martedì 1 settembre 2009

Lettera di un uomo qualunque.*


Parlo dell'esistenza, dell'insoddisfazione profonda ad essere costretto a vivere un'esistenza che non voglio, non in questi termini almeno, non a questi patti. Un'esistenza di compromissione e di complicità con una società fatta di valori sbagliati e dove anche quelli buoni sono veicolati da gente malsana, una società in cui è più importante apparire che essere, dove il denaro ha sostituito al centro dell'universo l'uomo stesso.

Ed è così che il cinismo che è cominciato a crescere in me, lentamente, ha sviluppato come un cancro, una neoplasia aggressiva che ha fatto di me quello che sono adesso. E' così, dunque, che penso alla società solo e semplicemente in funzione dei miei interessi. Ho la mia vita, la mia vita dipende da quella di un altro tanto quanto la sua dalla mia, in un modo o nell'altro siamo legati, indissolubilmente, e, pur con interessi contrastanti, concorrenti, conflittuali, entrambi abbiamo bisogno degli altri. Ma, ed in questo il mio “ma” è molto grande, il mio cinico “ma”. Si può benissimo vivere “senza” gli altri, nel senso che i rapporti con le persone, per sopravvivere egregiamente, senza infamia e senza lode quantomeno, possono essere mantenuti mai oltre la sfera dell'interesse, in ogni campo. Se ti frequento, in qualunque caso, lo faccio perché mi servi (e magari io servo a te), caduto questo interesse, il rapporto non ha più ragione d'esistere. Si può stare con una persona, illuderla di amarla ed usarla in realtà solo a fini sessuali. L'interesse sessuale diventa quindi motore di un rapporto interpersonale. Lo sfruttamento egoistico, al pari di qualsiasi altro sfruttamento di una risorsa, può generare sofferenza, ma anche, ed è qui che casca l'asino, anche necessità da parte di chi ne viene usurpato.

Si può lavorare con delle persone tutti i giorni, condividere 284 giorni all'anno, 2272 ore in un anno (calcolando otto ore lavorative) e non avere, aldilà di questo, nessun altro rapporto, se non al fine del conseguimento di alcuni obiettivi particolari, in cui lo scambio di “favori” può risultare decisivo nell'impostazione del rapporto stesso.

Si possono benissimo avere relazioni più o meno frequenti di stretta amicizia, ma in realtà non conoscere esattamente a fondo le persone di cui ci si circonda, magari basando la longevità di questi rapporti sullo sfruttamento e la persistenza di determinati “gusti” comuni. Come può essere la tranquillità interiore che deriva dall'avere una persona sulla quale riversare tutte le proprie insicurezze, ottenerne magari consiglio, o quanto meno avere di fronte un bellissimo specchio umano dal quale riflettere le proprie immagini, dal quale guardarsi per ottenere riconoscimento, con la piccola, ma sostanziale differenza di ricevere qualche volta un segno di interazione, qualche abbozzo di pensiero, qualche sintomo di vita rispetto ad uno specchio inanimato, qualche parola buttata lì, sebbene sommersa dal flusso torrenziale delle proprie paure e megalomanie.

Una persona, è vero, in fondo è sola, ma vive. Non sopravvive. Vive e lo fa nutrendosi di cose che non ha prodotto o contribuito a produrre, che acquisisce cose che non ricambierà e non condividerà, ma semplicemente scambiato da una posizione di predominio.

L'intelligenza è questo. E' capacità dialettica.

Intelligenza e capacità dialettica.

Sono questi i talenti necessari a consentire ad una persona di vivere egregiamente in questo mondo.

Io ci so fare con le persone. So perfettamente ed in ogni momento cosa dir loro al momento opportuno. So benissimo cosa vorrebbero sentirsi dire e cosa dovrei dire per ottenere una reazione.

E' la grande intuizione alla quale sono giunto?

Il grande segreto dell'esistenza.

La parola.

Le semplici parole, capaci di plasmare la storia.

Giusto o sbagliato è questa la mia esistenza. Una strana forma, certo, di esistenza, ma almeno capace di garantire una qualche comprensione di sé e sopratutto capace di fornire le basi per vivere comodamente.

Sono così. Solitario, ma bisognoso del gruppo; aggressivo, ma gentile al momento opportuno: permaloso, ma amorevole; prepotente al momento dell'accaparramento e del consumo dei propri bisogni, ma generoso nel dispensare briciole spacciate per quintali.

Un lupo. Non già una formica.

Si credo proprio di essere un lupo. Un lupo camuffato da agnellino.

Intelligenza, furbizia, spietatezza.

Il lupo.

Quello a cui non si possono raccontare stronzate senza essere beccati prima ancora di aprir bocca.

E ora, qui.

Stanza fetida. Fuori aria bruma, come il sangue. Giornata di merda. Troppe volte ultimamente.

Sarà forse che la mia versione personale della teoria degli interessi di smithiana memoria non funziona così bene. Il valore, ma non quello inteso da Ricardo, ha forse un ruolo fin troppo marginale nella mia interpretazione del mondo. E la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto, nella mia vita va applicata al valore e non al profitto.

Eh, si, perché nel mondo ogni cosa ha il suo valore.

Forse è questo il problema. In realtà in questo modo, di valore, non riesco a darne a niente.

E' tutto sfizio, moda, momento, periodo, passaggio, transizione.

E' posterizzazione esistenziale.

Non c'è e non c'è mai stata stabilità nelle mie cose.


(Francesco Salistrari, 2009)


*Tratto da "The Mind" di F.Salistrari.

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