lunedì 15 ottobre 2012

SUDditanza.


Il cielo appare carico di nubi all'orizzonte, mentre scrivo. Mentre la vita continua come sempre, per qualcuno, per tanti, non per tutti.
Molti hanno perso il lavoro, hanno visto i propri risparmi svanire nel nulla, le proprie case pignorate, le proprie imprese fallire. Molti hanno visto la propria famiglia disgregarsi, il più delle volte in tragedia, senza capire bene perchè.
Qui da noi al Sud, in particolare a Cosenza, al contrario sembra non essere cambiato niente.
Si il mercato immobiliare ha subito un duro colpo. Sono migliaia gli appartamenti invenduti, i lavori fermi, i cantieri silenziosi. Tantissimi i disoccupati. Le scuole fatiscenti. La gestione criminale dei rifiuti. Il territorio devastato da cementificazione e dissesto.
Ma tutto sommato il corpo sociale, in qualche modo regge. Perchè in fondo qui da noi sono decenni e decenni che le cose vanno così, con alti e bassi. In realtà noi siamo in crisi da sempre.
Qui da noi ancora si vive di pensioni, di sussidi, del lavoro ottenuto negli anni d'oro del clientelismo statale. Ci sono ancora le famiglie che reggono e sostengono i figli, i cosiddetti ”mammoni”, che no, non vogliono saperne di andarsene da casa. Quelli che quel ministrucolo da quattro soldi ha definito i “falliti”. Eppure se non fosse così, se le nostre città, i nostri paesi, non avessero resistito, se le reti sociali si fossero dissolte insieme al resto, vedremmo il dramma sociale esplodere per strada.
Ma fino a quando può durare? Fino a che punto è possibile continuare così? Le pensioni non dureranno per sempre. I figli che ora sono a casa e usufruiscono di quel poco che i propri genitori hanno guadagnato col sudore della fronte, prima o poi resteranno soli, dinnanzi allo sfacelo che avanza. E hai voglia a sperare che il Sud resisterà e ne uscirà indenne.
Del resto soluzioni non se ne vedono.
Qui da noi la politica è qualcosa di orrendo. Di morto. Di profondamente antisociale.
Partiti, signorotti, caste e maneggioni, portaborse e leccaculo assortiti, sono tutti, insieme, indistintamente, proiettati a mantenere le proprie posizioni di privilegio e una prospettiva di riscatto per queste terre, appare lontana anni luce.
Nella situazione in cui si trova il paese, la considerazione è ancor più greve.
Il PD organizza le primarie, strombazzando ai quattro venti il “rinnovamento”, la “prospettiva di cambiamento”. Parole, parole, parole. Parole che di concreto non hanno nulla. E la gente, qui da noi, ancor più che in altre zone di questa povera Italia alla rovina, resta attaccata alle speranze, alle illusioni, all'appartenenza a soggetti politici che hanno ormai reciso del tutto i propri legami col passato e hanno completamente abbandonato la funzione di rappresentanza per il popolo, quello vero. Qui da noi, nemmeno Grillo è riuscito ad attecchire più di tanto. Decenni di sudditanza politica e culturale, di legami, di subordinazione, fanno sentire pesantemente il loro effetto. Eh si perchè qui da noi la politica è sempre stata ed è ancora un ricatto, una persona a cui dire eternamente “grazie” per quel po' di pane che ci si mette sotto i denti. E non c'è nulla da fare. Non si sfugge da questo meccanismo infernale che imbriglia le coscienze, che annichilisce l'intelligenza, che uccide la dialettica democratica, che arruginisce il senso di giustizia. Da noi la politica vuol dire prima di tutto lealtà. Lealtà ai potentati politici, a quei signori medioevali che governano i partiti come legioni nella propria personale “guerra santa del portafoglio”.
E questo senso di lealtà appiattisce ogni cosa. Appiattisce l'analisi di quello che succede, delle cause, dei possibili rimedi e non lascia spazio che al solito “voto” e alla solita “cabina elettorale” che sono diventati ormai un rito religioso, una funzione d'abitudine, senza nessuna valenza civica.
Ma se questo è valido per le persone più grandi, per le generazioni più vecchie, per i “baby boomers” italiani, per i 407ini, per i pensionati, per i sessantottini imborghesiti (ammesso che qualcuno qui da noi si sia mai veramente radicalizzato), dove sono i giovani? Dove sono i precari? Dove sono i lavoratori in nero? Gli studenti universitari? I docenti critici? Perchè nessuno dice niente? Come si fa a lasciare completamente campo libero al dibattito politico rappresentato da quella americanata farsesca che chiamano “primarie”?
Niente. Calma piatta.
I giovani ballano, vanno in discoteca, spendono e spandono i risparmi e i soldini di papà, comprano l'I-Phone, la macchina a rate, lavorano in un call-center convinti di avere il posto a vita di una volta, si sottomettono a lavori sottopagati e in nero pur di avere qualche cosa da mostrare il sabato con gli amici, bevono e si ubriacano, si drogano, parlano di calcio, di donne, di uomini, di nulla.
E mentre qualcuno lassù cancella il loro futuro, quello di tutti, questi qua non si accorgono di niente.
Si è vero, l'informazione è uno schifo assoluto. Una vergogna storica. Qualcosa da far venire il sorrisetto beffardo di soddisfazione a quel dilettante di Goebbels o al più ossequioso reporter della Pravda staliniana. Ma è pur vero che in qualche modo internet riesce a fornire possibilità per informarsi in maniera indipendente, per farsi un'idea, per capire alcuni meccanismi, per stimolare quanto meno l'inizio di un dibattito. Eppure sono proprio loro, i giovani, quelli che utilizzano internet di più. Ma ormai internet per la maggior parte è diventato solo Facebook e basta dare un'occhiata agli “stati” che circolano di “bacheca” in “bacheca”, alle foto, agli eventi che vengono pubblicizzati, alle discussioni che si affrontano, per restare perfettamente avviliti.
Una sequela infinita di luoghi comuni, di espressioni di “principio” di un'ignoranza disarmante, da cui traspare la distorsione totale degli interessi collettivi, un menefreghismo sconfortante, nichilismo, che si riduce a sesso, incontri, locali in, sfilate, feste.
Questo traspare da questa gioventù calabrese (e non solo). Di quella gioventù che rappresenta la maggioranza dei giovani del Sud.
Nient'altro.
I pochi che cercano di fare qualcosa, di animare discussioni, di creare aggregazione, di rompere il muro della mediocrità della politica tradizionale, restano isolati, demoralizzati, impotenti.
E' vero, qui da noi, il “sistema” ha vinto.
Perchè è entrato nelle coscienze. Le ha prese alla gola, ne ha attratto le velleità, ne ha stimolato l'ingordigia, ne ha manipolato la consapevolezza.
E tanti, troppi, hanno completamente dimenticato da dove vengono, chi sono e perchè.
Siamo gente del Sud. Che è anche una sillaba della parola Sud-ditan-za.
E lo siamo davvero, sudditi. Da 150 anni. Da quel maledetto “Obbedisco!” massonico di “Giubba Rossa”, eroe dei due mondi, amico di mille, ma soprattutto degli Inglesi.
Il Sud da allora non si è più riavuto. E la Questione Meridionale non è solo questione sociale. Ma è economica, monetaria, culturale, politica.
La storia del Sud è storia di dominazione, di repressione, di controllo sociale, di totalitarismo.
E noi siamo i Sud-diti. Sudditi di sua Maestà Vittorio Emanuele II, del Duce Benito, della Democrazia Cristiana, della Mafia, degli Stati Uniti, del mercato, di questa Europa coloniale.
E come i sudditi di ogni periodo storico, siamo restii a scontrarci con il potere, in ogni sua forma, che sia il “capetto di quartiere”, o il grande Boss, o il politico influente, o la multinazionale di turno.
Piuttosto cerchiamo di racimolare gli avanzi della cena di corte, ringraziando devotamente, testa china, occhi bassi, sorriso mellifluo.
E tra pezzenti siamo soliti spacciare per ricchezza, qualche briciola di pane e qualche fondo di bicchiere di vino annacizzato, come si dice dalle mie parti.
Siamo un popolo colonizzato a cui è stata cancellata la memoria collettiva, a cui è stato negato il futuro, la dignità e la libertà. Ma la cosa più grave è che ci hanno convinto e continuano a convincerci che tutto ciò che hanno fatto, che fanno e che faranno, è per il nostro bene.
E noi ossequiosamente continueremo a votarli, perfino alle primarie (pensa te!), sicuri di vivere in una democrazia, seppellendo, insieme ai morti, la memoria di Portella della Ginestra, dei massacri di Scelba, dell'emigrazione forzata, delle Stragi di Stato di Capaci e di Via D'Amelio, della devastazione del territorio, dei traffici dei rifiuti tossici, dei malati di cancro e di tutti i bei “regali democratici” che nel corso degli anni ci hanno fatto.

Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo” - Vittorio AlfieriDella Tirannide, 1777.


(Francesco Salistrari)




2 commenti:

  1. Si così è il Sud! Ma il Nord è uguale! E' la penisola dei Lotofagi!
    Martin Pescatore

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    1. Mon Dieu, come siamo messi male!
      Ciao Martin

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