venerdì 24 gennaio 2014

Popoli uniti contro l'unione (europea).

di Claudio Martini.

Spesso le proposte volte al recupero della sovranità nazionale vengono tacciate di scarso internazionalismo. Le ipotesi di "piùeuropa" invece sarebbero connotate dall'anelito della fratellanza tra i popoli. 

Il tema andrebbe sviluppato approfonditamente, ma qui vorrei richiamare l'attenzione  su un singolo punto, che sembra essere al di là della portata di tutte le sinistre radicali europee: l'internazionalismo, evidentemente, vuole conciliare le aspirazioni e gli interessi dei popoli. Per fare questo deve partire da un'analisi il più possibile pragmatica di quali siano gli interessi e le aspirazioni di un dato popolo in un dato momento. 

Per fare un esempio, è assai difficile risolvere con lo strumento dell'internazionalismo una piaga come quella rappresentata dal conflitto Israelo-palestinese. Come chiunque abbia una minima dimestichezza con la questione sa, il sentimento maggioritario diffuso tra la popolazione israeliana è, disgraziatamente, di adesione al progetto di pulizia etnica della Palestina storica. Purtroppo la realtà ci dice che l'unica strada percorribile per un movimento di liberazione palestinese è quella della resistenza**, e non quella di improbabili intese con la popolazione israeliana.

A questo punto poniamoci l'interrogativo: qual è il sentimento maggioritario diffuso tra le popolazioni dell'Europa settentrionale?  

Come dimostra ogni evidenza, è quello di non pagare per i debiti altrui. Cresce addirittura la quota di chi vede la moneta unica come una truffa finalizzata a far vivere i cittadini del sud a spese di quelli del nord, e che sarebbe l'ora di finirla. Ostilità ai PIIGS dunque, ma anche al complesso del progetto di integrazione.

Naturalmente queste opinioni sono fondate in gran parte su pregiudizi, spesso al limite del razzismo, nonché su un'autentica opera di disinformazione sulle vere origini della crisi dell'euro-zona. È su questi pregiudizi e su quella disinformazione che si reggono le fortune politiche di soggetti come Angela Merkel. Chiediamoci tuttavia se il sentimento maggioritario diffuso tra i lavoratori e contribuenti del nord muterebbe a seguito di una capillare e estesissima operazione verità. 

Cosa accadrebbe se il cittadino tedesco venisse a sapere che le sue (in senso lato) multinazionali hanno approfittato dei suoi (in senso stretto) duri sacrifici per invadere i mercati europei, e che siccome l'eccessiva ingordigia di dette multinazionali e dei loro referenti politici rischia di segare l'albero su cui sono seduti è venuto il tempo che il contribuente tedesco faccia un ulteriore sforzo per tenere in piedi tutta la baracca? Che ne penserebbe il tedesco medio di dover sborsare euro sonanti per salvare la faccia delle classi politiche dei paesi del sud e i bilanci delle banche del nord?

È praticamente certo che, anche a fronte di una più onesta identificazione delle cause dell'euro-crisi, l'atteggiamento ostile dei cittadini nordeuropei rispetto all'euro e sopratutto ai costi del suo salvataggio non cambierebbe. E nessuno ha ancora precisato l'entità dei trasferimenti necessari per ottenere il "piùeuropa"!

A fronte di tutto questo, come reagisce il cittadino tedesco a iniziative come lo sciopero europeo, con i cortei nelle strade delle capitali dei paesi del sud? Se è arguto e informato, penserà di assistere a una parata di aspiranti suicidi; se è più semplice e disinformato, crederà di vedere un'orda di parassiti che non aspettano altro che approfittare delle generosità dei paesi "virtuosi".

In entrambi i casi, per mettersi davvero in connessione con il sentimento maggioritario dei cittadini del nord le forze politiche autenticamente internazionaliste del sud dovrebbero organizzare delle manifestazioni per l'uscita dall'euro.

In questa maniera si otterrebbero tre risultati:

In primo luogo si produrrebbe un salutare spaesamento nelle opinioni pubbliche europee, abituate al cliché dei PIIGS che vogliono rimanere nell'euro senza pagarne il prezzo.


In secondo luogo si chiarirebbe che non tutti i cittadini del sud si aspettano di vivere con i capitali dei paesi del nord, in qualunque forma essi arrivino, e perciò si creerebbe un'oggettiva sintonia con i contribuenti e i risparmiatori del nord.

Infine i cittadini del sud otterrebbero un vantaggio dal valore inestimabile: il rispetto. Escludere a priori l'abbandono della moneta unica non fornisce soltanto una formidabile arma di ricatto ai negoziatori tedeschi nelle sedi UE; esso costituisce l'ammissione di un'estrema debolezza, nonché la prova che i paesi del sud non sono usciti dalla condizione di minorità che li vede indisponibili ad assumersi le responsabilità, e i rischi, di una moneta e di una politica economica autonome. Chi non vuole essere padrone del proprio destino non merita rispetto. Non può essere trattato come un adulto, e in ultima analisi non è degno di solidarietà.

I tedeschi (ma anche francesi e inglesi) sanno di poter essere padroni del proprio destino. Badate, del proprio, non del nostro! Ormai la volontà egemonica e imperialistica connota soltanto le classi dominanti, senza coinvolgere quelle popolari, le quali desidererebbero solo vivere in pace in casa propria. Compito di chi difende i diritti e le conquiste sociali dei cittadini del sud Europa sarebbe quello di costruire l'alleanza con quelle classi popolari, insofferenti rispetto all'onere di prestarci denaro come noi siamo insofferenti rispetto alle condizioni a cui quel denaro viene prestato. 

Ricordando che l'operaio, il pensionato, il contribuente tedesco (quello che non ha i conti in Svizzera e la sede legale in Lussemburgo) non ha mai guadagnato, né guadagnerà qualcosa dall'euro; che se fosse stato per lui, noi non saremmo mai entrati e probabilmente saremmo già usciti; e che l'unica solidarietà possibile tra il creditore tedesco (o olandese, o belga) e il debitore italiano (o greco, o spagnolo) è quella contro ciò che ci tiene divisi, contro ciò che ci pone in conflitto, l'Euro.

Questo è internazionalismo, l'unione dei popoli per la fine dell'UE (di cui l'UME non è che appendice). Il proporre "piùeuropa", così la Germania conta meno (?), fare affidamento sui soldi del nord per ripianare i debiti del sud, l'idea che in questo mondo si può galleggiare soltanto salendo sulla barca tedesca e mettendo un pochino in comune il timone non è internazionalismo; è una forma meschina di opportunismo nazionalistico, un nazionalismo che non sa dire il suo nome.


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