domenica 7 ottobre 2012

La vita è sacra.


DI CHRIS HEDGES
truthdig.com

D’estate, mi ritiro sulle montagne e sulle coste del Maine e del New Hampshire per liberarmi dall’ingerenza del mondo industrializzato. In queste foreste e lungo la costa frastagliata dell’Atlantico, col fragore assordante delle onde che s’infrangono sugli scogli, mi rendo conto della caducità della vita umana, semplicemente insignificante dinanzi all’universo. Sopra di me, le stelle si stagliano a migliaia sulla volta celeste, schernendo la mania di grandezza dell’uomo.

Ci sussurrano il monito biblico, ricordandoci che polvere noi siamo e polvere torneremo. Amate adesso, ci dicono con insistenza, proteggete ciò che è sacro finché ne avete il tempo. Tuttavia, mi reco in questi luoghi anche per piangere. Piango per il nostro futuro, per l’agonizzante maestosità della natura, per la follia della specie umana. Il pianeta sta morendo. E noi moriremo con lui. Un giovane pastore conduce la propria capra oltre uno stagno riarso nella periferia di Bhubaneswar, una città situata nell’India orientale. (AP/Biswaranjan Rout)

Il coreografico carnevale di Tampa, immerso in uno sfarzo da capogiro, e l’imminente carnevale di Charlotte distolgono la nostra attenzione dal mondo reale, quello che sta progressivamente collassando sotto i nostri piedi. Il mortale assalto ecologico da parte dello stato impresa è mascherato dall’ostentazione e dalla propaganda, dalle ossessioni ridicole impartiteci dalle nostre allucinazioni elettroniche, nonché dallo spettacolo inscenato per ostentare una falsa partecipazione politica. Più la situazione peggiora, più ci rifugiamo nell’auto illusione. Convinciamo noi stessi che il riscaldamento globale non esiste. O ne avalliamo l’esistenza, insistendo però sulla nostra capacità di adattamento. Entrambe le risposte confermano la nostra mania di eterno ottimismo e la nostra ricerca sconsiderata di benessere. Qui in America evitiamo la realtà, quando questa è sgradevole. Ma la realtà si abbatterà su di noi come le Erinni, mandando in frantumi la nostra noncuranza prima e le nostre vite poi. Noi uomini, in quanto specie, siamo condannati. E, per un padre di famiglia, questa è una realtà amara, amarissima da buttar giù.

Io e la mia famiglia facciamo una camminata su una costa desolata, in un’isola del Maine, accessibile soltanto via mare. Nei pomeriggi sostiamo in isolate insenature, osservando l’oceano Atlantico o la costa e il profilo appena visibile delle colline di Camden. Mio figlio ultimogenito getta dei sassolini nella schiuma delle onde. Mia figlia, con passo incerto, si avventura sulle pietre levigate della spiaggia, tenendosi alla mano della madre. Strillano forte i gabbiani grigi e bianchi sopra le nostre teste. Il vento trasporta l’odore del sale. La vita, la vita della mia famiglia, la vita attorno a me, è inerme e allo stesso tempo fragile e sacra. E vale la pena di lottare per salvarla. Ai tempi in cui ero ragazzo e mi recavo sulla costa con mio zio in occasione di spedizioni di caccia all’anatra, vi era un’attività ittica vivace. Il pescato delle flotte era variegato: eglefini, merluzzi, aringhe, naselli, halibut, pesci spada, merluzzi neri e platesse. La zona non offre più un tale assortimento alieutico, vittima della pesca commerciale in cui enormi pescherecci spazzano via il fondale marino uccidendo coralli, briozoi, siboglinidae e altre specie che fornivano nutrimento a nuovi banchi di pesci. I pescherecci si lasciano alle spalle melma e detriti: un fondale sterile e desolato. La situazione è la stessa in tutto il pianeta. Foreste rase al suolo. Acqua contaminata. Aria satura di emissioni di carbonio. Suolo esaurito. Oceani con livelli di acidità alle stelle. Aumento delle temperature atmosferiche. E qualcuno, da qualche parte, guadagna delle scandalose somme di denaro da tutto ciò. Le corporation, indifferenti a ciò che è sacro, considerano la morte del pianeta come un’altra occasione d’investimento. Si precipitano per sfruttare i territori incustoditi sottostanti le acque polari per accaparrarsi le ultime tracce di petrolio, gas metano, minerali e pesce. E dato che le corporation determinano il nostro rapporto nei confronti dell’ecosistema dal quale dipendiamo per vivere, le probabilità che sopravviviamo sono sempre più pessimistiche. L’ultima fase di cinquemila anni di attività umana stabile termina con un’assurdità collettiva. 

“Tutti i miei mezzi sono sani,” dice il capitano Achab riferendosi alla caccia suicida di Moby Dick, “il mio movente e il mio fine sono pazzi.” Il fondale oceanico al largo della costa del Maine, nelle cui acque quest’estate si è registrato un incredibile aumento delle temperature di cinque gradi, è adesso ricoperto di crostacei, come granchi e astici, che non hanno più predatori. Per ragioni di profitto, le riserve di pesce sono state esaurite. La monocoltura di crostacei è fragile, come tutte le monocolture. Una fragilità sperimentata anche dai coltivatori di mais del Midwest. Gli astici rappresentano l’ottanta per cento del fatturato del mercato ittico del Maine. Ma per quanto tempo ancora dureranno? Quando un ecosistema vario e bilanciato in maniera altamente complessa viene spazzato via, che futuro ci si può aspettare? Dopo che si demolisce la natura e se ne gettano i pezzi, cosa accade quando è disperatamente necessario ricomporla? E anche se è possibile ricostituire le riserve di pesce decimate dalle flotte commerciali, come stanno tentando di fare delle coraggiose associazioni come il Penobscot East Resource Center, cosa succede se le temperature delle acque e i livelli di acidità continuano ad aumentare a causa del riscaldamento globale, condannando la maggior parte della flora e della fauna sottomarine? 

Quest’anno, gli astici hanno fatto la muta sei settimane prima del solito a causa dell’aumento della temperatura delle acque. Ciò che è accaduto nelle acque più a sud sta accadendo adesso al largo delle coste del New England. Vent’anni fa, le acque di Long Island Sound garantivano astici in abbondanza. Questi sono poi scomparsi in seguito ad un aumento delle temperature, diventando preda di infestazioni parassitarie e malattie della corazza. Gli astici sopravvissuti sono migrati verso acque più fredde. 

Tutte le risorse naturali sono state sfruttate fino all’esaurimento: queste diminuiranno per poi scomparire molto presto. La siccità sta colpendo le foreste sia nel nord est che nel nord ovest. La moria invernale dello scarabeo del pino di montagna e di altri parassiti, vitale per la salute delle foreste, non si sta più verificando dato il costante riscaldamento globale. I tradizionali alberi di legno duro delle foreste del nord e le conifere stanno morendo. Li stanno rimpiazzando con foreste di querce e noci, condannando la biodiversità e radendo al suolo l’habitat di una gran varietà di uccelli canterini e di altra fauna selvatica, nonché decretando la chiusura dei battenti dell’industria dello sciroppo d’acero. Una decina d’anni fa, lo sciroppo d’acero veniva prodotto negli stati del Connecticut e del Massachusetts. Da bambino mi addentravo nelle foreste con le racchette da neve ai piedi per arrivare ai capanni degli agricoltori, dove vi erano tinozze di sciroppo bollente. Versavamo lo sciroppo sul manto di neve proprio fuori dai capanni per fare dei dolciumi invernali friabili. Tuttavia, la produzione negli stati del New England meridionale è cessata, spostandosi verso il Maine settentrionale e il Canada. Questi sono piccoli indicatori naturali che segnalano che c’è qualcosa che sta andando storto. 

Su base giornaliera, i dati dello scioglimento del ghiaccio marino artico monitorato nel corso di questa estate sono stati i più gravi mai registrati. Dalla fine degli anni Settanta, quando cominciarono ad essere effettuati i rilevamenti satellitari, la quantità di ghiaccio marino è diminuita del 40%. Tra una decina o una ventina d’anni, i ghiacci marini estivi del mare Artico potrebbero sparire del tutto. Con la scomparsa dei ghiacci estivi, il quadro meteorologico del nostro pianeta sarà dominato da tempeste inspiegabilmente violente e improvvise e da altre violente anomalie naturali. La siccità devasterà alcune zone della Terra mentre altre saranno colpite da precipitazioni incessanti. Sarà un mondo fatto di estremi. Uragani. Trombe d’aria. Alluvioni. Regioni desertiche. Incendi e inondazioni. 

I nostri leader politici, sia democratici che repubblicani, sono corresponsabili della fine dell’umanità. Il nostro sistema politico, simile a quello esistente durante il declino dell’antica Roma, è un regime di corruzione legalizzata. Gli uomini politici, Mitt Romney e Barack Obama compresi, servono agli scopi dementi delle corporation che tenteranno di approfittare della spirale mortale che ci inghiottisce fino all’ultimo barlume di vita. L’unica e sensata forma di resistenza è la disobbedienza civile, compresa la recente decisione presa da parte di alcuni attivisti di Greenpeace di incatenarsi ad un’imbarcazione d’appoggio della Gazprom per impedire l’inizio delle operazioni di trivellazione. Votare è inutile. Tuttavia, anche se sostengo tali eroici atti di resistenza, temo sempre più che questi abbiano un minimo effetto. Questo non significa che non dovremmo opporci. Resistere è un imperativo morale. Non possiamo utilizzare la parola “speranza” senza reagire. Tuttavia, le corporation faranno di tutto finché non avranno tratto profitto persino dall’ultima goccia di vita. Non possiamo far altro che aspettarci un’ostilità crescente da parte dello stato impresa. I suoi sistemi di sicurezza nazionali e internazionali, dato che le conseguenze fatali dello sfruttamento frenetico diventano più evidenti, cercheranno di tacere e stroncare qualsiasi forma di dissidenza. Le corporation si disinteressano della democrazia, dello stato di diritto, dei diritti umani o dell’inviolabilità della vita. Sono determinate ad essere gli ultimi predatori sulla faccia della terra. E poi anche questi verranno fatti fuori. L’arroganza smisurata non porta ad altro che all’auto immolazione. 

Chris Hedges
La rubrica di Chris Hedges viene pubblicata ogni lunedì su Truthdig. Per vent’anni circa, ha lavorato come corrispondente estero in America Centrale, nel Medio Oriente, in Africa e nei Balcani. Ha fatto servizi da più di 50 paesi e ha lavorato per The Christian Science Monitor (N.d.T.: quotidiano statunitense), per la National Public Radio (N.d.T.: spesso chiamata anche NPR, è un’organizzazione indipendente non-profit comprendente oltre 900 stazioni radio statunitensi), per il Dallas Morning News e il New York Times, per il quale ha lavorato in quanto corrispondente estero per quindici anni. 


letto e condiviso da: www.comedonchisciotte.org

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