proprio debito, non lo deve restituire a nessuno.
    In sintesi, l'articolo sostiene MINCHIATE.

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  3. Caro Giovanni, nemmeno io condivido le "tesi" di Attali, in quanto antieuropeista convinto. Reputo interessante dell'articolo solo le considerazioni nel merito delle possibili reazioni di altri paesi nei confronti della stabilità del dollaro come moneta di riserva e di scambio nel mercato del petrolio. Il che porterebbe a delle decisioni da parte statunitense obbligate. Una delle quali è sicuramente l'opzione militare.

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  4. Attali... non era lui quello che aveva detto "Ma davvero si credono che l'euro è stato fatto per il bene dei cittadini?" ?? Forse è un fake, ma che l'autore sia così compiaciuto dei "successi" dell'eurozona la dice lunga sull'attendibilità dell'articolo.
    Ah, fra i paesi in avanzato stato di fallimento si è dimenticato di citare il Giappone.

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