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domenica 8 giugno 2014

Storia di un'esperienza collettiva.


La battaglia della discarica di Celico (Cs): un esempio di rivendicazione popolare autonoma.

di Francesco Salistrari.


Il Comitato Ambientale Presilano rappresenta un’esperienza unica per i nostri territori.

Nato dalla sinergia e dalla collaborazione di diverse componenti politiche e sociali attive in Presila, come i gruppi dei Giovani Democratici, le associazioni territoriali dei vari Comuni e dalla volontà e dall’azione di singoli cittadini, si è posto immediatamente come centro di aggregazione e di proposta politica intorno alle tematiche ambientali. Tematiche fortemente sentite per un territorio, come il nostro, devastato da decenni e decenni di politiche insulse e criminali.

L’esempio più evidente e più drammatico, sicuramente rappresentato dall’apertura della discarica di proprietà della Mi.ga srl individuata dalla Regione come valvola di sfogo per le annose problematiche di smaltimento degli RSU calabresi, ha rappresentato il momento cementificante di tutta una serie di sensibilità presenti da decenni nei nostri territori ed ha visto l’insorgere di un nuovo protagonismo sociale inedito per la Presila.

La battaglia sulla discarica di Celico, cominciata anni fa, raggiunge quest’anno il suo picco, proprio grazie all’azione e alle iniziative del Comitato Ambientale Presilano. Dopo l’affronto della Regione, che ha individuato il sito di Celico come sbocco dell’emergenza rifiuti esplosa ad inizio anno, affronto, va sottolineato, perpetrato ai danni di un territorio che registra le più alte percentuali di raccolta differenziata in Calabria, il Comitato Ambientale Presilano diventa il motore pulsante della battaglia di opposizione alle ordinanze regionali.


Una folla di migliaia di cittadini provenienti da tutta la fascia presilana si riunisce in uno storico incontro ai piedi del ponte della SS107 che taglia il Comune di Celico, la sera del 16 febbraio. Una folla pronta a tutto, pur di fermare l’ennesimo scempio ai danni del nostro territorio. Un territorio devastato da scelte scellerate che ne hanno completamente annientato il possibile sviluppo in direzione del silvopastorale, dell’agriturismo, dei prodotti doc, e che ne hanno trasformato invece i centri abitati in dormitori della periferia cosentina, senza alcuno sbocco, se non per i rifiuti. Un territorio in cui ci si ammala di cancro sempre di più, grazie proprio a quell’opera sistematica di inquinamento e devastazione ambientale portata avanti dalle nostre amministrazioni nel corso del tempo. Discariche incontrollate, che hanno inquinato per decenni e continuano a farlo.

Ecco. Il 16 febbraio del 2014, per la prima volta, la gente della Presila dice basta a tutto questo!

Il movimento cresce e si avvia quella notte stessa il presidio, permanente, della strada di accesso in discarica, determinando di fatto il blocco dello sversamento. Si organizzano assemblee pubbliche continue, iniziative, incontri, si spingono le amministrazioni a fare la loro parte nelle sedi istituzionali preposte al fine di bloccare la gestione intollerabile dell’emergenza da parte della Regione. Si grida forte un NO! all’ennesimo attacco alla salute e al futuro del nostro territorio, in maniera civile, sempre più organizzata e consapevole. Le discussioni, la solidarietà di un’intera popolazione, cementificano amicizie, legami, rapporti, prassi politiche, conoscenze, competenze collettive, che si riverberano su tutti e in poco tempo il presidio diventa un laboratorio. Un’esperienza di riappropriazione sociale inedito per la Presila.


Da quel momento si porta a maturazione, forse inconsapevolmente, un percorso lungo decenni, in cui le battaglie sulle discariche, sull’avvelenamento dei suoli, sui disboscamenti selvaggi, sulla cementificazione scellerata, su uno sviluppo sempre promesso dalla politica e mai realizzato, tutte cose che avevano visto una consapevolezza atomizzata, frutto dell’iniziativa di piccole realtà associative o di singole personalità, il 16 febbraio arrivano a un punto di sublimazione sociale mai sperimentato. E per la prima volta questi temi entrano prepotentemente nel dibattito pubblico, dando spazio a tutte quelle realtà sociali e politiche soffocate da decenni di imposizione partitica e affaristica.

I giorni passano e il presidio resiste, tra incontri in Prefettura, promesse non mantenute, dietrofront, giochi politici e pressioni, minacce, intimidazioni. Se ne vedono di tutti i colori. Ma la gente, insieme, determinata, va avanti per la sua strada e il motto “non passeranno”, tanto caro ai rivoluzionari spagnoli del ‘36, diventa un leit motiv del presidio.

I contributi arrivano un po’ da ogni dove. Si avvicinano i ragazzi dei collettivi autonomi di Cosenza, gli studenti dell’hacklab dell’università che in breve installano una rete wifi mobile che permette al presidio di essere aggiornato e comunicare in tempo reale, si avviano i primi contatti con gli altri comitati presenti nella Regione che portano avanti le stesse battaglie e ben presto si rivivifica il coordinamento regionale dei comitati che aveva egregiamente funzionato in passato nelle battaglie di Amantea sulle “navi dei veleni” e sui referendum sull’acqua e il nucleare. La rete si attiva e il Comitato Ambientale Presilano, comincia a rappresentare un esempio e uno sprone per tutti quelli che lottano per le stesse cause.

Inevitabilmente si arriva allo scontro con le istituzioni.

Vengono inviate le forze di polizia che hanno l’ordine di sgomberare i manifestanti.

Quando i reparti Celere inviati dalla Prefettura arrivano a Manco Morelli, non si trovano davanti black block e violenti, terroristi e teste calde, né quattro ragazzetti illusi che strillando si possa cambiare il mondo. No. Ad aspettarli, compatti, impauriti, trovano ragazzi e ragazze, padri di famiglia, mamme, bambini.

Trovano, in una parola, quel popolo che non appare mai davvero sui giornali se non quando qualche vetrina va in frantumi. Trovano un territorio a testa alta che sa, comprende, capisce che quello che la Regione pretende, altro non è se non un’illegalità, una palese violazione delle più elementari regole a tutela della salute pubblica. Quelle stesse leggi che le istituzioni emanano e a parole dicono di tutelare, vengono sovvertite e paradossalmente il presidio assume anche un’altra valenza politica fondamentale: diventa presidio di legalità.

La forza messa in campo dalle istituzioni, come sempre fa contro i deboli e mai con i forti, è spropositata.

La gente ha paura. Tentenna. Media. Dialoga.

Dopo ore di trattativa, alle minacce di cariche da parte dei funzionari di Polizia, si arriva a un compromesso.

Viene concesso lo sversamento del “tal quale” per “soli” dieci giorni a patto che vengano controllati da parte di membri del Comitato, sia lo sversamento in discarica, sia dei camion in transito e del loro contenuto e che tutto venga filmato dalla Polizia Scientifica. Sembra una sconfitta. Di certo è una mezza vittoria.

Per la prima volta, cittadini e cittadine vengono autorizzati all’accesso in discarica. Per la prima volta avviene un fatto importantissimo: i cittadini si sostituiscono alle forze preposte ai controlli.
Sembra una banalità, ma non lo è. Per il semplice fatto che, senza la presenza di quelle persone, senza l’opposizione di quella massa di gente, quei controlli non sarebbero mai stati fatti e lo sversamento sarebbe avvenuto ugualmente.

Passano 10 giorni in cui più volte viene bloccato lo sversamento per irregolarità, decine di camion tornano indietro. Sui giornali, ogni giorno, se ne parla con grande risalto. L’importanza del lavoro che viene svolto, viene colta immediatamente.

Ma passati i dieci giorni, la Regione forza di nuovo la mano. Rinnega le promesse della Prefettura e rimpolpa lo sversamento attraverso tre successive ordinanze che autorizzano fino a giugno il conferimento in discarica del rifiuto “tal quale” di ben 39 Comuni.

A quel punto il Comitato e i cittadini serrano le fila e bloccano nuovamente l’accesso in discarica. Dopo qualche giorno di stasi, le forze di Polizia si presentano nuovamente con l’ordine di sgombero forzato, ma nessuno indietreggia e l’8 marzo, il giorno della festa delle donne, con le donne presilane in prima fila, si resiste alle cariche della polizia e i camion tornano indietro. Il 10 marzo, stessa scena. I funzionari di Polizia ordinano la forzatura del blocco pacifico e, usando un autocompattatore di EcologiaOggi come ariete, tentano di sgomberare le persone. La cosa ha eco nazionale. La notizia viene riportata anche dal Fatto Quotidiano online e la Presila resiste. Non si passa!

Nel frattempo tre Sindaci (solo tre su tutti quelli della fascia) riescono ad ottenere un incontro al Dipartimento Ambiente della Regione con il funzionario responsabile dell’emanazione delle scellerate ordinanze, l’emerito e ormai famigerato Gualtieri. Con la pressione e la determinazione dei ragazzi e delle ragazze, degli uomini e delle donne presilane, al freddo e alla pioggia, attraverso il messaggio di determinazione messo in campo in quella storica mattinata del 10, la Regione fa marcia indietro e ritira le ordinanze.

Una vittoria parziale certo, perché il conferimento viene vincolato al pretrattamento dei rifiuti, ma si è riusciti quantomeno ad evitare lo sversamento diretto in discarica, che oltre che contro la legge è dannosissimo alla salute.

Il blocco viene interrotto e la Polizia se ne va.

Da quel momento il presidio comincia a vivere di una frenetica attività di informazione, vengono proposte iniziative, eventi culturali, incontri. Membri del Comitato partecipano puntualmente alle riunioni congiunte del Coordinamento Regionale con gli altri Comitati territoriali. Viene indetta una manifestazione regionale per il 10 maggio a Cosenza.

E il 10 maggio, la Calabria che non ci sta, la Calabria che dice basta allo scempio, quella che propone un modello alternativo alle logiche affaristiche e criminali sottese al ciclo dei rifiuti, non solo scende in piazza con una delle più belle manifestazioni calabresi di sempre, ma reclama dignità e ascolto alle istituzioni, ma anche e soprattutto agli indifferenti. A tutti coloro che credono che il problema non li riguardi.

Il corteo festante e colorato, denso di significati, sfila tra le case della città bruzia al suono dei tamburi e al rombo dei trattori dei contadini di Bisignano, allo schiamazzo dei tanti bambini presenti, alle grida di tanti giovani che si sentono minacciati, esclusi, il cui diritto al futuro appare negato.

La manifestazione del 10, in cui il Comitato Ambientale Presilano ha avuto un ruolo organizzativo importantissimo, diventa il punto di inizio di un cammino collettivo che porterà lontano.


Il Coordinamento Regionale sta già lavorando ad una legge di iniziativa popolare sui rifiuti che implementi nella nostra Regione il modello strategico “Rifiuti Zero” ed in questo senso il Comitato ha avviato un progetto per le scuole all’avanguardia che prevede delle lezioni itineranti nelle scuole secondarie di primo grado al fine di istruire i bambini ad una nuova cultura del rifiuto.

Il futuro parte da qui. Dai bambini. Espressione vivente del futuro a venire.

Il “Laboratorio Scuola ZERO – Il futuro non è un rifiuto” è già partito in un progetto pilota nelle scuole secondarie di primo grado di Rovito e Magli e dall’anno prossimo interesserà diverse scuole della provincia. Anche gli altri Comitati territoriali si stanno attivando in tal senso, proponendo nei propri territori, l’idea.

Un’idea che vede in prima fila le future generazioni, affinchè comprendano l’importanza di una nuova concezione del consumo, della produzione dei rifiuti, dello smaltimento. Una nuova concezione che modifichi radicalmente le abitudini sociali dal basso, modificando di riflesso i metodi e i principi produttivi a monte. Introducendo una nuova visione del mondo, del rispetto dell’ambiente e della Vita.


L’unico vero valore per il quale è necessario combattere uniti.

domenica 11 maggio 2014

Il 10 maggio calabrese.


La grande manifestazione regionale dei Comitati territoriali a Cosenza.
di Francesco Salistrari.



Un'altra Calabria esiste. Un'altra politica esiste.

Lo ha dimostrato la magnifica manifestazione di ieri a Cosenza. Bella, pacifica, colorata, rumorosa e piena zeppa di contenuti. I contenuti di questa terra martoriata, i contenuti e le proposte dei territori, dei comitati che, uniti, hanno detto la loro non solo sui rifiuti, ma sulla possibilità, evidente, che un’altra strada e un’altra politica esistono.

Una manifestazione che va detto non ha trovato alcun appoggio nella politica partitica, se non da parte dei singoli o di rare eccezioni. La mobilitazione, l’organizzazione, la piattaforma rivendicativa, sono tutte da attribuire al lavoro indefesso, alla capacità e alla passione dei comitati territoriali, che senza aiuti, hanno portato in piazza migliaia di manifestanti in uno degli eventi politici più belli degli ultimi anni.

Quello che è emerso ieri è che una parte importante di questa Regione non piega la testa e dice BASTA! alla politica ultradecennale di devastazione territoriale che la politica tradizionale propina ai calabresi. Una politica fallimentare, criminale, non solo sui rifiuti ma sul consumo del suolo, sulla cementificazione, sull’inquinamento dei mari, delle terre e delle falde acquifere, sul lavoro, su uno sviluppo sempre promesso ma affossato da connivenze, legami oscuri e favoritismi che hanno condannato la nostra Regione all’arretratezza e alla disperazione sociale.
Ieri è cominciato un nuovo percorso per la Calabria. Il corteo dei manifestanti di ieri non si è fermato a Corso Mazzini, a Cosenza, ma idealmente continua e chiede, propone e denuncia. Continua e pretende ascolto. E nessuno, nessun politico, nessuna istituzione, nessuna azienda, nessun partito, da ieri, può far finta che questo cordone di uomini e donne non esistano, al contrario tutti dovranno fare i conti con loro.

Non è stata una manifestazione di protesta, ma di proposta. La proposta di una politica veramente nuova, concreta, sincera, sui rifiuti e non solo, che rilancia e urla forte che la popolazione dal basso e senza eterodirezione chiede dignità politica e sociale, chiede giustizia, chiede sviluppo, chiede serietà, chiede lo spazio che merita e che non ha mai avuto.

Decidiamo noi!


Non è solo lo slogan di una manifestazione, ma la prospettiva per un’intera Regione.

E da ieri, dopo la splendida manifestazione di questo maggio calabrese, questa prospettiva sociale e politica esiste ed è possente.

mercoledì 23 aprile 2014

Manifestazione Regionale 10 Maggio Cosenza.



E’ sempre un buon momento per far valere le ragioni collettive contro quelle di pochi speculatori. Dopo diciassette anni di emergenza e regimi commissariali, la problematica del ciclo dei rifiuti è così intimamente legata a questioni ambientali, economiche e sanitarie, che non c’è più bisogno di un momento significativo per rivendicare il diritto di poter vivere in un territorio salubre e gestito con criteri di trasparenza e partecipazione.

La gestione in emergenza dei rifiuti ha avuto, come conseguenze, un indebitamento progressivo degli enti pubblici, l’inquinamento sistematico del territorio, spesso divenuto insalubre e inadatto alle attività umane e animali. Il consolidarsi ed il reiterarsi all’infinito di una situazione problematica alla quale non si trovano, e non si vogliono trovare, altre soluzioni che non siano l’apertura di nuove discariche, l’ampliamento di quelle esistenti (o non meglio identificati centri di stoccaggio), il conferimento all’estero e l’incenerimento, determinando costi sempre crescenti. Costi che diventano addirittura insostenibili in periodo di crisi di sistema come quella che stiamo vivendo, nella quale lo stesso processo di
indebitamento delle pubbliche amministrazioni produce un costante inasprimento delle politiche di austerity. 


La gestione, palesemente clientelare del territorio, viene pagata cara anche in termini di agibilità democratica della popolazione che, sempre in ragione dell’emergenza, si vede volutamente privata della propria capacità di esercitare e far valere il diritto alla salute e all’abitare il proprio territorio.

Un progressivo consumo di suolo riduce non solo gli spazi agricoli ma anche le prospettive economiche future, disincentivando gli investimenti di energie nella terra, con pesanti ripercussioni sui lavoratori del settore agricolo, ittico e turistico, provocando abbandono e spopolamento.


Il debito ambientale che stiamo contraendo, vista la superficialità con la quale vengono rilasciate autorizzazioni e permessi, diventa insopportabile per noi ma soprattutto da chi verrà dopo di noi; in ogni provincia ci sono porzioni di territorio compromesse dagli esiti di conferimenti illegali in discariche – spesso non a norma e ripetutamente sottoposte a sequestro giudiziario – il tutto aggravato da provvedimenti normativi straordinari che consentono di smaltire il rifiuto non trattato, sempre in nome di un’emergenza, ultradecennale e ciclica, che giustifica l’eccezionalità e l’urgenza di tali provvedimenti.
E’ chiaro che le cose così non possono e non devono continuare; bisogna andare nella direzione di un progressivo abbandono del sistema discarica-inceneritore, dell’attuazione della raccolta differenziata spinta porta a porta in ogni comune,un sistema di gestione ispirato quindi alla strategia “Rifiuti Zero”.


Rimettere la gestione in mano ad aziende speciali che attendono al diritto pubblico, sfiduciando una volta per tutte la favola de “il privato conviene”, perché è nello sfacelo che viviamo la migliore prova del fallimento di questo sistema. Nel conto finale devono essere annoverati anche gli interramenti, le discariche abusive e gli affondamenti “anomali”, tra ferriti di zinco, fanghi tossici, scorie radioattive e sostanze cancerogene d’ogni sorta di provenienza ignota, o troppo nota, la terra calabra in particolare e il meridione in generale, si presenta come un territorio bisognoso di urgenti e improcrastinabili bonifiche.


Davanti ad un tale scenario, chiediamo che si restituisca dignità al territorio e a chi lo vive; il rispetto della volontà popolare che ha sancito con il referendum del 2011, la gestione pubblica dei beni comuni e dei servizi a rilevanza collettiva; l’introduzione di forme di trasparenza e partecipazione diretta della popolazione nelle scelte più delicate, la desecretazione di tutti gli atti della “Commissione parlamentare sul ciclo di rifiuti” che riguardano la nostra regione e la formazione di un registro tumori regionale con localizzazione dei rilevamenti su scala comunale.
Non lanciamo appelli alla politica, onde evitare di cadere nel ridicolo. Diciamo invece apertamente che chiunque aspiri ad amministrare i nostri territori, dai sindaci fino al ‘governatore’, deve mettere al primo posto la messa in sicurezza dei siti contaminati, la gestione pubblica dei servizi, la trasparenza e la partecipazione popolare.


Le persone non sono cieche e lo hanno dimostrato in questi ultimi tempi, nei quali l’esasperazione ha fatto si che si formassero comitati spontanei che sono poi riusciti a inceppare il meccanismo di aggressione e speculazione presente fuori dalla porta di casa.
Proprio da queste esperienze nasce l’esigenza di una mobilitazione per ristabilire i principi base di un agire democratico.



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MATERIALI: locandina – testo volantino

sabato 5 aprile 2014

Anime di plastica.

di Francesco Salistrari.


Simili a sentieri inespressi.

Forse non c’è posto per noi, in questa vita, in questo mondo di plastica. Dove anche le gocce d’acqua hanno natura industriale.

Siamo complici, certo. Fin dalla nascita. Generazione di mezzo, di un tempo di mezzo. Un ponte che si apre su un futuro dove non c’è posto. Non c’è spazio per le idee. Le idee esistono già, preconfezionate, industriali anch’esse, simili a congegni meccanici con l’autodistruzione incorporata. Replicate. Replicanti. Adatte ad un mondo di replicanti.

E’ come una cappa di piombo sulle coscienze. Pesante. Inquinante. Tossica. Che schiaccia le menti e le costringe a pensare nell’unico modo accettabile: in prima persona.

E sfugge un sorriso a considerare cosa possa essere una persona. Un niente galleggiante, un pozzo di intenzioni inespresse e inesprimibili, un accumulo di emozioni incondivisibili, atone, impalpabili come vento.

Senza toccarsi non si può esistere. Non esiste senso per una pelle che non si può accarezzare, non esiste senso per due labbra che non si possono baciare.

Il cibo di cui si nutre l’anima, è intorno a noi. Sono quegli occhi che ci guardano e ci chiedono un perché. Sono il sorriso di un bambino che gioca. Sono la bellezza di quella natura dalla quale proveniamo.

Siamo acqua. Non plastica.

Ma restiamo esposti nelle vetrine, manichini, ben vestiti ed eleganti, belli, perfetti, con gli occhi senza vita. Riflessi di un riflesso di una grandezza perduta. Disgregata da un odio prepotente, viscerale, virale, epidemico.

L’umanità è malata di sé stessa. Di quell’immagine che essa stessa si è attribuita, unilateralmente, senza il coraggio di chieder permesso a Dio, pur fingendo di pregarlo ogni giorno.

Il lato oscuro della Luna è il nostro mondo. Quello che ci siamo scelti. Illuminato dalla nostra elettricità.

Non ci resta che pagare le bollette.


lunedì 31 marzo 2014

Non ci pieghiamo.

di Francesco Salistrari.

Come un calesse sobbalzante, tra scalpiccii e rumor di ruote di legno.

Il selciato è bagnato, basta poco per scivolar giù. Ma tanto, dicono in tanti, più di cadere a terra, dove si può andare? Si può anche scavare, certo, ma dopo un certo tempo, dopo aver riassorbito il trauma della botta, quell’ematoma fastidioso che non va via, violaceo e ipocrita che ti guarda e ti giudica, ricordandoti quanto stupido sia stato per esser finito a terra. E tu a dirgli che è il selciato. Che è la pioggia. Che son le scarpe. Trovando mille rivoli su cui scivolare le proprie responsabilità. E stai là a palleggiarti, spalleggiarti con qualcuno, qualcosa, senza saper bene cosa dire.

Il cielo può sembrare carico d’acqua. Ma è notte e dunque non si vede. Se ne sente l’incombenza minacciosa sulla testa, tutto qui. Un peso, elettrico, che ti spinge verso terra, ancora una volta. Con quelle sue mani da vecchio irabondo, quel suo sguardo frecciato, quel suo dito inquisitore. E’ complicato camminare in questo mondo, quando a sorreggerti sono queste gambe. Passo malfermo, indecente, zoppicante, lento.

Appoggiarsi ad un'anta di porta, a quella sua consistenza sicura, rifiatare, far finta di trovare energie, con un senso di fame perenne. Affamati di qualcosa che non c’è. Che non si trova. Che non viene regalato. Perché nessuno ti regala niente, ci viene insegnato. Ma poi guardi quegli sguardi lì, al chiaro di luna, intorno a quel fuoco fumoso e scoppiettante, dove ogni parola ha un senso, un peso, un colore, una dolcezza infinita, pur nella rudezza, nella spontaneità di un fiato che è cuore, anima, dignità insieme. E li guardi, li riconosci, alcuni sono stati lì, con te, da sempre. Quegli occhi carichi di paura, ma non di rassegnazione. Quel coraggio fatto di muscoli e di energia, che sprigiona prepotente nella notte fino all’alba.

Nulla ti viene regalato. Così dicono. E poi guardi quelle mani candide donarti un pezzo di pane, una caffè bollente nel freddo del mattino, un sorriso, una carezza, una grazie tacito ma mai così dolce, mai così esplicito. E osservi il cielo carico di pioggia, ancora una volta, adesso lo vedi, è lì, alleato perenne di questa ingiustizia. Ti viene a bagnare fin nelle ossa. Ma non c’è pace e non c’è sottomissione, per queste anime ribelli, ma giuste, coscienti, amanti.

E scopri l’amore.

Un amore travolgente. Per l’aria che respiri, che condividi, che anima il tuo petto e le tue parole, simili a farfalle che ti dicono chi sei.

Un amore estenuante. Potente. Come potente il suono di queste voci. Come profondo il burrone nel quale qualcuno vuole spingerci. Ma non spingete. Non cadiamo. Non adesso. Non così.

Moriremo amando. E morendo ameremo. Ancora e ancora. Tutti quei volti, quelle carezze, quella dignità che si alza come un canto, dai boschi, dai monti, dalle vallate. Da ogni singolo ramo, da ogni foglia, da ogni filo d’erba.

Figli di questa terra, noi abbiamo capito.

E non c’è potere che tenga, contro l’amore. Il più potente esercito schierato a battaglia di quest’uomo, che cammina, ancora trafelato, zoppicante, quasi malato, ma che, gridarlo è un dovere, non piega la testa!



mercoledì 12 febbraio 2014

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ammette: l'inquinamento è cancerogeno.

di Giuliano Polichetti
Ci siamo spesso occupati di inquinamento atmosferico, in particolare di PM (polveri sottili), e abbiamo visto le correlazioni esistenti tra di esse e numerosissime patologie (malattie cardiovascolari, respiratorie, difficoltà riproduttive e altre). Sono ormai anni che il mondo scientifico produce evidenze clamorose in tal senso, ma quasi mai riesce a sortire effetti che conducano politici e società civile a un cambio di rotta, a incoraggiare i cittadini ad assumere stili di vita meno impattanti e a tutelare l’ambiente in cui viviamo e il cibo di cui ci nutriamo. Eppure proprio la scorsa settimana l’IARC (International Agency for Research on Cancer), un ramo dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che si occupa esclusivamente di sostanze in grado di indurre neoplasie, ha ufficialmente riconosciuto l’inquinamento atmosferico e in particolare il PM come agente cancerogeno, in grado cioè di fare sviluppare a qualunque essere vivente molteplici tipologie di tumore. La conclusione? Più viviamo in ambienti inquinati più abbiamo la possibilità di sviluppare il cancro.

La situazione è davvero preoccupante dal momento che l’Organizzazione ha inserito le polveri sottili tra le sostanze del cosiddetto “Primo Gruppo” ovvero quelle dichiaratamente pericolose e delle quali è stata dimostrata la cancerogenità. Dal resoconto dell’IARC risulta che solo nel 2010 le morti per cancro al polmone imputabili al PM sono all’incirca 223.000, un dato che fa rabbrividire, soprattutto se consideriamo che si riferisce al solo mondo occidentale e a pochi paesi emergenti (Cina per esempio).

Questa presa di posizione dell’OMS segna un evento epocale: finora infatti, benché questi effetti fossero confermati da buona parte della comunità scientifica sopravviveva ancora un limbo di “detto non detto” su cui si reggeva, e tuttora si regge, il “non fare” delle istituzioni di tutto il mondo. La dichiarazione dell’OMS è vincolante e lascia poco, o meglio nessun margine al dubbio e all’incertezza. Nessuno può più far finta di niente o accampare alibi e tutti siamo obbligati a porre rimedio e trovare una strada per sanare questa boccia tossica in cui viviamo. Inoltre questo è l’esempio di come la ricerca, quando è indipendente e senza scopo di lucro, riesce a fornire la verità, pura e semplice. Ora la mia domanda è: alla luce di quanto detto, noi cittadini attenderemo magniloquenti provvedimenti internazionali o sceglieremo nel nostro piccolo di far qualcosa per salvarci la pelle? Ora è tempo di cambiare, il boomerang sta tornando dietro.



Giuliano Polichetti
Chimico Farmaceutico
Specialista in Farmacologia e Tossicologia Clinica


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Oms: “Smog è cancerogeno come l’amianto”. 220mila le morti causate solo nel 2010.
L’inquinamento dell’aria è stato inserito nel gruppo delle sostanze più dannose. E’ la prima volta che l’organizzazione mondiale della Sanità conferma ufficialmente un collegamento con il cancro ai polmoni

Lo smog è uno dei più importanti agenti cancerogeni. Lo ha dichiarato ufficialmente l’Iarc, l’agenzia di ricerca sul cancro dell’Oms, che ha annunciato oggi la decisione di inserire gli inquinanti dell’aria nel gruppo numero 1, quello dei sicuri cancerogeni, insieme a sostanze come amianto e benzene. E’ la prima volta che l’organizzazione mondiale della Sanità dichiara ufficialmente che l’inquinamento dell’atmosfera può causare il cancro. In precedenza l’agenzia aveva dichiarato nocivi solo alcuni componenti dello smog, come ad esempio i gas combusti del gasolio.
“L’aria che respiriamo è inquinata da diverse sostanze cancerogene – ha spiegato Kurt Straif, curatore della monografia dell’Iarc sull’argomento – Ora sappiamo che l’inquinamento dell’aria, oltre a provocare una serie di danni per la salute, è anche un potente cancerogeno, più del fumo passivo”. Lo studio dell’Oms raccoglie più di mille ricerche effettuate sui danni derivanti dall’inquinamento dell’aria in tutto il mondo. Un’analisi che ha registrato più di 220mila casi di morti nel 2010. Anche se la composizione dell’atmosfera varia da zona a zona, hanno spiegato gli esperti, le conclusioni sono valide in tutto il mondo.
“Ci sono prove sufficienti per affermare che l’esposizione all’inquinamento dell’aria provoca il cancro ai polmoni e aumenta il rischio di contrarlo alla vescica” ha precisato il team di ricercatori. Il rischio per i singoli individui è basso, anche se Straif ha precisato che le fonti di questo tipo di inquinamento sono così diffuse da essere difficili da evitare. I dati della ricerca non hanno permesso di stabilire se un particolare gruppo (donne o uomini, giovani o anziani) sia più vulnerabile ma è emerso che più aumenta l’esposizione più aumentano le probabilità di ammalarsi.
Sull’argomento l’Oms ha ricordato che si sta impegnando, insieme alla Commissione Europea, ad abbassare i limiti imposti per legge all’inquinamento atmosferico.



fonte: Repubblica


martedì 11 febbraio 2014

Ultime notizie sulla fine del mondo.

DI DAHR JAMAIL
Tom Dispatch

Sono cresciuto pianificando il mio futuro, chiedendomi a che università mi sarebbe piaciuto iscrivermi, cosa avrei studiato e poi dove avrei lavorato, quali articoli avrei scritto, quale sarebbe stato il mio prossimo libro, come avrei pagato il mutuo e quale sarebbe stata la prossima escursione in montagna che mi sarebbe piaciuto fare.  

Ora mi pongo domande sul futuro del nostro pianeta. Durante una recente visita ai miei nipoti di otto, dieci e dodici anni, mi sono trattenuto dal domandar loro che cosa avrebbero voluto fare da grandi, o qualunque altra delle domande orientate al futuro che normalmente facevo a me stesso. Mi sono trattenuto perché forse nel loro futuro quelle domande potranno essere rimpiazzate da altre, ad esempio come potranno ottenere acqua dolce, di che alimenti disporranno e quali parti del loro paese o del resto del mondo saranno ancora abitabili.




La ragione, ovviamente, consiste nel cambiamento climatico, e quello che sarebbe pottuto accadere mi fu chiaro nell’estate del 2010. Stavo scalando il Monte Rainier, nello stato di Washington, per la stessa via che avevo utilizzato in una salita nel 1994. Mi resi conto che, ad una certa altitudine, le punte metalliche dei ramponi dei miei scarponi, invece di scricchiolare nel ghiaccio, toccavano la roccia. Verso il tramonto, i miei passi provocavano scintille.

Il paesaggio era cambiato così drasticamente da confondermi. Mi fermai un momento per guardare giù nella falesia verso un ghiacciaio bagnato dalla soave luce della luna, circa cento metri più sotto.

Mi mancò il respiro quando mi resi conto che stavo guardando quello che rimaneva dell’enorme ghiacciaio che avevo scalato nel 1994, giusto in quel settore in cui avevo fatto scricchiolare il ghiaccio con i miei ramponi. Rimasi impietrito, respirando l’aria rarefatta di quelle altitudini, la mia mente lottava per comprendere il dramma indotto dal cambiamento climatico che si era sviluppato dall’ultima volta che ero stato in quel luogo.

Non sono tornato a Mount Rainier per constatare il ritiro del ghiacciaio avvenuto negli ultimi anni, ma recentemente mi sono imbarcato in una ricerca per capire quanto poteva essere pericoloso questo fenomeno.

Ho trovato alcuni scienziati seri - niente a che vedere con la maggior parte degli scienziati del clima, però atipicamente riflessivi - che suggerivano che il tema non è solo molto, molto negativo: è catastrofico. Alcuni di essi credono che se l’attuale ritmo di emissione di biossido di carbonio nell’atmosfera, a causa dell’utilizzo di combustibili fossili, si combina alla liberazione massiccia di metano, gas a effetto serra ancora più potente, la vita come l’abbiamo conosciuta nel pianeta avrà termine. Temono che stiamo cadendo in un precipizio a un ritmo raccapricciante.

I più conservatori nelle scienze del clima, rappresentati dal prestigioso Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) (Intergovernmental Panel on Climate Change n.d.t.) allo scopo di studiare il riscaldamento globale, prospettano scenari appena meno raccapriccianti, ma proviamo a prestare attenzione esattamente a quello che dicono questi scienziati che potremmo definire sull’orlo del precipizio.

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“Come specie, non abbiamo mai sperimentato nell’atmosfera, 400 parti per milione di biossido di carbonio”, ha detto Guy McPherson, professore emerito di biologia evolutiva, risorse naturali ed ecologia dell’Università dell’Arizona, esperto in cambi climatici da venticinque anni. “Non siamo mai stati in un pianeta senza ghiaccio nell’Artico e sfondiamo il tetto delle 400 ppm… in un paio di anni. In questo momento, osserviamo che in estate il ghiaccio dell’Artico diminuisce. Questo pianeta non ha mai sperimentato l’Artico libero dal ghiaccio, almeno durante gli ultimi tre milioni di anni”.

Per i non esperti, in termini più semplici, questo è quello che significa un Artico libero dal ghiaccio quando si parla di un aumento globale della temperatura del pianeta: con un minore strato di ghiaccio sulle acque dell’Artico la radiazione solare invece di essere riflessa è assorbita direttamente dal mare. Questo scalderebbe ancora di più le acque e pertanto il pianeta. Ciò potrebbe cambiare i modelli climatici globali, variare il flusso dei venti e perfino un giorno, verosimilmente, alterare le correnti di aria di alta quota, o jet streams.

I jet streams polari sono come fiumi di correnti rapide che fluiscono nello strato più alto dell’atmosfera della Terra e spingendo le masse di aria, sia fredda che calda, svolgono un ruolo fondamentale nella determinazione del clima della terra.

McPherson che cura il blog Nature Bats Last (La natura è l’ultima a colpire) aggiunge: “Non siamo arrivati mai fino a questo punto come specie e le implicazioni sono davvero gravi e profonde per l’umanità e per il resto del pianeta vivente.”

Benché la sua prospettiva sia più estrema di quella della maggior parte della comunità scientifica che considera che un vero disastro potrebbe succedere tra molte decenni, McPherson non è l’unico scienziato ad esprimere tali preoccupazioni. Il professor Peter Wadhams, esperto dell’Artico dell’Università di Cambridge, sta misurando il ghiaccio dell’Artico da quaranta anni, e le sue ricerche confermano le paure di McPherson. “La diminuzione del volume di ghiaccio è tanto rapida che arriveremo allo zero molto velocemente”, ha dichiarato Wadhams alla stampa. Secondo i dati attuali, si stima “con una probabilità del 95%” che l’Artico avrà estati completamente libere dal ghiaccio già nel 2018 (scienziati delle Forze Armate degli Stati Uniti avevano stimato un Artico senza ghiaccio, ancor prima, già nel 2016.)

Lo scienziato britannico John Nissen, presidente del Grupo de Emergencia de Metano del Artico, del quale Wadhams è membro, suggerisce che se la perdita di ghiaccio marino durante il periodo estivo oltrepassa “il punto di non ritorno” e “si liberano catastrofiche quantità di metano Artico”, ci ritroveremo in una “emergenza planetaria istantanea.”

Gli scienziati McPherson, Wadham e Nissen rappresentano solo la punta di un iceberg in disgelo tra quelli che ci stanno avvisando su un imminente disastro che riguarda sopratutto la liberazione di metano dall’Artico. Nell’atmosfera, il metano è un gas ad effetto serra che, in una scala di tempo relativamente breve, è molto più distruttivo del biossido di carbonio (CO2). È ventitre volte più potente della CO2 su una scala temporale di cento anni, centocinque volte più efficace se si tratta di innalzare la temperatura del pianeta in una scala temporale di venti anni. E il permafrost artico, sulla terra e oltre la costa, è ricco di metano. “Il letto marino - dice Wadham - è un permafrost in alto mare, ma ora si sta riscaldando e fondendo. Già adesso stiamo osservando grandi pennacchi di metano gorgogliare nel Mare di Siberia… milioni di chilometri quadrati, nei quali la coperta di metano si sta già liberando.”

Secondo uno studio appena pubblicato sulla rivista Nature Geoscience, dalla Piattaforma Artica della Siberia Orientale si sta liberando una quantità di metano doppia di quella precedentemente ipotizzata, un’area di due milioni di chilometri quadrati di fronte alle coste settentrionali della Siberia. Gli investigatori hanno scoperto che almeno diciassette teragrammi (un milione di tonnellate, dice l’autore, 17 milioni di tonnellate, secondo CdC) di metano all’anno si stanno liberando nell’atmosfera, quando un studio del 2010 ne aveva trovato solo sette teragrammi.

Il giorno dopo che Nature Geoscience aveva pubblicato il suo articolo, un gruppo di scienziati dell’Università di Harvard e altre istituzioni accademiche, hanno pubblicato una relazione su Proceedings of the National Academy of Sciences che evidenziava come la quantità di metano che si emetteva negli Stati Uniti, tanto proveniente dal petrolio come dalle attività agricole, poteva essere il 50% maggiore delle stime precedenti e 1,5 volte superiore alle stime dell’Agenzia di Protezione Ambientale, EPA, nordamericana.

Ma è così importante il potenziale globale di metano accumulato? Non tutti gli scienziati credono che sia una minaccia immediata o perfino la principale minaccia che abbiamo di fronte, ma Ira Leifer, esperto dell’atmosfera e degli oceani dell’Università della California, Santa Barbara, uno degli autori del recente studio sul metano dell’Artico, mi ebbe a dire che “l’estinzione massiccia del Permiano accaduta 250 milioni di anni fa è connessa con il metano che si crede sia stata la causa dell’estinzione della maggioranza delle specie nel pianeta.” In quel periodo, si stima che il 95% di tutte le specie furono distrutte. Conosciuta come la “Gran Mortandad” (“La Grande Mortalità”), fu provocata da massiccio flusso di lava in una zona della Siberia che diede luogo a un aumento della temperatura globale di 6°C. Questo, a sua volta, provocò lo scioglimento dei depositi di metano congelati sotto i mari. Liberati nell’atmosfera, causarono un ulteriore incremento delle temperature. Tutto accadde in un periodo di circa ottanta mila anni.

Attualmente, stiamo in mezzo a quella che gli scienziati considerano la sesta estinzione massiccia della storia planetaria, con un ritmo di estinzione giornaliero tra 150 e 200 specie, ad un ritmo mille volte maggiore del tasso di estinzione “naturale” o di “background”. Questo evento può essere paragonabile, o perfino superiore, per velocità e intensità all’estinzione massiccia del Permiano. La differenza è che la nostra è causata dall’uomo, non prende un arco temporale di 80.000 anni, ma solo di pochi secoli e sta crescendo in forma non lineare.

È possibile che, le grandi quantità di biossido di carbonio provenienti dai combustibili fossili che entrano in atmosfera annualmente, unitamente a un aumento della liberazione di metano, segnino il principio del processo che portò alla Gran Mortandad. Alcuni scienziati temono che la situazione sia già talmente grave e con tanti circuiti di retroazione che corriamo verso la nostra estinzione. E sfortuntamente questo potrebbe accadere molto più rapidamente di quanto si creda: addirittura nel decorso dei prossimi decenni.

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Come recita un’informativa della NASA, “quello che si sgranchisce nell’Artico è un gigante climatico addormentato?”: “nel corso di alcune centinaia di migliaia di anni, i suoli congelati o permafrost dell’Artico, hanno accumulato grandi riserve di carbonio organico - una stima che varia da 1.400 a 1.850 petagrammi (un petagrammo è 2,2 miliardi di libbre, o mille milioni di tonnellate). Questo è circa la metà di tutto il carbonio organico immagazzinato nei suoli della Terra. In paragone è vicino ai 350 petagrammi di carbonio che sono stati emessi da tutta la combustione di combustibili fossili e dalle attività umane sin dal 1850. La maggior parte di questo carbonio si trova in suoli vulnerabili allo scongelamento, a tre metri di profondità.”

Scienziati della NASA, ed altri, si stanno rendendo conto che il permafrost dell’Artico - ed il suo carbonio immagazzinato - non possono restare permanentemente congelati come il loro nome indica. Lo scienziato Charles Miller, del Laboratorio de Propulsión a Chorro de la NASA, è il responsabile dell’equipe di scienziati che si occupa dell’Experimento de Vulnerabilidad de los Reservorios Articos (CARVE), una campagna di cinque anni diretta dalla NASA, sul campo, per studiare come il cambiamento climatico stia interessando il ciclo del carbonio nell’Artico. Miller riferì alla NASA: “I suoli di permafrost si stanno riscaldando perfino più rapidamente della temperatura atmosferica dell’Artico - da 2.7 a 4.5 gradi Fahrenheit (da 1,5 a 2,5°C) solamente negli ultimi 30 anni.” “L’incremento di temperatura minaccia di rimuovere le riserve di carbonio organico del permafrost, liberandole nell’atmosfera in forma di biossido di carbonio e metano, alterando il bilancio di carbonio dell’Artico, aggravando, in larga misura, il riscaldamento globale”.

Lo scienziato teme che le conseguenze siano lo scioglimento a gran scala del permafrost. E pertanto ha dichiarato, “i cambiamenti nel clima possono scatenare trasformazioni che semplicemente non sono reversibili nelle nostre vite, che possono causare cambiamenti rapidi nel sistema Terra, che richiederanno adattamenti per le persone e gli ecosistemi.”

Un recente studio della NASA mostra il rinvenimento di fonti di metano attive e crescenti fino a 150 chilometri di diametro. Uno scienziato a bordo di una nave di ricerca lo ha descritto come un gorgoglio visibile a occhio nudo, nel quale l’acqua del mare somiglia ad una piscina di soda. Tra le estati del 2010 e 2011 gli scienziati hanno riscontrato che nel corso di alcuni anni alcune finestre di metano di 30 centimetri di diametro erano cresciute fino a un chilometro di larghezza, un aumento del 3.333 %, un esempio della rapidità con la quale alcune parti del pianeta stanno reagendo all’alterazione del clima.

Miller ha rivelato un’altra scoperta allarmante: “Alcune delle concentrazioni di metano e biossido di carbonio che abbiamo misurato erano grandi, e stiamo riscontrando realtà molto differenti da quelle suggerite dai modelli”, ha chiarito riguardo ad alcune delle conclusioni del CARVE. “Abbiamo visto emissioni a larga scala regionale di biossido di carbonio e metano oltre il normale, all’interno dell’Alaska e in tutto il versante nord durante il disgelo di primavera, che è durato fino a dopo il ricongelamento del successivo autunno. Per citare un altro esempio, a luglio 2012 abbiamo riscontrato del metano nei pantani di Innoko Wilderness il cui livello era di 650 parti per mille milioni più alto del normale. Valori simili a quelli riscontrabili in una grande città.”

Muovendosi sotto l’Oceano Artico, dove si trova l’idrato di metano - descritto comunemente come gas metano circondato di ghiaccio - un rapporto di marzo 2010, pubblicato da Science, ha segnalato che si trovano cumulativamente l’equivalente tra 1.000 e 10.000 gigatonnellate di carbonio. Paragoniamo questo totale con le 240 gigatonnellate di carbonio che l’umanità ha immesso nell’atmosfera dall’inizio della rivoluzione industriale.

Uno studio pubblicato dalla prestigiosa rivista Nature nel Luglio del 2013 ha rammentato che uno “sbuffo” di 50 gigatonnellate di metano proveniente dallo scongelamento del permafrost del basso Artico nel mare di Siberia Orientale è “possibile in qualunque momento”. Questo sarebbe l’equivalente di almeno 1.000 gigatonnellate di biossido di carbonio.

Perfino l’austero IPCC ha ricordato tale scenario: “Non può essere esclusa la possibilità di un cambiamento climatico improvviso e/o cambiamenti bruschi nel sistema della Terra provocati dal cambiamento climatico, con conseguenze potenzialmente catastrofiche.” “La retroazione positiva del riscaldamento potrebbe causare la liberazione di carbonio o metano della biosfera terrestre e negli oceani.”

Negli ultimi due secoli, la quantità di metano nell’atmosfera è aumentata da 0,7 parti per milione a 1,7 parti per milione. L’introduzione di metano in grandi quantità nell’atmosfera, temono alcuni scienziati del clima, può cagionare un aumento della temperatura globale tra 4°C e 6°C.

La capacità della mente umana di elaborare questa informazione è messa a dura prova.
E nel frattempo, arrivano altri dati - e le notizie non sono buone.

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Consideriamo questa cronologia:

* Fine del 2007: l’IPCC annuncia che nel pianeta si avrà un aumento di temperatura di un grado Celsius fino al 2100, dovuto al cambiamento climatico.

* Fine del 2008: lo Hadley Centre for Meteorological Research (Centro Hadley per la ricerca Meteorologicapronostica un aumento di 2°C per il 2100.

* Metà del 2009: il Programma Ambientale dell’ONU predice un aumento di 3,5 °C per il 2100. Questo incremento di temperatura potrebbe causare la scomparsa del nostro habitat, poiché quasi tutto il plancton degli oceani andrebbe distrutto, e i cambiamenti di temperatura associati sarebbero incompatibili con la vita di molte piante sulla terra. Gli esseri umani non hanno mai vissuto in un pianeta con una temperatura al di sopra di 3,5 °C dell’attuale linea base.

* Ottobre 2009: il Centro Hadley per le previsioni e la ricerca meteo diffonde una predizione aggiornata che indica un aumento della temperatura di 4°C per 2060.

* Novembre del 2009: il Global Carbon Project, che monitora il ciclo globale del carbonio, e il Copenhagen Diagnosis, in una loro relazione, predicono un aumento della temperatura media di 6°C e 7°C, rispettivamente, per il 2100.

* Dicembre del 2010: il Programma Ambientale dell’ONU predice un aumento fino a 5°C per il 2050.

* 2012: la relazione del World Energy Outlook della moderata Agenzia internazionale dell'energia (IEA) fissa un aumento di 2°C nel 2017.

* Novembre del 2013: la stessa AIE predice un aumento di 3,5°C per 2035.

Una riunione informativa della fallita Conferenza delle Parti (COPA) di Copenhagen 2009, dell’ONU, sul cambiamento climatico, fornì questa sintesi: “La stima sul livello del mare nel lungo periodo corrispondente alla concentrazione attuale di CO2 è di circa 23 metri al di sopra degli attuali livelli, e le temperature saranno più alte di 6° C o più.” “Queste proiezioni a lungo termine si basano su rilevamenti climatici reali, non su modelli”.

Il 3 dicembre, uno studio di 18 eminenti scienziati, tra cui l’ex direttore dell’Istituto Goddard della NASA per gli Studi Spaziali, James Hansen, dimostrò che l’obiettivo internazionale di limitare gli aumenti della temperatura media mondiale a 2° C è errato e superiore alla soglia di 1°C che si dovrebbe mantenere per evitare gli effetti di un cambiamento climatico catastrofico.

E consideriamo che raramente le principali valutazioni sulle future temperature globali considerano la possibile retroazione climatica dovuta dalla liberazione di metano.

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Le morti relazionate col cambiamento climatico si stimano già in cinque milioni ogni anno, ed il processo sembra crescere più rapidamente di quanto previsto dai modelli climatici.

Anche senza considerare la liberazione del metano congelato nell’Artico, alcuni scienziati stanno dipingendo già un quadro davvero desolante del futuro umano. Per esempio, il biologo Neil Dawe, del Canadian Wildlife Service, ebbe a dire, in agosto a un giornalista, che non sarebbe stato sorpreso se la futura generazione fosse testimone dell’estinzione dell’umanità. Attorno all’estuario nell’isola di Vancouver, vicino al suo ufficio, egli è stato testimone della disgregazione della “catena della vita” e “questo sta accadendo molto rapidamente.”

“La crescita economica è la maggiore responsabile della distruzione dell’ecologia”, dice Dawe. “Coloro che pensano che si possa avere un’economia in crescita e un ecosistema sano, sbagliano.” “Se non rallentiamo, la natura lo farà per noi.”. E non crede che l’Umanità possa essere capace di salvarsi da sola. “Tutto peggiora, ma noi continuiamo a fare le stesse cose.” “E questo perché gli ecosistemi sono così forti che non puniscono immediatamente la stupidità”, Guy McPherson, dell’Università dell’Arizona, condivide queste paure. “Avremo un decremento della popolazione nel pianeta dovuto alla mancanza di habitat”. Riguardo agli studi recenti che indicano le implicazioni dell’aumento della temperatura per l’habitat umano, chiarisce che si sta contemplando “solo la CO2 nell’atmosfera.”

Allora sorge la domanda: potrebbe alcuna forma di estinzione o quasi estinzione dovuta al cambiamento climatico portare alla fine dell’’umanità, e prevedibilmente in un lasso temporale incredibilmente breve? Cose simili sono successe nel passato. È opinione comune che, 55 milioni di anni fa, un incremento di 5°C della temperatura media del pianeta sia successo in soli 13 anni, questo secondo i risultati di uno studio pubblicato nell’edizione dell’ottobre del 2013 su Proceedings of the National Academy of Sciences. Un’altra notizia, pubblicata nell’edizione dell’agosto del 2013 di Science, ha rivelato che a breve termine il clima della Terra cambierà dieci volte più rapidamente che in qualunque altro momento degli ultimi 65 milioni di anni.

“L’Artico si sta riscaldando più rapidamente di qualunque altro luogo del pianeta”, ha detto il climatologo Hansen. “Ci sono possibili effetti irreversibili della fusione del ghiaccio marino dell’Artico. Se aumenta la temperatura dell’Oceano Artico, e conseguentemente si riscalda il fondo dell’oceano, allora inizierà a liberarsi l’idrato di metano. E non possiamo volere che ciò accada. Se bruciamo tutti i combustibili fossili, allora senza dubbio l’idrato di metano, col tempo, sarà liberato e causerà un maggiore riscaldamento del pianeta, e non è chiaro se la civiltà potrà sopravvivere a un cambiamento climatico così estremo.”

Tuttavia, molto prima che l’umanità abbia bruciato tutte le riserve di combustibili fossili del pianeta, saranno liberate grandi quantità di metano. Il corpo umano è potenzialmente capace di sopportare un aumento da 6°C a 9°C della temperatura globale, ma le coltivazioni e l’habitat che utilizziamo per la produzione di alimenti no. Come disse McPherson, “con un incremento della linea base delle temperature, da 3,5°C a 4°C, non vedo nessuna maniera di avere un habitat per l’uomo. Già siamo al di sopra di 0,85 °C rispetto alla linea base delle temperature globali, e già si sono scatenati tutti questi cicli di retroazione climatica.”

Ed aggiunge: “Con tutta evidenza si va verso un incremento medio certo, tra 3,5°C e 5°C, della temperatura globale al di sopra della “normale” riferita all’anno 1850, e questo probabilmente molto prima della fine di questo secolo. Questo garantisce una retroazione positiva, già in atto, che porta a 4,5°C - 6°C o più gradi al di sopra di quella base, ovvero ad un livello letale per la vita. Questo è in parte dovuto al fatto che gli esseri umani devono nutrirsi e le piante non possono adattarsi con la sufficiente rapidità per soddisfare i sette - nove miliardi di abitanti che saremo. Cosicché moriremo.”

Se si crede che il commento di McPherson sulla mancanza di adattabilità sia esagerato, si veda lo studio presentato nell’edizione di agosto 2013 su Ecology Letters, secondo il quale il ritmo indotto dal cambiamento climatico conduce il tasso di evoluzione a un fattore pari a 10.000. D’altra parte, David Wasdel, direttore del Progetto Apollo - Gaia ed esperto in dinamiche multiple di retroazione, dice: “Stiamo sperimentando un cambiamento da 200 a 300 volte più rapido che qualunque dei precedenti eventi che portano all’estinzione.”

Wasdel cita, con particolare allarme, determinate relazioni scientifiche che indicano come gli oceani hanno già perso il 40 % del loro fitoplancton, che è alla base della catena alimentare oceanica, dovuto all’acidificazione indotta dal cambiamento climatico e alle variazioni della temperatura atmosferica (secondo il Center for Ocean Solutions: “Gli oceani hanno assorbito quasi la metà delle emissioni umane di CO2 indotte sin dalla Rivoluzione Industriale. Benché ciò abbia moderato l’effetto delle emissioni di gas a effetto serra, questo sta rapidamente alterando dal punto di vista chimico gli ecosistemi marini almeno cento volte più velocemente di quanto sia accaduto negli ultimi 650.000 anni”).

“Questo di già è un caso di estinzione di massa. La domanda è fino a dove arriverà, quanto grave sarà. Se non siamo capaci di fermare il tasso di incremento della temperatura e tornare a metterla sotto controllo, allora un rialzo di temperatura, di 5°C - 6°C cancellerebbe almeno il 60 - 80 % delle specie viventi sulla Terra.”

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A novembre 2012, Jim Yong Kim, presidente della Banca Mondiale (istituzione finanziaria internazionale che finanzia i paesi in via di sviluppo) avvertì che “un aumento della temperatura globale di 4°C, può e deve essere evitato.” “La mancanza di un intervento sul cambiamento climatico è una minaccia per i nostri figli che erediteranno un mondo completamente differente da quello attuale.”

Uno studio commissionato dalla Banca Mondiale ha segnalato che andiamo verso un “mondo più caldo di 4°C”, contraddistinto da onde di calore estremo e dall’aumento del livello del mare, una minaccia la vita.

I tre diplomatici superstiti che guidarono le trattative sul cambiamento climatico dell’ONU affermano che ci sono poche possibilità che il prossimo trattato sul clima, semmai venisse approvato, possa evitare che il mondo si surriscaldi. “Non c’è niente che possa essere concordato per il 2015 che possa stare in linea con l’obiettivo dei 2°C”, ha affermato Yvo de Boer, segretario esecutivo della Convenzione Marco dell’ONU sul Cambiamento Climatico nel 2009, durante il fallito vertice di Copenhagen. “L’unico accordo possibile per l’anno 2015 (a Parigi, N.del T.) che possa fare raggiungere l’obiettivo di 2 gradi è quello di fermare improvvisamente tutta l’economia mondiale.”

L’esperto in atmosfera e oceani Ira Leifer è particolarmente preoccupato per i futuri cambiamenti nei modelli pluviometrici, secondo una informativa relativa a un progetto dell’IPCC, recentemente filtrato alla stampa: “Quando vedo che i modelli predicono un incremento della temperatura globale di 4°C, vedo molto poca pioggia in vaste frange del pianeta. Se il clima della Spagna si modifica in quello dell’Algeria, dove otterranno gli spagnoli l’acqua per sopravvivere? Abbiamo parti del mondo molto popolate che hanno alte precipitazioni e un’agricoltura di tipo intensivo, ma quando le piogge e le produzioni agricole diminuiranno ed il paese inizierà a somigliare più al nord dell’Africa, come sarà possibile sostenere la popolazione?”

La relazione dell’IPCC prevede un cambiamento generalizzato dei modelli di pioggia nel nord del pianeta, con riduzione del regime pluviometrico in aree che ora hanno abbondanza di pioggia. La storia ci mostra che quando la produzione di alimenti collassa, nascono le guerre, e nel contempo si diffondono fame e malattie. Tutte queste cose, preoccupano gli scienziati, e potrebbe succedere in una secuenza senza precedenti, anche per la natura interconnessa dell’economia globale.

“Alcuni scienziati suggeriscono di pianificare l’adattamento verso un surriscaldamento di 4°C”, commenta Leifer. “Sebbene sia prudente, ci si domanda chi potrebbe adattarsi a un mondo così, e la mia opinione è che solo poche migliaia di persone che cerchino rifugio nell’Artico o nell’Antartide.”

Non sorprende che gli scienziati che manifestano questi punti di vista siano poco popolari. McPherson, per esempio, è spesso chiamato “Guy McStinction”, il quale così risponde: “riferisco solo i risultati di altri scienziati. Quasi tutti questi risultati sono diffusi in pubblicazioni affermate e riconosciute. Non credo che nessuno ponga in discussione la NASA, o Nature o Science, o Proceedings of the National Academy of Sciences. Queste informazioni e altre che riporto sono ragionevolmente ben conosciute e provengono da fonti legittime, come la NOAA (l’Amministrazione Nazionale Oceanico ed Atmosferico statunitense), per esempio. Non sto inventando nulla, sto collegando solo un paio di punti, il che è sufficiente per mettere in difficoltà molte persone”.

McPherson non ha molte speranze per il futuro, né nella volontà governativa di porre in essere quei cambiamenti radicali che sono necessari per diminuire rapidamente l’emissione di gas a effetto serra nell’atmosfera, né nella diffusione delle notizie da parte dei principali mezzi di comunicazione, e questo perché, come egli dice, “non c’è molto denaro nella fine della civiltà, e meno ancora nell’estinzione umana”. La distruzione del pianeta, d’altra parte, è una buona scommessa “perché c’è del denaro in questo, sempre e quando, possa continuare.”

Leifer, tuttavia, è convinto che esiste un obbligo morale di non darsi per vinti e che si potrebbe invertire il cammino che conduce verso la distruzione globale. “Nel breve termine, se si riuscisse a fare la cosa giusta per l’interesse delle persone, questa inversione di tendenza avverrebbe molto rapidamente”. E mostra un’analogia per indicare come l’umanità sarebbe disposta ad agire per mitigare gli effetti del cambiamento climatico: “La gente fa ogni tipo di cose per ridurre il rischio di un cancro e non perché così si garantisce che non lo contrarrà, ma per prevenzione.”

I segni di una crisi climatica che peggiora ci circondano, che vogliamo vederli o no. Certamente, la comunità scientifica li percepisce. Così come le innumerevoli comunità che già adesso sperimentano gli effetti del cambiamento climatico e che soffrono disastri ogni volta peggiori, come inondazioni, siccità, incendi forestali, ondate di calore e temporali. Le evacuazioni di isole basse del Pacifico Meridionale sono già iniziate. La gente in quelle aree si vede obbligata a insegnare ai loro figli ad adattarsi al nuovo mondo.

I miei nipoti stanno facendo qualcosa di simile. Stanno seminando verdure nel giardino dietro casa e allevano otto galline che danno uova sufficienti per la famiglia. I loro genitori hanno l’intenzione di insegnar loro a essere sempre più autosufficienti. Ma nessuna di queste azioni sinceramente può mitigare quello che è già in atto riguardo il cambiamento climatico.

Ho 45 anni, e molte volte mi domando come la mia generazione sopravvivrà a questa crisi climatica imminente. Che cosa succederà al nostro mondo se nel giro di pochi anni le acque artiche rimanessero realmente prive dal ghiaccio in estate? Come sarà la mia vita se devo sperimentare un aumento della temperatura globale di 3,5° C?

E sopratutto, mi chiedo come potranno sopravvivere le generazioni future.



Dahr Jamail ha scritto molto sul cambiamento climatico, così come sul disastro ecologico della piattaforma petrolifera della British Petroleum nel Golfo del Messico. Ha ricevuto numerosi premi, incluso il Martha Gellhorn di Giornalismo ed il James Aronson di Giornalismo per la Giustizia Sociale. È autore di due libri: “Al di là della Green Zone: Cronache di un giornalista indipendente nell'Iraq occupato” (Beyond the Green Zone: Dispatches from an Unembedded Journalist in Occupied Iraq) La volontà di resistere: soldati che si rifiutano di combattere in Iraq e in Afghanistan” (The Will to Resist: Soldiers Who Refuse to Fight in Iraq and Afghanistan). Attualmente lavora a Doha, in Qatar, come reporter di Al Jazeera.  


Fonte:  www.rebelion.org

Traduzione dallo spagnolo per www.comedonchisciotte.org a cura di FABIO BARRACO

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