domenica 6 gennaio 2013

Ripoliticizzare la Decrescita.




Considerazioni a partire dalla Conferenza di Venezia
Marino Badiale, Fabrizio Tringali



Quest'anno la Conferenza Internazionale sulla Decrescita, ormai giunta alla terza edizione, si è tenuta in Italia, a Venezia, dal 19 al 23 settembre. Senza dubbio l'iniziativa è stata un successo: circa 700 partecipanti provenienti da 47 paesi diversi, età media piuttosto bassa (più di un terzo degli iscritti aveva meno di 30 anni), grande partecipazione sia alle assemblee plenarie sia ai workshop (più di 80 in tre giorni), circa 180 papers discussi. Tutto ciò, unito alla capacità dimostrata dagli organizzatori, prova che anche in Italia il movimento della decrescita, nelle sue varie componenti, è ormai una realtà ben consolidata. Un risultato di questa portata comporta anche, come è ovvio, una grande responsabilità: quella di far crescere e fruttificare le potenzialità che il movimento ha dimostrato di avere, riuscendo ad incidere effettivamente sulla realtà politica, a livello sia nazionale sia internazionale. 

Il pensiero della decrescita ha certamente la possibilità di sparigliare le carte della lotta politica tradizionale, imponendo un'agenda non riducibile agli schemi concettuali che hanno segnato gli antagonismi del Novecento, in particolare quello fra destra e sinistra. Ma affinché la decrescita possa sviluppare le sue grandi potenzialità, è probabilmente necessario un ulteriore sforzo di focalizzazione di alcuni nodi concettuali. 
E' vero, infatti, che il movimento della decrescita appare oggi già ben attrezzato per un'azione efficace su questioni concreti e locali (buone pratiche di vita, difesa dei beni comuni), e questo è senz'altro uno dei suoi aspetti migliori, che lo rende molto diverso dai tanti gruppuscoli sempre pronti a definirsi “rivoluzionari” nelle intenzioni e negli slogan, ma mai capaci di esserlo nella realtà della vita. Ed è altrettanto vero che all'interno del movimento si sta elaborando una riflessione, difficile e impegnativa, sugli aspetti filosofici e antropologici di fondo che stanno alla base del nostro mondo “globalizzato” e della sua deriva verso l'autodistruzione. 
Ciò che sembra mancare è una teorizzazione di livello, diciamo così, intermedio fra le pratiche concrete, da una parte, e la problematica del superamento degli schemi generali del pensiero del nostro “Occidente globale”, dall'altra. 
Una teorizzazione“intermedia” di questo tipo è quella che ruota attorno alla nozione di “capitalismo” (o magari di “modo capitalistico di produzione”). Non che questi temi siano del tutto assenti nelle riflessioni “decresciste”, tuttavia spesso appaiono un po' sfocati o addirittura sovrapposti a quelli di “Occidente” o di “Modernità”. In questo modo si corre il rischio di perdere di vista gli snodi storici e teorici da cui originano le trasformazioni della società capitalista, tra cui, per esempio, il passaggio, avvenuto a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta del Novecento, dal capitalismo “riformista-keynesiano” del dopoguerra a quello “neoliberista-globalizzato” dell'ultimo trentennio. 
Non ci stiamo impuntando su uno sfizio teorico. Stiamo sottolineando che la messa a fuoco delle ragioni e degli effetti di quel passaggio nodale assume oggi fondamentale importanza per la comprensione dei drammatici problemi che abbiamo di fronte. Infatti, è con l'instaurazione del capitalismo “neoliberista” e “globalizzato” che il capitale, pressato dall'esigenza di autovalorizzazione e incapace di soddisfarla nelle forme tipiche del trentennio precedente, avvia una dinamica in cui, da una parte, sviluppa forme sempre più pervasive di finanziarizzazione (sia per trovare nuovi impieghi profittevoli, sia per sostenere con il credito un certo livello di consumi), mentre dall'altra parte invade nuove sfere sociali (la scuola, la sanità, lo sport vengono forzati, in un modo o nell'altro, a sottomettersi ad una logica di tipo aziendale), fino a configurarsi come “capitalismo assoluto”  [1]:la società, così come la natura, sono interamente sussunte alle esigenze di autovalorizzazione del capitale. Ciò ne altera inevitabilmente, speriamo non irreversibilmente, gli equilibri vitali. Si tratta, certo, di dinamiche che erano già potenzialmente presenti nelle fasi precedenti dal capitalismo, ma che appunto solo negli ultimi decenni hanno potuto dispiegarsi compiutamente, con forza devastante, senza che nessuna realtà antagonista sia stata capace di opporre forme di resistenza efficace e soprattutto visioni alternative sufficientemente elaborate e credibili.
Un altro livello concettuale “intermedio” che sembra non ancora messo a fuoco nella riflessione interna al mondo della decrescita, è quello che riguarda lo Stato e le sue istituzioni. 
A Venezia si è visto con chiarezza quanto questo mondo offra un patrimonio di idee ed esperienze vastissimo per quanto riguarda la partecipazione democratica, lo sviluppo dei movimenti dal basso, la creazione di legami paritari dentro di essi, lo sforzo di presa di parola da parte di soggetti ai quali la voce è stata a lungo sottratta. Ma questa grande ricchezza pratica e teorica sembra avere qualche difficoltà a tradursi sul piano della lotta politica, della rappresentanza, delle istituzioni democratiche. 
Si tratta, comprensibilmente, di un ambito che è guardato con sospetto da quanti lottano per il cambiamento, dato che oggi, in tutto l'Occidente e non solo in Italia, il sistema politico-istituzionale è occupato da un ceto politico ripugnante, dedito solo alla cura dei propri interessi e totalmente prono alle richieste delle élite dominanti dell'economia. 
Resta tuttavia il fatto, ineludibile, che per produrre cambiamenti reali allo stato di cose presenti, le buone pratiche della decrescita devono potersi tradurre in buone leggi generali e in buone istituzioni politiche. 
Questo relativo disinteresse verso l'organizzazione, il funzionamento e le istituzioni dello Stato, è talvolta motivato con l'argomento che la realtà della globalizzazione ha reso inefficace e obsoleto il potere dello Stato-nazione tradizionale. Si tratta però di un argomento che è facile rovesciare: è probabile che nessuno, nei vari movimenti anti-sistemici, abbia l'ingenuità di ritenere la “globalizzazione” un dato di natura, una realtà sorta per inevitabile necessità. 
La globalizzazione è la forma attuale che ha assunto il progetto politico dei ceti dominanti internazionali, finalizzato a mantenere il loro potere anche dopo i mutamenti nelle condizioni economiche, sociali e geopolitiche intervenuti negli anni Settanta (qui si vede come il tema presente si colleghi a quello precedente sulla necessità di mettere a fuoco la dinamica interna del capitalismo nella seconda metà del Novecento). E se tale progetto ha bisogno dell'indebolimento dello Stato-nazione tradizionale per potersi dispiegare, questo dovrebbe essere un buon argomento in difesa delle sovranità nazionali. Per muovere ovunque le loro merci e i loro capitali, senza incontrare barriere o limiti, i ceti dominanti abbattono le frontiere (politiche ed economiche) e scatenano la concorrenza a livello planetario, spingendo una corsa al ribasso dei diritti dei lavoratori e dei livelli di vita dei ceti medio-bassi, e finendo per applicare una ripugnante divisione del lavoro al mondo intero: regioni adibite all'iper-produzione a basso costo, altre al consumo ossessivo-compulsivo, altre ancora relegate al ruolo di discariche di rifiuti tossici, e così via.
Di fronte a tutto ciò la reazione di chi voglia opporsi ai ceti dominanti e al loro capitalismo necrofilo dovrebbe essere, a nostro avviso, la strenua difesa dello Stato-nazione, non come valore assoluto e astorico, ma come concreta, fattuale, barriera politica capace di essere, in questa fase, ostacolo al pieno dispiegamento del capitalismo assoluto, e, nella prossima, culla di una nuova forma di democrazia partecipata e armonica con la natura. Del resto, uno dei pilastri del pensiero della decrescita è la difesa dei beni comuni e la loro de-mercificazione. Ma per sottrarre l'acqua, lo sfruttamento del territorio, la salute, i trasporti, alle logiche del profitto economico è necessario un settore pubblico, statale, dell'economia che se ne faccia carico. Il movimento per l'acqua pubblica nato in occasione dei referendum del giugno 2011 ha insegnato a tutti noi come sia possibile proteggere un bene comune mantenendone la gestione all'interno del settore pubblico, spogliandone ogni forma di possibile lottizzazione o mercificazione grazie a gestioni aperte, trasparenti e partecipative.
Purtroppo in alcuni settori del movimento della decrescita emerge una sottovalutazione dell'esigenza di un forte ruolo dello Stato nell'economia, senza il quale gli obiettivi che lo stesso movimento pone diventano irrealizzabili: pensiamo per esempio alla diminuzione del tempo dedicato al lavoro oppure all'abbassamento della domanda di energia ed alla sostituzione delle fonti fossili e inquinanti con quelle rinnovabili. A sua volta, per poter assegnare un forte ruolo al settore pubblico dell'economia è necessario che lo Stato recuperi piena sovranità nelle politiche economiche e monetarie, liberandosi dai vincoli imposti dall'appartenenza all'euro e all'Unione Europea.
Infine, per fare un esempio concreto di un approccio politico che potrebbe entrare in sinergia col movimento della decrescita, citiamo la proposta (fatta da Badiale e Bontempelli qualche tempo fa in alcuni scritti) di porre la Costituzione della Repubblica Italiana come elemento di base di una possibile forza politica antisistemica in Italia. Perché la Costituzione? Perché essa rappresenta un risultato di alto livello della temperie culturale nella quale nasce, e proprio per questo esprime una serie di valori e istanze in totale contrasto con la realtà del capitalismo attuale. In sostanza essa prevede forti elementi di limitazione del pieno dispiegarsi della logica capitalistica, perché, per esempio, assume che l'organizzazione del settore privato dell'economia debba comunque rispondere a finalità sociali. Nel dopoguerra tali aspetti venivano, ovviamente, declinati in chiave di riformismo socialdemocratico: sviluppo economico e aumento dei consumi. Ciò non toglie che essi possano oggi essere riletti in una chiave diversa, appunto quella del contrasto al pieno dispiegamento della logica del capitalismo assoluto e quindi, in sostanza, in un'ottica anticapitalistica.
Non a caso le proposte di modifiche della Carta che attualmente emergono dal mondo politico sono tali da rimettere in discussione quei principi (pensiamo, per esempio, agli attacchi all'articolo 41), oltre a quelli relativi alla divisione dei poteri. 
Si comprenda bene: la nostra Costituzione, all'epoca in cui fu scritta, aveva poco o nulla di anticapitalistico. Essa si accordava molto bene con la logica del capitalismo “riformista-keynesiano” del “Trentennio dorato” seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Ma quella forma di capitalismo è stata travolta dalla crisi degli anni Settanta ed è stata sostituita dall'attuale capitalismo “neoliberista-globalizzato”. In questa nuova situazione, gli spunti costituzionali che all'epoca semplicemente traducevano istanze riformistiche potrebbero diventare ora, se usati da un movimento politico che sapesse sfruttarne questa valenza, leve per la messa in crisi dell'attuale organizzazione sociale.
Ma un tale tipo di capacità politica di uso della legge fondamentale dello Stato può essere assunto solo da un movimento politico che riesca a focalizzare con precisione i temi che abbiamo qui accennato. 
Sono questi, noi crediamo, alcuni dei temi che la riflessione teorica del movimento della decrescita dovrebbe porsi.


[1] Sul concetto di “capitalismo assoluto” si veda M.Badiale, M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari, 2007, pagg.169-175.

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