domenica 6 maggio 2012

L'Energia ai cittadini.


Si parla tanto di energie alternative, di rinnovabili. Ed in Italia, la patria del sole, in questi anni si è fatto veramente poco e quel poco che si è fatto, lo si è fatto anche male. A cominciare dai CIP6, passando per gli incentivi al fotovoltaico, fino ai bandi di gara regionali per installazioni pubbliche. Un mare di euro spesi male e che non hanno ancora minimamente inciso sui consumi globali di energia.
E così, mentre altri paesi, come la Germania, entro il 2022 saranno sostanzialmente autosufficienti, l'Italia resta negli ultimi posti per costi energetici e percentuali di energia prodotta da rinnovabili.
La solita arretratezza strutturale italiana. Come in altri ambiti, anche in quello delle energie alternative, siamo l'esempio negativo da non imitare.
Un dibattito serio ed approfondito sulle rinnovabili in Italia non è mai stato affrontato ed anche in questo la classe politica italiana ha dimostrato un grado di inadeguatezza assoluto ed esasperante. Le politiche varate a livello nazionale sono state non solo inefficaci, ma soprattutto hanno permesso sprechi e inefficienze che oggi a scontare sono le famiglie italiane. L'aumento del 4,3% della bolletta energetica per il 2012, sarà l'ennesimo salasso sulle già precarie condizioni di milioni di italiani che, aggiunto alle vecchie e nuove tasse, all'aumento dell'IVA, dei prezzi dei carburanti e della spirale del debito, non fanno che aggravare una situazione di per se già estremamente difficile.
C'è bisogno al più presto di un Piano Nazionale per l'Energia. Uno strumento indispensabile per programmare gli investimenti necessari a rendere l'Italia un paese sempre meno dipendente dalle importazioni di gas e petrolio dall'estero.
La rivoluzione energetica passa attraverso però un elemento essenziale: la ripubblicizzazione dell'ENEL.
La privatizzazione del settore (nonostante una compartecipazione statale al 31%) si è dimostrata assolutamente incapace di garantire ai cittadini un servizio migliore e soprattutto tariffe più basse (che era quello che si prometteva nel 1999 quando l'ENEL divenne una s.p.a.). Ma soprattutto si è dimostrata la resistenza più strenua verso una programmazione reale nella direzione delle rinnovabili. Quando nel 1991 fu implementata la normativa europea per l'energia e furono istituiti i cosiddetti CIP6 (un sovrapprezzo del 6-7% in bolletta sui consumi finali) da destinare allo sviluppo delle energie alternative, molto furbescamente fu inserita in fase di approvazione una semplice parola che ha stravolto il senso del provvedimento. Infatti a fianco alla parola “energie rinnovabili” fu aggiunta “e assimilate” dando così modo di ricevere incentivi anche a coloro che non producono energia da fonti rinnovabili, ma da installazioni a biomassa, inceneritori e termovalorizzatori (che sono la stessa cosa).
Con questa modifica all'apparenza insignificante la maggior parte dei fondi “raccolti” (circa 60 miliardi di euro, dati 2007 ndr) sono andati nella direzione non delle rinnovabili ma di altri sistemi di generazione comunque inquinanti e poco redditizi (bassa efficienza energetica). Quello che bisogna rilevare a questo proposito è che la furbata legislativa è stata accompagnata da una gestione privatistica dei fondi che ha favorito alcuni imprenditori al posto di altri e un tipo di energia al posto di altra, segnando così un ritardo consistente di tutto il paese che va recuperato.
Come?
La ripubblicizzazione dell'Ente è il primo passo.
Il secondo ed immediato è modificare la normativa sui CIP6 ed eliminare la possibilità di destinare i fondi ad energie diverse da quelle strettamente rinnovabili (fotovoltaico, eloico, pompe di calore, coogenerazione ecc.). E cambiare anche in maniera sostanziale il sistema degli investimenti prodotti fino a questo punto. Gli investimenti nel settore non devono ridursi a dei semplici incentivi ai fornitori di energia (che avevano la possibilità di rivendere al doppio del costo di mercato l'energia prodotta con i sistemi individuati nella normativa), ma devono tradursi fin da subito in investimenti strutturali per garantire alla cittadinanza di usufruire dei vantaggi dei fondi raccolti dalle proprie bollette. Si tratta di una questione di razionalità economica elementare. Inoltre, e questo è il punto fondamentale, i cittadini devono tornare ad essere i proprietari della rete di distribuzione. Senza questo passaggio irrinunciabile cercare di risolvere il problema dell'indipendenza energetica è assolutamente impraticabile a meno di investimenti privati nel settore assolutamente impensabili (per volume e profitti previsti). La proprietà pubblica della rete di distribuzione permetterebbe investimenti mirati (nuovi CIP6) alla creazione, per esempio, della cogenerazione diffusa in modo tale da rendere nel giro di un decennio i quartieri delle nostre città assolutamente autosufficienti dal punto di vista energetico con serie e positive ricadute sui consumi e sui risparmi per le famiglie. Fintanto che la rete di distribuzione resta in mano privata una politica efficace (e investimenti programmati) in questa direzione sono impensabili.
Tutto questo naturalmente non può prescindere da una programmazione Nazionale di largo respiro, né tantomeno da una ristrutturazione razionale dell'Ente per l'Energia. Ristrutturazione che preveda innanzitutto un management pubblico di alta qualità ed un controllo democratico diretto sulle scelte strategiche che l'Ente si troverà ad operare. Controllo che non può essere affidato più semplicemente al Ministero (così com'era in passato prima della privatizzazione), ma che investa un organo di controllo permanente in cui siano rappresentate anche le esigenze degli enti locali (e quindi dei cittadini).
I presupposti per un cambio radicale in questa direzione oggi, purtroppo, non sussistono. Per svariate ragioni. Di natura politica ed economica.
Resta il fatto che se si vuole sterzare seriamente verso l'affrancamento della schiavitù energetica italiana, questa è l'unica via. Presentare nuovamente, come è stato fatto, il nucleare come soluzione, o il sistema degli incentivi (pozzo nel quale come sempre ad avvantaggiarsene sono pochi a danno della collettività), significa mantenere in vita proprio quegli elementi che contribuiscono a mantenere il paese in una perenne situazione di inferiorità ed arretratezza e alimentano, come molte altre questioni, la spirale del debito pubblico che ci sta schiacciando.


(Francesco Salistrari)

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