lunedì 8 aprile 2013

Eurozona, la minaccia slovena.


Di Carlo Musilli

Non solo Cipro, non solo Pigs. Alla bomba europea è collegata almeno un’altra miccia, la Slovenia. Quella che una volta era considerata la "Svizzera di Jugoslavia" potrebbe diventare presto il sesto Paese dell'Eurozona (dopo Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro) a chiedere aiuti internazionali. Anche se per le agenzie di rating i conti di Lubiana sono ancora da serie A (Standard & Poor's le assegna una A, Fitch A- e Moody's Baa2), in molti a Bruxelles e dintorni prevedono la necessità di un piano di salvataggio entro fine 2013.

Martedì scorso la Banca centrale slovena ha tagliato con il machete le stime sul Pil di quest'anno, passate da -0,7 a -1,9%. Intanto la disoccupazione è schizzata al 13,6%, il deficit 2012 è arrivato oltre il 6% e nel 2013 si manterrà probabilmente oltre il 4%. La ripresa dovrebbe iniziare lentamente nel 2014 (Pil +0,5%), per poi accelerare nel 2015 (+1,4%). Ma non è detto, e forse non sarà sufficiente. Il governatore Mirko Kranjec ha avvertito che "molto dipenderà da quanto farà lo Stato quest'anno e il prossimo ", perché "i rischi sono alti".


Quali rischi? Facile, le banche. In Slovenia gli istituti di credito sono per la maggior parte controllati dallo Stato e pesano per circa il 130% del Pil. L'anno scorso hanno perso per strada in tutto 606 milioni di euro, 67 in più del 2011. Tanto per cambiare, una fetta significativa dell'emorragia finanziaria è legata al mattone. Le banche hanno dispensato mutui e prestiti con eccessiva allegria, poi i prezzi delle case si sono impennati e molti debitori sono risultati insolventi.

Il tutto mentre il Paese deve ancora riprendersi dalla recente crisi di governo. Pochi giorni fa si è insediato il nuovo esecutivo di centrosinistra, guidato Alenka Bratusek, che ha sostituito la squadra del conservatore Janez Jansa, politico di lungo corso ritenuto “affidabile” dalla cancelliera Angela Merkel, ma sconfitto senza appello dalla crisi.


Per far fronte alle difficoltà, Jansa si era attenuto al copione europeo dell'austerity, fatto di tagli alla spesa e fantomatici pareggi di bilancio. Alla solita ricetta, però, gli sloveni hanno aggiunto due ingredienti: una bad bank per assorbire le perdite bancarie e una holding per privatizzare parte del patrimonio pubblico (misure su cui i sindacati avevano chiesto un referendum, poi bocciato dalla Corte costituzionale).

Le proteste popolari e un'esplicita accusa di corruzione hanno segnato la fine di Jansa, che nell'abbandonare la nave non è apparso troppo rammaricato. Ora tocca a Bratusek, che però non sembra in grado di modificare nella sostanza la rotta impostata dal suo predecessore: holding e bad bank fanno parte anche del suo programma, insieme alla riforma delle pensioni e del lavoro. Altri interventi possibili sono l’aumento dell’Iva, la riduzione del salario dei dipendenti pubblici e il taglio di circa il 10% del loro organico.


La matassa è davvero ingarbugliata, eppure fino a qualche anno fa non sembrava affatto. Dopo l'indipendenza dalla Jugoslavia - raggiunta nel 1991 -, fra il 1992 e il 2008 il Pil della Slovenia è cresciuto all'invidiabile media annua del 5,5%. La sbornia da economia di mercato si è rivelata però difficile da smaltire e l'ondata di privatizzazioni a rotta di collo ha prodotto una crescita troppo violenta per essere sana.

Ma la vera svolta è stata quella europea. Nel 2004 la Slovenia è entrata nell'Ue e all'inizio del 2007 ha adottato ufficialmente la moneta unica. Un tempismo disgraziato, visto che meno di due anni dopo è iniziato il domino delle crisi, dalla Atene fino a Nicosia. La tempesta ha inevitabilmente oscurato anche i cieli sloveni e le aziende privatizzate hanno iniziato ad aumentare il proprio indebitamento con le banche. Ad oggi, gli istituti di credito devono fare i conti con sofferenze (ovvero crediti impossibili da riscuotere) pari al 18% del Pil.

Di qui un dubbio amletico: l'ingresso nella grande famiglia di Bruxelles ha evitato guai peggiori all'economia slovena o le ha dato il colpo di grazia? Mettiamo a confronto qualche dato "prima e dopo", come si fa nelle pubblicità delle diete: il Pil è passato dalla crescita alla contrazione; il tasso di disoccupazione è aumentato di oltre il 3%; il debito pubblico è salito dal 35,7 % al 49,5% del Pil; i tassi d'interesse sui titolo di Stato decennali sono saliti dal 5,5 al 6,9%. E' migliorato invece il commercio, con il saldo tra esportazioni e importazioni salito dai -300 milioni del 2006 ai -200 del 2012.

"Non saremo costretti al bailout - ha detto ancora il governatore Kranjec -, i sistemi bancari della Slovenia e di Cipro non sono comparabili e rappresentano proporzioni totalmente diverse dei rispettivi Pil. Le nostre difficoltà sono state causate da una politica creditizia eccessivamente espansiva nel periodo dal 2004 al 2008, ma non c’è nulla che non siamo in grado di risolvere autonomamente". Intanto, però, "stiamo ancora aspettando che venga presentato il programma del governo e speriamo che aiuti a stabilizzare la situazione". Lo spera anche il nostro Paese, visto che l'esposizione delle banche italiane in terra slovena è di oltre sette miliardi e mezzo. Altro che Cipro.



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