domenica 16 dicembre 2012

Il mondo dei vorrei.


di Francesco Salistrari.

Intorno.
Tutto intorno.
Ascolto notizie stanche. Simili a vecchi che si trascinano.
Sembra di rivivere ogni giorno la patetica ramanzina di un vecchio, su gambe malferme, Alhzeimer imperante, tristi presagi, ancor più tristi trascorsi.
Giro, leggo, ascolto.
E non cambia mai niente. Sempre la stessa musica. Odiosa, minacciosa, angosciosa. Come una cappa di nubi scure pronte a sputare pioggia sporca sui nostri visi smagriti.
E parole, parole che rintronano, che si ripetono, che perdon di senso a ripeterle sempre.
Economia, economia, economia, economia, economia.
Crisi, crisi, crisi, crisi, crisi, crisi.
Moneta, moneta, moneta, moneta, moneta.
Pezzi di sclerosi cerebrali trasformate in realtà. In verità. Religione secolare di un secolo già visto.
Cambiano i nomi, i posti, i paesaggi, ma gli occhi, quelli son sempre gli stessi. Vitrei, sconvolti, sviliti, spremuti. E sono a milioni. A milioni di milioni. Occhi a cui è stata tolta la capacità di guardare, di scoprire, di sorprendersi.
Di splendere.
Ed è un genocidio continuo. Completo. Senza soluzione di sosta. Senza pudore. Sotto altri occhi. Vigili e impietriti, privi di colore, se non quelli di un buio che si camuffa da luce.
Guardo intorno. Tutto intorno. E vedo. “Cose dell'altro mondo”, direbbe qualcuno. Purtroppo cose di questo mondo e di questo soltanto. Quello che abbiamo voluto. Quello che contribuiamo a tenere in piedi.
Il sistema.
Un'altra parola ricorrente.
Sistema, sistema, sistema, sistema.
Sistematico.
Sistemico.
Parole vuote di umanità. Ricolme di follia.
Non c'è afflato. Non c'è anima. Non c'è nulla di quello che dovremmo essere.
Ecco un altro concetto. “Il dover essere”. Eppure non esiste dovere. Se si perpetua questo crimine immondo senza battere ciglio. Un crimine contro ogni cosa, di cui perdiamo l'essenza, di cui non riconosciamo che il nome. Contenitore vuoto.
Un nome è una forma. E' una scatola dove riporre pezzi di anima, nel frattempo raccolti ad osservare e ad amare le cose a cui pretendiamo di dare quel nome. Senza di ciò, non resta altro che la disumanità di ergersi a immagine e somiglianza di un Dio che se anche esistesse ci guarderebbe schifato. Non abbiamo imparato. Non abbiamo voluto farlo, dagli errori, dagli orrori, dai delitti di cui ci siamo macchiati, dalla carne che abbiamo mangiato mai sazi, dalla bramosia di possedere mai paga, di recintare, serrare, dividere, emarginare, distinguere.
“Quell'uomo si distingue sicuramente per...”
Si distingue per una beata minchia.
Quell'uomo se non avesse incontrato altre persone, splendide, uniche, miracolose, o minacciose, cattive, puerili, folli, bestiali, non sarebbe nessuno. Nessuno. Si distinguerebbe solo per la sua piattezza robotica. Qualsiasi essere umano è SOLO gli altri esseri umani che ha incontrato nel proprio cammino, nel bene e nel male. Dovunque esso vada, è fatto di frammenti di loro, che si porta appresso, attaccati addosso come pezzi di pelle che non cadono più. Cicatrici di invisibili impianti, fusioni, condivisioni riuscite. Qualsiasi essere umano ha negli occhi ciò che ha visto, nelle orecchie ciò che ha sentito, nella bocca ciò che ha detto e sentito pronunciare, nel cuore ciò che ha provato e fatto provare e riprovato a sua volta. Non esiste un essere umano bastante a sé stesso. Non può esistere. Se esisterebbe, la donna non avrebbe funzione. E forse è per questo che è ancora da tanti, troppi, disumanizzata, inschiavita, picchiata, umiliata, denigrata, calunniata, ingiuriata, offesa, svilita.
Alienazione.
Un altro concetto.
Bravissimi a creare concetti. Ad appiccicare etichette. Mai a saperli leggere quando ci viene richiesto.
Giriamo la testa di lato ad una mano che cerca comprensione, conforto, coraggio con tanta di quella disinvoltura da sembrare normale. E ci infastidiscono i morti di fame per strada, gli zingari inquieti, gli stranieri venuti chissà da dove e per cosa, come fossero insetti, mosche moleste nella nostra stanza, chiusa, personale, nel nostro mondo individuale che non sa, non vede, non vuole vedere l'immane bellezza che esiste negli occhi di un uomo, chiunque esso sia.
L'immane bellezza di quella luce che risplende da sé, come un sole dinnanzi al sole, sole essa stessa. Quella luce, unica, capace di rischiarare il buio di un'esistenza a cui, ahimè, dopo millenni, migliaia e milioni di anni, non abbiamo dato ancora un perchè, una ragione, un senso, uno scopo, un valore.
Si è ucciso in nome di qualsiasi cosa, su questa Terra, purgatorio di anime inquiete e incapaci di riconoscersi a vicenda. Si è ucciso in nome del bene, per giunta. Del giusto. Della verità. Perfino di Dio.
Ancora contenitori vuoti che non significano un cazzo.
Negarsi la vista di quella luce, splendida, meravigliosa, miracolosa che alberga negli occhi di un uomo, in quelli di una mamma che accudisce il suo bambino, in quelli di un genio che vede, solo attraverso quella luce misteriosa, l'esistenza dello spazio e del tempo, ne intuisce la forma, ne ama i colori, ne ascolta le parole silenti; negarsi tutto questo, significa rinnegare sé stessi, ciò che siamo, ciò che dovremmo essere.
Invece siamo ricolmi di... vorrei.
Vorrei essere. Vorrei questo. Vorrei quello...quell'altro... e ancora.. e ancora... e ancora... (per quanto?).
Un vorrei immerso fin dalla notte dei tempi in mezzo a questa umanità, inferocita contro sé stessa.
Pronta sempre a farsi la guerra per un assurdo, inesplicabile, inconcepibile, eterno, vorrei.

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