domenica 13 aprile 2014

Manifestare la violenza

Non basta più gridare la volontà di cambiamento, bisogna rivoluzionare gli strumenti di lotta.

di Francesco Salistrari



Ancora scontri con la Polizia. Ieri a Roma. Di nuovo guerriglia tra manifestanti e poliziotti, di nuovo l’eterna guerra tra poveri voluta e cercata dai tanti che hanno interesse solo a che le proteste finiscano in massacro, che le idee vengano cancellate dal dibattito, che quello che resti, di una manifestazione, siano solo gli schizzi di sangue ed il disgusto.

Basta!

Il mondo è cambiato. E’ cambiato tutto. La sacrosanta protesta di un popolo contro le ingiustizie, i soprusi, i diritti negati, la protervia e la corruzione del potere, non può non cambiare con esso. Pena l’annientamento, l’annichilimento, la sconfitta, l’oblio.

Gli anni Settanta sono finiti. Non si può più continuare ad usare gli strumenti e i metodi di lotta di un’epoca passata, seppellita sotto un cumulo di cambiamenti che hanno stravolto rapporti di forza e condizioni sociali, abito mentale ad un intero corpo sociale, che hanno mutato le stesse risposte del potere.

Il corteo, la manifestazione, la sfilata di protesta, intese classicamente, non servono più a nulla. Per ragioni pratiche, prettamente pratiche, ma anche teoriche, ideologiche.

Per prima cosa è indubitabile che “contarsi” in mezzo ad una strada, prestabilita dalle autorizzazioni prefettizie, è solo un modo per incanalarsi nei percorsi di un macello a cielo aperto. E’ indubitabile altresì che ormai, mancando potenti organizzazioni sociali capaci di un servizio d’ordine degno di questo nome, infiltrazioni e provocazioni diventino talmente semplici che ogni volta, in ogni manifestazione, si assiste alla stessa scena: gruppo ristretto di scalmanati che scatenano la violenza, attesa da parte delle forze dell’ordine e poi carica indiscriminata, mentre nel frattempo gli iniziatori della violenza si sono già dileguati.

Ma un’altra ragione pratica, forse ancora più importante, che boccia la metodologia del corteo di protesta è che, nei fatti, è perfettamente inutile rispetto agli obiettivi delle proteste, a meno di numeri oceanici capaci di spostare i rapporti di forza in campo, e nessuna manifestazione oggi nel nostro paese sarebbe capace di farlo.

Viviamo in un’epoca di fascismo latente, subdolo, in cui non esiste possibilità democratica di cambiare le cose con gli strumenti classici delle epoche passate.

Non esiste la possibilità concreta di incidere realmente sulle dinamiche decisionali, che si estrinsecano lontano dai luoghi sociali e dalle stesse istituzioni rappresentative. E’ per questo motivo che le sacrosante proteste e l’energia che le genera vanno incanalate in altre direzioni, attraverso altri metodi, nuovi e realmente rivoluzionari.


In secondo luogo, la manifestazione di protesta ha perso la sua capacità incisiva anche da un punto di vista ideologico. In un’epoca di apatia e omologazione come quella in cui viviamo, non è più possibile pensare che la solita, piccola, avanguardia politica sia capace di accendere le coscienze e spingere le persone alla consapevolezza e di conseguenza alla lotta. Non basta più. Del resto le immagini, super pubblicizzate, degli scontri, il messaggio subliminale dell’inutilità della protesta, sono dei potentissimi strumenti anestetizzanti e controfunzionali alla necessità partecipativa di pur ampie fette di popolazione.

E’ pertanto venuto il momento di cambiare. Perché non basta più gridare la volontà di cambiamento. Un cambiamento che va attuato anche rispetto agli stessi strumenti di lotta. Per spezzare una catena altrimenti indistruttibile.

Già a partire dalle stesse formazioni politiche che, da pompieri, tengono le persone ferme, immobili, incoscienti, mistificando la realtà a proprio uso e consumo e difendendo interessi precisi, è necessario cambiare il tiro delle proposte e di conseguenza della protesta, facendolo in maniera trasversale, così da colpire al cuore la cappa che i partiti politici impongono alla società.

Nel nostro paese è chiaro, chiarissimo, come la vera nuova Democrazia Cristiana, il PD, insieme agli altri partiti, proponendo una versione uniforme e indistinguibile di un mondo possibile, una visione omologata e omologante, figlia e difenditrice degli interessi che governano il mondo e l’Italia, tiene a bada, ferma e immobile una grandissima fetta di popolo che, al contrario, avrebbe tutto l’interesse a ribellarsi. Tutto un popolo che avrebbe la possibilità non solo di reclamare qualche diritto negato, qualche aumento salariale, qualche avanzamento sociale, ma che pretenderebbe il ripristino della democrazia, ormai sospesa, illusoria e mistificatoria. Che chiederebbe a gran voce un modo diverso non solo di intendere la politica, ma gli stessi rapporti sociali.

E’ a quel popolo che bisogna rivolgersi. E non lo si può fare più, con la “chiamata alle armi” della manifestazione. Non solo perché, come detto, narcotizzato dalla politica partitica, ma anche perché la forma a cui la manifestazione si richiama non è più appetibile, in quanto percepita come fallimentare, inutile e dannosa.

Bisogna dunque ricercare nuove forme di coinvolgimento sociale, trasversali, nuove forme di protesta, nuovi strumenti capaci di rendere realmente incisive le rivendicazioni. E questo può farsi solo attivandosi in maniera radicalmente diversa, nelle pieghe della società, attraverso azioni concrete di penetrazione, di messa in discussione dei cardini su cui poggia il sistema.

Forme di disobbedienza civile, fiscale. Forme di boicottaggio. Proposizione di nuovi modi di intendere, nella pratica quotidiana, il consumo (di suolo e di prodotti). Proposizione di nuovi strumenti di solidarietà sociale che mettano a nudo le crepe di quello che resta dello Stato Sociale distrutto dalla politica neoliberista.

Bisogna darsi obiettivi e ricercare forme radicali di messa in discussione delle certezze e delle stesse basi su cui poggia il consenso sociale ai partiti politici reazionari che governano il paese, mettendone a nudo, nella pratica quotidiana, le contraddizioni e le magagne.

Quello che deve emergere è una concezione nuova non solo di fare politica, ma una prospettiva. Le manganellate e gli arresti per strada non propongono alcuna prospettiva. Se non quella della sconfitta e della ritirata sociale.

Dalle pieghe della protesta deve germogliare prepotente un modo nuovo di intendere il mondo, i rapporti sociali e la stessa produzione. 





Foto di Sebastiao Salgado ®, Scontri fra minatori e autorità in Serra Palada, Brasile, 1986

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