martedì 30 aprile 2013

Finanziamento pubblico ai partiti: ne vogliamo parlare?


di Francesco Salistrari.



Ho ancora le orecchie che rimbombano della retorica del neo-premier Enrico Letta nel suo discorso di presentazione alla Camera. Ho ancora nelle orecchie le “promesse” e gli impegni presi davanti agli italiani nel chiedere la fiducia ad un parlamento che dopo l’elezione di Giorgio Napolitano, magicamente, sembra non più diviso. E non posso che farmi una risata.

Sembrava di assistere al comizio di una campagna elettorale e non al programma di un governo che chiede la fiducia di una Camera. E non posso non notare come moltissime, se non tutte, le proposte avanzate mancano, nei fatti, di qualsivoglia copertura finanziaria, a meno che l’uomo del Bilderberg non abbia la capacità di negoziare a Bruxelles condizioni talmente favorevoli all’Italia da permettere un’espansione (impensabile) della spesa pubblica del nostro paese.

Oggi, però, voglio concentrarmi su uno solo dei temi affrontati ieri dal premier Letta nella presentazione del programma di governo alla Camera: quello dell’abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti.

Argomento spinoso e che il dibattito pubblico operato trasversalmente dalle forze politiche soprattutto in questa campagna elettorale a causa della propaganda martellante del Movimento 5 Stelle, ha appiattito la discussione sull’equazione, entrata a far parte ormai del senso comune, finanziamento pubblico = male assoluto. Un’equazione dannosissima e che inconsapevolmente anche le parti sane della società di questo paese hanno fatto propria senza peraltro intavolare una seria e circostanziata discussione sul tema.

E’ evidente che il finanziamento prima e rimborsi poi, hanno dato adito ad escalation corruttive nella gestione finanziaria dei partiti e che si sono avuti enormi e ingiustificati introiti che ledono l’immagine stessa della legittimità politica dei partiti italiani. E’ indubbio che i casi di abuso e di mancanza di trasparenza, sia nei bilanci sia nelle voci di spesa dei partiti, abbiano ingenerato un risentimento popolare molto forte. E’ indubbio che la martellante propaganda per l’abolizione dei rimborsi elettorali operata dal Movimetno 5 Stelle, fin dalla sua nascita, abbia fatto nascere un fronte molto amplio di dissenso all’interno della società italiana nei confronti del finanziamento pubblico della politica.

E’ chiaro che è necessaria una seria rivalutazione di metodi e modalità del finanziamento, con un loro pesante contenimento. E’ chiaro che è necessaria una vera trasparenza dei bilanci dei partiti ed un controllo super partes degli stessi da parte di organi indipendenti che ne certifichino la correttezza e ne confermino la trasparenza. E’ altrettanto chiaro che questo possa avvenire solo attraverso una seria riforma sia dei partiti stessi e delle loro regole di funzionamento interno (compreso il Movimento 5 Stelle), sia delle modalità di accesso ai finanziamenti pubblici.

Ma da qui a dire che togliendo tout court tali finanziamenti, si moralizzi la vita politica del paese e si ottengano risultati positivi nel funzionamento stesso dei partiti e della selezione della classe politica, ci passa un mare.

Quando si parla di abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, assecondando un antistatalismo che è ormai entrato a far parte della cultura politica di questo paese anche laddove l’azione e il sostegno statale appaiono necessari e ineliminabili, si commette un errore fondamentale nella considerazione dell’importanza del finanziamento della politica. Che deve essere pubblico. E questo sia da un punto di vista costituzionale (art.3 e 49), sia da un punto di vista sostanziale.

E’ un fatto assolutamente innegabile che l’azione dello Stato nel “[…]rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art.3)” e garantire il diritto alla libera associazione in partiti per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale (art.49)”, non può prescindere da un contributo, anche di ordine economico, mirato a favorire, liberare e garantire la concreta partecipazione di TUTTI i cittadini italiani alla politica democratica nazionale. E’ questo il compito principale e fondamentale del finanziamento pubblico ai partiti.

Che il finanziamento pubblico ai partiti abbia permesso dinamiche corruttive e degenerative, non sposta di una virgola il discorso sull’assoluta importanza di tale strumento. Non si può buttare il bambino con l’acqua sporca.

Eliminare il contributo statale finanziario atto a  garantire l’attività politica dei partiti e dei movimenti sociali e limitando il finanziamento degli stessi ai soli contributi privati (sia collettivi, cioè vale a dire dei tesserati che di singoli cittadini, fondazioni, imprese ecc.) è un errore madornale e sostanzialmente antidemocratico, che rischia di mettere a serio rischio sia l’esistenza stessa di determinati partiti, ma soprattutto la loro imparzialità rappresentativa.

Lasciando al solo finanziamento privato il compito di permettere la copertura delle spese necessarie alla vita di un partito (mantenimento sedi, attività elettorale, assistenza e attivismo sociale, attività culturale ecc.) pone dei seri rischi sia nell’ordine della selezione della classe politica, sia nell’imparzialità dell’operato della stessa. E questo, tra l’altro, è un problema già ben presente nelle dinamiche partitiche, laddove l’ingerenza dei finanziatori delle campagne elettorali di determinati personaggi politici già oggi rappresenta un fattore non di poco conto nelle dinamiche decisionali e nella qualità e nell’indirizzo delle politiche sostenute e avallate. Questo per dire semplicemente che se esiste davvero un problema di rappresentatività democratica dei partiti, questo non è certo determinato dal finanziamento pubblico, bensì esattamente all’opposto da quello privato.

Per cui, sarebbe doveroso un dibattito pubblico serio e approfondito sulla dinamiche di finanziamento delle formazioni politiche in questo paese e non continuare ad alimentare quella che appare oggi come una “caccia alle streghe” per cui il finanziamento pubblico ai partiti viene indicato come il male e la causa maggiore della deriva partitica a cui assistiamo, con tutte le conseguenza che da essa derivano.

Il danno maggiore che è stato compiuto dal Movimetno 5 Stelle sul tema è quello di aver spostato l’attenzione degli italiani dai “costi della politica” soprattutto a quello del finanziamento pubblico dei partiti, generando una complessa e articolata deformazione della valutazione che invece il tema meriterebbe e la completa mancanza di una riflessione seria sulla problematica, che, ripeto, non può essere liquidata con la semplice abolizione di questo indispensabile strumento che è capace di garantire a tutti i cittadini di questo paese di partecipare alla vita democratica della nazione.

Non è possibile accettare che i partiti italiani del futuro debbano essere “retti” dalla “benevolenza” di ricchi imprenditori (in stile Berlusconi e Grillo) o limitare le proprie prerogative e possibilità essendo costretti a trovare le fonti di finanziamento nei soli tesserati o benevoli elettori. La spirale degenerativa che si ingenererebbe, darebbe modo ai soggetti privati (comprese aziende multinazionali straniere) di interferire e influenzare pesantemente la dialettica democratica interna ai partiti, a cominciare proprio dalla selezione della classe politica. Per cui, andrebbe operata e al più presto, una serissima rivalutazione e riconsiderazione, semmai, dei finanziamenti PRIVATI, e non solo di quelli pubblici, ai partiti e alle formazioni politiche.

Pertanto, in conclusione, ribadisco l’improrogabile necessità dell’apertura di un grande dibattito pubblico sul tema dei finanziamenti che faccia chiarezza una volta per tutte e che indichi le possibili e necessarie riforme atte ad evitare le derive corruttive a cui abbiamo assistito in questi anni, senza menomare un altro pilastro della nostra democrazia che è rappresentata, nel bene e nel male, dall’attività e dalla vita dei partiti.

Ma forse, presumo, è davvero troppo tardi. Visto che questo governo, mosso e retto da interessi che esulano da quelli del popolo italiano (se non ve foste resi ancora davvero conto), ha già ampiamente tracciato la linea di questa ulteriore compressione dei diritti democratici in questo paese.

La speranza è che le resistenze a questa annunciata riforma, siano più forti delle spinte centrifughe che oggi si agitano sia in Parlamento che nel paese e diano la possibilità in un prossimo futuro agli italiani di farsi un’idea più chiara sulla questio

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