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domenica 8 giugno 2014

Storia di un'esperienza collettiva.


La battaglia della discarica di Celico (Cs): un esempio di rivendicazione popolare autonoma.

di Francesco Salistrari.


Il Comitato Ambientale Presilano rappresenta un’esperienza unica per i nostri territori.

Nato dalla sinergia e dalla collaborazione di diverse componenti politiche e sociali attive in Presila, come i gruppi dei Giovani Democratici, le associazioni territoriali dei vari Comuni e dalla volontà e dall’azione di singoli cittadini, si è posto immediatamente come centro di aggregazione e di proposta politica intorno alle tematiche ambientali. Tematiche fortemente sentite per un territorio, come il nostro, devastato da decenni e decenni di politiche insulse e criminali.

L’esempio più evidente e più drammatico, sicuramente rappresentato dall’apertura della discarica di proprietà della Mi.ga srl individuata dalla Regione come valvola di sfogo per le annose problematiche di smaltimento degli RSU calabresi, ha rappresentato il momento cementificante di tutta una serie di sensibilità presenti da decenni nei nostri territori ed ha visto l’insorgere di un nuovo protagonismo sociale inedito per la Presila.

La battaglia sulla discarica di Celico, cominciata anni fa, raggiunge quest’anno il suo picco, proprio grazie all’azione e alle iniziative del Comitato Ambientale Presilano. Dopo l’affronto della Regione, che ha individuato il sito di Celico come sbocco dell’emergenza rifiuti esplosa ad inizio anno, affronto, va sottolineato, perpetrato ai danni di un territorio che registra le più alte percentuali di raccolta differenziata in Calabria, il Comitato Ambientale Presilano diventa il motore pulsante della battaglia di opposizione alle ordinanze regionali.


Una folla di migliaia di cittadini provenienti da tutta la fascia presilana si riunisce in uno storico incontro ai piedi del ponte della SS107 che taglia il Comune di Celico, la sera del 16 febbraio. Una folla pronta a tutto, pur di fermare l’ennesimo scempio ai danni del nostro territorio. Un territorio devastato da scelte scellerate che ne hanno completamente annientato il possibile sviluppo in direzione del silvopastorale, dell’agriturismo, dei prodotti doc, e che ne hanno trasformato invece i centri abitati in dormitori della periferia cosentina, senza alcuno sbocco, se non per i rifiuti. Un territorio in cui ci si ammala di cancro sempre di più, grazie proprio a quell’opera sistematica di inquinamento e devastazione ambientale portata avanti dalle nostre amministrazioni nel corso del tempo. Discariche incontrollate, che hanno inquinato per decenni e continuano a farlo.

Ecco. Il 16 febbraio del 2014, per la prima volta, la gente della Presila dice basta a tutto questo!

Il movimento cresce e si avvia quella notte stessa il presidio, permanente, della strada di accesso in discarica, determinando di fatto il blocco dello sversamento. Si organizzano assemblee pubbliche continue, iniziative, incontri, si spingono le amministrazioni a fare la loro parte nelle sedi istituzionali preposte al fine di bloccare la gestione intollerabile dell’emergenza da parte della Regione. Si grida forte un NO! all’ennesimo attacco alla salute e al futuro del nostro territorio, in maniera civile, sempre più organizzata e consapevole. Le discussioni, la solidarietà di un’intera popolazione, cementificano amicizie, legami, rapporti, prassi politiche, conoscenze, competenze collettive, che si riverberano su tutti e in poco tempo il presidio diventa un laboratorio. Un’esperienza di riappropriazione sociale inedito per la Presila.


Da quel momento si porta a maturazione, forse inconsapevolmente, un percorso lungo decenni, in cui le battaglie sulle discariche, sull’avvelenamento dei suoli, sui disboscamenti selvaggi, sulla cementificazione scellerata, su uno sviluppo sempre promesso dalla politica e mai realizzato, tutte cose che avevano visto una consapevolezza atomizzata, frutto dell’iniziativa di piccole realtà associative o di singole personalità, il 16 febbraio arrivano a un punto di sublimazione sociale mai sperimentato. E per la prima volta questi temi entrano prepotentemente nel dibattito pubblico, dando spazio a tutte quelle realtà sociali e politiche soffocate da decenni di imposizione partitica e affaristica.

I giorni passano e il presidio resiste, tra incontri in Prefettura, promesse non mantenute, dietrofront, giochi politici e pressioni, minacce, intimidazioni. Se ne vedono di tutti i colori. Ma la gente, insieme, determinata, va avanti per la sua strada e il motto “non passeranno”, tanto caro ai rivoluzionari spagnoli del ‘36, diventa un leit motiv del presidio.

I contributi arrivano un po’ da ogni dove. Si avvicinano i ragazzi dei collettivi autonomi di Cosenza, gli studenti dell’hacklab dell’università che in breve installano una rete wifi mobile che permette al presidio di essere aggiornato e comunicare in tempo reale, si avviano i primi contatti con gli altri comitati presenti nella Regione che portano avanti le stesse battaglie e ben presto si rivivifica il coordinamento regionale dei comitati che aveva egregiamente funzionato in passato nelle battaglie di Amantea sulle “navi dei veleni” e sui referendum sull’acqua e il nucleare. La rete si attiva e il Comitato Ambientale Presilano, comincia a rappresentare un esempio e uno sprone per tutti quelli che lottano per le stesse cause.

Inevitabilmente si arriva allo scontro con le istituzioni.

Vengono inviate le forze di polizia che hanno l’ordine di sgomberare i manifestanti.

Quando i reparti Celere inviati dalla Prefettura arrivano a Manco Morelli, non si trovano davanti black block e violenti, terroristi e teste calde, né quattro ragazzetti illusi che strillando si possa cambiare il mondo. No. Ad aspettarli, compatti, impauriti, trovano ragazzi e ragazze, padri di famiglia, mamme, bambini.

Trovano, in una parola, quel popolo che non appare mai davvero sui giornali se non quando qualche vetrina va in frantumi. Trovano un territorio a testa alta che sa, comprende, capisce che quello che la Regione pretende, altro non è se non un’illegalità, una palese violazione delle più elementari regole a tutela della salute pubblica. Quelle stesse leggi che le istituzioni emanano e a parole dicono di tutelare, vengono sovvertite e paradossalmente il presidio assume anche un’altra valenza politica fondamentale: diventa presidio di legalità.

La forza messa in campo dalle istituzioni, come sempre fa contro i deboli e mai con i forti, è spropositata.

La gente ha paura. Tentenna. Media. Dialoga.

Dopo ore di trattativa, alle minacce di cariche da parte dei funzionari di Polizia, si arriva a un compromesso.

Viene concesso lo sversamento del “tal quale” per “soli” dieci giorni a patto che vengano controllati da parte di membri del Comitato, sia lo sversamento in discarica, sia dei camion in transito e del loro contenuto e che tutto venga filmato dalla Polizia Scientifica. Sembra una sconfitta. Di certo è una mezza vittoria.

Per la prima volta, cittadini e cittadine vengono autorizzati all’accesso in discarica. Per la prima volta avviene un fatto importantissimo: i cittadini si sostituiscono alle forze preposte ai controlli.
Sembra una banalità, ma non lo è. Per il semplice fatto che, senza la presenza di quelle persone, senza l’opposizione di quella massa di gente, quei controlli non sarebbero mai stati fatti e lo sversamento sarebbe avvenuto ugualmente.

Passano 10 giorni in cui più volte viene bloccato lo sversamento per irregolarità, decine di camion tornano indietro. Sui giornali, ogni giorno, se ne parla con grande risalto. L’importanza del lavoro che viene svolto, viene colta immediatamente.

Ma passati i dieci giorni, la Regione forza di nuovo la mano. Rinnega le promesse della Prefettura e rimpolpa lo sversamento attraverso tre successive ordinanze che autorizzano fino a giugno il conferimento in discarica del rifiuto “tal quale” di ben 39 Comuni.

A quel punto il Comitato e i cittadini serrano le fila e bloccano nuovamente l’accesso in discarica. Dopo qualche giorno di stasi, le forze di Polizia si presentano nuovamente con l’ordine di sgombero forzato, ma nessuno indietreggia e l’8 marzo, il giorno della festa delle donne, con le donne presilane in prima fila, si resiste alle cariche della polizia e i camion tornano indietro. Il 10 marzo, stessa scena. I funzionari di Polizia ordinano la forzatura del blocco pacifico e, usando un autocompattatore di EcologiaOggi come ariete, tentano di sgomberare le persone. La cosa ha eco nazionale. La notizia viene riportata anche dal Fatto Quotidiano online e la Presila resiste. Non si passa!

Nel frattempo tre Sindaci (solo tre su tutti quelli della fascia) riescono ad ottenere un incontro al Dipartimento Ambiente della Regione con il funzionario responsabile dell’emanazione delle scellerate ordinanze, l’emerito e ormai famigerato Gualtieri. Con la pressione e la determinazione dei ragazzi e delle ragazze, degli uomini e delle donne presilane, al freddo e alla pioggia, attraverso il messaggio di determinazione messo in campo in quella storica mattinata del 10, la Regione fa marcia indietro e ritira le ordinanze.

Una vittoria parziale certo, perché il conferimento viene vincolato al pretrattamento dei rifiuti, ma si è riusciti quantomeno ad evitare lo sversamento diretto in discarica, che oltre che contro la legge è dannosissimo alla salute.

Il blocco viene interrotto e la Polizia se ne va.

Da quel momento il presidio comincia a vivere di una frenetica attività di informazione, vengono proposte iniziative, eventi culturali, incontri. Membri del Comitato partecipano puntualmente alle riunioni congiunte del Coordinamento Regionale con gli altri Comitati territoriali. Viene indetta una manifestazione regionale per il 10 maggio a Cosenza.

E il 10 maggio, la Calabria che non ci sta, la Calabria che dice basta allo scempio, quella che propone un modello alternativo alle logiche affaristiche e criminali sottese al ciclo dei rifiuti, non solo scende in piazza con una delle più belle manifestazioni calabresi di sempre, ma reclama dignità e ascolto alle istituzioni, ma anche e soprattutto agli indifferenti. A tutti coloro che credono che il problema non li riguardi.

Il corteo festante e colorato, denso di significati, sfila tra le case della città bruzia al suono dei tamburi e al rombo dei trattori dei contadini di Bisignano, allo schiamazzo dei tanti bambini presenti, alle grida di tanti giovani che si sentono minacciati, esclusi, il cui diritto al futuro appare negato.

La manifestazione del 10, in cui il Comitato Ambientale Presilano ha avuto un ruolo organizzativo importantissimo, diventa il punto di inizio di un cammino collettivo che porterà lontano.


Il Coordinamento Regionale sta già lavorando ad una legge di iniziativa popolare sui rifiuti che implementi nella nostra Regione il modello strategico “Rifiuti Zero” ed in questo senso il Comitato ha avviato un progetto per le scuole all’avanguardia che prevede delle lezioni itineranti nelle scuole secondarie di primo grado al fine di istruire i bambini ad una nuova cultura del rifiuto.

Il futuro parte da qui. Dai bambini. Espressione vivente del futuro a venire.

Il “Laboratorio Scuola ZERO – Il futuro non è un rifiuto” è già partito in un progetto pilota nelle scuole secondarie di primo grado di Rovito e Magli e dall’anno prossimo interesserà diverse scuole della provincia. Anche gli altri Comitati territoriali si stanno attivando in tal senso, proponendo nei propri territori, l’idea.

Un’idea che vede in prima fila le future generazioni, affinchè comprendano l’importanza di una nuova concezione del consumo, della produzione dei rifiuti, dello smaltimento. Una nuova concezione che modifichi radicalmente le abitudini sociali dal basso, modificando di riflesso i metodi e i principi produttivi a monte. Introducendo una nuova visione del mondo, del rispetto dell’ambiente e della Vita.


L’unico vero valore per il quale è necessario combattere uniti.

domenica 6 aprile 2014

Vestito d'Arlecchino.

di Francesco Salistrari

Il passo incerto del viandante ramingo che mi accompagna da sempre, è tutto ciò che ho.

E trovo il senso del mio vivere in questo vagare, quasi senza meta, ma con una destinazione precisa. Che conosco, che ho sempre conosciuto e che nessuno mi ha insegnato.

Ovunque vada, qualunque cosa tocchi, qualunque odore avverta, me li porto addosso. Cuciti come tessere di mille colori in un vestito d’arlecchino di stoffa pregiata, che mi regala una sembianza, una storia da raccontare ad ogni piè sospinto, un granello da condividere al vento, un canto da intonare.

Camminare in questo mondo appare spietato, quasi crudele. Non c’è pace, non c’è comprensione, non esiste lingua condivisa. E così, tutto sembra condannarti, piegarti, illuderti, umiliarti. E queste gambe, non sorreggono il peso dei giorni, delle tempeste, del freddo e della miseria.

Incedere diventa difficile, sovrumano. Eserciti di imbecilli assassini, son lì a ricordarti ogni istante quanto vano possa essere credere in qualcosa di bello. Ed anche un fiore, muore appassito senza un perché.

Eppure le mie spalle sono forti, quasi possenti, dinnanzi allo spettacolo tremendo che mi offre questo tempo. Forti, delle carezze ricevute. Forti, dei sorrisi regalati. Possenti per il tempo che mi è stato concesso di vivere con voi.

Ogni sguardo, ogni espressione, ogni mano gentile, ogni profumo, ogni sapore c’ho incontrato, me li porto addosso e ne custodisco la ricchezza come scrigno miracoloso. Perché non esiste valore alcuno al mondo, se non quello incalcolabile, inestimabile, rappresentato dalle persone che si è incontrato sul proprio ciglio di strada.

Siete tutti voi che fate di me ciò che sono.

Qualunque cosa voi mi abbiate donato. Qualunque cosa mi riserberete.

Ode a voi, miei compagni di viaggio, amici di frontiera, fuggiaschi inconsapevoli, anime belle, dolci fratelli e sorelle che ho amato ed amo.

Un giorno, forse non lontano, forse ancora d’avvenire, chiederemo conto, insieme, del male fatto a Madre Terra da tutti coloro che del proprio vestito d’arlecchino hanno fatto scempio e stracci.

Un giorno, forse non lontano, chissà, vestiremo il mondo della luce sincera che ci ha fatto innamorare.

sabato 5 aprile 2014

Anime di plastica.

di Francesco Salistrari.


Simili a sentieri inespressi.

Forse non c’è posto per noi, in questa vita, in questo mondo di plastica. Dove anche le gocce d’acqua hanno natura industriale.

Siamo complici, certo. Fin dalla nascita. Generazione di mezzo, di un tempo di mezzo. Un ponte che si apre su un futuro dove non c’è posto. Non c’è spazio per le idee. Le idee esistono già, preconfezionate, industriali anch’esse, simili a congegni meccanici con l’autodistruzione incorporata. Replicate. Replicanti. Adatte ad un mondo di replicanti.

E’ come una cappa di piombo sulle coscienze. Pesante. Inquinante. Tossica. Che schiaccia le menti e le costringe a pensare nell’unico modo accettabile: in prima persona.

E sfugge un sorriso a considerare cosa possa essere una persona. Un niente galleggiante, un pozzo di intenzioni inespresse e inesprimibili, un accumulo di emozioni incondivisibili, atone, impalpabili come vento.

Senza toccarsi non si può esistere. Non esiste senso per una pelle che non si può accarezzare, non esiste senso per due labbra che non si possono baciare.

Il cibo di cui si nutre l’anima, è intorno a noi. Sono quegli occhi che ci guardano e ci chiedono un perché. Sono il sorriso di un bambino che gioca. Sono la bellezza di quella natura dalla quale proveniamo.

Siamo acqua. Non plastica.

Ma restiamo esposti nelle vetrine, manichini, ben vestiti ed eleganti, belli, perfetti, con gli occhi senza vita. Riflessi di un riflesso di una grandezza perduta. Disgregata da un odio prepotente, viscerale, virale, epidemico.

L’umanità è malata di sé stessa. Di quell’immagine che essa stessa si è attribuita, unilateralmente, senza il coraggio di chieder permesso a Dio, pur fingendo di pregarlo ogni giorno.

Il lato oscuro della Luna è il nostro mondo. Quello che ci siamo scelti. Illuminato dalla nostra elettricità.

Non ci resta che pagare le bollette.


lunedì 31 marzo 2014

Non ci pieghiamo.

di Francesco Salistrari.

Come un calesse sobbalzante, tra scalpiccii e rumor di ruote di legno.

Il selciato è bagnato, basta poco per scivolar giù. Ma tanto, dicono in tanti, più di cadere a terra, dove si può andare? Si può anche scavare, certo, ma dopo un certo tempo, dopo aver riassorbito il trauma della botta, quell’ematoma fastidioso che non va via, violaceo e ipocrita che ti guarda e ti giudica, ricordandoti quanto stupido sia stato per esser finito a terra. E tu a dirgli che è il selciato. Che è la pioggia. Che son le scarpe. Trovando mille rivoli su cui scivolare le proprie responsabilità. E stai là a palleggiarti, spalleggiarti con qualcuno, qualcosa, senza saper bene cosa dire.

Il cielo può sembrare carico d’acqua. Ma è notte e dunque non si vede. Se ne sente l’incombenza minacciosa sulla testa, tutto qui. Un peso, elettrico, che ti spinge verso terra, ancora una volta. Con quelle sue mani da vecchio irabondo, quel suo sguardo frecciato, quel suo dito inquisitore. E’ complicato camminare in questo mondo, quando a sorreggerti sono queste gambe. Passo malfermo, indecente, zoppicante, lento.

Appoggiarsi ad un'anta di porta, a quella sua consistenza sicura, rifiatare, far finta di trovare energie, con un senso di fame perenne. Affamati di qualcosa che non c’è. Che non si trova. Che non viene regalato. Perché nessuno ti regala niente, ci viene insegnato. Ma poi guardi quegli sguardi lì, al chiaro di luna, intorno a quel fuoco fumoso e scoppiettante, dove ogni parola ha un senso, un peso, un colore, una dolcezza infinita, pur nella rudezza, nella spontaneità di un fiato che è cuore, anima, dignità insieme. E li guardi, li riconosci, alcuni sono stati lì, con te, da sempre. Quegli occhi carichi di paura, ma non di rassegnazione. Quel coraggio fatto di muscoli e di energia, che sprigiona prepotente nella notte fino all’alba.

Nulla ti viene regalato. Così dicono. E poi guardi quelle mani candide donarti un pezzo di pane, una caffè bollente nel freddo del mattino, un sorriso, una carezza, una grazie tacito ma mai così dolce, mai così esplicito. E osservi il cielo carico di pioggia, ancora una volta, adesso lo vedi, è lì, alleato perenne di questa ingiustizia. Ti viene a bagnare fin nelle ossa. Ma non c’è pace e non c’è sottomissione, per queste anime ribelli, ma giuste, coscienti, amanti.

E scopri l’amore.

Un amore travolgente. Per l’aria che respiri, che condividi, che anima il tuo petto e le tue parole, simili a farfalle che ti dicono chi sei.

Un amore estenuante. Potente. Come potente il suono di queste voci. Come profondo il burrone nel quale qualcuno vuole spingerci. Ma non spingete. Non cadiamo. Non adesso. Non così.

Moriremo amando. E morendo ameremo. Ancora e ancora. Tutti quei volti, quelle carezze, quella dignità che si alza come un canto, dai boschi, dai monti, dalle vallate. Da ogni singolo ramo, da ogni foglia, da ogni filo d’erba.

Figli di questa terra, noi abbiamo capito.

E non c’è potere che tenga, contro l’amore. Il più potente esercito schierato a battaglia di quest’uomo, che cammina, ancora trafelato, zoppicante, quasi malato, ma che, gridarlo è un dovere, non piega la testa!



sabato 16 novembre 2013

Dissertazione sull'amore.



Lo credo.

Fermamente.

Che l’amore non si sceglie, ma è lui che sceglie te.

Ma nell’amore, che non è mai eterno, al contrario passeggero, fugace, come le cose della vita, nell’amore, vive comunque una scelta. Istintiva, ormonica.

E questa scelta è rappresentata da colei (o colui) che si ama. Non in quanto oggetto del desiderio, ma in quanto unicità.

E’ pur vero che non esiste amore senza desiderio, ma non è vero il contrario. E la nostra scelta sta proprio nel capire, intuire, scoprire, che è quello e solo quello l’essere che abbiamo scelto. Perché in quella intuizione, in quella scoperta, c’è tutto il nostro essere uomini. E il non essere uomini, nell’errore.

La scintilla di verità che sgorga da quell’intuizione è talmente importante da restare quasi celata a noi stessi, per non rovinarla, sgualcirla, con i nostri pensieri.

L’amore ci sceglie. Nel senso che nel corso della vita non è il Caso a giocare il ruolo predominante, ma le nostre scelte. E incontriamo le persone che incontriamo, solo grazie alle persone delle quali, con altre scelte istintive, ci siamo circondati nel corso della nostra esistenza.

Percorriamo una strada in cui sapremmo esattamente chi incontreremo, se ne avessimo piena coscienza.

E l’amore, dunque, ci sceglie proprio nel momento in cui scegliamo una di quelle persone che la vita ci ha donato il privilegio di incontrare.

In definitiva, l’amore è un’illusione. La più grande, la più bella, la più indispensabile illusione della nostra esistenza. L’unica capace di dare un senso alla nostra vita.

Perché scegliendo bene, saremo costretti ad amare davvero.

Il nostro più grande dilemma risiede proprio in questo.

 

(Francesco Salistrari)

martedì 15 gennaio 2013

Animaevento.




Giocoforza il mio destino... ma in fondo cos'è il destino, se non una lunga sequenza di fatti che ti portano dove sei ora? Adesso. Non domani. Non ieri. Ora.
E alle 14.18... io so di amarti.
Non c'è destino che possa spiegare l'attimo attuale. Non c'è storia che possa giustificare il senso di smarrimento di fronte a due occhi che ti guardano penetrandoti la carne, arrivando a sondarti dentro, in profondità, nei recessi di te stesso, laddove non entravi nemmeno tu, per paura di sporcare, di mettere disordine, per paura di macchiare di realtà il tuo mondo nascosto.
Non c'è parola che possa descrivere il senso di abbandono totale, di resa, che si prova nel trovarsi, ora, davanti ad un angelo che ti guarda, ti tocca, vive con te. Puoi far finta di niente e cominciare a ridere sguaiatamente, chi se ne frega? Tanto quegli occhi sapranno sempre quando mentirai, ti vedranno piangere mentre stai ridendo, ti vedranno cadere mentre vuoi convincerti di volare.
Il mondo è un cesto di contraddizioni. La più grande delle quali siamo noi stessi che tentiamo di giustificarle, senza renderci conto, attraverso altre contraddizioni.
Allora cos'è questo senso di smarrimento? Cos'è questa felicità delirante che mi sento addosso? Cos'è questa polvere?
Alle 14.24... io ti amo.
E non mi interessa il perchè. Che senso ha chiedersi un perchè? Non c'è un perchè. La legge causa-effetto è  sopravvalutata. Noi, dentro, non funzioniamo così. Una causa, dentro noi stessi, può essere effetto e causa di sè stessa, può essere ragione e scopo, può essere fine e mezzo, chiaro e scuro, giorno e notte.
L'amore non è una causa. Non è un effetto.
E' ciò che è.
E non ha spiegazione.
Per quale motivo dovremmo darci una spiegazione dell'infinito se non siamo nemmeno in grado di pensarlo?
Che senso ha, cercare il senso di quello che non possiamo pensare?
Il destino. La vita. Il mondo.
Il vento. Le maree. Il desiderio.
Siamo punti interrogativi vaganti.
Ma sappiamo abbandonarci, senza un perchè, all'amore, con semplicità assoluta. Con naturalezza.
E amiamo, come lo stesso respirare... senza chiederci un perchè.
Perchè, dovrei chiedermi cosa è successo stanotte? Che senso avrebbe capire lo svanire del mondo, il fermarsi del tempo, il cristallizzarsi di un attimo? Che motivo avrei per voler sapere cosa mi succede quando cammino e ti trovo accanto a me, guardarmi?
Siamo anima e vento.
L'abbiamo detto mille volte.
In mille anni.
Da quando ci conosciamo.
Da sempre.
Da un giorno così lontano addietro nel tempo, da non ricordarlo.
Mi guardi.
E mi vedi.
Completamente nudo. Senza infingimenti. Senza veli.
Come nessuno mi ha mai visto.
Come non credevo potessero degli occhi guardarmi.

“Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh!”
Jack Kerouac – On the road

E allora è follia.
Tu mi prendi l'anima, lo sai, e me la sconvolgi. E mentre sto facendo “ohhhhh!”, il fuoco che ho dentro riscalda anche te.
Non ho legna da ardere. Pezzi vecchi da consumare. Paglia. Matite. Sedie. Scrivanie. Vestiti. Da bruciare.
Questo fuoco arde da sé. Scoppiettante. Venando di strani colori i miei occhi.
Cammino, vago, penso, sento, senza capire. Ma non mi importa.
Le tue labbra.
Dio, le tue labbra.
Abbiamo fatto l'amore, quante volte?
L'oblio dei ricordi e del male, avviene così. Ogni volta che baciandoci, facciamo l'amore. Ogni volta che, guardandoci, ci diamo del tu.
Crederai, che stia scrivendo, un altro “Le cose non dette”. Ma non è così.
Queste sono le cose che ho detto. Quelle che vorrei non smettessero di aleggiare come polvere intorno a me. Quelle a cui non smetterei di pensare con tenerezza neanche tra mille anni.
Ed è un muto dialogare con te che mi trascina in questi attimi. Secondo per secondo. E' un reciproco baciarsi, sentirsi, che mi accompagna. E' la tua mano quella che sento. E' il tuo respiro, ciò che mi culla, in questo vagare errante.
Quante, quante cose, dovrei fare. Adesso! Quanti, quanti, quanti, dannati pensieri dovrebbero attraversarmi la mente adesso! Quanti!
E invece, non esiste altro.
Il mondo non esiste.
Il mondo ci invidia.
Dovrei staccarmi da qui. Prendere una strada. Andare da qualche parte. Ma sto andando ovunque, in un tutto che sgocciola, che cola, lento, come il respiro calmo di un dormiente. Dovrei andare. Ma come fare a partire quando si è già in viaggio? Come fare a fermarsi e ritornare?
La partenza è un atto di inizio...e forse d'iniziazione. La sensazione di venir battezzato, il senso dell'ignoto, la stretta allo stomaco, il pulsare delle tempie. La partenza è un principio. E' l'avvio del succedersi di una serie di eventi.
Ed io, io, dovrei partire. Ma sono già in viaggio. Niente battesimo per me, niente rito d'iniziazione. Sono già in viaggio.
Con te.
Ore 14.48.... io ti amo.
Quel viso... è un ritratto. Quelle mani, una scultura. Quegli occhi... un'emozione.
Perchè dove, come, quando, non hanno più senso?
Eccomi ancora qua, a pormi perchè.... brutto vizio... causa-effetto, non esistono dentro me... non esistono dentro te...
Può anche esserci una ragione del vento... non certo delle sue parole.
Cosa, cosa, cosa faccio?
Perchè scrivo?
Mi hai detto: “scrivi, scrivi, scrivi, scrivi...”
Amore, è una vita che scrivo.
Non avevo mai trovato un senso nel farlo. Lo facevo e basta. Come scaricarsi la coscienza con un amico fidato, come liberarsi da un dolore, da un fastidio, per non stare male.
Ora so che non scrivo per questo.
Scrivo per il semplice fatto di esistere.
E sei stata tu, con una carezza, a farmelo scoprire.
Potrei sembrare presuntuoso, borioso, tronfio di me stesso. Ma non è così. Sento che è giusto scrivere, per imboccare parole a chi mi legge e riceverne in cambio amore, scrivo per dire le cose non dette di chi resta muto, scrivo per guardarmi e lasciarmi guardare, insegnando agli altri a fare altrettanto. Scrivo perchè esisto e voglio far esistere anche tutti gli altri... dentro di me. Fino a scoppiarne. Fino a morirne.
Non importa se le mie siano angosce. Paure. Vigliaccherie. Turpitudini. Pensieri molesti. Malsani.
Non importa questo.
Non vivo per scrivere, né scrivo per vivere.
Scrivo per poterti guardare senza vergogna.
Dall'altra parte dello specchio.
La mia immagine vacillava... infranta, nelle crepe di uno specchio sporco, che non pulivo per viltà da molto tempo... avevo smesso di guardami, per il semplice fatto che non volevo vedere le mie rughe, il mio morire, la mia paura, i miei occhi grigi. Grigi come il vetro dello specchio.
La mia immagine svaniva. Negli anfratti di un passato mediocre. Nelle pieghe dell'onda di un suono che si andava affievolendo. Effetto doppler, alla sua fase finale.
Non sentivo più la mia voce. Come spersa in corridoi capaci solo di rincorrersi, di porte chiuse, di luoghi spogli, freddi, sporchi, micragnosi, voraci.
Non sentivo parlarmi, ma solo giudicarmi in silenzio.
“Non misurarti mai. Quando lo fai, ti offendi. Quando ti giustifichi, ti violenti”.  Come sei pazza quando mi dici così. Come sei folle nel vedermi così.
Eppur adesso, guardando quello specchio, dall'altra parte, vedo te.
Ed è dolce scoprirmi così. Fuso in due dimensioni, in una delle quali siamo un essere unico.
Il tempo è ora.
Adesso.
E adesso, ti amo.
Il piacere di camminare con il viso rivolto al sole, senza paura di bruciarsi, me l'hai insegnato tu. Guardandomi dall'altra parte di quello specchio, ora lucente, cristallino, chiaro, trasparente, come acqua.
E tu sei l'acqua.
L'acqua che mi disseta, che mi lava, che mi carezza la pelle.
Non so, non so, non posso sapere, non cerco di capire. Non so, non credo, non voglio pensare.
Non muoio più un giorno alla volta. Non mi rimpicciolisco più,  un centimetro alla volta. Non mi rannicchio più, dove nessuno può vedermi.
Voglio farmi vedere. Splendente, della luce dei tuoi occhi.
Il pianto a volte lava il dolore. Sa farlo. E' un ottimo straccio per macchie ostinate.
Ma esiste qualcosa di più forte. Immensamente più potente.
Il riso.
Ed ora rido.
Rido con te. Di te, buffa, birichina e folle. Di me, pazzo, insensato, sciagurato e luminoso. Rido del mondo... che svanisce nel riso. Rido del male, inutile e inoffensivo, nel nostro riso bambino.
Quando si è bambini, si ride non per scacciare via qualcosa, ma perchè si ha voglia di farlo. Tutto il resto viene allontanato, come impaurito, da tanta impertinenza, anche la morte, ha paura dei bambini, a volte, che con il loro riso sincero, la fanno sentire una vecchia decrepita indaffarata in un piccolo, misero, buio, angolino dell'universo, la fanno sentire solo un passaggio, non una fine, la fanno sentire una partenza, non un arrivo.
E siamo tornati bambini. E tu, tu mi hai promesso di restarlo per sempre.
La mia bellissima bambina.
Quella che ride, con me, di me, di sé... e con questo fa invidia al mondo intero.
Ore 15,29. E' passata esattamente un'ora da quando ho cominciato a scrivere. E ti amo.
Guardo i tuoi occhi da gatto... e mi perdo nella loro espressione. Non è uno sguardo vacuo, vuoto, senza destinazione. Attraversa l'aria, la materia, le cose, ma non per perdersi, ma solo per posarsi laddove nessun'altro sguardo può farlo. Hai la capacità di guardare l'infinito, nutrirti di esso e non esser mai sazia. I tuoi occhi, non sono lo specchio dell'anima, sono lo specchio dell'universo. Sono le dita di un artista su una tela intonsa. Sono le mani di un pianista su tasti d'avorio. Sono lo scrigno palese di un segreto iscritto nella notte dei tempi.
Nessuna causa. Nessun effetto.
Nessun capogiro.
Solo naturalezza.
Quella di una gatta che allatta i suoi cuccioli.
Lisciami, lisciami questo viso stanco. Lisciami l'anima. Non smettere.
La comprensione non è una parola. E' un dono. E' l'elargizione preziosa di una voce senza suono.
Comprendersi, vuol dire amare, vivere, eliminare distanze inutili, annichilire i ricatti di un mondo che chiede solo sangue e vittime all'altare della sua alterigia.
Il denaro non è mai stato un elemento di felicità. Quale effimera felicità, il denaro! Quale tristezza! Quale abiura di sé stessi! Quale putridume! Quale pochezza! Quale mediocrità!
Quanto è mediocre il mondo che corre dietro al denaro! Che crede di sentirsi realizzato in un successo effimero fatto di vestiti eleganti e morti bianche. Che crede di trovare il senso di sé, nel dividere gli uomini in celle distinte.
Sesso, religione, razza, colore degli occhi, forma del naso, mansioni, lavori, attitudini, passioni, paure, debolezze, nazioni, confini, barriere, fucili, anatemi, teorie, minacce............................................................................................
Quanta mediocrità nel pensarlo!
Questa è follia.
L'amore è follia?
Non credo. L'amore è solo la forma più alta, sublime, incolore e inodore, imprevista, inspiegabile, miracolosa, di comprensione.
L'amore è LA forma. Quella che tutte contiene. Quella che tutte spiega. Quella che a tutte dà un senso.
Stanotte sei entrata in me ed io in te.
E ci siamo amati, ci siamo compresi, siamo diventati l'uno la forma dell'altra. In un abbraccio miracoloso e sincero, come il pianto di una mamma che vede il suo bambino andare a scuola.
Animaevento.
Ore 15,48.
Potrei trascinare queste parole per sempre.
Perchè, ti amo.
E non mi interessa domani.
In realtà il domani, per me non è mai stato un problema. Ho vissuto sempre un attimo alla volta. Affrontandolo quando mi si presentava dinnanzi. Non ho mai fatto, né mai farò progetti a lunga scadenza. Già la parola: lunga scadenza. Sembra un prodotto alimentare destinato a marcire.
Sono sempre stato orripilato da quelle persone che progettano la propria vita fin nei minimi dettagli, o almeno ci provano. Perchè sono quelle che resteranno più deluse di tutte, se il loro progetto, simile ad una nave carica di buone intenzioni, naufragherà o affonderà, nelle acque di questo porco mondo in cui i progetti degli altri, sono quasi sempre per natura, rivali dei tuoi.
La concorrenza.
Per cosa si concorre in realtà?
Il problema è che si concorre NON per, ma CONTRO. A detrimento. A danno. A svantaggio. A discapito. Degli altri.
E conta qualcosa se per nutrire i tuoi figli, uccidi quelli di un altro? E conta qualcosa se per amare le persone a te  care, devi odiare quelle che non conosci? E conta qualcosa se per poter vivere i tuoi sogni, sei costretto a svegliare qualcuno dai suoi? E conta qualcosa pensare di essere giusto, quando la giustizia, così, non è che una vana parola orlata di buone intenzioni?

La strada dell'inferno è lastricata sempre da buone intenzioni!” (K.Marx)
Potea, non volle, or che vorrìa, non puote. (Luigi Fiacchi).

Capisci amore mio?
E lo scrivo per comprenderlo, con te. Perchè è qui, dentro me. Che parlo con la tua voce, che mi risuona nei pensieri, come un'arpa, melodia di un tempo sereno, balletto di un mondo ancestrale, didascalia del silenzio.
Ancora una volta comprensione.
Che non è un atto individuale. Non lo è mai! Quanto piccoli siamo da individui. Quanto miseri!
Cumprehendere.
Cum, insieme.
Prehendere, prendere, afferrare, capire, respirare, accettare, amare.
Cumprehendere.
Individui. Puntini. Atomi in movimento. Nulla.
Da soli, siamo un nulla che blatera.
Da soli, siamo una cicala straziante.
Da soli, siamo il significato di nessuna spiegazione.
Comprendere te. Dentro di me. Ed io in te.
Amore mio.
Porta fuori ciò che sei, non aver mai paura ad essere ciò che sei. Prendi a pugni il mondo se necessario, le tue nocche sono forti. Abbandona l'insicurezza. Metti parte ogni cosa e sii te stessa.
Stanotte, toccarti, sentirti, amarti, desiderarti, berti, mangiarti, gustarti, prenderti, comprenderti, è stata l'esperienza più sconvolgente della mia vita.
Perchè finalmente ho compreso.
Sono un insieme.
Non più un luogo senza ampiezza.

(Francesco Salistrari)






giovedì 3 gennaio 2013

Sciogliersi.






Sciogliersi..... come una lacrima....
mentre il cielo diventa tutt'uno col mare....
Sciogliersi.... come un bacio....
mentre si diventa goccia del mare....
Sciogliersi...

Passo scalzo
su sabbia bagnata
granelli uniti...
fusi
da amore sincero...
su dita che si abbracciano
e labbra umide di salsedine
e gocce 
e baci
e carezze
e bellezza
mescolati nell'acqua di mare.


Mia Eva...
lasciati amare,
ed insegnare l'amore,
e insegnami il suo nome,
e mostrami i suoi colori,
fammi ascoltare il suo suono.
Suono del mare...
musica ancestrale.

Sciogliersi..... come una lacrima....
mentre il cielo diventa tutt'uno col mare....
Sciogliersi.... come un bacio....
mentre si diventa goccia del mare....
Sciogliersi...

Ci siamo persi...
in quel tratto di spiaggia...
ed è un tempo che ritorna potente.
Col suo splendore
e la sua magia.

Mia Eva...
lasciati amare...
tra questa spuma di mare
ed un cielo
che ci guarda commosso.

(Francesco Salistrari)



lunedì 24 dicembre 2012

Cioccolata Bianca.




Ossa rotolanti
nel disgelo
di questa notte d'agosto
in un calmo, quasi cortese,
amplesso screziato.
E stelle, stelle, stelle
da mangiare
come cioccolata bianca
da prendere con avide mani...
e fiumi di vento
che trascinano
emozioni
laddove muore il giorno.
Non esiste differenza
tra una lacrima andata
e un bacio scaduto.


(Francesco Salistrari)

martedì 23 ottobre 2012

Stelle cadenti.





E' nel silenzio che regnan pensieri,
di quelli dolci o funesti, che importa?
Esiste pur sempre qualcosa
di più importante delle proprie gioie...
o dei propri dolori.
E anche se quella strada
mi è preclusa per sempre,
chè l'amore non è mai chiamato destino,
bensì natura,
l'ho battuta con orgoglio
e tu, lo so, ti ricorderai per sempre di me.
Ed è a te sola che corron ora i pensieri,
veloci come saette del cielo,
inafferrabili come particelle di luce,
giganti in un mondo di nani.
Ed il tuo viso
ed i tuoi occhi,
sono i miei per un attimo
e provo a immaginare
quel futuro che tante volte insieme avevamo sognato.
E' nel silenzio che sfioriscono i fiori
sotto il cielo plumbeo d'autunno
sotto il peso di quel destino mortale
che fa di noi stelle cadenti.
E tante, quante! Desideri inespressi...
Ed io, per sempre tuo,
una di quelle.

(Francesco Salistrari)

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