mercoledì 22 agosto 2012

Senza etica non c'è vita!


di Gianni tirelli
In passato, fino a prima dell’avvento della “rivoluzione industriale”, il popolo aveva come riferimento del potere i rappresentanti di una borghesia illuminata (se paragonata all’attuale), colta e aristocratica, che sul sapere, le arti e la conoscenza, legittimavano i loro privilegi. I grandi geni di un tempo (irrepetibili e immortali) pittori, letterati, scultori, architetti, filosofi e studiosi, sono l’espressione di un mecenatismo pragmatico e prolifico, fonte, per il potere, di prestigio, saggezza e immortalità. Il Rinascimento (per non andare troppo in la nel tempo), ne è un esempio per tutti.
La cultura, ben lungi allora dall’essere definita, “un investimento”, ma patrimonio inviolabile e sacrosanto di tutti i popoli, era sinonimo di vera ricchezza, prestigio, potenza e di civiltà. Come l’acqua, l’aria e l’ambiente, si poneva a parametro di purezza, evasione e ineludibile necessità. La ricerca e la contemplazione della bellezza, erano motivo di appagamento sensoriale, di piacere e di sensualità, e la poesia e la commedia erano il leit motiv di una quotidianità animata dalla tradizione e dal folclore.

Con la “rivoluzione industriale” (la cui capacità a riprodursi e di sviluppare metastasi si può definire, ipertrofica), tutto l’impianto etico è stato scalzato di netto, e cancellato dentro un processo degenerativo di regole, valori, logiche e comportamenti che, fin dall’alba dei tempi, resistevano indomiti e immutati. Senza etica non ci può essere vita!
La proprietà e la gestione della ricchezza (il capitale), da sempre in uso alla borghesia illuminata e alla nobiltà, in pochi decenni, è passata di mano al potere economico industriale, riempiendo le tasche di imprenditori analfabeti, ingordi e corrotti e le casseforti di banchieri scodinzolanti e compiacenti. In virtù, di un tale travaso, arte e cultura, costrette ad allinearsi e adeguarsi ad una tale e inedita circostanza, hanno rinunciato e ripudiato le originarie ragioni e l’intrinseca funzione, anteponendo così, alla crescita umana e all’ispirazione, il profitto e la propaganda. Il sentimento dell’amore si è fatto postribolo, l’evasione intellettuale, voyeurismo, e la bellezza, indice d’ascolto. Una modernità canaglia che sarà, in seguito, foriera di apocalittiche sventure.
L’immagine raccapricciante – sotto i nostri occhi – delle società moderne e dei disastri biblici che hanno prodotto, é l’espressione esplicativa e incontrovertibile, della non cultura al potere, che si è impadronita della ricchezza, epurandola da ogni contaminazione di carattere intellettuale, etico e morale.
L’attuale e oscura borghesia industriale, in netta antitesi con la trascorsa, vede, oggi, la cultura “come fumo negli occhi” e guarda alla parsimonia dei cittadini, come una vera e propria sciagura e calamità. Popolarità e potere raggiunti da questi loschi personaggi della borghesia industriale, sono la chiara dimostrazione di quanto, intelligenza e cultura, non siano requisiti fondamentali per un tale scopo, ma dei veri e propri impedimenti.
La crescita di livello di civiltà dell’occidente, corrisponde alla sua diabolica capacità di dissociarsi da ogni più remoto barlume di cultura e tradizione del passato, per poi sostituirsi alla stessa, nel nome della “modernità.” L’aria delle nostre città, le acque dei nostri mari e fiumi, i territori devastati dai rifiuti industriali, l’alimentazione, la condizione disumana dei paesi del terzo mondo, tutto questo, oggi, é sinonimo indiscusso di “modernità” e risultato ultimo dello scollamento dell’uomo dalla natura e dell’inquietante ribaltamento di valori e principi etici.
Se pittori come, Giotto, Tiziano, Raffaello (per fare tre soli esempi) sono i parametri applicati a valutare il livello, di civiltà e di bellezza raggiunti nel passato, oggi, i moderni criteri di giudizio, sono altri: Andy Warhol, Lucio Fontana, Pollock.
L’arte moderna, definita tale in modo da esimerci dal confronto con l’arte assoluta, è la metastasi delle società industrializzate e relativiste che, nel consumismo fast food e nel facile profitto, sono espressione di vuotezza, contraffazione e squilibrio.
Se poi, a Giotto, Tiziano e Raffaello, sostituissimo i parametri di aria, acqua e terra, l’esempio sarebbe ancora più schiacciante.
fonte: http://www.oltrelacoltre.com

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