mercoledì 21 novembre 2012

L'attacco sociale dell'austerità economica nella Grecia rurale.


Di Chris Jones
Global Research 

Ambelos è solo uno dei tanti villaggi di montagna dell'isola di Samo. E' qui che ho vissuto negli ultimi cinque anni. Gli ultimi due censimenti hanno fatto registrare una popolazione di oltre 300 persone, il che è una grave esagerazione se si pensa che la popolazione residente tutto l'anno ammonta a poco più di 120 unità. Questa cifra è stata appositamente inventata da coloro che hanno delle proprietà nel villaggio, ma che risiedono altrove e scelgono Ambelos solo in occasione delle elezioni o del censimento. Nonostante siano pochissime le risorse stanziate direttamente nel paese, sia dal governo centrale che da quello regionale, l'ammontare della popolazione ha una certa portata nella determinazione delle assegnazioni, incluse quelle relative alla rappresentanza politica. Con meno di 300 abitanti, ad esempio, il paese non può avere un sindaco. 

Non c'è motivo di credere che il caso di Ambelos sia eccezionale in Grecia. Ma se è vero che tutti i paesini sono intenzionati come Ambelos a far figurare che la popolazione non scende sotto i 300 abitanti, allora è assai improbabile che i dati emersi dal censimento – come del resto quelli ricavati dalla maggior parte delle statistiche in Grecia – siano attendibili. 

Ma nessun tentativo di falsificazione può nascondere la realtà che villaggi come Ambelos sono intrappolati in un lungo processo di decadenza che si trascina da decenni. La combinazione tra il fatto di dipendere da un'economia su scala ridotta, un'agricoltura essenzialmente contadina ed un turismo prettamente estivo non è mai stata sufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione. L'emigrazione per periodi sia lunghi che brevi è storicamente conclamata da quando gli isolani hanno cominciato ad andarsene alla ricerca di lavoro, stipendi più alti e condizioni migliori di quelle che avrebbero potuto trovare a Samo. 

Di ritorno alla terra? 

Il processo di decadenza che si era manifestato in maniera sporadica e graduale sta ora accelerando, man mano che l'austerità aumenta. 

Per un certo periodo io ed altri ci siamo chiesti se l'aumento dell'austerità avrebbe giovato a villaggi agonizzanti come Ambelos. Due anni fa sia i media greci che quelli internazionali hanno parlato molto del fenomeno dell'emigrazione, in particolare da Atene, dove la situazione era diventata disumana. Hanno detto che migliaia di persone stavano facendo ritorno ai villaggi rurali della Grecia, dove i genitori o i nonni avevano terre e proprietà. A quanto pareva, la mancanza di lavoro, di guadagno e di prospettive, unita al conseguente deterioramento delle relazioni sociali nella città di Atene, avevano reso appetibile l'idea di ritornare in campagna. Sicuramente sono molte le storie che possono servire come fonte d'ispirazione per un ritorno alla terra ma, dal punto di vista di Ambelos e di altri villaggi simili nell'isola di Samo, non c'è nessuna prova significativa di questo fenomeno. E ciò nonostante il fatto che molte delle case sparse in paese appartengano a famiglie che vivono ad Atene. A quanto ne so, nell'ultimo anno ad Ambelos si è trasferita una sola famiglia proveniente da una cittadina del nord della Grecia devastata dalla recessione. La loro intenzione è di mettere insieme un gregge di capre e di dedicarsi alla produzione di formaggio e yogurt. 

Ma rappresentano un'eccezione. Durante l'estate ho chiesto a Georgios se ha mai considerato l'idea di lasciare Atene per tornare in paese. Ha circa vent'anni e la prospettiva di tornare nel villaggio dov'è cresciuto e dove ha frequentato le elementari gli piacerebbe. “Non se ne parla nemmeno”. Impossibile, mi ha detto, per il semplice fatto che non c'è lavoro per un libraio specializzato, né in paese né in tutta Samo. Per lui l'idea di restare arenato, senza reddito e senza lavoro, in un villaggio senza un'autolinea, senza una scuola, divenuto oramai un posto dove non è possibile nemmeno farsi una famiglia, è uno scenario da incubo. Vassilis, che ha passato l'estate ad Atene, mi ha di recente raccontato le esperienze di alcuni dei suoi amici che hanno lasciato la città per tornare nei loro paesi natii. Esperienze tristemente segnate dallo sconforto e dalla profonda delusione di ritrovarsi isolati, più poveri ed in luoghi semplicemente consumati dalla recessione e dall'austerità. Stando a quanto dice Vassilis, alcuni dei suoi amici sono rimasti sconvolti nel constatare che ciò che a loro era parso come un passo avanti verso una nuova vita, più ricca e soddisfacente, si fosse rivelato così disastroso. 

Trasferirsi in città 

Ad Ambelos non c'è nessun nuovo afflusso di gente intenzionata a stabilirsi permanentemente, cosa che servirebbe moltissimo per il rinnovamento del villaggio, specie si trattasse di famiglie giovani, che con la loro presenza darebbero una chance alla riapertura della scuola elementare, chiusa tre anni fa. Ma finché non si creano posti di lavoro è difficile che ciò accada. Questa settimana ho parlato con Vangelis, che a circa trent'anni è una delle poche persone che sono riuscite a creare un piccolo business di successo e ad aprire una bottega nel centro del paese. Si è sorpreso del mio stupore quando ho saputo che per prendere una simile iniziativa non era previsto nessun incentivo da parte dello Stato. Vangelis è certo che lo Stato non ha alcun interesse a sostenere i piccoli villaggi come Ambelos e che anzi sarebbe ben felice di abbandonarli alla loro deriva o di trasformarli in insediamenti di case-vacanza. E' ed è sempre stata, dice lui, la politica dei governi che si sono succeduti quella di incoraggiare l'immigrazione dalla campagna alle principali aree urbane, come in effetti è accaduto ad Atene. 

Ora di andare? 

Nel frattempo accelera il processo di decadenza. La maggior parte dei residenti stabili ha più di 70 anni. Il piccolo cimitero del villaggio ora è pieno e a partire dagli ultimi due anni la possibilità di conservare la tomba gratuitamente per un periodo di 4/5 anni non può più essere rinnovata. Così le tombe vengono regolarmente svuotate e le ossa trasferite negli ossari in modo da fare spazio. Ma va anche segnalato che, man mano che lo stato sociale si sgretola, le entrate delle famiglie calano, le pensioni diminuiscono e gli spostamenti ridotti per la mancanza di bus e per il prezzo del carburante, si assiste ad un aumento del numero di persone single anziane che lasciano il paese per l'intero anno o solo per l'inverno per andare a stare con le loro famiglie ad Atene o nelle città di Samo e Karlovassi. Per le persone sole, di qualsiasi età esse siano, sta diventando impossibile sopravvivere: da qui il diffondersi di nuclei famigliari dalla fisionomia sempre più mutevole. Persino in paese le famiglie stanno re-inglobando quelli che per mancanza di fondi non hanno potuto terminare i loro studi e quindi ritornano dalle università. So di famiglie in cui l'esigua pensione del parente più anziano rappresenta l'unica fonte regolare di reddito. Kostas, metallurgista specializzato mai assunto, che vive in città a Samo con la sua famiglia, mi ha raccontato che oggi il suo nucleo famigliare comprende 5 adulti in età da lavoro e che l'unica entrata proviene da suo padre. Questa è la norma oramai.
Tutte le persone più giovani sotto i 35 anni di età che si sono laureate hanno già lasciato sia il paese che l'isola, tranne una che lavora in un'attività finanziaria famigliare. Per i giovani rimasti (circa 10) quest'ultimo anno è stato incredibilmente difficile, in quanto il mercato dell'edilizia e quello del lavoro da barista si è esaurito. Persino i 3 nel villaggio che erano stati presi per un progetto occupazionale finanziato dall'Unione Europea hanno vissuto un periodo tremendo. Già duramente sotto pressione, le centinaia di lavoratori coinvolti in questo progetto non hanno nemmeno ricevuto la paga settimanale. I gestori hanno mentito e li hanno trattati in una maniera vergognosa. 

Durante l'estate era normale vedere gruppi in grado di includere fino a 15 categorie di lavoratori dedicarsi alla pulizia delle strade, allo sfoltimento della vegetazione e allo smaltimento dei rifiuti.
Dal momento che lavoravano sulla strada tutti quanti indossavano gilet arancioni fosforescenti, il che li faceva sembrare una colonia di carcerati in una sorta di punizione socialmente utile. Tutto ciò per 500 euro mensili e senza essere regolarizzati. E' uno scandalo. 

Senza quasi eccezioni, la voce tra i giovani del villaggio è quella di lasciare Samo e la Grecia e senza dubbio molti partiranno non appena possibile. All'orizzonte non si vede uno spiraglio di luce che faccia pensare che le cose possano volgere al meglio. La maggior parte dei discorsi in paese riguardano le difficoltà che aumentano man mano che la povertà si aggrava. Le famiglie che fino a 2 anni fa credevano di poter sostenere le spese universitarie dei propri figli, ora sono sul punto di richiamarli a casa; la stazione di servizio che un'altra famiglia ha preso in gestione 4 anni fa è sull'orlo della chiusura in seguito alla morte del padre. Queste sono le storie di tutti i giorni. Non c'è da stupirsi che i giovani siano ansiosi di avere notizie sulle opportunità di lavoro e sul destino di quelli che sono partiti. Questa settimana la notizia è che Miko, il costruttore che si è trasferito dal villaggio a Karlovassi con la moglie e i due bambini quando la scuola del paese ha chiuso, è in partenza per andare a lavorare a delle strutture turistiche da qualche parte nell'Africa Occidentale. E quando mi soffermo un attimo a pensare mi sembra incredibile che al di fuori della mia piccola cerchia di amici e conoscenti 2 siano tornati dalle loro famiglie in Nord Africa, uno ce l'abbia fatta a Londra, un altro stia andando a piedi dalla Grecia all'Italia e al momento si trova accampato in Romania, un altro dovrebbe partire per Parigi tra 3 settimane, un altro ancora parte questa settimana per Monaco, altri 2 contano di essere in Polonia per Natale. E tutto ciò negli ultimi sei mesi. Siamo testimoni di un esodo di disperati che se ne vanno con la tristezza nel cuore, perché sanno che la loro partenza renderà le loro famiglie ancor più fragili. È certo che Ambelos non può più permettersi di perdere altri giovani. 

Un paese bi-stagionale 

Al momento Ambelos è 2 villaggi: il villaggio estivo, dove il posto è vivo, le case abitate, la “platia” centrale piena di rumori per via dei bambini che giocano mentre i loro genitori stanno seduti con gli amici alle 2 “tavernas” del villaggio, che rimangono aperte fino a tardi. Da giugno a settembre ci sono circa 5 eventi di musica e ballo che durano l'intera nottata. È persino difficile trovare parcheggio! Poi c'è il villaggio invernale. La popolazione si riduce a circa 120 persone. Ci sono intere porzioni del villaggio dove mancano residenti fissi e che quindi durante l'inverno rimangono deserte, senza vita. Le “tavernas” tirano avanti con i pochi affezionati, ma vendono pochissimo cibo e, inevitabilmente, finiscono per chiudere presto. A differenza di quanto accade in estate, d'inverno il paese è silenzioso. Il parcheggio non è più un problema. È un posto completamente diverso. 

C'è un forte impegno da parte dei greci che durante l'estate vanno a trovare coloro che sono nati e cresciuti nel villaggio. Spendono soldi nella manutenzione delle case, pubblicano e distribuiscono a tutti gli abitanti un giornale di 6 pagine che riporta notizie relative sia agli emigrati che ai paesani, organizzano una festa danzante e finanziano diversi progetti, come quello di restaurare i punti di maggiore attrazione e di installare delle panchine vicino ai belvedere. Ironia della sorte, nonostante rivestano una grande importanza per il paese, essi rappresentano allo stesso tempo una delle manifestazioni più evidenti di quello che oramai è diventato un villaggio bi-stagionale. 

Questo modello diventerà probabilmente uno standard per una serie di luoghi simili a Samo. Manolates, un villaggio montuoso nelle vicinanze, è molto più sviluppato turisticamente di quanto non lo sia Ambelos, con i suoi numerosi residenti d'estate ed anche visitatori giornalieri. D'inverno il contrasto non potrebbe essere più evidente, viste le strade deserte e le botteghe artigiane, le gioiellerie e le case dei vacanzieri sprangate. I residenti sono pochissimi e sproporzionatamente anziani. Il paese estivo e quello invernale si differenziano in maniera scioccante. 

Come i villaggi diventano bi-stagionali, così accade a diversi aspetti importanti dell'isola nel complesso. I collegamenti via aerea e via mare sono ridotti e i voli charter sospesi tra la metà di ottobre e l'inizio di maggio. Molte di quelle che sono considerate le “zone calde” dell'isola durante l'estate, come ad esempio Kokari, in inverno assumono l'aspetto di centri abbandonati, con intere vie di negozi turistici, bar e locali con le saracinesche abbassate. Questa non è una novità per Samo, ma l'austerità ha in qualche modo accentuato il senso di isolamento e di fragilità. Il mio sospetto è che ciò sia dovuto alla riduzione della stagione turistica, che prima durava da aprile a ottobre ed ora va dalla metà di maggio alla fine di agosto. 

Villaggi invernali 

Non c'è un piano territoriale che tenga conto dei possedimenti ad Ambelos. Coloro che stanno cercando di vendere piccoli lotti di terreno all'interno del villaggio e nelle sue vicinanze sperano di poter attirare molti acquirenti dal Nord Europa disposti a spendere una cifra dignitosa. I bisogni dei residenti e tutto ciò che si richiede in termini di piani collettivi per il lavoro e le opportunità non vengono tenuti in considerazione. Le poche case vendute di recente sono andate tutte a persone che intendono utilizzarle solo come residenze estive. Ciò evidentemente non contribuisce a sanare il divario tra la stagione invernale e quella estiva: la dura realtà è che per molti Ambelos può continuare ad essere un posto solitario ed isolato durante i mesi invernali.
Non ho mai visto raccogliere così tanta legna come quest'autunno. Ora accade spesso di vedere mucchi di ceppi accatastati fuori dalle case, alcuni sono stati comprati, altri raccolti nelle foreste dell'isola o nei terreni privati. Che io ricordi l' unico nuovo negozio che abbia aperto di recente – questa settimana – a Karlovassi vende stufe. Al contrario di quanto accade in Inghilterra, dove i negozi di stufe sono “trendy” e frequentati prevalentemente dal ceto sociale medio-alto, qui non si tratta di dare un tocco chic alla propria casa, bensì di avere di che scaldarsi, dato che la gente non può più permettersi il petrolio per il riscaldamento. Qui avere una stufa non fa “fashion”, è una strategia per sopravvivere. 

Tutto ciò, insieme ad altre cose – come ad esempio la decisione presa quest'inverno di aggiungere alle imposte già esistenti una tassa di 50 centesimi per ogni litro di olio ricavato dalla spremitura al frantoio – sembra una cospirazione ai danni del villaggio. Ora ci sono addirittura voci che il governo imporrà una sorta di imposta fondiaria sia sugli oliveti che sui vigneti. Se questo provvedimento verrà reso effettivo sarà un brutto colpo. Molti abitanti semplicemente non hanno di che pagare queste tasse addizionali. 

Non ci vuole molto a capire che l'austerità e la recessione stanno accentuando il divario tra il paese estivo e quello invernale. Non ci sono più 2 aspetti equivalenti di Ambelos. Il villaggio invernale diventa sempre più piccolo e sempre meno sostenibile, come un bambino a cui vengono fatti indossare abiti troppo larghi. Non passerà molto tempo prima che la Grecia si riduca a migliaia di villaggi rurali abitati d'inverno da uno sparuto gruppo di residenti, e d'estate stracolmi di turisti e visitatori. 

E poi? 

Ovviamente esistono delle alternative che possono consentire ad Ambelos e a tutti gli altri villaggi rurali greci di diventare posti meravigliosi, dove le persone si possono insediare e prosperare. Ma esse sembrano così remote, raramente prese in considerazione. C'è talmente tanta confusione attorno a quello che sta accadendo e a ciò che deve ancora avvenire; la gente sembra ancora così scioccata e turbata dai danni al suo benessere che non riesce a fare altro che arrancare, giorno dopo giorno. Ma chi sa cosa succederà? L'insieme di tutti questi fattori sta diventando sempre più deleterio di mese in mese, e la gente continua a sentirsi dire che le cose possono solo peggiorare. Ma è ancora difficile prevedere cosa accadrà. E' probabile, ma non certo, che prima o poi si assista ad una rivolta sociale di qualsiasi matrice. Le misure restrittive hanno già superato la linea rossa che secondo alcuni commentatori avrebbe dovuto portare ad eventi simili, ma in realtà essi non si sono mai verificati, o almeno non con la portata e con le conseguenze pronosticate. Detesto l'idea che l'unico interesse che qualcuno ha nei confronti della Grecia sia quello di vedere fino a che punto una società ed i suoi abitanti possono reggere alle pressioni prima che qualcosa accada. Come tutti dovremmo sapere, un eccesso di pressione causa delle esplosioni. 

Forse dovremmo prestare maggiore attenzione a ciò che dicono e fanno coloro che sono fuggiti da realtà dilaniate dalle lotte e che ora vivono in Grecia. Alcuni dei miei amici che provengono da questi posti sono già partiti o stanno progettando di farlo non appena possibile. La profonda ostilità dimostrata dallo Stato ed il correlato rinforzamento del partito fascista di Alba Dorata li hanno resi sempre più timorosi ed insicuri. Notano come le buone relazioni fra cittadini si stiano sgretolando, deteriorando man mano che l'austerità, diventando sempre più dura, rende la società greca simile a quelle violente e in preda al disordine da cui sono fuggiti. Ciò che vedono accadere oggi in Grecia – e che pensano accadrà anche in futuro - , ovvero il passaggio dall'ordine al caos, la nascita di focolai di resistenza e di protesta, è ciò che li spaventa maggiormente. Molti dei rifugiati, come mi ha raccontato Tariq, sono sopravvissuti grazie alla solidarietà ed all'aiuto dei greci, ma non mi nasconde che, come peraltro confermano con decisione i suoi amici, ciò che lui ha visto e vissuto è stata una generale mancanza di solidarietà tra la gente, come ben dimostrano le gelosie meschine ed il parlarsi alle spalle tra le persone che incontravano nei caffè e nelle “tavernas”. I politici di sinistra non sono meglio, dicono, sempre in balia di divisioni ed ostilità. Mi hanno parlato di quanto poco i greci si fidino, e di come questa mancanza di fiducia si trascini da anni segnati da rivalità e contrasti mai risolti. Dal punto di vista dei rifugiati questo è il problema più grave. Com'è possibile infatti opporre una resistenza costruttiva senza un minimo di fiducia reciproca? 


Fonte: http://www.globalresearch.ca/the-social-onslaught-of-economic-austerity-on-rural-greece/5310349

Dov'è nascosto l'oro dell'Italia?


Di Maurizio Bottarelli
ilsussidiario.it

L’oro, si sa, è il bene rifugio per antonomasia, quello che tesaurizza le aspettative di crisi. E, in suo nome, sono accadute molte cose che apparivano inspiegabili o, quantomeno, strane, come vi ho già raccontato tempo fa. Facciamo un salto indietro. Ricordate la guerra in Libia, l’incredibile Vietnam in cui si era trasformata, con i ribelli che tentavano l’assalto e le forze lealiste di Gheddafi che riuscivano sempre a difendere le posizioni? Bene, ricorderete anche che nell’arco di tre giorni la situazione si sbloccò e i ribelli poterono mettere il naso fuori da Bengasi: armi dall’Occidente? Servizi segreti francesi e britannici in aiuto? Illuminazione divina?

No. La svolta libica nasceva in Venezuela, più esattamente nella richiesta da parte di Hugo Chavez di rimpatriare le quasi 100 tonnellate d’oro stivate a Londra. Cosa accadde?

L’oro, come sempre accade, era concesso in leasing alla Banca d’Inghilterra e questa, ovviamente, lo aveva per così dire “movimentato”, ovvero non lo possedeva più fisicamente nei caveau. Per ridarlo al suo legittimo proprietario, doveva quindi ricomprarlo sul mercato. Questo provocò il rapido incremento del prezzo, fino a un massimo di 1.881 dollari l’oncia e svelò come nel mondo ci fosse una clamorosa mancanza di oro fisico, visto che i prezzi dei futures a breve scadenza erano più alti di quelli a lunga scadenza. Occorreva intervenire e quale miglior soluzione che mettere le mani sulle quasi 150 tonnellate di riserve auree libiche stipate in un caveau sul confine meridionale del Paese, dando vita a un’offensiva in grande stile? Così facendo, il Venezuela avrebbe riavuto ciò che era suo e il mercato non avrebbe subito nuovi, pericolosissimi scossoni per chi gioca con i futures e per chi, come Londra e New York, gode dello status di caveau dell’oro mondiale ma di fatto di lingotti fisici ne ha davvero, davvero pochi (basti ricordare lo scandalo delle barre di tungsteno dipinte in color oro e conservate alla Fed, come denunciato 

Bene, questo prologo, spero non troppo noioso, era propedeutico al contenuto dell’articolo di oggi, ovvero il fatto che la Bundesbank, nel 2001, ritirò i due terzi delle sue detenzioni d’oro presso la Bank of England, stando a quanto testimoniato da un report confidenziale reso noto mercoledì. La rivelazione ha fatto seguito alla sacrosanta richiesta da parte degli enti preposti al controllo del budget tedesco, affinché il governo verificasse sul posto che le riserve auree depositate a Londra, New York e Parigi esistessero davvero fisicamente. La Germania ha 3,396 tonnellate di oro, pari a un controvalore di 143 miliardi di euro, la seconda riserva al mondo dopo quella degli Usa (ammesso e non concesso che quello statunitense non sia davvero tutto tungsteno) e la grandissima parte di essa è stata stivata all’estero durante la Guerra Fredda nel timore di un attacco e un’invasione sovietica. Circa il 66% è conservato alla Fed di New York, il 21% alla Bank of England e l’8% alla Banque de France: la Corte degli Uditori tedesca, però, in tempi di crisi nera ha ritenuto il caso di non fidarsi e ha detto chiaro e tondo ai legislatori attraverso un durissimo report che «le riserve auree non sono mai state verificate fisicamente» e ha ordinato alla Bundesbank di assicurarsi l’accesso ai siti di stoccaggio. Di più, sempre la Corte ha ordinato il rimpatrio nei prossimi tre anni di 150 tonnellate per verificarne qualità e peso, tanto più che Francoforte non ha un registro di numerazione delle barre d’oro.

Ma ecco la parte più interessante e inedita: stando al report, la Bundesbank avrebbe ridotto le sue detenzioni d’oro a Londra da 1440 tonnellate a 500 tonnellate tra il 2000 e il 2001, ufficialmente «perché i costi di stoccaggio erano troppo alti». A quel punto, il metallo fu trasportato per via aerea a Francoforte. Il tutto avvenne mentre l’allora Cancelliere dello Scacchiere britannico, Gordon Brown, stava svendendo a mani basse le riserve auree britanniche - ai prezzi minimi sul mercato - e con l’euro da poco introdotto come valuta di riferimento anch’esso ai minimi di 0,84 sul dollaro 

Perché questa mossa? Semplice, per evitare che l’oro andasse in giro e non tornasse più, insomma una scelta difensiva. Sia perché la Bank of England stava esagerando con il leasing dell’oro che deteneva, sia perché il governo Blair aveva deciso di vendere le riserve per fare cassa, sia perché le barre d’oro tedesche non avevano un registro e un codice identificativo, quindi non erano reclamabili in modo certo. Insomma, il rischio è quello di non poter richiedere con prove e certezza il proprio oro e diventare, legalmente, solo un creditore generale con un conto in metallo. 

Più di dieci anni fa, quindi, la Germania ha avuto la lungimirante idea di mettere al sicuro gran parte delle proprie riserve e ora la Bundesbank parla di possibile riallocazione delle stesse, ovviamente sempre per motivi di sicurezza, anche se «non abbiamo dubbi sull’integrità e l’indipendenza dei nostri custodi» e se ufficialmente dice no ai controllori di Stato e alla loro richiesta di un inventario. Una fiducia così granitica che, giustamente, ha preferito riportarsi l’oro a casa undici anni fa - e ora si permette di dire che quello che resta sta bene all’estero e non va rimpatriato e controllato: grazie, ha portato a casa il grosso dieci anni fa! - e sottrarlo allo schema Ponzi del mercato repo, il quale ontologicamente sconta il rischio di controparte sul collaterale, come ci ha insegnato il caso del fondo MF Global. Insomma, se si rompe la catena repo sul mercato aureo da parte di custodi-prestatori e soggetti che operano nel leasing, chi può davvero reclamare il proprio oro se non si sa dove sia e non esista un registro e dei numeri seriali?

Quanto emerso in questi giorni grazie all’iniziativa dei regolatori tedeschi è particolarmente interessante per il nostro Paese, detentore della quarta riserva aurea al mondo dopo Usa, Germania e Fmi. Lo scorso 6 ottobre, infatti, la Consob, l’ente per la vigilanza sui mercati guidata da Giuseppe Vegas, ha reso noto che «per cercare di abbattere il debito pubblico si possono usare senza tanti problemi le riserve auree della Banca d’Italia. Palazzo Koch, infatti, può liberamente disporre di tutti i propri beni mobili e immobili, nei limiti in cui tali atti di disposizione non incidano sulla capacità di poter trasferire alla Bce le attività di riserva eventualmente richieste». Un secondo attacco dopo quello della scorsa estate, quando la Commissione aveva proposto la costituzione di un superfondo a cui trasmettere, tra le altre cose, le riserve di Bankitalia per cercare di aggredire un debito pubblico ormai di 2mila miliardi di euro.

Sempre la Consob ricorda che la legge sul Risparmio (l. 262/2005) ha stabilito che Bankitalia «è istituto di diritto pubblico», nonostante le quote di partecipazione al capitale di palazzo Koch oggi ancora detenute dalle banche. Sul punto sarebbe dovuto intervenire un regolamento governativo, che però ancora non c’è. Un tassello effettivamente mancante, per la Consob, secondo la quale «una volta emanato il citato regolamento lo Stato, quale unico azionista della Banca d’Italia, potrebbe liberamente disporre di tutti i beni della Banca d’Italia che, come l’oro, non sono in alcun modo funzionali allo svolgimento dei compiti istituzionali del Sebc». 

Ma dove sono le circa 2450 tonnellate d’oro, circa 110 miliardi di euro, di riserve auree italiane? Presso Bankitalia? Non certo tutte: una parte è custodita negli Usa e a Londra. Se la Bundesbank dieci anni fa ha deciso che era meglio tenersele vicine, non sarebbe il caso che, prima di discutere le proposte della Consob, qualcuno si prenda il disturbo di dare una controllatina? In che percentuale le nostre riserve sono conservate all’estero? Esiste poi un registro? Le barre o lingotti sono contraddistinte con numeri seriali, dai quali si evince senza ombra di dubbio la proprietà italiana delle stesse?

Non dico un’interrogazione parlamentare, ma una domandina almeno al question time del mercoledì qualcuno vorrebbe farla al ministro competente? Prima di fare conti, come quelli di Vegas, senza avere più il metallo.






martedì 20 novembre 2012

Dieci volte peggio dei nazisti.


Repubblica cancella il post di Odifreddi su Israele. Lui lascia: “Meglio fermarsi”
Il matematico aveva scritto parole dure sul conflitto in Medio Oriente accusando lo Stato ebraico di "logica nazista", ma il suo intervento è scomparso dopo 24 ore. Oggi il saluto ai lettori: "Continuare sarebbe un problema. D’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso o scrivo può non essere gradito a coloro che lo leggono" 



Un post pubblicato domenica. Tema: il conflitto israelo-palestinese che in questi giorni sta vivendo un’altra pagina dai toni drammatici. Una presa di posizione molto dura nei confronti dello Stato ebraico, accusato di “logica nazista” nei confronti dei palestinesi.

Di seguito il post di Odifreddi cancellato dal blog

Ma la rimozione del suo intervento dal sito di Repubblica.it ha colto di sorpresa Piergiorgio Odifreddi (matematico, divulgatore scientifico, diventato noto anche per le sue posizioni critiche alla Chiesa cattolica). Ieri sera, infatti, il suo post nel blog “Il non senso della vita” non c’era più. Tanto è bastato, comunque, perché Odifreddi decidesse di scrivere un ultimo intervento, di commiato, per salutare i numerosi lettori che lo hanno seguito fin qui. D’altronde l’intervento in un blog non riflette la linea editoriale del giornale, che del resto nei casi più controversi – come potrebbe essere questo – può scegliere di pubblicare due interventi in antitesi (l’uno che intende confutare l’altro), davanti ai quali i lettori possono confrontarsi.

“Per 809 giorni Repubblica.it ha generosamente ospitato le mie riflessioni – scrive Odifreddi nel suo saluto – che spesso non coincidevano con la linea editoriale del giornale, e ha offerto loro l’invidiabile visibilità non solo del suo sito, ma anche di un richiamo speciale nella sezione Pubblico. Da parte mia, ho approfittato di questa ospitalità per parlare in libertà anche di temi scabrosi e non politically correct, che vertevano spesso su questioni controverse di scienza, filosofia, religione e politica. Naturalmente, sapevo bene che toccare temi sensibili poteva provocare la reazione pavloviana delle persone ipersensibili. Puntualmente, vari post hanno stimolato valanghe (centinaia, e a volte migliaia) di commenti, e aperto discussioni che hanno fatto di questo blog un gradito spazio di libertà. Altrettanto naturalmente, sapevo bene che la sponsorizzazione di Repubblica.it poteva riversare sul sito e sul giornale proteste direttamente proporzionali alla cattiva coscienza di chi si sentiva messo in discussione o criticato”.
“Immagino che il direttore del giornale e i curatori del sito abbiano spesso ricevuto lagnanze, molte delle quali probabilmente in latino – ammette – Ma devo riconoscere loro di non averne mai lasciato trasparire più che un vago sentore, e di aver sempre sposato la massima di Voltaire: ‘Detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo’. Mai e sempre, fino a ieri, quando anche loro hanno dovuto soccombere di fronte ad altre lagnanze, questa volta sicuramente in ebraico”. Ma poi, ieri, ecco la cancellazione del post che “non è, di per sé, un grande problema: soprattutto nell’era dell’informatica, quando tutto ciò che si mette in rete viene clonato e continua comunque a esistere e circolare. Non è neppure un grande problema il fatto che una parte della comunità ebraica italiana non condivida le opinioni su Israele espresse non soltanto da José Saramago e Noam Chomsky, al cui insegnamento immodestamente mi ispiro, ma anche e soprattutto dai molti cittadini israeliani democratici che non approvano la politica del loro governo, ai quali vanno la mia ammirazione e la mia solidarietà”.
“Il problema, piccolo e puramente individuale, è che se continuassi a tenere il blog, d’ora in poi dovrei ogni volta domandarmi se ciò che penso o scrivo può non essere gradito a coloro che lo leggono: qualunque lingua, viva o morta, essi usino per protestare – Dovrei, cioè, diventare ‘passivamente responsabile’, per evitare di non procurare guai. Ma poiché per natura io mi sento ‘attivamente irresponsabile’, nel senso in cui Richard Feynman dichiarava di sentirsi in Il piacere di trovare le cose, preferisco fermarmi qui”. “Tenere questo blog è stata una bella esperienza, di pensiero e di vita, e ringrazio non solo coloro che l’hanno ospitato e difeso, ma anche e soprattutto coloro che vi hanno partecipato – conclude Odifreddi – La vita, con o senza senso, continua. Ma ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino”.
Ma la scomparsa improvvisa del post aveva scatenato proprio i frequentatori più assidui del blog di Odifreddi che, utilizzando lo spazio del suo articolo precedente, non solo hanno chiesto insistentemente al matematico come mai quel testo fosse stato rimosso, ma lo hanno copiato e incollato a beneficio di chi non l’avesse letto. A quel punto, certo, si è sviluppato il dibattito tra chi è d’accordo con la tesi di Odifreddi e chi non lo è. ”Non c’era nessun delirio antisemita, filoislamico, comunista. Solo una condanna alla violenza” scriveva B.dg. ”Il post – secondo Giulioru – è un minkiata se l’ha o gliel’hanno tolto hanno fatto bene, non per i contenuti che sono aleatori come tutte le informazioni che ci imboccano, ma per l’uso di paragoni matematici che sono infantili e inopportuni. Uno, 10, 100 non è questione di moltipliche ma di follia umana che non ha formule né tempo né luoghi”.
I lettori del blog ora commentano invece l’addio del matematico al blog: “Con l’ultimo thread non ero d’accordo, come ho scritto – interviene Nivadi – Ciò non toglie che desidero continuare a leggere osservazioni non convenzionali e stimolanti facci sapere dove potremo leggerti. Smetterò di leggere il sito di Repubblica”. “Che gran peccato, il suo blog mi ha sempre offerto dei grossi spunti di riflessione – dice lucajeck_01 - A volte mi sono trovato in disaccordo con le sue vedute, ma è stato un piacere anche quello, poter testare il mio senso critico su argomenti complessi o comunque su punti di vista particolari è stato stimolante”.
Di seguito il post di Odifreddi cancellato dal blog
Dieci volte peggio dei nazisti (18)


Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebkefurono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.
In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi di Hamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.
Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare ancheNetanyahu e i suoi generali?


Piergiorgio Odifreddi

Perchè una nuova guerra contro Gaza.


di Alessandro Lattanzio
Ancora una volta Israele ha attaccato Gaza e i media internazionali trasmettono immagini di distruzione. Tuttavia la desolazione che ci provoca l’orrore quotidiano di questa nuova guerra, non deve impedirci di analizzarne e comprenderne gli obiettivi. Thierry Meyssan risponde a questa domanda.
Il 14 novembre 2012, le forze israeliane hanno lanciato l’operazione “Colonna di nubi” contro le strutture militari e amministrative di Hamas nella Striscia di Gaza. Il primo giorno hanno ucciso Ahmed Jaabari, numero due del ramo armato dell’organizzazione palestinese. Ed hanno anche distrutto i lanciarazzi sotterranei per i missili superficie-superficie Fajr-5. “Colonna di Nubi” si è rapidamente ingrandita, con l’aviazione israeliana che moltiplica i bombardamenti. Lo Stato maggiore generale israeliano ha richiamato 30.000 riservisti, arrivando rapidamente a 75.000 uomini, col rischio di distruggere l’economia. In questo modo, Israele ha la capacità di invadere Gaza con truppe terrestri. Questa situazione richiede ulteriori spiegazioni.
Perché proprio adesso?
Tel Aviv prende il comando, mentre il potere a Washington è parzialmente vacante. Si attendono la nomina dei nuovi segretari di Stato e della Difesa. Forse, saranno l’ambasciatrice Susan Rice e il senatore John Kerry. Tuttavia, un’aspra lotta, attraverso i media, cerca di screditare la signora Rice. In ogni caso, i segretari di Stato e della Difesa uscenti sono indeboliti ed i loro successori non sono stati ancora nominati. Nello stesso identico modo, Tel Aviv aveva preso una simile iniziativa, l’”Operazione Piombo Fuso“, durante il periodo di transizione tra i presidenti Bush jr e Obama. Alcuni commentatori citano anche l’imminenza delle elezioni israeliane e suggeriscono che Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman cercano di migliorare la loro immagine di falchi intransigenti. Ciò è improbabile. In realtà, hanno lanciato l’attacco senza conoscerne in anticipo i risultati. Tuttavia, nel 2008-2009, il fallimento di “Piombo fuso” fu fatale per il governo di Ehud Olmert.

Per quale scopo?
Tradizionalmente le forze armate israeliane adeguano i loro obiettivi militari alle opportunità che si presentano. Come minimo si tratta d’indebolire la resistenza palestinese, distruggendo le infrastrutture e l’amministrazione della Striscia di Gaza, come hanno sempre fatto in più o meno regolarmente. Tuttavia, l’indebolimento di Hamas va automaticamente a vantaggio di Fatah in Cisgiordania, che non mancherà di ripresentare la sua richiesta del riconoscimento di uno Stato palestinese da parte delle Nazioni Unite. Al massimo la “Colonna di nubi” potrà aprire la porta a un vecchio piano sionista: la proclamazione della Giordania a stato palestinese, il trasferimento della popolazione di Gaza (cfr. anche della West Bank) in Giordania e l’annessione dei territori svuotati. In questo caso, i militari non dovrebbero colpire indiscriminatamente i leader di Hamas, ma solo coloro che si oppongono all’ex leader politico dell’organizzazione, Khaled Meshaal. Quest’ultimo diventerà il primo presidente di uno stato palestinese in Giordania.

I disordini in Giordania sono collegati?
La guerra alla Siria ha soffocato l’economia giordana. Il regno si è rapidamente indebitato. Il governo ha annunciato, il 13 novembre (cioè alla vigilia dell’avvio di “Colonna di nubi“) l’aumento dei prezzi dell’energia, dall’11% per il trasporto pubblico al 53% per il gas nazionale. Questa notizia ha alimentato le proteste che imperversano nello stato fin dall’inizio dell’anno. Immediatamente, circa la metà degli insegnanti della scuola pubblica, 120 mila, è scesa in sciopero. Venerdì 16, più di 10000 persone hanno marciato nel centro di Amman, gridando: “La libertà viene da Dio”, “Abdallah il tuo tempo è finito!”, “Il popolo vuole la caduta del regime“. Il corteo ha lasciato la moschea Husseini ed era inquadrata dai Fratelli musulmani. I Fratelli musulmani, che hanno concluso un accordo con il Dipartimento di Stato degli USA e il Consiglio di cooperazione del Golfo Persico, sono già al potere in Marocco, Tunisia, Libia, Egitto e Gaza. Inoltre, controllano la nuova Coalizione nazionale siriana. Aspirano a governare con o senza il re di Giordania Abdullah II. Il più famoso dei Fratelli musulmani in Giordania è Khaled Meshal, ex capo dell’ala politica di Hamas. Meshaal ha vissuto in esilio dal 2001-2012 a Damasco, sotto la protezione dello Stato siriano. Nel febbraio del 2012 ha improvvisamente accusato il governo di Bashar al-Assad di reprimere il suo popolo ed ha scelto di trasferirsi in Qatar, dove l’emiro Hamad al-Thani è stato particolarmente generoso con lui.

I disordini in Siria sono collegati?
A giugno, un accordo di pace è stato firmato a Ginevra dalle grandi potenze. Tuttavia, è stato subito sabotato da una fazione degli Stati Uniti che ha organizzato le fughe di notizie sul coinvolgimento occidentale nell’evento, costringendo il mediatore Kofi Annan a dimettersi. Questa stessa fazione poi, per due volte ha cercato di finirla militarmente organizzando due massicci attentati a Damasco, il 18 luglio e il 26 settembre. Alla luce di questi fallimenti, l’amministrazione Obama è tornata all’accordo iniziale che si è impegnata ad attuare dopo le elezioni presidenziali e il cambiamento del governo. L’accordo prevede il dispiegamento di una forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, composta prevalentemente da contingenti dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Questa forza avrebbe il compito di separare i belligeranti e di arrestare i jihadisti stranieri introdottisi in Siria. Lasciando la Russia reinstallarsi in Medio Oriente, Washington spera di alleviare l’onere della sicurezza d’Israele. La Russia farebbe in modo che lo stato sionista non sia più attaccato e che non attacchi nessuno. La ritirata militare degli Stati Uniti dal Medio Oriente potrebbe quindi continuare, e Washington recupererebbe la flessibilità perduta a causa del suo permanente confronto con Tel Aviv. In questa prospettiva, i sostenitori dell’espansionismo israeliano devono agire a Gaza ed eventualmente in Giordania, prima della missione russa.

Quali sono i risultati preliminari della guerra in corso?
La guerra testa la difesa aerea di Israele. Lo stato sionista ha investito centinaia di milioni di dollari nella creazione di “Iron Dome“, un sistema in grado di intercettare tutti i razzi e missili lanciati da Gaza e dal sud del Libano. Questo dispositivo è diventato inutilizzabile quando Hezbollah ha inviato un drone su Dimona o quando ha testato i missili superficie-superficie Fajr-5. Durante i primi tre giorni della “Colonna di nubi“, Hamas e la Jihad islamica hanno risposto al bombardamento israeliano con salve di razzi e missili. L’”Iron Dome” avrebbe intercettato 210 colpi su poco più di 800. Tuttavia, questa statistica non significa molto: il dispositivo sembra in grado di intercettare solo i primitivi razzi Qassam, e di essere inadeguato verso tutte le armi un po’ più sofisticate.



fonte: SitoAurora

lunedì 19 novembre 2012

E' ora di cambiare!

Questo scritto non si propone di essere completo, sistematico, organico ed esaustivo, ma si limita a porre solo alcune considerazioni di carattere generale capaci di stimolare una riflessione collettiva. Pertanto mi perdonerete la confusione dell'esposizione, la sovrapposizione dei temi e degli ambiti, la non trattazione di alcuni argomenti a favore di altri.
Buona lettura.


Vorrei ragionare brevemente sulle manifestazioni che in questi giorni hanno agitato tutta Italia (e tutta Europa). Manifestazioni che hanno dato riprova di come l'opposizione sociale alle politiche neoliberiste europee applicate diligentemente da tutti i governi nazionali, stia crescendo e non è sicuramente destinata a calare, soprattutto in vista dei prossimi mesi, vale a dire quando gli effetti nefasti delle manovre attuate dai vari governi in nome di questa maledetta “austerity” (locuzione anglosassone atta ad ingannare il popolo, ma solo semanticamente, che non significa altro che massacro sociale), effetti, dicevo, che si faranno tragicamente evidenti.
In merito a quello che è successo vorrei porre alcuni spunti di riflessione che reputo necessari in questa fase convulsa della situazione economica e sociale.
En passant vorrei sottolineare lo sdegno e il disgusto per i beceri episodi di violenza, malamente celati dalle forze dell'ordine italiane, in cui il “caso” dei candelotti di lacrimogeni esplosi da dentro addirittura il Palazzo del Ministero di Grazia e Giustizia è emblematico di un clima repressivo che monta e non potrebbe essere altrimenti. Ma l'Italia non è il solo paese in cui si è assistito a violenza generalizzata. Scandalose le immagini, ad esempio, provenienti dalla Spagna dove studenti delle scuole medie sono stati bastonati senza pietà dalle forze dell'ordine iberiche. Ma anche in Grecia (sull'orlo della dissoluzione sociale completa) la repressione delle proteste è stata veemente e in alcuni casi drammatica.
Aldilà di questo vanno poste però alcune questioni politiche.
Il movimento di protesta visto agire nelle piazze italiane in questi giorni, a cominciare dagli studenti delle varie città, ancora in stato di agitazione (scuole occupate, nuovi cortei previsti nelle prossime settimane ecc.), passando per le manifestazioni di protesta di varie categorie sociali dei mesi e delle settimane scorse, per finire ai lavoratori della Sulcis (Sardegna) o agli scontri (ormai quotidiani) in Val Susa, un dato emerge prepotente (e preoccupante): tutti questi movimenti di protesta sono assolutamente sprovvisti di una qualsivoglia sponda politica. Sia in Parlamento (e come potrebbe sperarsi il contrario?), sia anche tra quelle formazioni “extraparlamentari” troppo occupate a calcoli elettorali, primarie, ristrutturazioni e riorganizzazioni interne. Le uniche forze politiche presenti in piazza, ma in maniera minoritaria e ancora incapaci di rappresentare politicamente la protesta, sono stati i militanti del Partito di Alternativa Comunista (soprattutto attraverso i Giovani di Alternativa Comunista) e Rifondazione Comunista. Per il resto il deserto completo a parte qualche sindacato (come l'immancabile e isolata Fiom).
Del resto, l'incapacità di queste forze a farsi egemoni o, in qualche modo, riuscire a rappresentare la protesta e organizzarla in maniera lucida e coerente, è talmente palese da risultare schiacciante. Vi è però da dire che questo non avviene semplicemente per incomprensione delle dinamiche in gioco, ma soprattutto per una credibilità che, nel caso di Rifondazione, in seno ai movimenti autonomi, spontanei (e disorganizzati), è difficile da riconquistare o acquisire ex novo. Anche solo la terminologia usata da queste formazioni appare inadatta a canalizzare la protesta all'interno di un alveo politico e di prassi quotidiana invece necessaria e auspicabile.
Aldilà di ciò però i movimenti di protesta di questo nuovo “autunno caldo” italiano, presentano alcune caratteristiche di per sé preoccupanti: lo spontaneismo della protesta, la disorganizzazione, l'incapacità a sistematizzare anche idealmente i propri obiettivi politici, la frammentarietà e la divisione interna, l'impossibilità operativa a legare i vari fronti dello scontro, l'isolamento (anche sociale).
Questo è estremamente evidente nel caso delle proteste studentesche dove si assiste ad una tremenda voglia dei giovani di protestare, di gridare la loro angoscia e la loro incertezza per il futuro, che vedono la scuola sgretolarglisi intorno, dopo i tagli dei governi, dopo le politiche scriteriate degli ultimi 20 anni, che si rendono conto del precipitare degli eventi forse più e meglio di molti italiani ancora intontiti da anni di disimpegno sociale. Ma il potenziale studentesco, sempre storicamente in prima linea in momenti come quello che stiamo vivendo, rischia di evaporare nella paura della repressione, nell'isolamento, nell'impossibilità a dare sbocco politico alle proprie rivendicazioni che, solo raramente, in questi ultimi anni, sono riuscite a legarsi a quelle di altre categorie sociali. Anche in questo, la frammentazione sociale fa sentire potente il suo effetto nefasto.
Ma così come per gli studenti, per gli stessi operai in lotta, per i movimenti di protesta attivi da anni (No Tav, Pastori Sardi, Sulcis, Ilva, lavoratori Fiat ecc.) gli obiettivi polemici appaiono sfocati, le rivendicazioni in stile “sindacale”, le prospettive di corto respiro, la capacità di allargare il fronte e indirizzare la protesta quasi assente. Ed il tutto favorisce senza ombra di dubbio la penetrazione e l'infiltrazione di elementi destabilizzanti che operano a favore di quella giustificazione alla violenza repressiva delle forze dell'ordine (sempre peraltro presente nella parole degli epigoni del potere, giornalisti, politici e cariche istituzionali) che finisce in ultima istanza per negare una seria riflessione sulle ragioni della protesta e sviare l'attenzione, annichilire il dibattito, uccidere ogni pretesa di rivendicazione e di difesa.
Appare chiarissima l'assenza di un soggetto politico collettivo, capace di farsi sponda politica trasversalmente nella società e nelle istituzioni di questi movimenti, capace di indirizzare la protesta verso gli obiettivi corretti (che non sono semplicemente la “casta” o la corruzione dei politici, sic!), di elaborare una proposta unitaria in grado di dare risposte, stimoli, guida e sostegno concreto alla protesta, agli operai e agli studenti, ma in generale a tutta la società prostrata dalla crisi e dalle politiche criminali di questo governo.
Un soggetto politico innovativo, dotato di quella costituzione etica e valoriale di cui si sente immensamente bisogno non solo in politica ma in ogni ambito della vita sociale del nostro paese. Un soggetto politico capace di elaborare nuove forme di protesta e di difesa sociale territoriale, partendo ad esempio dalle esperienze locali del consumo critico e solidale, che si faccia amplificatore a livello nazionale delle esperienze concrete di milioni di cittadini che nel proprio vivere quotidiano lottano contro l'imbarbarimento civile in cui precipita, a spirale, il paese.
E sulle forme innovative di protesta vorrei dire qualcosa di più preciso.
E' ormai evidente come le manifestazioni tradizionali (nella forma del corteo di protesta) in cui si “marcia” su percorsi stabiliti e autorizzati, chiusi come buoi nei corridoi dei macelli, non servono a nulla, assolutamente a nulla, ma comportano solo l'esasperazione sociale, l'esacerbarsi della risposta violenta del potere che sfrutta ogni minima occasione per delegittimare, infiltrare, snaturare e screditare la “sfilata”.
Ecco, il tempo delle sfilate è finito!
Non servono a niente e, come l'esperienza storica ha ampiamente dimostrato, sono del tutto controproducenti e funzionali alle istanze del potere. E questo è ancora più tristemente evidente in una situazione di frammentazione e di divisione sociale, direi quasi di sbaraglio, come quella attuale. Le forze che organizzano le manifestazioni oggi in Italia non possiedono quelle poderose strutture, sole in grado di garantire un minimo di controllo delle infiltrazioni, di organizzazione razionale della protesta, di disciplina minima indispensabili per rendere la manifestazione realmente efficace e sicura. Ma aldilà di questo, ciò che secondo me deve essere chiaro, è che la metodologia della marcia di protesta deve essere abbandonata.
Si deve pensare necessariamente ad altro.
Andare per strada a prendere manganellate anche perchè sprovvisti di una qualsiasi forma di difesa dalle infiltrazioni e dalle provocazioni, è, nell'attuale situazione, una scelta antistorica e scellerata che alimenta a lungo andare il distacco sociale dalla protesta (paura e rassegnazione), non si ottengono risultati apprezzabili né si mette in crisi il sistema politico dominante, si fa il gioco della propaganda di regime che sa solo additare la violenza dei manifestanti e tacere o mistificare impunemente e in maniera vergognosa quella delle forze dell'ordine. Allora qual'è il lavoro concreto che debbono svolgere i movimenti studenteschi, quelli operai, quelli delle categorie sociali in agitazione, dei cittadini consapevoli che vogliono partecipare?
Bisogna comprendere che per rendere la propria lotta realmente efficace non è necessario assembrarsi in gran numero in un punto specifico di una città, “contarsi” e dimostrare una forza che al limite si avrebbe solo da un punto di vista visivo. Sarebbe senz'altro più utile restare nei propri quartieri, nelle proprie scuole, nei propri luoghi di lavoro, nei propri paesi, nei propri stessi condomini a fare volantinaggio, spicheraggio, informazione, a spiegare alla gente le ragioni della crisi, spiegare e far capire a tutti quanto importante sia il contributo di ognuno e l'aiuto reciproco di tutte le fasce sociali. Sarebbe senz'altro più opportuno, ad esempio nelle scuole, adoperarsi per occupare gli istituti in “autogestioni consapevoli” coinvolgendo quando possibile anche i docenti, in cui accrescere il proprio grado di coscienza attraverso discussioni, dibattiti, invitando economisti, filosofi, studenti universitari (se di scuola inferiore), per farsi spiegare cosa sta succedendo, per poi essere in grado di portare le informazioni all'interno delle stesse famiglie. Sarebbe più utile per gli operai in lotta nei luoghi di lavoro, organizzarsi, ricercando e costruendo anche la solidarietà sociale di quartiere, di circoscrizione, di fabbrica, al fine di creare organizzazioni difensive, casse comuni di resistenza, scioperi a oltranza di resistenza passiva, boicottaggio sistematizzato dei prodotti della propria azienda che non vuol scendere a patti, occupazione delle fabbriche in fallimento e in via di smobilitazione per assumerne il controllo e continuare la produzione, quindi mobilitazione permanente in cui si cerchino contatti, si solidarizzi con altri settori sociali e produttivi, si organizzino incontri e alleanze, con obiettivi minimi come potrebbero essere la creazione di cooperative sociali sul modello delle “banche del tempo”, organizzare gruppi di acquisto solidale e di consumo critico, sperimentare modelli di “moneta locale” e così via. Questo naturalmente ricercando complessivamente un'azione unitaria attraverso la creazione di coordinamenti democratici di rappresentanza paritaria con tutte le categorie sociali, che si facciano promotori e partecipi delle azioni e questo senza pretese di porre sui movimenti o sulle organizzazioni nascenti, “cappelli politici”, simboli o nomi e soprattutto ideologie preconfezionate. La parola d'ordine deve essere la collaborazione a tutti i livelli.
In questo contesto organizzarsi in cooperative solidali, anche in città dove questo fosse possibile, al fine di creare un sistema di “orti collettivi” (ma anche piccoli allevamenti) in cui vengano impiegati disoccupati, occupati part-time, pensionati e tutti coloro che hanno a disposizione tempo libero da dedicare ad attività agricole volte ad alimentare i mercati solidali, il sostentamento delle famiglie più in difficoltà, accumulare cooperazione e momenti di condivisione. Questo può valere per qualsiasi altro tipo di “occupazione” necessaria a sostenere la vita dei quartieri, delle cittadine, dei piccoli paesi, come riparazioni, lavori strutturali (come ad esempio la riqualificazione del territorio per arginare il dissesto idrogeologico). Inoltre tutti questi gruppi si prefigurerebbero come veri e propri gruppi sociali di pressione per spingere le amministrazioni locali a incentivare, sostenere e aiutare iniziative di questo genere, anche e soprattutto finanziariamente e logisticamente.
Naturalmente l'obiettivo principale è quello di boicottare le aziende multinazionali e della grande distribuzione che, sia per le condizioni e le politiche del lavoro, per i licenziamenti, per il trattamento e lo sfruttamento del territorio, nonché per la stessa qualità dei prodotti venduti sui mercati, devono diventare l'obiettivo di azioni di resistenza attiva di questo genere. Inoltre diffondere la “cultura” del consumo consapevole attraverso il boicottaggio di tutti quei prodotti che favoriscono gli enormi profitti delle multinazionali e di tutte quelle aziende che non rispettano l'ambiente, la salubrità dei luoghi di lavoro, le tutele del lavoro, che utilizzino imballaggi inquinanti e inutili, che provengano da produzioni lontane dal proprio paese di appartenenza, preferendo al contrario tutti i prodotti locali o di produzioni comunque il più vicine possibili, senza imballaggio o che riduca al minimo gli scarti da imballaggio, che utilizzino materie riciclabili o riutilizzabili. In questo senso sarebbe molto utile organizzare vere e proprie reti nazionali, regionali e locali di consumo consapevole e di “squadre di assalto volontarie” composte da persone capaci di veicolare questi comportamenti virtuosi e cooperativi attraverso campagne di sensibilizzazione quotidiane, di “lavoro solidale”, di propedeutica sociale ecc ecc.
Costruendo movimenti di cittadini coscienti, di studenti e operai, impegnati quotidianamente, è possibile poi alzare il tiro delle pretese e trasformare caso per caso questi stessi movimenti in veri e propri “comitati sociali di resistenza” contro ad esempio le tasse imposte da questa classe politica ladra, asservita ai dettami della tecnoligarchia europea e agli interessi della finanza e delle banche e ai gruppi di potere, per pagare un debito illegittimo e criminale che strangola a bella posta il paese attraverso interessi usurai. I “comitati sociali di resistenza” potrebbero rifiutarsi di pagare le tasse, di cedere ai ricatti di Equitalia, di abbandonare le case, i terreni e le aziende pignorate, di sostenere al contrario i servizi sociali attraverso lo stesso volontariato e le casse comuni. Inoltre potrebbero organizzarsi in “comitati resistenti” e fare quadrato le stesse piccole e medie imprese, abbandonando per una volta la concorrenza e sperimentando forme di cooperazione innovativa, unendosi in cartelli, in filiere, in cooperative rispondendo in maniera decisa alle istanze dal basso che richiedono prodotti di un certo tipo, standard lavorativi e salutari di un certo tipo, imballaggi e materie prime di un certo tipo, forme di coinvolgimento dirette degli stessi operai nella gestione aziendale, giungendo in alcuni casi a costituire delle vere e proprie “casse di risparmio cooperativo” per gli investimenti di brevissimo periodo, dilazionando il pagamento delle tasse (come fa lo Stato con i pagamenti loro dovuti), o richiedendo e ottenendo forzatamente, ma non per decreto o legge ad hoc, l'annullamento dei versamenti dovuti al fisco in cambio dell'annullamento dei crediti che si vantano nei confronti delle pubbliche amministrazioni.
Le pressioni su enti locali, istituzioni e governo, sarebbero immani e si otterrebbero risultati immediati e concreti se non nel breve, quantomento nel medio periodo. Ma non bisognerebbe accontentarsi!
Con il passare del tempo tutte le esperienze locali di questi movimenti che si autorganizzano e si atostrutturano attraverso la partecipazione collettiva e il contributo di un sempre maggior numero di persone, dovranno essere in grado di legarsi in un movimento più propriamente politico capace di elaborare una serie di richieste sociali, di respiro nazionale, che abbiano come principio cardine la piena esplicazione della “sovranità popolare ed economica” per il nostro paese, che si articoli su questi punti essenziali:

  • rifiuto e/o rinegoziazione del debito pubblico;
  • abbandono dell'euro e dei trattati europei;
  • ritorno alla sovranità monetaria attraverso la pubblicizzazione della Banca d'Italia;
  • nuova moneta (ad emissione creditizia) e di proprietà popolare;
  • nazionalizzazione delle banche e dei servizi essenziali (energia, telefonia, trasporti);
  • recupero sovranità territoriale e militare;
  • ritorno alla legislazione del lavoro pre 1997 (in vista di una seria e democratica riforma complessiva);
  • preminenze degli investimenti nella ricerca, nell'istruzione (pubblica e gratuita), nella sanità (nazionale), nei servizi sociali, nel sostegno alle imprese nazionali, nel recupero del territorio;

Questi punti essenziali di rivendicazione collettiva sarebbero esposti a livello sociale, prima che elettorale, attraverso una presa di coscienza collettiva capace di creare i presupposti reali per l'emergenza di un vero movimento unitario, consapevole, organizzato territorialmente attraverso consulte popolari perfettamente democratiche, figlie dirette dei vari comitati locali di resistenza, delle organizzazioni operaie e studentesche di base, dei cittadini, degli eserciti di volontari, dei lavoratori delle “banche del tempo”, dei gruppi di acquisto solidali.
Il più grande contributo che tutti i movimenti già esistenti, nascenti, in via di ristrutturazione e di riorganizzazione, tutti insieme possono dare, dovrebbe essere proprio quello di mobilitare permanentemente la popolazione per obiettivi concreti di respiro locale e nazionale, di difesa sociale, di resistenza attiva, di democratizzazione dal basso di tutti gli ambiti della vita sociale e del lavoro.
Il percorso è lungo, duro, difficile, impervio e assolutamente non scontato.
Ma continuare a scendere in piazza senza un vero obiettivo (e addirittura andare a votare per una qualsiasi delle forze politiche che si presenteranno a marzo), senza una piena coscienza delle dinamiche economiche e politiche in corso, senza una piena coscienza dell'attacco frontale alla democrazia in quanto tale, senza una piena consapevolezza della messa in discussione pesantissima dei diritti sociali e l'attacco sistematico in atto che attenta alla vita, alla salute collettive, che distrugge il diritto all'istruzione per tutti, senza una presa di coscienza generale di quali siano i propri reali alleati e i propri reali avversari, i reali problemi da affrontare e risolvere, ci porterà solo alla repressione violenta delle proteste, alla demoralizzazione, al riflusso sociale, all'abbandono e alla disperazione e in sostanza alla decadenza definitiva dei rapporti sociali, del paese, dell'economia, all'eliminazione di qualsiasi prospettiva di benessere per il nostro popolo.
E' uno sforzo collettivo che va tentato. Con tutte le forze. Con tutta la volontà e la solidarietà necessarie e di cui siamo capaci. Uno sforzo collettivo senza precedenti, ma possibile. Uno sforzo collettivo senza il quale in fondo al tunnel ci saranno dei vincitori, i soliti, e degli sconfitti prostrati e ridotti al silenzio: la democrazia e la libertà del popolo italiano.


(Francesco Salistrari)

domenica 18 novembre 2012

Elsa Fornero ammette il Golpe Finanziario.


DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

Voi milioni di italiani pestati a mazzate dalla riforma delle pensioni di Elsa Fornero, voi esodati, voi che avete subito, che sempre subite, voi senza voce, e voi giovani che non avete lavoro perché gli anziani sono oggi incatenati a lavorare dalle decisioni di questa lugubre sicaria dell’Economicidio italiano, voi…
Perché vi hanno fatto tutto questo? Cosa vi hanno detto? Vi hanno detto che era nell’interesse del Paese, che risparmiare attraverso i vostri sacrifici era la via dura, ma virtuosa, per ridare speranza all’Italia, che per voi ultra sessantenni significa i vostri figli, vero? Vi hanno detto questo, e voi, che a 17 anni vi riboccaste le maniche per tirarla su quest’Italia che viaggiava in 600 e aveva una sola tv in bianco e nero per condomino, anche questa volta lo farete, stringerete i denti, perché “è per i nostri figli”. Anziani, vi dicono che meno pensione è necessario per lo Stato, per tutti i cittadini, che è necessario…



Pomeriggio del 15 novembre 2012, WorldPensionSummit ad Amsterdam, la conferenza che riunisce i colossi mondiali delle pensioni private, gente con interessi finanziari per 1.925 miliardi di dollari, millenovecentoventicinque miliardi. Cioè: solo in quella sala erano presenti una decina di gruppi privati con interessi quasi pari all'intero Prodotto Interno Lordo italiano. Sono quelli che aspettano a bocca spalancata come lo squalo bianco sotto la barca, che la barca affondi, l’Inps. Sulla barca ci siete voi, vogliono i vostri soldi, la vostra pensione, i contributi di chi lavora. E voi, torturati dalla Fornero e da quelli che a lei seguiranno, glieli darete, farete le pensioni integrative costretti a mazzate, e loro ci speculeranno sopra cifre inimmaginabili. Poi, quando uno o cento di questi gruppi esploderanno come accaduto negli USA nel 2007, milioni di voi perderanno la pensione per sempre. Ma chissenefrega, voi siete la gente, quelli che non contano.
Ok, è il pomeriggio del 15 novembre, al WorldPensionSummit prende la parola Elsa Fornero e dice che
I cambiamenti portati dalla riforma delle pensioni del governo Monti erano necessari per compiacere i mercati finanziari, altrimenti i mercati avrebbero devastato l’Italia.
Fermi, fate un lungo respiro, per favore. La capite la gravità di questa cosa detta e firmato da un Ministro della Repubblica?
Un Ministro di un Paese, che risponde allo Stato, alla Costituzione, e al popolo sovrano, il cui dovere costituzionalmente sancito è l’interesse pubblico nello Stato, ha fatto una riforma delle pensioni per compiacere le banche, le assicurazioni, i fondi monetari, gli hedge funds, cioè i gruppi privati di speculatori dediti al profitto che, altrimenti, ci avrebbero distrutti, distrutto l’intero Paese.
Un Ministro di un Paese, che risponde allo Stato, alla Costituzione, e al popolo sovrano, il cui dovere costituzionalmente sancito è l’interesse pubblico nello Stato, NON HA FATTO un riforma delle pensioni per motivi legati all’interesse del popolo sovrano. Non è vero che la riforma Fornero è la cura economica giusta per l’Italia. Poteva essere l’abolizione nazionale del diritto di allattare i figli, non importa un accidenti, ma se la ordinavano i mercati il Ministro della Salute era costretto a sancirla.
Viviamo in un golpe finanziario. Lo Stato non esiste più, Monti e la Fornero lavorano per i mercati violando la Costituzione. Il presidente Napolitano è in coma. In centinaia di procure italiane sono state depositate denunce di cittadini esattamente su questo. Esiste un giudice degno in questo Paese? Apra un fascicolo d’inchiesta, altrimenti Silvio Berlusconi aveva ragione. Magistrati siete servi di chi?



venerdì 16 novembre 2012

Un nuovo soggetto politico nazionale? Si deve!


Appare davvero difficile scorgere all'orizzonte la possibilità di veder nascere, crescere e radicarsi un soggetto politico, una forza politica o una formazione sociale, anche pur eterogenea, che abbia la capacità di dettare un'agenda politica ed un programma nazionale di emergenza per tirare fuori il paese dal pantano.
Nelle speranze di molti tale forza avrebbe potuto (e dovuto) essere il Movimento 5 Stelle. Ma aldilà di qualsiasi considerazione di carattere organizzativo, seppur importante, che consta la democrazia interna al movimento, i chiaroscuri dei suoi “padrini”, l'incapacità di filtraggio dell'ingresso nelle proprie file da parte di opportunisti e riciclati o soggetti portatori di interessi diversi da quelli che il Movimento, pur nei suoi limiti, vorrebbe rappresentare (popolari e democratici), l'aspetto decisivo è la mancanza da parte del Movimento (e soprattutto del suo leader) di una chiara posizione, netta, recisa, politica e programmatica sui temi dell'Europa, dell'Euro, del debito pubblico, della crisi del sistema economico.
Su questi temi, cruciali, il leader Grillo, si barcamena nel “dire e non dire” e benchè li affronti di sfuggita nei suoi comizi in giro per l'Italia, una posizione chiara non è stata ancora espressa.
Una capacità di elaborazione programmatica compiuta, da parte del movimento, sui temi davvero dirimenti l'attuale situazione politica ed economica, non è purtroppo ancora venuta a galla e a pochi mesi di distanza dalle elezioni, dubito possa farlo.
Inoltre, come le elezioni siciliane hanno confermato, nonostante la grande affermazione del movimento, oltre il 50% degli aventi diritto al voto non si è recato alle urne. Dal momento che alle “politiche”, credo, l'astensionismo rimarrà altissimo, il problema di rappresentanza resterà aperto e da non sottovalutare. In effetti rimarrebbe fuori dalla rappresentanza politica una fetta davvero consistente e importante dell'elettorato e a cui andrebbe al contrario offerta la possibilità di trovare espressione ai propri interessi, alle proprie aspirazioni, risoluzione ai propri problemi. Che sono certamente quelli dell'intero popolo italiano, ma che evidentemente non trovano espressione politica in nessuno dei raggruppamenti oggi attivi nel panorama politico italiano. E non trovano espressione in questi ultimi semplicemente perchè i partiti che si presenteranno alle prossime elezioni, non sono in grado di affrontare i problemi e proporre quelle soluzioni decisive e incisive che, al contrario, sono assolutamente necessarie.
Il Centrosinistra, nemmeno a nominarlo. Trainato dal Partito Democratico, l'agglomerato ex ulivista rappresenta la deriva di una finta sinistra riformista, responsabile, all'epoca di Prodi, della nostra entrata nell'euro e di parte degli attuali sfaceli. Oggi in realtà il Centrosinistra si presenta (neanche tanto velatamente) come espressione dei poteri forti, degli interessi della finanza internazionale, degli interessi e delle politiche europeiste neoliberiste, non discostandosi per questo, se non nella retorica verbale, dal centrodestra (allo sfascio).
Manca dunque una forza politica o sociale capace di elaborare quella proposta di governo che affronti in maniera coraggiosa e rivoluzionaria i temi fondamentali senza la discussione dei quali è inutile proporre soluzioni ai problemi del paese, promettere miglioramenti, lasciar intravedere un futuro migliore dinnanzi a noi.
E' chiaro che il paese vive una serie di problemi strutturali figli diretti di gestione criminale, di corruttele, sprechi, incapacità. E' chiaro che essi siano dovuti a politiche fallimentari, a scelte scriteriate, a situazioni di malaffare, a connivenze innominabili e che investono anche le alte cariche dello Stato, situazioni tutte che hanno pesato e pesano sul benessere collettivo come macigni ormai da troppo tempo.
Ma il problema non sta tanto nell'analisi. Perchè potremmo esser tutti bravi a dire, ad esempio: “recuperiamo i 130 miliardi di evasione fiscale e risolleviamo il paese”. Innanzitutto: come? In secondo luogo ammesso che trovassimo gli strumenti e la volontà politica (Grillo l'avrebbe se prendesse il governo del paese?) di recuperare i 130 miliardi all'anno di evasione, il paese paga ogni anno quasi 100 miliardi di interesse sul debito. Si, certo, sarebbe meglio di niente e darebbe ossigeno al paese e alle casse dello Stato. Pur tuttavia i problemi legati alle possibilità di investimento derivanti dal debito pubblico non sarebbero risolti, ma solo diluiti. Inoltre il paese avrebbe assoluto bisogno di sostegno alle imprese e alle famiglie in difficoltà. Ammesso sempre che una qualche delle forze politiche che si presenteranno l'anno prossimo alle elezioni, riuscisse a recuperare tutta l'evasione fiscale e a redistribuirla (abbassando il carico fiscale e/o attraverso politiche direttamente redistributive e di sostegno sociale), resteremmo comunque sempre sotto il capestro degli interessi sul debito (che continuerebbe a crescere) e dei trattati economici sottoscritti con l'Europa.
Poniamo un'altra ipotesi. Vince Grillo. Prende la maggioranza in Parlamento e in Senato, azzera i benefit di parlamentari, manager pubblici e politici. Abolisce rimborsi elettorali, taglia tutte le province ecc ecc. Nella più ottimistica delle previsioni, quanto recupererebbero le casse dello Stato? 30 miliardi? 40? 50?
Ok, bene. Aggiunti a quelli dell'evasione fiscale sarebbero quasi 200 miliardi.
Avremmo risolto il problema del debito?
Lo Stato italiano sarebbe in grado di avviare l'indispensabile politica di investimenti, unica capace, di far ripartire l'economia?
La risposta è NO!
Semplicemente perchè per farlo dovrebbe nuovamente aumentare il debito (e gli interessi sul debito) e questo trascinerebbe di nuovo il paese sull'orlo del default.
Il problema è semplice: l'Italia avendo ceduto la propria sovranità monetaria (nonché economica) non ha la possibilità di ripartire.
Allora quale sarebbe, nel quadro attuale, la strada che intraprenderebbero le forze politiche uscite vincitrici dalla tornata elettorale del prossimo anno?
Senz'altro la svendita del patrimonio pubblico.
Verrebbero svendute le restanti quote di controllo pubblico delle imprese strategiche del paese (Eni, Finmeccanica, Enel, Ferrovie ecc), verrebbe svenduto il patrimonio immobiliare pubblico (compresi musei e centri d'arte), verrebbero privatizzati settori cruciali come la Sanità e via di questo passo.
Il paese vivrebbe qualche anno di respiro, riuscirebbe a onorare gli impegni finanziari sottoscritti con l'Europa (Fiscal Compact, ESM ecc), riuscirebbe a pagare gli interessi sul debito e allevierebbe i pericoli derivanti dal default.
E poi?
E poi ci troveremmo come popolo e come paese, con un bel mazzo di ravanelli in mano.
Impossibilitati a condurre una qualsiasi politica di investimenti, una qualsiasi autonoma politica economica, monetaria, sociale, del lavoro.
Perchè?
Molto semplice: l'Italia sarebbe bloccata in una situazione di crescita zero e tutte le operazioni sopra elencate servirebbero solo ad evitare il default del debito, non altro. Ben presto però, in assenza di crescita economica, gli interessi sul debito ricomincerebbero a galoppare e il debito a crescere e ci ritroveremmo di nuovo punto e a capo, senza la benchè minima possibilità di fare altre operazioni economiche.
Potremmo sperare negli investimenti stranieri? A delocalizzazioni industriali in Italia capaci di far diminuire la disoccupazione e far ripartire una quota dei consumi?
Spereremmo in altre parole di diventare una nuova Polonia.
Perchè, nel quadro appena tracciato, qualora venissero svendute le aziende pubbliche, dovremmo sperare solo ed esclusivamente nel settore privato. Italiano? Quale? Certamente internazionale. Più propriamente multinazionale. E cosa chiedono le multinazionali? Esattamente quello che sta facendo il governo Monti: smantellamento dello stato sociale, della contrattazione collettiva nazionale (incominciata da Berlusconi), eliminazione delle tutele, precarizzazione selvaggia del mercato del lavoro, abbassamento dei salari, ridimensionamento della funzione sindacale ecc.
Chiaro il progetto no?
Sapete trovare una qualche forza politica che abbia un progetto diverso da questo?
A parte il Movimento 5 Stelle che, ripeto, risulta ancora evidentemente acerbo da questo punto di vista, non esiste nessuna forza politica che sappia dire UNA sola parola su questi temi, che sappia anche solo tentare una proposta.
Conniventi? Incapaci?
L'uno e l'altro.
Ecco la necessità, urgente, imprescindibile, per il popolo italiano di sapersi dotare nel più breve tempo possibile degli strumenti necessari, politici e sociali, adatti ad affrontare le questioni in maniera vigorosa, chiara, netta e decisa.
Come?
Più facile a dirsi che a farsi.
Ma una serie di idee potremmo pure cercare di buttarle giù.
Esistono in Italia una serie infinita di movimenti, associazioni, più o meno territoriali, più o meno radicate, più o meno radicali. Esistono grandi masse di cittadini disgustate dalla politica tradizionale, giovani disinteressati, che ormai non vanno nemmeno più a votare. Esistono tante intellettualità (economisti, filosofi, professori universitari, giuristi ecc.) senza appartenenza, ma che hanno tanto da dire. Migliaia di attivisti sbandati e senza casa. Centinaia di migliaia di operai, disoccupati, disperati, imprenditori, studenti, tutte categorie sociali che la crisi che viviamo la stanno pagando a carissimo prezzo e ancor più a caro prezzo la pagheranno.
Bisognerebbe organizzare territorialmente delle Assemblee democratiche (Consulte Popolari) capaci di raccogliere tutte queste soggettività, tutti i movimenti e le associazioni e fare in modo che, elaborando un programma nazionale, organizzando forme nuove di protesta e di resistenza sociale, forme nuove di riappropriazione del territorio, sperimentando forme innovative di consumo critico ecc, comunichino tra di loro in maniera costante e siano, nel breve periodo, in grado di giungere ad una Assemblea Costituente Nazionale nella quale stabilire un programma e una struttura democratica condivisa ed efficiente.
Le Consulte Popolari di base dovrebbero diventare il centro dell'attivismo locale, capaci di fungere da rappresentanza attiva per tutte quelle fasce di popolazione che, per un motivo o per un altro, restano al margine della rappresentanza politica e dell'attivismo democratico. Come organi territoriali le Consulte sarebbero in grado di affrontare in maniera efficace e democratica i temi locali, proponendo soluzioni, iniziative e attività che fungerebbero da esempio e da traino per tutte le altre vicendevolmente, ma diventerebbero anche la cinghia di trasmissione delle istanze che dal basso salgono verso l'alto (gli organi nazionali sorti dalla Assemblea Nazionale).
E' urgente comprendere che la marea montante della protesta sociale che sta cominciando a esondare in questi mesi in Italia (ma anche in tutta Europa), senza una guida democratica, politica, che la indirizzi nelle direzioni giuste, sprecherebbe un'enorme potenziale di rivendicazione democratica e popolare e verrebbe schiacciata sia dalle divisioni interne che, ancor più grave, dalla repressione violenta del potere, che, lo voglio ricordare, non ha solamente il manganello come strumento di divisione e intimidazione sociale. E' pertanto assolutamente fondamentale favorire l'emergere di un nuovo soggetto politico democratico che elabori anche nuove forme di protesta, forme di boicottaggio, di messa in discussione del sistema nel suo complesso, attraverso tutta una serie di strumenti collettivi di solidarietà sociale, di difesa, di resistenza e di proposta. E le Consulte Popolari, se pensate e realizzate nella maniera corretta, possono assumere questa funzione attraverso modalità, seppur eterogenee, comunque efficaci.
Esiste realmente la volontà di farlo?
Sarebbe senz'altro utile, quantomeno, discuterne.

(Francesco Salistrari)

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