mercoledì 13 febbraio 2013

Vita da precari di scuola. E' vita, da precari?


di Benedetta Castrillo.

Precari della scuola.
Non basterebbe un libro per un ventennio di non-riforme.
Cos’è un precario? Iniziamo dai termini, tralasciando le semantiche. Un precario è colui che ha anni di esperienza lavorativa alle spalle, di studi, di titoli, di didattica, di esperienza diretta quotidiana. Eppure assolutamente insufficienti a fare di lui un professionista riconosciuto.
Vita da precari.
Ma oggi mi sono fermata. E ho pensato all’elenco delle cose da fare.
Ho detto tra me e me “Ricapitoliamo quello che un precario dovrebbe fare, in quest’anno, a cavallo di cambiamenti, semmai gattopardesco non fosse il nostro Paese, di incerti assetti politici, in quest’anno di avvii innovativi di metodi di reclutamento. Reclutamento. Lavoriamo per sostenere il sistema scolastico pubblico da decenni, ma non siamo mai stati reclutati. Reclutare, il solo termine suona inquietante alla pronuncia, ricorda il richiamo alle armi, ed  in effetti, noi siamo un esercito. Centinaia di migliaia. Che battaglione!  Ah, vita da precari! Allora, le cose da fare…”
Per il TFA (tirocinio formativo attivo, al costo di solo duemilacinquecento euro): seguire i corsi 3 pomeriggi a settimana (ammesso che non si abbiano sconti, aspettando che un consiglio di tirocinio si esprima). Un altro pomeriggio per tirocinio indiretto, sempre all’università, in cui un insegnante ci spiega cosa sia una valutazione o un consiglio di classe, ed ho appena finito di scrutinare i miei alunni, solo il mese scorso. Seguire tutor in classe su apposita classe di abilitazione (ossia lavorare gratis). Studiare per i relativi esami, relazionare. Relazionare.
Per il servizio: lavorare le proprie 18 ore settimanali, impegni extra-scolastici inclusi (che come propone il Pd andrebbero svolti a scuola di pomeriggio, per essere riconosciuti e liquidati, a meno che… non si è impegnati in altra scuola nei tirocini diretti o nei corsi. Ma si potrebbe in ogni caso rinunciare alla retribuzione, e alle ore di permanenza a scuola … ma non allo svolgimento effettivo delle funzioni stesse). Ed ancora, nella scuola di servizio, essere a propria volta tutor per tirocinanti TFA. Bella, davvero bella questa! Paradossale! La vera chicca che smaschera il paradosso e l’inganno dell’intero sistema.
Da notare, se devi fare il tirocinio, si hanno due possibilità: cercare una scuola serale (al via il servizio notturno, la vita a scuola, la scuola è vita!) in alternativa sacrificare quantomeno il giorno libero. Non è tutto qui. Il concorso. Il super concorso utile alla valutazione dei titoli, di plurilaureati, dottorati, specializzati e abilitati, insegnati in servizio ogni anno. Per concorso, bisogna studiare, preparasi insomma (al pieno delle energie, figurarsi, la notte o la domenica un buco si trova. E la famiglia? Cosa? Che?).
E se si è particolarmente sfortunati, bisogna fare pendolarismo dai 100 ai 500 km al giorno. Svegliarsi quantomeno alle quattro del mattino.
Un gioco da RAGAZZI: media dei partecipanti a questa vita 38,5 anni.
Da sottolineare: i precari non hanno diritto a permessi retribuiti, neppure per motivi di studio, neppure per i corsi di specializzazione scelti e voluti dal MIUR, di cui si è dipendenti. Non contano i tagli in busta paga, non importa se c’è la tanto temuta interruzione di carriera per partecipare al concorso che il tuo stesso ministero ti invita a fare come fiore all’occhiello del suo più profondo pensiero meritocratico. I più “fortunati”, come me, che lavorano nella regione Lazio non si sono visti  riconoscere neppure il permesso studio di 150 ore. Unica virtuosa regione in Italia. Un vero scandalo.
Un giro nella giostra dei paradossi. Un continuo giro di boa, che ti riporta sempre nello stesso punto, quello di partenza, alla riva. Arenarsi, in una continua coazione a ripetere, che somiglia alla ruota di un criceto.
Questi non sono piani per individuare meritevoli, né per formare preparate e altamente specializzate categorie di insegnanti, proprio come vuole l'Europa.
Questo è un metodo di sfiancamento di massa. Di neutralizzazione.
Un teatro dell’assurdo da probabili risvolti psichiatrici. 
La domanda: quale prospettiva?

Poi ho aperto il giornale e ho letto le notizie.
Un treno perso o un aereo rimandato possono essere goccioline davvero fastidiose.
Da far traboccare il vaso. Da tortura cinese.
Non poter salire su un aereo può significare anche scendere da un treno in corsa.
In bocca al lupo a tutti i colleghi.

Prof.ssa Benedetta Castrillo,
Docente Precaria, Lazio.

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