giovedì 17 marzo 2016

Loro sanno.

di Francesco Salistrari.

Esiste un certo numero di persone che sugli eventi degli anni Settanta in Italia, conosce la verità.
La verità sui mandanti e gli esecutori della strage di Piazza Fontana e delle altre, innumerevoli, stragi commesse in quegli anni.
Conoscono i nomi e i cognomi. Conoscono i moventi,  politici,  ideologici o finanziari,  di quelle stragi. Sanno come e quando furono pianificate,  chi ha collaborato e chi era contrario.
Conoscono alla perfezione tutto ciò eppure tacciono da decenni.
I vari processi celebrati, Le varie commissioni parlamentari di inchiesta, gli stessi avvocati (tranne forse qualcuno direttamente coinvolto e dunque appartenente a quella schiera di persone che sanno), non sono venuti a capo di nulla.  Ed è da allora che quando si pensa a quelle stragi,  si parla immediatamente di "misteri italiani".
Di misterioso tutto ciò lo è solo per la maggioranza del popolo italiano. Perché,  come detto, una piccola,  ristretta,  minoranza,  sa tutto...  e tace da allora.
Avrebbero potuto parlare,  rivelare la verità, almeno dopo un certo numero di anni,  ma non lo hanno mai fatto. Legati ad un vincolo di ferrea disciplina che ha impedito alla gente comune di conoscere la verità.  Una verità che meriterebbe, non fosse altro perché le vittime di quelle stragi, tutte, provengono proprio dalla gente comune.  Persone che hanno avuto la sola sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Gente comune, lavoratori, donne e uomini, la cui vita è stata stroncata da una strategia politica,  eminentemente politica,  decisa e avallata da qualcuno che aveva interesse a destabilizzare la società italiana e le sue fragili istituzioni democratiche.
Nel corso degli anni,  le ipotesi che sono state formulate da giuristi, storici, costituzionalisti, politici, giornalisti, gente di strada,  chiunque abbia avuto modo di affrontare il problema, hanno tutte avuto un filo comune,  quasi conduttore, e si sono fatti nomi,processate persone, movimenti e accusate formazioni politiche. Si è parlato di eversione di sinistra,di destra,rossa e nera, di servizi segreti deviati, di manovre occulte internazionali. E soprattutto è venuta a galla prepotentemente una formula: "stragi di Stato". Una locuzione di per sé stessa agghiacciante, semplicemente raccapricciante, che al solo pronunciarla fa tremare le vene ai polsi.
E per molti anni, anzi proprio col passare del tempo, non solo tale locuzione è entrata a far parte del lessico comune tanto da diventare quasi automatico associare le stragi degli anni '70 con la frase " stragi di Stato", ma soprattutto le prove venute a galla,le indiscrezioni,i brandelli di verità che sono emersi a poco a poco, ne hanno fatto un pensiero acclarato, accettato, quasi scontato, automatico.
Non solo i sospetti, ma vere e proprie ricostruzioni giudiziarie hanno dimostrato come settori influenti della classe politica, di una certa classe politica, specifici apparati dello stato, settori sociali appartenenti all'eversione fascista e para fascista, servizi segreti stranieri,sono responsabili delle stragi e più in generale di una strategia complessiva di destabilizzazione politica e sociale mirante a cementare l'assetto istituzionale e politico del paese, evitando qualsiasi tentativo di mutamento e avanzamento.
In tale contesto, vanno considerati i movimenti extraparlamentari della sinistra,  già radicali di per sé che,  sulla spinta della strategia della tensione, assunsero connotati ancora più estremi,  ricorrendo,  agli inizi degli anni 70 alla lotta armata vera e propria.
É naturale considerare come la sistematica infiltrazione da parte delle forze dell'ordine e degli apparati di sicurezza,  giocò un ruolo non secondario,  sia in ordine alla radicalizzazione di questi movimenti,  sia soprattutto in ordine agli stessi obiettivi verso cui questa radicalizzazione veniva indirizzata.
Di fianco alle tecniche dell’infiltrazione dei movimenti estremisti, parallelamente, si sviluppò quella che solitamente viene definita “guerriglia psicologica”, una particolare forma di propaganda accompagnata a sofisticatissime tecniche di condizionamento sociale. La più importante operazione, per fare un esempio, attuata in quegli anni, fu senza dubbio quella soprannominata “Operazione Blue Moon”. Partita dagli Stati Uniti, fu sperimentata in Italia a partire dalla prima metà degli anni ’70 e, attraverso la collaborazione dei servizi di intelligence americani con agenti preposti sul posto, sortì degli effetti di lunga durata. Venne concepita in una riunione segretissima tenuta sui Monti Vosgi a cui parteciparono rappresentanti di tutti gli apparati di sicurezza dei paesi della NATO e anche, cosa incredibile, di alcuni del Patto di Varsavia, a testimonianza di come il controllo e la lotta ai movimenti di contestazione erano una priorità al di qua e al di là della Cortina di Ferro. L’Operazione Blue Moon, il cui omologo negli Stati Uniti, aveva permesso il contenimento e, come nel caso delle Pantere Nere (Black Panters), la distruzione dei movimenti eversivi, consisteva nell’inondare i quartieri delle città di droghe pesanti, in particolare eroina.
L’esplosione del consumo di eroina dalla prima metà degli anni ’70, in particolare in Italia, dunque, contrariamente a quanto generalmente si sarebbe portati a pensare, non fu determinata da una strategia consapevole (o meno) delle organizzazioni criminali del narco traffico, bensì da una precisa, programmata e calcolata operazione di intelligence di livello internazionale che vide la collaborazione di diverse agenzie di sicurezza di diversi Stati occidentali ed orientali.
I primi effetti della diffusione del consumo di eroina dal lato dei movimenti sociali di opposizione (in Italia la galassia conosciuta come “Autonomia operaia”), furono devastanti. I movimenti subirono un graduale scollamento, l’aumento dell’apatia sociale, della disgregazione e della delinquenza.
Fu una arma potente in mano di coloro i quali, parallelamente alle stragi e alle strategie più aggressive, contrastavano la spinta al cambiamento che bene o male tutti i movimenti sociali sorti dal sessantotto in poi incarnavano. L’operazione Blue Moon, dal loro punto di vista, fu un enorme successo.
Come,  del resto, fu un successo la “strategia stragista” o della “tensione” per quanto riguarda gli equilibri politici italiani. Non solo non si avviò alcuna stagione riformatrice,  benché siano quelli gli anni dello “Statuto dei Lavoratori”, del divorzio e dell’aborto.  Al contrario, restando il sistema “bloccato”, con la Democrazia Cristiana ancora centro politico propulsore e il Partito Socialista, con il nuovo corso craxiano ormai completamente sganciato dal suo passato marxista, fu proprio da quegli anni in poi che partì un lento processo di arretramento sociale e politico i cui nefasti frutti abbiamo oggi chiaramente sotto gli occhi.
Come abbiamo visto,  il potere fu si costretto a fare delle concessioni, sopratutto dal punto di vista dei cosiddetti diritti civili (aborto e divorzio), e diede il contentino alla sinistra “ufficiale” (sindacati e PCI) con lo Statuto dei Lavoratori, ma a fianco di tutto ciò si avviò un’opera di ristrutturazione economica e produttiva poderosa.  A partire infatti dalla messa in discussione della scala mobile (che verrà progressivamente abolita nel decennio degli anni 80), per passare alle ristrutturazioni aziendali (Fiat,  Alfa, settore siderurgico ecc.) che aprirono la nuova era della produzione meccanizzata moderna, per continuare con il “divorzio” della banca d’Italia dal controllo del Ministero del Tesoro sulla scia delle nuove disposizioni internazionali in materia monetaria (abbandono degli accordi di Bretton Woods), il quadro economico e politico del paese mutò radicalmente trovando negli equilibri politici tra DC e Psi e nelle politiche neo liberiste la loro espressione più evidente.
A livello internazionale, l’avvento simultaneo alla Casa Bianca di Ronald Reagan,  a Downing Street della “lady di ferro” Margarteh Thatcher, e al soglio pontificio dell’anticomunista viscerale Karol Woytila, papa polacco, furono tre momenti fondamentali del cambiamento in atto.
L’offensiva neo liberista, che trovava linfa vitale nelle università occidentali e che ben presto si affermò a livello politico in quasi tutti i paesi del blocco “democratico”, sulla falsa riga tracciata dalle indicazioni di “libelli” come “The crysis of democracy” ad opera della Commissione Trilaterale (cenacolo elitario e paramassonico), determinò proprio ciò che la Trilaterale “consigliava “, vale a dire la compressione degli spazi democratici, l’accentramento del potere, la limitazione della forza contrattuale operaia, il condizionamento ideologico dell’intellighenzia, la privatizzazione di sempre più estesi settori economici, il controllo dei centri finanziari e dei meccanismi di emissione monetaria, il condizionamento e la subordinazione latente del potere giudiziario.
In altre parole, si compì ciò che i conservatori occidentali sognavano dalla fine della seconda guerra mondiale e che, per ovvie ragioni,  non avevano potuto vedersi realizzato: lo svuotamento della democrazia.
Se infatti formalmente restavano in piedi istituzioni e istituti democratici, i sistemi occidentali, dalla fine degli anni 70 in poi,  conobbero un lento ed inesorabile processo di erosione tale da far parlare sociologi e politologi di oggi appunto di sistemi “post democratici”.
Dunque, senza tema di sbagliare di troppo l’obiettivo, si può oggi affermare che la “stagione delle trame”, così come qualcuno ha chiamato i lunghi anni 70, ha sostanzialmente raggiunto i suoi scopi.
Non solo il Partito Comunista più forte dell’Occidente democratico si è lentamente sfaldato,  ideologicamente e politicamente, consumato dalle laceranti contraddizioni nelle quali era immerso, ma una ad una tutte le conquiste sociali frutto della mobilitazione operaia (e dunque il welfare state) furono smantellate scientificamente.
C’è qualcuno dunque che sa. Conosce ogni particolare, ogni aspetto e ne ha anche colto i “dolcissimi” frutti politici. Anche se a costo di migliaia di morti e feriti.
Una vera e proprio guerra che ha consumato la democrazia italiana e che ha visto uscire vincitori dallo scontro proprio coloro che auspicavano la compressione delle libertà democratiche, proprio coloro che vedevano nella democrazia non già una conquista di civiltà, ma un impedimento, un ostacolo, un male (fino a un certo momento storico pur necessario) da eliminare a tutti i costi.
Naturalmente per riuscire in un progetto del genere, è stato necessario che si verificassero tutta una serie di condizioni che in parte furono provocate,  in parte la ruota della storia portò con sé.  Dalla progressiva perdita di importanza a livello ideologico internazionale e poi politico e militare del cosiddetto “socialismo reale” e al conseguente indebolimento del movimento comunista mondiale,  passando per un cambiamento antropologico e culturale della società occidentale meglio conosciuto con il nome di “consumismo”, il terreno su cui vennero piantati i semi del mondo moderno, era così fertile che,  dal 1989 in poi,  vale a dire dall’anno fatidico in cui l’Unione Sovietica implose sotto il peso delle sue insanabili contraddizioni (politiche ed economiche),  le previsioni e gli auspici dei teorici della “crisi della democrazia” (Crysis of democracy), si realizzarono pienamente.
Pur restando la democrazia in piedi formalmente in ognuno dei paesi occidentali singolarmente presi,  sarebbe assurdo ancora oggi vedere, anzi solo intravedere, il riflesso di ciò che le costituzioni democratiche del dopoguerra istituirono nel cosiddetto mondo libero. Basti guardare per esempio a cosa sia,  concretamente, l’Unione Europea,  le sue istituzioni, la sua “costituzione materiale”, per rendersi conto di quanto distante sia ormai lo spirito che animò quelle costituzioni e le idealità che le ispirarono.
Generazioni dopo quella del ‘68, la vittoria di quel capitalismo contro cui si scagliavano quei giovani studenti e gli operai credendo di poter davvero cambiare il mondo, appare oggi completa. Il pensiero unico del mercato, lo spirito individualista, il consumismo come stile di vita, lo sfruttamento intensivo del lavoro, hanno preso il sopravvento, lasciando inalterati i meccanismi del potere, permettendo a coloro i quali sanno,  di essere ancora in sella.

Il loro silenzio non solo ha pagato, ma è stato anche grazie ad esso se oggi, pensando a quegli anni, gli “anni di piombo”, ci rendiamo conto che è proprio quel piombo che ci scorre nelle vene.

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