sabato 23 giugno 2012

Come dire addio alla democrazia.


Uscire dall'euro e dall'Europa vengono visti e veicolati dal mondo mediatico e politico italiano come l'incipit della catastrofe sociale, economica e politica di questo paese.
Il tabù del ritorno alla piena sovranità nazionale è talmente radicato che, scardinare questo piccolo (ma così grande) “pensiero dominante”, sembra impossibile.
Eppure esistono studi economici e precedenti storici (vedi Argentina) che sottolineano come non è impossibile uscire dall'euro, né che sia catastrofico come viene dipinto dal terrorismo mediatico in atto.
Il problema è che le elites di questo paese, parte integrante di quei circoli elitari che della costruzione europea e dell'euro hanno fatto la propria ragione politica, sono pienamente consapevoli che un vasto movimento contro l'euro e l'Europa del Trattato di Lisbona sia pericolosissimo per i propri interessi e prerogative.
La costruzione europea, attraverso unione monetaria e trattati, configura infatti una situazione politica ed economica particolarmente vantaggiosa per queste elites a cui difficilmente rinunceranno.
Si, c'è la crisi. Si, i paesi della zona euro sono tutti in grandissima sofferenza e il peso dei debiti sovrani sembrerebbe schiacciare tale costruzione.
Quando si considera questo, ci sfugge, tuttavia, un dato particolarmente importante. E questo dato è che la crisi, partita nel 2008 dagli USA con l'esplosione della “bolla” dei mutui sub-prime, è si strutturale e connaturata ai movimenti ciclici del capitalismo mondiale, è si determinata dalla particolare congiuntura storica, affonda si le proprie radici nella più generale situazione energetica mondiale, ma proprio per questo e proprio grazie alla struttura e alle caratteristiche della costruzione europea, viene magistralmente sfruttata dai grandi gruppi di potere continentali e statunitensi, per sperimentare un nuovo modello sociale occidentale che presuppone una generalizzata e consistente soppressione dei diritti individuali.
Grazie alla messa al bando della democrazia rappresentativa, sfumata nelle istituzioni europee che non hanno legittimazione democratica, grazie al controllo economico e politico garantito alle istituzioni europee sui contesti nazionali attraverso i vari trattati (Fiscal compact, MES ecc.) e soprattutto la moneta unica, il ruolo, le prerogative e la sovranità dei vari stati nazionali sono stati ridotti ad un orpello ornamentale, giuridico e politico, che ha inficiato qualsiasi garanzia di controllo democratico delle dinamiche decisionali.
E' chiaro dunque che in gioco, nel massacro della crisi, c'è ben altro.
E le elites dominanti non rinunceranno così facilmente al giocattolo dell'euro e dell'Unione Europea così magistralmente costruito pezzo per pezzo.
L'obiettivo è quello di smantellare gli ultimi residuati nazionali a controllo pubblico (aziende, partecipazioni, patrimonio pubblico), abbassare i livelli salariali e le tutele del lavoro, abbassare i consumi e garantire ai paesi più forti (Germani, Francia) una serie di paesi economicamente più deboli (nell'alveo della moneta unica e dell'Unione) che garantiscano livelli di competitività vicini (se non superiori) ai paesi dell'Est Europeo (Polonia, Romania ecc).
In pratica paesi produttori di semilavorati a basso costo che garantiscano una maggiore efficacia nella competizione sui mercati mondiali ai paesi traino come la Germania e la Francia, il cui tessuto produttivo è ancora saldamente in salute a differenza di quello italiano, portoghese, greco e spagnolo, ormai quasi totalmente smantellato dalla crisi e dalle politiche delocalizzative attuate in questi decenni.
L'abbandono dell'euro e dell'Unione Europea, dunque, appare imprescindibile se si vuole garantire a questi paesi, ed in particolare all'Italia, una via d'uscita dalla spirale della crisi. Ristabilire la sovranità monetaria, nazionalizzare la Banca d'Italia e riaffidarla al controllo del Ministero del Tesoro, programmare il default e azzerare il debito, sono solo alcuni dei passi che questo paese deve compiere per uscire dalla schiavitù imposta dai tecnocrati europei che produrrà nei prossimi anni, senza alcun dubbio, lo scivolamento dei paesi mediterranei nella povertà e nella precarietà.
La riconquista della sovranità nazionale si traduce in riconquista della democrazia. In riconquista del controllo della propria economia e del proprio patrimonio collettivo.
Urge per questo motivo, vista la completa inconsistenza e compromissione delle forze politiche di questo paese (in particolare della sinistra), la necessità della creazione di un fronte ampio, popolare, in cui tutti, dai movimenti alle associazioni territoriali, dalle vertenze sindacali ai movimenti di lotta (No Tav, Forconi, i pastori Sardi ecc.), dai singoli cittadini al mondo delle università e della scuola, dal mondo dei precari ai disoccupati, dai pensionati agli impiegati, facciano quadrato per impedire il declino economico e sociale di questo paese e attraverso l'elaborazione collettiva, democratica, di un programma d'emergenza nazionale, programmino l'uscita dall'euro, la riconquista della sovranità monetaria e politica, la riappropriazione del patrimonio pubblico e una nuova declinazione delle forme democratiche istituzionali e sociali.
Sono questi i primi passi, imprescindibili e irrinunciabili, al fine di evitare quello che, posti gli interessi in gioco e chi determina le scelte collettive in questo paese e nel continente, appare purtroppo inevitabile.

(Francesco Salistrari)


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