venerdì 5 marzo 2010

Lettera di un condannato.












Una cella buia senza uscite,
senza finestre,
fatta di lucido metallo freddo.
Tutto intorno.
Sento i rumori del mondo solo nella testa,
non c'è acustica qui.
Così lontano è il parlottìo della gente.
E' quasi grottesco averlo desiderato un tempo.
Quando si è costretti tutto è diverso!
E tutto ciò a cui prima si dava poca importanza,
all'improvviso diventa vitale.
Un ricordo, un'immagine,
un suono lontano nella testa,
divengono i legacci della realtà.
Una realtà dura,
decisamente inaccettabile.
Ma la cella non svanisce e con essa le colpe,
innumerevoli.
E poco contano il rimorso o il rimpianto.
Perchè tanto nessuno è disposto a crederti.
La cella è un giudizio espresso.
E' la condanna che solo la morte può estinguere.
Forse siamo ciò che facciamo,
o è ciò che facciamo che ci fa essere ciò che siamo.
O forse è solo destino.
E allora è inutile dare la colpa
a chi mi ha rinchiuso in questa cella.
Imprecare servirebbe solo
a peggiorare questa lenta agonia.

(Francesco Salistrari, 2010)

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