giovedì 6 agosto 2009

Un invito alla riflessione.


Un seria disamina ed una critica allo sviluppo e alla sostenibilità dell’attuale sistema economico di produzione capitalistico (oggi multinazionale e globalizzato) non è solo un esercizio intellettuale su cui allenare dibattiti e coscienze “alternative” e “critiche” nei confronti di un modello di organizzazione politica, né può rappresentare il mantra di un manipolo di irriducibili rivoluzionari che vedono nel sovvertimento del modello capitalista un modo per rovesciare i rapporti tra le classi. L’analisi e la contestazione del modello di sviluppo in cui viviamo, risponde a ben più alte e preoccupate ragioni non solo ideali ed etiche, ma soprattutto pratiche e di buon senso.

La messa al bando, da parte di quasi tutte le formazioni politiche del mondo, di un progetto e di un programma anticapitalistico, se ha rappresentato per molti aspetti un qualche vantaggio nel rimuovere l’egemonia che di questi programmi avevano usufruito e abusato le formazioni degenerate del socialismo reale, dall’altra parte ha causato la derubricazione dall’agenda politica di tutte le formazioni, soprattutto occidentali, di un’analisi e di una proposta di soluzioni alternative per la costruzione di un modello sociale ed economico sostanzialmente diverso da quello capitalista. Il fatto che dopo il crollo del socialismo reale, tutti i partiti comunisti si sono dissolti insieme al “monolite” sovietico o hanno cambiato pelle riciclandosi nell’agone elettorale (soprattutto in occidente), non ha comunque esentato le formazioni politiche e sociali che si presuppongono un miglioramento delle condizioni di vita nel mondo, dal proporre un modello ed un progetto di alternativa al capitalismo. Il venir meno del comunismo come base teorica e politica per un modello alternativo di società e di economia, non ha significato altresì il venir meno anche della necessità di un progetto di cambiamento delle basi socio-economiche del sistema vigente e questo per ragioni che non hanno nulla a che fare con le idee, ma molto con la prassi e la vita degli uomini, la sostenibilità ambientale del sistema, la sua tenuta dal versante energetico.

E' innegabile che l'attuale sistema di produzione/redistribuzione pone serissimi problemi in merito ad un ordine di questioni molto importanti. A cominciare dalla disparità nella distribuzione delle risorse, dalle enormi differenze tra regioni e regioni del pianeta, dal saccheggio sistematico di alcune a esclusivo vantaggio delle “economie occidentali”, dal problema ambientale.

In passato la forza trainante di ideologie come il comunismo e l’insurrezionalismo di varia specie era rappresentata essenzialmente dalla messa in discussione dei rapporti tra le classi sociali al fine di un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita e di un livellamento distributivo della ricchezza. Oggi il problema non può porsi solo ed esclusivamente sulla base di un’agognata società industrialmente e tecnologicamente avanzata (e progredente) più equa socialmente ed economicamente, più libera e più giusta.

La realizzazione pratica del modello comunista si è scontrata con la prova della storia e si è dimostrata incapace proprio a dare risposte alla domanda di libertà e di giustizia provenienti dalla società ed il fallimento dei sistemi a socialismo reale ha sancito la sconfitta (non definitiva) della politica come risposta ad un’esigenza profonda di cambiamento. Quello che resta, e non è poco, è che nonostante tutto dal versante della giustizia sociale, della redistribuzione della ricchezza, dei diritti umani, della sicurezza, del rispetto ambientale, il capitalismo, come opposizione netta al comunismo, ha in ugual misura sostanzialmente fallito la sua missione. Nella partita secolare tra capitalismo e comunismo, come ideologie e prassi politico-economiche, la sconfitta del comunismo ad opera del capitalismo, in altre parole, è avvenuta solo ed esclusivamente dal versante della politica e della pressione militar-economica, ma dal versante delle richieste e delle aspirazioni della società ad una maggiore equità redistributiva della ricchezza e del rispetto ambientale ci troviamo di fronte ad un fallimento lampante da entrambi i versanti. Il fallimento del socialismo applicato non ha fatto venir meno quell’aspirazione profonda alla riscossa e al riscatto sociali su cui l’ideologia comunista aveva costruito le sue fortune di consenso e adesione mondiali, ma ha invece sancito la completa inadeguatezza del capitalismo a rispondere a questa stessa esigenza.

Il miglioramento generale delle condizioni di vita in tutte le società capitaliste dal dopoguerra ad oggi (miglioramento peraltro raggiunto anche dalle economie pianificate dell’est) sono non già, come gli esegeti del capitalismo vogliono far credere, la riprova che anche da questo versante le ideologie e i modelli anticapitalisti sono stati sconfitti, ma al contrario la chiara testimonianza di una potenzialità di benessere completamente sprecata da parte del sistema produttivo e tecnologico oggi esistente.

Se infatti si passa ad analizzare la disparità ed il divario, non solo economico, ancora esistente (e anzi aggravatesi) tra i vari strati sociali nell’accesso alla ricchezza e al benessere e tra le varie aree geografiche del mondo, si pone una considerazione di fondo: il sistema è incompatibile nella maniera più categorica nel conseguire una giusta redistribuzione dell’enorme ricchezza che è capace di produrre.

In generale si può affermare che l’emergere del modello dello “Stato Sociale” nei paesi capitalisti occidentali, come ordinamento complessivo del dopoguerra, e cioè il compromesso sociale keynesiano tra istanze private di produzione/accumulazione e sociali di redistribuzione/tutela attraverso l’opera mediatrice dello Stato per il contenimento degli squilibri provocati dal sistema economico, ha fatto la fortuna dello sviluppo delle forze produttive del sistema e del riformismo socialdemocratico come modello politico di riferimento, ma ha rappresentato dal punto di vista del progresso generale della società e dell’uomo una sconfitta palese e non ammessa. D’altra parte, ormai, l’abbandono in quasi in tutti i paesi capitalisti di questa modellistica di ordinamento politico e la sua sostituzione con modelli che sanciscono un ritorno al capitalismo del lassaiz-faire di Smithiana memoria e ad un liberismo accentuato che colloca il mondo delle imprese (sempre più multinazionali) al centro del sistema, riporta, dal punto di vista delle conquiste e delle tutele sociali, il mondo capitalista indietro di almeno trent’anni. La crisi del Welfare State, contrariamente a quanto si è soliti affermare, è determinata si dalla sua insostenibilità finanziaria in riferimento al mutato quadro della competizione globale su mercati sempre più espansivi e competitivi, ma anche e soprattutto da scelte politiche e strategiche precise che hanno sancito l’abbandono del modello del compromesso sociale. Il socialismo reale, al contempo, basando la sua forza e la sua durata sul fortissimo accentramento politico, su un ferreo controllo sociale e su un’economia diretta dallo Stato attraverso i Piani di produzione quinquennali, ha fallito qualsiasi proposito di livellamento ed emancipazione delle classi sociali subalterne (operai e contadini) che avrebbe dovuto sancire “la fine della società classista”, ma ha semplicemente sostituito, al posto della vecchia aristocrazia zarista, una nuova oligarchia politica rappresentata dai quadri dirigenti del Partito-Stato. Lo sviluppo incredibilmente veloce delle forze produttive, grazie all’irregimentazione forzata e militare dell’economia, e la crescente forza militare sul piano dei rapporti internazionali, nonché i fragili (e pericolosi) equilibri venuti fuori da Yalta, si sono rivelati alla lunga un boomerang per le classi dirigenti sovietiche che si sono dovute confrontare negli ultimi anni di spasmo del sistema con un crescente malcontento popolare ed una situazione di stallo nella crescita economica.

Ma se laddove il socialismo reale ha completamente fallito nei suoi propositi di giustizia ed eguaglianza e la teoria del “dissolversi delle classi e dello Stato” di marxiana memoria si è tramutata in una disparità sociale probabilmente più marcata di quella dei paesi capitalisti e lo Stato lungi dall’estinguersi è diventato onnipresente e onninvadente la vita economica e sociale , la reintroduzione del capitalismo (liberista) negli ex paesi sovietici non ha assolutamente migliorato il quadro, anzi si è dimostrata deleteria soprattutto per la distruzione di tutte quelle garanzie e tutele sociali che lo Stato sovietico era riuscito pur tuttavia a creare. La piena occupazione, le pensioni garantite a tutti, l’istruzione gratuita, assicurazioni gratuite, sanità gratuita, sono diventate tutte conquiste sociali che il capitalismo e le privatizzazioni hanno completamente cancellato. Senza voler entrare troppo nel merito, basti dire che dalla reintroduzione forzata del capitalismo nei paesi dell'ex Patto di Varsavia e nella Russia, l'aspettativa media di vita si è abbassata mediamente di 6 anni. E non è poco.

Dal versante delle società capitaliste di vecchia data, le nostre, le cose, alla luce anche dell'attuale crisi economica, paiono non meno difficoltose. Se infatti ci fermiamo un attimo ad analizzare l'andamento economico del capitalismo occidentale negli ultimi decenni, ci rendiamo conto che il capitalismo trainato dagli USA, è entrato in crisi, e non si è più veramente ripreso dagli anni '70, vale a dire dai primi “guasti” causati dagli shock petroliferi che arrestarono la corsa sfrenata alla crescita economica degli anni del Boom del dopoguerra e inaugurarono una serie di cicliche e ravvicinate crisi particolari del sistema che da allora non si sono più fermate. Le risposte che le classi dirigenti del mondo occidentale hanno dato a queste crisi, sostanzialmente, hanno rappresentato un ritorno al capitalismo pre-guerra, un abbandono della modellistica dell'intervento Statale in economia ed una forte riduzione del Welfare. Le teorie “neo-liberiste” sorte negli anni '80 e magistralmente applicate da Reagan e Thatcher nei due maggiori paesi capitalisti, diedero l'avvio ad una parziale “rivoluzione” economica che si è compiuta negli anni '90 con la caduta del Muro di Berlino. Da quell'evento in poi, con l'apertura dei mercati dell'Est il capitalismo ha visto di fronte a sé la possibilità di dominare completamente il mondo, realizzare il sogno di un mercato realmente mondiale ed integrato, limitare fortemente gli interventi degli Stati nazionali (se non nella risoluzione delle controversie) e dare la possibilità alle multinazionali di dominare con le proprie politiche economiche. Quella che è stata definita “globalizzazione”. La dominazione di un modello sociale ed economico di sviluppo ai danni di zone del pianeta che fino alla caduta del comunismo sovietico non avevano conosciuto.

Dove sta il problema? Tralasciando ogni discorso di principio sullo sconvolgimento culturale e sociale che si determina nei paesi “assoggettati” alla globalizzazione, alla distruzione delle tradizioni, delle culture e delle identità locali, il problema è economico.

Un modello del genere necessita di un prerequisito fondamentale e irrinunciabile per non entrare in crisi: la crescita economica perpetua. In parole povere, il nostro modello di sviluppo, quello che gli stessi Stati Uniti impongono con le bombe e con le “guerre preventive”, con le “esportazioni democratiche”, è basato su un'illusione. Un'illusione tanto più pericolosa e devastante se si pensa che essa presuppone il consumo sempre maggiore di risorse ed energia che il pianeta NON può più assicurarci, determinando in questo modo a lungo e medio termine l'emergere di rischi ambientali di enorme portata. L'attuale sistema di sviluppo è destinato a portare il mondo sull'orlo dell'autodistruzione. Non rendersi conto di questo è un peccato capitale.

La crisi energetica che la globalizzazione ha generato e i cui effetti non si sono ancora compiutamente esplicati, con la riduzione sistematica delle riserve petrolifere e di gas naturale, le guerre ad essa legate, l'instabilità sociale di tutti i paesi del mondo, sono tutti legati a doppio filo con i problemi e i disastri ambientali che questa politica criminale sta generando. Il rischio di un'implosione è dietro l'angolo e minaccia la stabilità mondiale da più versanti.

E' questo il motivo principale per il quale diventa VITALE mettere in seria discussione il nostro modello di sviluppo, proponendo soluzioni alternative per quanto riguarda tutti gli aspetti della nostra organizzazione sociale ed economica, nonché politica. I rischi che corre oggi l'umanità sono enormi ed il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione non se ne renda minimamente conto, addormentata e anestetizzata dai mezzi di informazione, rende le cose ancora più difficili e pericolose. Bisogna fare qualcosa adesso, prima che sia troppo tardi, prima che la crisi economica che stiamo vivendo si trasformi in un incubo militare, prima che il pianeta si ribelli e con uno scossone ci faccia ricordare, tristemente, quanto siamo piccoli e insignificanti di fronte alla natura.

Questo scritto, incompleto e poco esauriente, è solo uno spunto alla riflessione.

(Francesco Salistrari, 2009)


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