martedì 15 gennaio 2013

Animaevento.




Giocoforza il mio destino... ma in fondo cos'è il destino, se non una lunga sequenza di fatti che ti portano dove sei ora? Adesso. Non domani. Non ieri. Ora.
E alle 14.18... io so di amarti.
Non c'è destino che possa spiegare l'attimo attuale. Non c'è storia che possa giustificare il senso di smarrimento di fronte a due occhi che ti guardano penetrandoti la carne, arrivando a sondarti dentro, in profondità, nei recessi di te stesso, laddove non entravi nemmeno tu, per paura di sporcare, di mettere disordine, per paura di macchiare di realtà il tuo mondo nascosto.
Non c'è parola che possa descrivere il senso di abbandono totale, di resa, che si prova nel trovarsi, ora, davanti ad un angelo che ti guarda, ti tocca, vive con te. Puoi far finta di niente e cominciare a ridere sguaiatamente, chi se ne frega? Tanto quegli occhi sapranno sempre quando mentirai, ti vedranno piangere mentre stai ridendo, ti vedranno cadere mentre vuoi convincerti di volare.
Il mondo è un cesto di contraddizioni. La più grande delle quali siamo noi stessi che tentiamo di giustificarle, senza renderci conto, attraverso altre contraddizioni.
Allora cos'è questo senso di smarrimento? Cos'è questa felicità delirante che mi sento addosso? Cos'è questa polvere?
Alle 14.24... io ti amo.
E non mi interessa il perchè. Che senso ha chiedersi un perchè? Non c'è un perchè. La legge causa-effetto è  sopravvalutata. Noi, dentro, non funzioniamo così. Una causa, dentro noi stessi, può essere effetto e causa di sè stessa, può essere ragione e scopo, può essere fine e mezzo, chiaro e scuro, giorno e notte.
L'amore non è una causa. Non è un effetto.
E' ciò che è.
E non ha spiegazione.
Per quale motivo dovremmo darci una spiegazione dell'infinito se non siamo nemmeno in grado di pensarlo?
Che senso ha, cercare il senso di quello che non possiamo pensare?
Il destino. La vita. Il mondo.
Il vento. Le maree. Il desiderio.
Siamo punti interrogativi vaganti.
Ma sappiamo abbandonarci, senza un perchè, all'amore, con semplicità assoluta. Con naturalezza.
E amiamo, come lo stesso respirare... senza chiederci un perchè.
Perchè, dovrei chiedermi cosa è successo stanotte? Che senso avrebbe capire lo svanire del mondo, il fermarsi del tempo, il cristallizzarsi di un attimo? Che motivo avrei per voler sapere cosa mi succede quando cammino e ti trovo accanto a me, guardarmi?
Siamo anima e vento.
L'abbiamo detto mille volte.
In mille anni.
Da quando ci conosciamo.
Da sempre.
Da un giorno così lontano addietro nel tempo, da non ricordarlo.
Mi guardi.
E mi vedi.
Completamente nudo. Senza infingimenti. Senza veli.
Come nessuno mi ha mai visto.
Come non credevo potessero degli occhi guardarmi.

“Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh!”
Jack Kerouac – On the road

E allora è follia.
Tu mi prendi l'anima, lo sai, e me la sconvolgi. E mentre sto facendo “ohhhhh!”, il fuoco che ho dentro riscalda anche te.
Non ho legna da ardere. Pezzi vecchi da consumare. Paglia. Matite. Sedie. Scrivanie. Vestiti. Da bruciare.
Questo fuoco arde da sé. Scoppiettante. Venando di strani colori i miei occhi.
Cammino, vago, penso, sento, senza capire. Ma non mi importa.
Le tue labbra.
Dio, le tue labbra.
Abbiamo fatto l'amore, quante volte?
L'oblio dei ricordi e del male, avviene così. Ogni volta che baciandoci, facciamo l'amore. Ogni volta che, guardandoci, ci diamo del tu.
Crederai, che stia scrivendo, un altro “Le cose non dette”. Ma non è così.
Queste sono le cose che ho detto. Quelle che vorrei non smettessero di aleggiare come polvere intorno a me. Quelle a cui non smetterei di pensare con tenerezza neanche tra mille anni.
Ed è un muto dialogare con te che mi trascina in questi attimi. Secondo per secondo. E' un reciproco baciarsi, sentirsi, che mi accompagna. E' la tua mano quella che sento. E' il tuo respiro, ciò che mi culla, in questo vagare errante.
Quante, quante cose, dovrei fare. Adesso! Quanti, quanti, quanti, dannati pensieri dovrebbero attraversarmi la mente adesso! Quanti!
E invece, non esiste altro.
Il mondo non esiste.
Il mondo ci invidia.
Dovrei staccarmi da qui. Prendere una strada. Andare da qualche parte. Ma sto andando ovunque, in un tutto che sgocciola, che cola, lento, come il respiro calmo di un dormiente. Dovrei andare. Ma come fare a partire quando si è già in viaggio? Come fare a fermarsi e ritornare?
La partenza è un atto di inizio...e forse d'iniziazione. La sensazione di venir battezzato, il senso dell'ignoto, la stretta allo stomaco, il pulsare delle tempie. La partenza è un principio. E' l'avvio del succedersi di una serie di eventi.
Ed io, io, dovrei partire. Ma sono già in viaggio. Niente battesimo per me, niente rito d'iniziazione. Sono già in viaggio.
Con te.
Ore 14.48.... io ti amo.
Quel viso... è un ritratto. Quelle mani, una scultura. Quegli occhi... un'emozione.
Perchè dove, come, quando, non hanno più senso?
Eccomi ancora qua, a pormi perchè.... brutto vizio... causa-effetto, non esistono dentro me... non esistono dentro te...
Può anche esserci una ragione del vento... non certo delle sue parole.
Cosa, cosa, cosa faccio?
Perchè scrivo?
Mi hai detto: “scrivi, scrivi, scrivi, scrivi...”
Amore, è una vita che scrivo.
Non avevo mai trovato un senso nel farlo. Lo facevo e basta. Come scaricarsi la coscienza con un amico fidato, come liberarsi da un dolore, da un fastidio, per non stare male.
Ora so che non scrivo per questo.
Scrivo per il semplice fatto di esistere.
E sei stata tu, con una carezza, a farmelo scoprire.
Potrei sembrare presuntuoso, borioso, tronfio di me stesso. Ma non è così. Sento che è giusto scrivere, per imboccare parole a chi mi legge e riceverne in cambio amore, scrivo per dire le cose non dette di chi resta muto, scrivo per guardarmi e lasciarmi guardare, insegnando agli altri a fare altrettanto. Scrivo perchè esisto e voglio far esistere anche tutti gli altri... dentro di me. Fino a scoppiarne. Fino a morirne.
Non importa se le mie siano angosce. Paure. Vigliaccherie. Turpitudini. Pensieri molesti. Malsani.
Non importa questo.
Non vivo per scrivere, né scrivo per vivere.
Scrivo per poterti guardare senza vergogna.
Dall'altra parte dello specchio.
La mia immagine vacillava... infranta, nelle crepe di uno specchio sporco, che non pulivo per viltà da molto tempo... avevo smesso di guardami, per il semplice fatto che non volevo vedere le mie rughe, il mio morire, la mia paura, i miei occhi grigi. Grigi come il vetro dello specchio.
La mia immagine svaniva. Negli anfratti di un passato mediocre. Nelle pieghe dell'onda di un suono che si andava affievolendo. Effetto doppler, alla sua fase finale.
Non sentivo più la mia voce. Come spersa in corridoi capaci solo di rincorrersi, di porte chiuse, di luoghi spogli, freddi, sporchi, micragnosi, voraci.
Non sentivo parlarmi, ma solo giudicarmi in silenzio.
“Non misurarti mai. Quando lo fai, ti offendi. Quando ti giustifichi, ti violenti”.  Come sei pazza quando mi dici così. Come sei folle nel vedermi così.
Eppur adesso, guardando quello specchio, dall'altra parte, vedo te.
Ed è dolce scoprirmi così. Fuso in due dimensioni, in una delle quali siamo un essere unico.
Il tempo è ora.
Adesso.
E adesso, ti amo.
Il piacere di camminare con il viso rivolto al sole, senza paura di bruciarsi, me l'hai insegnato tu. Guardandomi dall'altra parte di quello specchio, ora lucente, cristallino, chiaro, trasparente, come acqua.
E tu sei l'acqua.
L'acqua che mi disseta, che mi lava, che mi carezza la pelle.
Non so, non so, non posso sapere, non cerco di capire. Non so, non credo, non voglio pensare.
Non muoio più un giorno alla volta. Non mi rimpicciolisco più,  un centimetro alla volta. Non mi rannicchio più, dove nessuno può vedermi.
Voglio farmi vedere. Splendente, della luce dei tuoi occhi.
Il pianto a volte lava il dolore. Sa farlo. E' un ottimo straccio per macchie ostinate.
Ma esiste qualcosa di più forte. Immensamente più potente.
Il riso.
Ed ora rido.
Rido con te. Di te, buffa, birichina e folle. Di me, pazzo, insensato, sciagurato e luminoso. Rido del mondo... che svanisce nel riso. Rido del male, inutile e inoffensivo, nel nostro riso bambino.
Quando si è bambini, si ride non per scacciare via qualcosa, ma perchè si ha voglia di farlo. Tutto il resto viene allontanato, come impaurito, da tanta impertinenza, anche la morte, ha paura dei bambini, a volte, che con il loro riso sincero, la fanno sentire una vecchia decrepita indaffarata in un piccolo, misero, buio, angolino dell'universo, la fanno sentire solo un passaggio, non una fine, la fanno sentire una partenza, non un arrivo.
E siamo tornati bambini. E tu, tu mi hai promesso di restarlo per sempre.
La mia bellissima bambina.
Quella che ride, con me, di me, di sé... e con questo fa invidia al mondo intero.
Ore 15,29. E' passata esattamente un'ora da quando ho cominciato a scrivere. E ti amo.
Guardo i tuoi occhi da gatto... e mi perdo nella loro espressione. Non è uno sguardo vacuo, vuoto, senza destinazione. Attraversa l'aria, la materia, le cose, ma non per perdersi, ma solo per posarsi laddove nessun'altro sguardo può farlo. Hai la capacità di guardare l'infinito, nutrirti di esso e non esser mai sazia. I tuoi occhi, non sono lo specchio dell'anima, sono lo specchio dell'universo. Sono le dita di un artista su una tela intonsa. Sono le mani di un pianista su tasti d'avorio. Sono lo scrigno palese di un segreto iscritto nella notte dei tempi.
Nessuna causa. Nessun effetto.
Nessun capogiro.
Solo naturalezza.
Quella di una gatta che allatta i suoi cuccioli.
Lisciami, lisciami questo viso stanco. Lisciami l'anima. Non smettere.
La comprensione non è una parola. E' un dono. E' l'elargizione preziosa di una voce senza suono.
Comprendersi, vuol dire amare, vivere, eliminare distanze inutili, annichilire i ricatti di un mondo che chiede solo sangue e vittime all'altare della sua alterigia.
Il denaro non è mai stato un elemento di felicità. Quale effimera felicità, il denaro! Quale tristezza! Quale abiura di sé stessi! Quale putridume! Quale pochezza! Quale mediocrità!
Quanto è mediocre il mondo che corre dietro al denaro! Che crede di sentirsi realizzato in un successo effimero fatto di vestiti eleganti e morti bianche. Che crede di trovare il senso di sé, nel dividere gli uomini in celle distinte.
Sesso, religione, razza, colore degli occhi, forma del naso, mansioni, lavori, attitudini, passioni, paure, debolezze, nazioni, confini, barriere, fucili, anatemi, teorie, minacce............................................................................................
Quanta mediocrità nel pensarlo!
Questa è follia.
L'amore è follia?
Non credo. L'amore è solo la forma più alta, sublime, incolore e inodore, imprevista, inspiegabile, miracolosa, di comprensione.
L'amore è LA forma. Quella che tutte contiene. Quella che tutte spiega. Quella che a tutte dà un senso.
Stanotte sei entrata in me ed io in te.
E ci siamo amati, ci siamo compresi, siamo diventati l'uno la forma dell'altra. In un abbraccio miracoloso e sincero, come il pianto di una mamma che vede il suo bambino andare a scuola.
Animaevento.
Ore 15,48.
Potrei trascinare queste parole per sempre.
Perchè, ti amo.
E non mi interessa domani.
In realtà il domani, per me non è mai stato un problema. Ho vissuto sempre un attimo alla volta. Affrontandolo quando mi si presentava dinnanzi. Non ho mai fatto, né mai farò progetti a lunga scadenza. Già la parola: lunga scadenza. Sembra un prodotto alimentare destinato a marcire.
Sono sempre stato orripilato da quelle persone che progettano la propria vita fin nei minimi dettagli, o almeno ci provano. Perchè sono quelle che resteranno più deluse di tutte, se il loro progetto, simile ad una nave carica di buone intenzioni, naufragherà o affonderà, nelle acque di questo porco mondo in cui i progetti degli altri, sono quasi sempre per natura, rivali dei tuoi.
La concorrenza.
Per cosa si concorre in realtà?
Il problema è che si concorre NON per, ma CONTRO. A detrimento. A danno. A svantaggio. A discapito. Degli altri.
E conta qualcosa se per nutrire i tuoi figli, uccidi quelli di un altro? E conta qualcosa se per amare le persone a te  care, devi odiare quelle che non conosci? E conta qualcosa se per poter vivere i tuoi sogni, sei costretto a svegliare qualcuno dai suoi? E conta qualcosa pensare di essere giusto, quando la giustizia, così, non è che una vana parola orlata di buone intenzioni?

La strada dell'inferno è lastricata sempre da buone intenzioni!” (K.Marx)
Potea, non volle, or che vorrìa, non puote. (Luigi Fiacchi).

Capisci amore mio?
E lo scrivo per comprenderlo, con te. Perchè è qui, dentro me. Che parlo con la tua voce, che mi risuona nei pensieri, come un'arpa, melodia di un tempo sereno, balletto di un mondo ancestrale, didascalia del silenzio.
Ancora una volta comprensione.
Che non è un atto individuale. Non lo è mai! Quanto piccoli siamo da individui. Quanto miseri!
Cumprehendere.
Cum, insieme.
Prehendere, prendere, afferrare, capire, respirare, accettare, amare.
Cumprehendere.
Individui. Puntini. Atomi in movimento. Nulla.
Da soli, siamo un nulla che blatera.
Da soli, siamo una cicala straziante.
Da soli, siamo il significato di nessuna spiegazione.
Comprendere te. Dentro di me. Ed io in te.
Amore mio.
Porta fuori ciò che sei, non aver mai paura ad essere ciò che sei. Prendi a pugni il mondo se necessario, le tue nocche sono forti. Abbandona l'insicurezza. Metti parte ogni cosa e sii te stessa.
Stanotte, toccarti, sentirti, amarti, desiderarti, berti, mangiarti, gustarti, prenderti, comprenderti, è stata l'esperienza più sconvolgente della mia vita.
Perchè finalmente ho compreso.
Sono un insieme.
Non più un luogo senza ampiezza.

(Francesco Salistrari)






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