martedì 18 giugno 2013

Il vento dell'Est temuto dagli USA.

di Manlio Dinucci.

Il summit «informale» tra il presidente Obama e il presidente cinese Xi Jinping, il 7-8 giugno in California, sarà trasmesso in mondovisione secondo la sceneggiatura washingtoniana della calda atmosfera familiare, condita di sorrisi e facezie. Ma, spente le telecamere, i toni cambieranno. 

Sul tappeto ci sono molte questioni scottanti. Gli Usa, al primo posto mondiale negli investimenti diretti esteri (Ide), hanno investito oltre 55 miliardi di dollari in Cina (prima destinazione mondiale degli Ide), dove le multinazionali statunitensi hanno sempre più delocalizzato la loro produzione manifatturiera, gran parte della quale viene reimportata negli Usa. 

In tal modo però gli Stati uniti hanno contratto con la Cina un deficit commerciale che nel 2012 ha superato i 315 miliardi di dollari, 20 in più rispetto al 2011. Molto minori gli investimensi cinesi negli Stati uniti, soprattutto a causa delle restrizioni imposte: si permette alle società cinesi, ad esempio, di investire nel settore alimentare (un gruppo di Shanghai ha appena acquistato il maggiore produttore Usa di carne suina), ma il settore delle telecomunicazioni resta per loro off limits. Washington inoltre accusa la Cina di essere penetrata  con i suoi hacker nei sistema informatici Usa, rubando i dati relativi a una ventina dei più avanzati sistemi d’arma. 

L’economia cinese, salita al secondo posto mondiale con un reddito nazionale lordo quasi la metà di quello Usa, è sempre più dinamica: non solo la sua capacità produttiva è impressionante (esporta ogni anno un miliardo di cellulari e 20 miliardi di capi di abbigliamento), ma investe sempre più anche in paesi d’importanza strategica per gli Usa. Dopo aver speso nelle guerre in Iraq e Afghanistan 6mila miliardi di dollari ed essersi con ciò pesantemente indebitati, gli Stati uniti vedono ora la Cina economicamente sempre più presente in questi paesi. 

In Iraq, essa non solo compra circa la metà del petrolio prodotto, ma effettua attraverso compagnie statali grossi investimenti nell’industria petrolifera, per oltre 2 miliardi di dollari annui. Per il trasporto di personale tecnico cinese è stato costruito un apposito aeroporto nei pressi del confine iraniano. La carta vincente delle compagnie cinesi è che, a differenza della statunitense ExxonMobil e di altre compagnie occidentali, accettano contratti per lo sfruttamento dei giacimenti a condizioni molto più vantaggiose per lo stato iracheno, non puntando al profitto ma al fatto di poter avere petrolio, di cui la Cina è divenuta principale importatore mondiale. In Afghanistan, compagnie cinesi stanno investendo soprattutto nel settore minerario, dopo che geologi del Pentagono hanno scoperto ricchi giacimenti di litio, cobalto, oro e altri metalli. 

Sempre più in difficoltà nella competizione economica, gli Usa gettano la spada sul piatto della bilancia. Alla vigilia del summit, il segretario alla difesa Hagel ha «riassicurato gli alleati asiatici di fronte alla crescita militare cinese», promettendo che, nonostante l’austerità, gli Usa schiereranno nella regione Asia/Pacifico forze dotate delle più avanzate tecnologie militari: unità navali con armi laser, navi da combattimento costiero, caccia F-35 e altre.

Le navi da guerra dislocate nel Pacifico, che oggi costituiscono la metà delle cento dispiegate (su un totale di 283), saranno ulteriormente aumentate.  Così, sottolinea Hagel, gli Stati uniti manterranno «un decisivo margine di superiorità militare». A cui si aggrappa, per contrastare il declino, l’impero americano d’Occidente.


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