sabato 5 aprile 2014

Anime di plastica.

di Francesco Salistrari.


Simili a sentieri inespressi.

Forse non c’è posto per noi, in questa vita, in questo mondo di plastica. Dove anche le gocce d’acqua hanno natura industriale.

Siamo complici, certo. Fin dalla nascita. Generazione di mezzo, di un tempo di mezzo. Un ponte che si apre su un futuro dove non c’è posto. Non c’è spazio per le idee. Le idee esistono già, preconfezionate, industriali anch’esse, simili a congegni meccanici con l’autodistruzione incorporata. Replicate. Replicanti. Adatte ad un mondo di replicanti.

E’ come una cappa di piombo sulle coscienze. Pesante. Inquinante. Tossica. Che schiaccia le menti e le costringe a pensare nell’unico modo accettabile: in prima persona.

E sfugge un sorriso a considerare cosa possa essere una persona. Un niente galleggiante, un pozzo di intenzioni inespresse e inesprimibili, un accumulo di emozioni incondivisibili, atone, impalpabili come vento.

Senza toccarsi non si può esistere. Non esiste senso per una pelle che non si può accarezzare, non esiste senso per due labbra che non si possono baciare.

Il cibo di cui si nutre l’anima, è intorno a noi. Sono quegli occhi che ci guardano e ci chiedono un perché. Sono il sorriso di un bambino che gioca. Sono la bellezza di quella natura dalla quale proveniamo.

Siamo acqua. Non plastica.

Ma restiamo esposti nelle vetrine, manichini, ben vestiti ed eleganti, belli, perfetti, con gli occhi senza vita. Riflessi di un riflesso di una grandezza perduta. Disgregata da un odio prepotente, viscerale, virale, epidemico.

L’umanità è malata di sé stessa. Di quell’immagine che essa stessa si è attribuita, unilateralmente, senza il coraggio di chieder permesso a Dio, pur fingendo di pregarlo ogni giorno.

Il lato oscuro della Luna è il nostro mondo. Quello che ci siamo scelti. Illuminato dalla nostra elettricità.

Non ci resta che pagare le bollette.


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