sabato 22 giugno 2013

Il bello della lettura sta nella parola che sorprende.

di Romana Petri.

Quando mi chiedono se la scrittura è salvifica rispondo di no, che lo è solo la lettura. Ci salva ciò che ci sorprende. Non ci si può sorprendere da soli. Sono le parole degli altri a farlo...

Riporto anche qui l'articolo che ho scritto per il quotidiano La Stampa il 19 giugno scorso.(L'articolo fa parte di una serie di cinque firmati dai finalisti al Premio Strega, ndr)

Prima di leggere (intendo quando ancora non sapevo farlo), mi piaceva molto ascoltare chi lo faceva per me. Seguivo quelle parole con grande piacere, ma qualcosa mi mancava lasciandomi insoddisfatta. Cos'era l'ho capito quando ho cominciato a leggere da sola. Mi mancava il tempo. Il mio. Un tempo che non è mai lo stesso, che muta da libro a libro, ma che per me è comunque un tempo rispettabile, insomma, mai una volata. Certo, a volte per lavoro un libro si deve bere tutto di un fiato (che strano, nel linguaggio giovanile, almeno a Roma, "bersi qualcuno" vuol dire fregarlo), ma quando è per il puro piacere, allora è meglio non mettersi a correre troppo. Il bello della lettura è il trasporto. Siamo qui che leggiamo, ma siamo subito anche da un'altra parte. Le parole lette diventano una recitazione interna, fatta di pensiero, e intanto che ci si ascolta con il proprio ritmo si va avanti ma pure si deve tornare indietro. Il piacere puro richiede pazienza. Quando leggo so che non sono io a dover pretendere qualcosa dallo scrittore, ma lo scrittore che deve pretendere qualcosa da me. E al gioco ci sto, anzi, lo approvo in pieno. Dunque mi dedico, compongo e scompongo per capire, anzi, per capirci a mio modo che è l'unico in mio possesso: seguire chi scrive ma mettendoci quel tanto di me che alla fine attacca il suo filamento. Lo sappiamo, a ogni libro ogni lettore ci mette una giunta che è solo la sua.



E ogni tanto tornare indietro, magari anche di più pagine, perché all'improvviso una parola pare ci faccia comprendere in maniera diversa e fatale ciò che prima avevamo inteso in altro modo. E che pena non trovarla, ché mica è facile ripescare una parole che avevamo fissato con la memoria, che so, su una pagina di destra, più o meno a metà. E allora ecco che si scorrono tutte la pagine precedenti gettando sempre lo sguardo a destra e quell'altezza, a volte pure inutilmente, ché magari si è trattato di una memoria andata a finire nella stanza sbagliata del "palazzo". Abbiamo creduto di vederla in un certo punto, ma non era vero. Quando si trova, è capace che la caparbietà della ricerca ne ha fatto dimenticare la ragione, ma non importa. Stavolta le due parole (quella che ci ha spinto indietro e quella ritrovata) le segneremo cerchiandole leggermente con una matita. Prima o poi ci tornerà in mente la necessaria comparazione rimasta in sospeso, l'intuizione che avrebbe rivelato ciò di cui non eravamo nemmeno in cerca.

Quando leggo ho sempre con me un quaderno. Il bello della lettura è anche lardellare, ma mica si fa sul libro, sarebbe mancargli di rispetto. E allora sul quaderno metto il titolo e l'autore del testo, e da lì parto facendo ogni tanto qualche ragionamento, interpretando in più maniere per poi sottolineare quella che convince di più. Sarà quella giusta? Deve esserci per forza? Certe volte, sfogliando i miei tanti quaderni, vado di corsa a riprendere un libro. Sul quaderno, per fortuna, il numero della pagina ce lo metto. Ma anche così è diverso, quello che ho scritto può non combaciare con la rilettura. Avevo capito meglio prima o adesso? Ovviamente è una questione di diversità: la mia. E allora un po' ci si spaventa. Quante volte dovremmo rileggerlo un libro per arrivare alla lettura definitiva? Questo è un lusso che ci si concede con i libri della vita, quelli che ce l'hanno pure cambiata un po'. Ma sarà stato davvero così o è stata solo cosa fortuita? Magari, letto in altro momento, quel libro non sarebbe nemmeno stato tra i prescelti. E invece, visto che proprio in quel dato momento l'abbiamo letto, tra i prescelti ci resta per forza. Se ne fa una questione di principio, come a non voler tradire noi stessi. Nella lettura, la fretta non porta mai lontano. All'età di diciotto anni lessi un "si aperse" al posto di un "si aprì". Rimasi a pensarci molto, scrissi le due diverse forme su un foglio e le pronunciai più volte. In quel "si aprì" non c'era tutto lo squadernamento che intravedevo nel "si aperse". E me ne innamorai.
Quando mi chiedono se la scrittura è salvifica rispondo di no, che lo è solo la lettura. Ci salva ciò che ci sorprende e dunque, a meno che l'ego non sia un caso clinico, non ci si può sorprendere da soli. Sono le parole degli altri a farlo. E donchisciottescamente sappiamo che un certo accumulo di stupori potrà renderci leggermente più saggi, o più pazzi, un po' meno o un po' più smarriti. Andrà comunque bene perché le parole di chi ha scritto diventeranno nostre mentre le leggeremo e saranno così destinate a salire, ad ascendere. Alla fine anche a convergere. Proprio come in quello straordinario titolo che Flannery O'Connor andò prendere in una frase del filosofo e scienziato gesuita Pierre Teilhard de Chardin: Everything that rises must converge. Tutto ciò che sale deve convergere (anche se in italiano è stato tradotto La vita che salvi può essere tua), perché è solo avendo la pazienza di convergere che, al dunque, libro e lettore se la intenderanno proprio a dovere.

 
 
fonte: Cadoinpiedi

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