martedì 24 luglio 2012

Battelli.



Eppure in giro non vedo grandi atti di ribellione. La rivolta mi sembra più che altro un argomento invocato da coloro che si annoiano nel tempo che gli resta dopo aver saziato i propri bisogni privati. Se le cose stanno così, vuol dire che la rivolta oggi è una parola priva di speranza”. (Andrea Patella)

Mentre questa crisi mondiale sembra staccare a morsi la carne viva dei popoli, qui da noi in Calabria, un tempo conosciuta come “Magna Grecia”, culla di cultura e civiltà, forgia di pensiero filosofico, crocevia di scambi e di commerci, sembra quasi di vivere in un film o in una realtà parallela. Come se quello che sta succedendo né ci interessi, né ci tocchi, né sia destinato a travolgere, insieme al resto del paese, anche la nostra vita.
Viviamo immersi in un sogno, in una realtà amniotica, dove il contatto con il mondo esterno è solo ovattato. E ascolti parole quasi a mezza bocca, quasi come se ci fosse nei calabresi un rifiuto ad accettare la realtà, a procrastinare nel tempo quella data di scadenza che sembra iscritta a caratteri cubitali sul nostro paese, sulle nostre libertà, sul nostro ormai solo ostentato benessere. E ci aggrappiamo ad un filo d'erba sottile sull'orlo di un precipizio, convinti di stringere in mano una fune d'acciaio e che in qualche modo basti poco per tirarsi su.
E in ogni dove si festeggia, non si sa bene cosa, come se niente fosse, inconsapevoli, forse appunto volutamente inconsapevoli.

La stagnazione culturale che vive questa terra, il disinteresse giovanile nell'affrontare determinate tematiche in un momento cruciale della storia mondiale e la totale mancanza di condivisione e di discussioni produttive per il bene comune saranno la condanna a morte di intere generazioni.
Oggi viaggiamo spediti verso un abisso e lo facciamo cantando e ballando, boriosi e soddisfatti di apparire, senza senso spazio-temporale, senza logica alcuna”. (Italo Romano)

E siamo qui, in mezzo ad una strada, mentre un tir a tutta velocità sta piombandoci addosso, con tutto il suo carico d'orrore e di disperazione.
Qualche giorno fa ho scritto questo, in un momento di sconforto, di paura, di angoscia.

Ho paura del vento che urla parole sfocate...
ho paura di ciò che ascolto...
delle grida disperate che odo in lontananza...
e ho paura ad essere solo in loro presenza.

Non è il cielo scuro carico d'acqua
a farmi paura...
né la pioggia, né il muggìo delle onde.
Mare in tempesta...
su di noi.

Vedo lontano,
con il palmo sugli occhi,
strizzati da vento sferzante.
E li sento arrivare.

Non è il pianto disperato di mia madre
che mi lacera l'anima
né il dover fuggire da ogni cosa
né i segni incisi nella carne da un addio.

Vedo lontano.
E stanno arrivando.
Sui loro battelli di morte,
disperazione, dolore.

Ho paura per me,
vittima e carnefice di questa umanità,
lacerata, sconfitta.
Simile ad un foglio stracciato.

Chiudo gli occhi.
E penso a domani.
E quei battelli...
saranno solo un altro giorno
più vicini.


E non è cambiato molto da allora. Perchè vedo negli animi più vivi, la rassegnazione. Nelle vecchie generazioni la stanchezza. Nelle persone informate, la paura. E manca qualcosa. Manca la capacità di accendere una scintilla di coscienza. Quell'attimo indispensabile di lucidità che un popolo deve concedersi per non farsi beffare, truffare, sottomettere, uccidere.
Vedo persone perfettamente inconsapevoli, che vanno avanti ogni giorno come ieri, come un anno fa, come dieci anni fa. E tutto per loro sembra immutato. Proprio mentre il mondo cambia volto per sempre. E la Storia scolpisce incessante i giorni nostri.
Ed è forse una storia che si ripete, nelle calabre terre, dove anche il portentoso (quanto inutile) sessantotto è passato e la gente sembra quasi non essersene accorta. E come avrebbe potuto?
Sarà il destino di questa terra, non so, non voglio crederci, non posso accettarlo.
Ma adesso chiudo gli occhi e penso a domani.... e quei battelli sono di nuovo un altro giorno più vicini.

(Francesco Salistrari)

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