giovedì 6 giugno 2013

Fabbriche occupate per resistere alla crisi.




di Esteban Magnani e Marco Semenzin
dal quotidiano “Pagina12”.

L’Italia vive una gravissima crisi economica, politica e sociale. Una situazione che non attira maggiore attenzione solo perché all’interno dell’Unione europea ci sono altri paesi in condizioni peggiori. Quel che è certo è che da una decina d’anni l’Italia combina una diminuzione del Pil con una crescita bassissima, mentre i cittadini non credono più ai politici.
Nel frattempo la forza lavoro, con un tasso di disoccupazione che secondo l’Unione europea arriverà al 12% nel 2014, cerca delle alternative per sopravvivere. Alcuni lavoratori italiani si sono uniti alla lotta per l’autogestione delle fabbriche, come è già successo in Grecia, in Spagna e negli Stati Uniti, sulla base dell’esperienza argentina delle fabbriche recuperate. Il caso più importante è quello dello stabilimento della Maflow, a Trezzano sul Naviglio, vicino a Milano, la città simbolo dell’industria italiana.
La vicenda è simile a quella di tante altre aziende che hanno subito una cura di tagli sulla base delle ricette neoliberiste. La storia di questa fabbrica, che componeva componenti per grandi case automobilistiche, è cominciata nel 1973. Dopo diversi passaggi di proprietà iniziati nel 1999 e in seguito alla crisi che ha colpito anche uno dei principali clienti, la Bmw, il numero dei dipendenti è sceso da mille a 330. Nel 2009 il tribunale di Milano ha dichiarato l’impresa insolvente e i lavoratori hanno reagito occupando la fabbrica. Nel 2010 la ditta è passata nelle mani del gruppo polacco Boryszew, che si era impegnato ad acquistare a condizione che il numero di dipendenti fosse ridotto a 80. Il gruppo polacco non ha mai pagato gli stipendi e nel dicembre del 2012 la fabbrica ha chiuso definitivamente i battenti.
Il gruppo Occupy Maflow, nato nel 2009 quando i lavoratori si sono resi conto che la
strategia imprenditoriale stava portando alla riduzione e alla chiusura delle attività, ha proposto a tutti i dipendenti di creare una cooperativa. Con il sostegno della Confederazione Unitaria di Base (Cub), dell’ex senatore di Rifondazione Comunista Luigi Malabarba e di alcuni statali, nel marzo del 2013 dieci lavoratori hanno creato la cooperativa Ri-Maflow, un progetto di riciclaggio industriale all’interno della stessa fabbrica. Il loro obiettivo è riavviare l’attività produttiva e sostituirla con un’altra di maggiore utilità sociale, soprattutto di riciclaggio e di riuso di materiali elettronici. Cercano anche di usare gli spazi per lavorare con piccoli agricoltori biologici locali che potranno usare la fabbrica come mercato per i loro prodotti. Il movimento nella fabbrica potrebbe anche servire a diffondere questo modello nella zona.
Una rete internazionale
In questo momento la cooperativa, a cui hanno già aderito 17 lavoratori, sta cercando il capitale necessario per la riconversione. I soldi potrebbero arrivare dal riciclaggio delle rimanenze della vecchia fabbrica. La cooperativa ha ottenuto dall’attuale proprietario, la banca Unicredit, il permesso di usare gli spazi della fabbrica.
I lavoratori si considerano parte di Rivolta il Debito, un movimento che si oppone all’idea che il debito pubblico creato dagli speculatori e dai banchieri ricada sulle spalle dei lavoratori. Maria Rosa, una delle lavoratrici della cooperativa, spiega: “Il padrone se n’è andato, ha cacciato tutti, rubando il marchio della fabbrica e gli ordini della Bmw ottenuti grazie alla nostra professionalità. Per noi riappropriazione significa riprenderci gli impianti abbandonati. Li consideriamo nostri perché abbiamo sempre lavorato qui e devono esserci assegnati come risarcimento sociale”.
Internet ha contribuito a questa nuova modalità di lotta sociale, perché ha dato visibilità a notizie che di solito non arrivano sui giornali. Queste storie sono diventate fonte di ispirazione per altre persone. Donatella, una donna che vive dei sussidi di disoccupazione, afferma: “Ci siamo ispirati all’esperienza delle imprese recuperate in Argentina, in Spagna e in Grecia, ma anche alla storia delle società di mutuo soccorso in Italia”.
E’ un piccolo caso in termini quantitativi, ma molto importante dal punto di vista simbolico, perché stimola un dibattito che le società europee non sembravano essere in grado di riprendere.


Fonte: Pagina12

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