sabato 9 marzo 2013

Zygmunt Bauman: quest’economia ci consuma.


Siamo diventati "consumatori difettosi". Che non riescono più ad acquistare con il ritmo che richiede un'economia basata sul consumo. Il sociologo polacco ha un'opinione precisa su come uscire da questa situazione di stallo. Che parte da una semplice osservazione. Riscoprire la nostra vera identità
di Monica Onore
20 dicembre 2010









La società è complessa, globalizzata. Negli ultimi 50 anni tutto ha subito una profonda trasformazione dal lavoro alla politica, all’amore. Non ci sono certezze, solo trasformazioni continue. Tutto viene e va molto velocemente, dagli ideali, agli oggetti.Tutto sembra avere una data di scadenza. Perché, come ci dice Zygmut Bauman, sociologo e filosofo polacco di fama mondiale, siamo passati da una società di produttori a una società di consumatori. E se il consumatore non ce la fa più a fare il suo dovere, ecco che siamo di fronte a una società di “consumatori difettosi”E questo porta Bauman a riflettere sulla necessità ormai di cambiare le nostra vite, come nel’ultimo libro Vite che non possiamo permetterci. Conversazioni con Citlali Rovirosa-Madrazo(Laterza Editore, 240 pag.)
Lucido e acuto osservatore della società contemporanea, a lui si deve la definizione della “modernità liquida”. La società liquida vive nella costante incertezza perché gli uomini si sono trasformati da produttori a consumatori. Come scrive nel saggio Il disagio della postmodernità: «oggi, il “principio di realtà” deve difendersi davanti al tribunale presieduto dal “principio di piacere”. La coazione e la rinuncia forzata non appaiono più alla gente una spiacevole necessità da accettare con umiltà, ma vengono piuttosto sentite come un’infondata aggressione alla sovrana libertà dell’individuo». Se l’idea di solidità ha caratterizzato il passato, noi oggi possiamo vivere soltanto una vita liquida, a meno di fare  uso di regole morali che ci aiutino a ritrovare un’identità anche al di fuori delle merci.

Head in TV, Images.com/Corbis
Head in TV, Images.com/Corbis
Nella sue analisi sulla società stupisce l’agilità con cui analizza i sistemi complessi che regolano l’economia, la politica e i piccoli, ma non meno importanti, dettagli che la caratterizzano. Nella ricca bibliografia da lui prodotta si trovano profonde analisi sui regimi totalitari, libertà, democrazia, guerre,  capitalismo, ma anche letture originali sul successo che hanno trasmissioni televisive come le soap-opera, Il grande fratello o la posta del cuore nei settimanali.


Da qualcuno è considerato un pessimista, perché ritiene che «l’insicurezza nella nostra società resterà, qualunque cosa accada». All’opposto qualcuno lo ritiene un ottimista perché solo attraverso l’accettazione della realtà, e quindi dell’incertezza, si potrà vivere una vita più aperta al futuro.

Professore, come si può avere fiducia, se nella nostra società si vive in una perenne incertezza?

Dovunque tengo conferenze, inevitabilmente, mi si rivolge la domanda: «signor Bauman, perché lei è così pessimista?», ad  eccezione dell’Europa dove invece mi chiedono: «perché lei è così ottimista?». Io rispondo loro che non sono né ottimista, né pessimista. Perché credo che la differenza sia che l’ottimista dice: «il nostro mondo è il migliore possibile.», mentre il pessimista sospetta e dice: «chi lo sa? Forse, l’ottimista ha ragione». In fondo, per me è la stessa cosa.  L’idea è che, e non è una classificazione esaustiva degli esseri umani, ci sia una terza categoria, che è quella dell’uomo che spera. Né ottimista, né pessimista, molto sobrio, sa che cosa è giusto, sa che cosa è sbagliato, ma continua a sperare.

Può farci un esempio?

L’esempio che voglio portare è del dissidente cecoslovacco Vaclav Havel. Che riuscì ad opporsi da solo, durante il regime, al peggiore tra gli schieramenti comunisti nonostante non avesse armi, grandi unità militari e nonostante il divieto di apparire in televisione, che come sappiamo oggi è un mezzo di comunicazione di grande potere. Havel non aveva nessuna di quelle che sono considerate armi indispensabili per cambiare il mondo.

Vaclav Havel, album di Uncleweed/flickr
Vaclav Havel, album di Uncleweed/flickr
Eppure Havel ci è riuscito, con quali armi?


Ne aveva tre. Primo, il coraggio, perché è andato per più di venti anni avanti e indietro dal carcere. E’ stato perseguitato e ci vuole coraggio per non arrendersi. Il 90% dei cecoslovacchi era contro di lui o lo ignorava, ma lui non cambiava idea.

Secondo, la tenacia, perché non dava retta alle statistiche. Se gli erano contro le ignorava.

Terzo, la speranza, perché diceva sempre che la speranza è immortale non la puoi uccidere, puoi uccidere qualsiasi cosa, ma non la speranza. Avere speranza è fondamentale.

Coraggio, tenacia e speranza non sono alla portata di tutti?

Sono qualità umane molto normali, popolari, comuni. Ognuno di noi ha una certa dose di coraggio, non tanto, ma un po’. Ognuno di noi mostra una certa tenacia in alcune circostanze. E tutti speriamo sempre che qualcosa possa cambiare. In una certa misura queste sono armi che tutti possiedono. L’unico problema è che, a differenza di Vaclav Havel, la maggior parte di noi non le utilizza spesso. Le abbiamo, non dobbiamo andarle a comprare in un negozio e non dobbiamo neanche produrle, sono lì che aspettano di essere usate, ma raramente lo facciamoQuindi la mia risposta è la mia speranza. Non conto su grandi eserciti, grandi fabbriche o grandi governi. Conto sul coraggio, la tenacia e la speranza degli esseri umani.
E cosa possiamo fare per cambiare e migliorare la nostra società?

Le cose sono collegate, non credo sia una domanda diversa. Perché quando lei chiede che cosa possiamo fare, chi può farlo, allora la domanda: «che cosa si può fare per stimolare il cambiamento?» deve diventare «che cosa puoi fare tu?». Perché stiamo parlando di umanità, di nazioni, comunità, ma tutte si compongono di individui. E a meno che noi, io e lei, non facciamo qualcosa, la comunità non farà nulla. Una cosa che l’individuo può fare è integrarsi nella comunità, stare gomito a gomito, partecipare allo sforzo. So che sarebbe molto più bello dare una risposta semplice a una domanda complessa, ma non credo che le risposte semplici rendano gli interrogativi meno complessi, al contrario li rendono ancora più complicati.

Ma tutti hanno sempre più paura di impegnarsi…

A noi piace pensare di essere razionali. La solitudine dei giorni nostri è causata anche dalla incapacità che molte persone hanno di pianificare il futuro. Hanno paura di impegnarsi, perché se poi sopraggiungono nuove opportunità, l’impegno preso impedisce di essere liberi e trarre vantaggio dalle novità.
Teacher in front of black board, Martin Meyer/Corbis
Teacher in front of black board, Martin Meyer/Corbis

Come ha scritto, quindi, l’unico acquisto non deteriorabile che ci rimane è l’insicurezza endemica?

Noi viviamo nella società dei consumi, dove vige la regola che impone di mantenere sempre vivi i desideri, perché soddisfare il cliente sarebbe un vero disastro. Ad esempio, se ci si ritiene soddisfatti del cellulare comprato tre o quattro prima, indifferenti ai nuovi gadget e modelli, sarebbe la fine della nostra economia basata sul consumo. Questo tipo di economia fa finta di soddisfare le nostre esigenze, i nostri desideri, in realtà fa esattamente l’opposto, li gonfia. Dobbiamo desiderare sempre di più e per desiderare sempre di più dobbiamo stufarci presto di quello che abbiamo, le nuove cose squalificano quelle vecchie.
Desideriamo anche sempre più amici, relazioni, amori…

Una persona mi ha detto, con orgoglio, che è diventata amica di 500 persone in un giorno. Ho compiuto 85 anni e posso dire che non ho mai avuto 500 amici in tutta la mia vita, figuriamoci in un giorno. Certamente senza internet, senza Facebook, senza Myspace questo sarebbe impensabile. La sensazione di essere circondati da amici è confortante, e questo sarebbe impossibile senza la rete e i suoi mezzi, ma ripensando all’ episodio di questo giovane penso che parlando di amicizia intendessimo due cose diverse.
Community painting mural, Tim Pannell/Corbis
Community painting mural, Tim Pannell/Corbis

Per i giovani nati e cresciuti nella società dei consumi è difficile capire la differenza tra amici veri e amici virtuali?

Questo è un periodo molto difficile, se sei cresciuto nella società dei consumi,  perché pensi che in fondo non valga la pena di riparare un vecchio oggetto, che non è più di moda e che  richiede sforzo, tempo e  soldi.  In ogni caso non sarà mai quello dell’inizio, così la società dei consumi consiglia di ritornare al negozio e trovare un nuovo gadget, migliore, che non dia problemi, che non necessiti di riparazioni e che ti dia la possibilità di divertirti ancora.  Quest’atteggiamento, magari razionale se si tratta di computer, cellulari, automobili, se applicato al partner o agli amici è semplicemente disastroso. Ci si toglie la possibilità di scoprire e apprezzare, dando tempo alle relazioni di crescere, il loro spessore.

Anche l’amore è liquido quindi …

La sensazione, nei momenti difficili o in cui bisogna prendere delle decisioni importanti, che ci sia un amico a cui rivolgersi non esiste più, quando le  relazioni sono vissute su internet. Tutti i benefici dell’amore “di una volta” non ci sono più. Si vive tutto con molto clamore e molto turbamento, ma quello che resta è davvero poco. Infatti, se anche i rapporti interpersonali sono vissuti come se fossero prodotti che prediligono soluzioni rapide, soddisfazioni immediate e risultati senza fatica, tutto diventa un circolo vizioso da cui non si sa come uscire.  Questo atteggiamento impedisce che l’inizio abbia una continuazione. Credo che alcune persone amino cambiare di continuo, entrare e uscire, surfare come si dice. Ma se non smetti di cambiare non avrai mai la possibilità di capire cosa c’è sotto, cosa ti stai perdendo. Bisogna lavorarci e tornare alla qualità delle relazioni. Non ho nessun argomento scientifico per convincere che questo atteggiamento è sbagliato. Non voglio farne un concetto assoluto, è una scelta.

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