martedì 11 agosto 2009

Libertà di Rete.


La rete è momento di libertà. E' la libertà dalla schiavitù di un informazione filtrata dai poteri forti del paese, che detengono il monopolio di giornali radio e televisioni. E' la libertà dall'omologazione ad una visione del mondo dettata dagli interessi di Confindustria, Mediaset e partiti politici. La rete è lo spazio virtuale in cui il cittadino riscopre se stesso, si fa attore e protagonista di una scelta che i media tradizionali non possono dare. La rete è paragonabile a quello che fu la stampa settecentesca che diede voce alla borghesia nascente, che le fece prendere coscienza di classe e la condusse al potere, attraverso la discussione, la denuncia, la rivendicazione.

Oggi, nel mondo della tecnologia comunicativa, dove migliaia di miliardi virtuali passano di mano in mano in pochissimi secondi da un angolo all'altro della terra, anche l'informazione può fare altrettanto, dando modo a tutti di attingere a diverse fonti, regalando la possibilità ad ognuno di noi di farci un'opinione su tutti i problemi che ci interessano, che ci assillano, sulle soluzioni da adottare. Tutti diventiamo, attraverso la rete, giornalisti di noi stessi, senza filtri, senza intermediari interessati. La rete è uno strumento meraviglioso, che può destare le coscienze assopite da decenni di televisione martellante e alienante, da palinsesti voluti e imposti dagli interessi politici ed economici, da determinati modelli culturali e morali. Con la rete il ciarpame televisivo può essere messo da parte, lasciato a marcire nell'etere militarizzato dalla pubblicità e dalla politica.

Internet. Una parola che può diventare sinonimo di emancipazione, se solo tutti ci rendessimo conto delle sue reali potenzialità, se davvero ci facessimo consapevoli della sua straordinaria duttilità alle nostre esigenze, della sua incredibile facoltà di collegarci istantaneamente come se fossimo tutti in una stanza. Il dialogo, lo scontro, la discussione, le decisioni, possono davvero diventare collettive e interessare ognuno di noi. Davvero è possibile dare voce democratica ad un popolo, scavalcando gli ormai snaturati istituti canonici della democrazia. Se la politica è sorda ai richiami della società, se si fa scudo con i suoi privilegi alle pressioni, se si distacca dal paese che dovrebbe rappresentare, allora non c'è altra via se non una riscossa dal basso, che parta da ogni singola abitazione, da un semplice computer. Come? I modi sono tanti. Petizioni, primarie virtuali, raccolta di firme, email di protesta, forum di discussione, blog, sondaggi, piattaforme programmatiche virtuali. Tutti luoghi-non-luoghi che possono diventare reali se reali sono le persone che vi “entrano”, che vi partecipano, che propongono, che discutono, che pensano.

Per troppo tempo siamo stati abituati a delegare. Deleghiamo i nostri rappresentanti ai consigli comunali, alle assemblee regionali e provinciali, ai parlamenti nazionali, persino ai consigli condominiali. Deleghiamo a qualcun' altro il compito di decidere per noi, nei nostri interessi. Eleggiamo personaggi lontani che ci dimenticano presto, che si innalzano, che diventano irraggiungibili, sordi alle nostre richieste, che disattendono i propositi programmatici per i quali li abbiamo eletti.

La delega politica ha fatto il suo tempo. Con la rete possiamo costringere la classe politica a dare conto di tutto. Se tutti gli elettori fossero consapevoli di questo, se prendessero davvero coscienza di quello che si potrebbe fare, alla classe politica non resterebbe che una scelta: chiudere la rete.

Ed i segnali in questo senso sono già tanti. Dalle querele ai blogger più scomodi, alle proposte legislative per mettere il bavaglio alla rete, alle idee antidemocratiche e autoritarie di filtrare i motori di ricerca per evitare che determinate notizie circolino liberamente. Il pericolo di una militarizzazione della rete c'è e gli interessi a farlo potrebbero diventare più decisi. Tutto dipende da noi, dalla nostra coesione, dalla forza che saremo capaci di mettere in campo. Una rinata coscienza di noi stessi come cittadini, come lavoratori, come sfruttati da un mondo ingiusto e diseguale, come persone i cui diritti vengono calpestati e negati, pur solo attraverso la sfacciataggine e l'impunità di questa manica di lestofanti che si fanno chiamare politici. I nostri rappresentanti dovremo essere noi stessi. Il vento della rete potrebbe spazzare via il marciume che si annida nelle istituzioni. Quelle stesse istituzioni che, secondo la Costituzione a cui questa gente presta giuramento, dovrebbero essere la materializzazione dei nostri interessi, delle nostre aspettative, delle nostre esigenze.

In questi termini, lo Stato, che dovrebbe essere la nazione intera, quindi noi tutti riuniti virtualmente (anche qui, vedete!), non ci rappresenta più. La rete potrebbe contribuire alla riappropriazione di ciò che è nostro, di ciò che ci è stato sottratto con artifici e malefici politici, con l'inganno e la menzogna, con la violazione della legge e lo stravolgimento dei valori su cui si fonda la nostra repubblica.

Allora, finché c'è la speranza di cambiare le cose, utilizziamo tutti gli strumenti a nostra disposizione per spezzare questo giogo. Per mandare in frantumi le catene che questa casta parassitaria ci ha messo intorno ai polsi illudendoci che fosse per il nostro bene.


(Francesco Salistrari, 2009)

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