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giovedì 24 settembre 2009

La politica il mondo il clima ai Bambini, come era Severn Suzuki.



Era il 26 luglio di quest’anno quando scoprii l’esistenza di Severn Suzuki e scrissi “Una poco più che bambina, aveva 12 anni, Severn Suzuki parlò con chiarezza di fronte ad una platea spettacolare, rinfrescatevi con questo video: Severn Suzuki la ragazzina che zitti il mondo per 6 minuti “. Come non ribellarmi a dichiarazioni- notizie di questo tipo?

“Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha aperto il vertice sul clima rimproverando la comunità internazionale per la “lentezza glaciale” dei negoziati in un nuovo trattato internazionale che sostituisca il protocollo di Kyoto. Il presidente Usa Obama: “Rischiamo una catastrofe”. Cina: impegno a una forte riduzione di Co2 entro il 2020“. Sono passati già 25 anni da quando prese la parola una bambina nel 1992 a Rio de Janeiro, dove si svolse il primo Summit della Terra!

Ed era l’11 giugno 2009: “ Nel mondo lavorano 100 milioni di bambine. E con la crisi sarà peggio“ Secondo il rapporto “Give girls a chance” la metà è impiegata in mansioni pericolose, soprattutto in agricoltura. Le ragazzine sono le più sfruttate nel giro del “commercio sessuale” e nel servizio domestico non pagato. Sono più di 100 milioni le bambine e le ragazzine coinvolte nel lavoro minorile in tutto il mondo. E la crisi finanziaria globale potrebbe aumentarne il numero. Si stima che la metà di loro siano impiegate in mansioni pericolose o comunque rischiose e, di queste, circa 20 milioni abbiano meno di 12 anni. E anche se non si hanno numeri certi, sono sempre le bambine e le ragazzine a essere le più sfruttate nel giro del “commercio sessuale” minorile oppure obbligate a “lavori forzati” o sottopagati. E poi c’è l’invisibile esercito femminile del servizio domestico non retribuito”.

Il video che ripropongo e metto in chiaro questa volta, http://www.youtube.com/watch?v=IC8zH5dkslY, come la sua dichiarazione, non dovremmo ri-vederlo noi e ri-leggere noi, quanto disse una bambina .

Dovrebbero ri-vederlo e molti…seduti in poltrona convegno globale, vederlo per la prima volta e leggere all’infinito quanto pronunciò: come una cura, una punizione che non sarebbe mai sufficente ad espiare i loro peccati.

Dovrebbero occuparsi di economia domestica e globale, i bambini sfruttati nel mondo, da lavori massacranti e violenze inaudite, dovrebbero fare loro la politica, come selvaggi, piccole donne e uomini primitivi che la Natura e la Terra non l’hanno mai massacrata, non hanno mai dichiarato guerra a nessuno, non fanno promesse, mentre talvolta…li fanno giocare a fare i grandi, i potenti, e non sanno quale terribile futuro li aspetta, nell’imitazione grottesca e tragica, per tutte e tutti noi…Tristi Tropici.

(Doriana Goracci)

https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEieWxlBqnmzEsYnR9jkkc_P0RyxmyCI4lPO7TE8YbSlejJsxF9v_EEVpnkmsV40Furj2u-80fGmT67uTE3uirFz1aVsIEsYTVKU2hHHqE4IJLze-vobJI72zXWFryG-fQaC7vs24aB3MtqO/s400/severn.jpg

” Oggi, Severn Cullis-Suzuki, è una donna, attivista che lotta per gli stessi identici diritti, quelli della Terra infuocata da notizie sempre più uguali, che spengono i fuochi di chi si dibatte e lotta. Vi invio il testo integrale in italiano di quanto l’allora dodicenne denunciò, come i sottotitoli che scorrono nei 6 minuti del suo intervento, questi si, straordinari e che nessuno potrà bruciare”.

http://scienzaesalute.blogosfere.it/images/Severn%20Cullis-Suzuki-thumb.jpg

“Buonasera, sono Severn Suzuki e parlo a nome di ECO (Environmental Children Organization).

Siamo un gruppo di ragazzini di 12 e 13 anni e cerchiamo di fare la nostra parte, Vanessa Suttie, Morgan Geisler, Michelle Quaigg e me.

Abbiamo raccolto da noi tutti i soldi per venire in questo posto lontano 5000 miglia, per dire alle Nazioni Unite che devono cambiare il loro modo di agire.

Venendo a parlare qui non ho un’agenda nascosta, sto lottando per il mio futuro.

Perdere il mio futuro non è come perdere un’elezione o alcuni punti sul mercato azionario.

Sono a qui a parlare a nome delle generazioni future.

Sono qui a parlare a nome dei bambini che stanno morendo di fame in tutto il pianeta e le cui grida rimangono inascoltate.

Sono qui a parlare per conto del numero infinito di animali che stanno morendo nel pianeta, perchè non hanno più alcun
posto dove andare.

Ho paura di andare fuori al sole perché ci sono de buchi nell’ozono, ho paura di respirare l’aria perchè non so quali sostanze chimiche contiene.

Ero solita andare a pescare a Vancouver, la mia città, con mio padre, ma solo alcuni anni fa abbiamo trovato un pesce pieno di tumori.

E ora sentiamo parlare di animali e piante che si estinguono, che ogni giorno svaniscono per sempre.

Nella mia vita mia ho sognato di vedere grandi mandrie di animali selvatici e giungle e foreste pluviali piene di uccelli e farfalle, ma ora mi chiedo se i miei figli potranno mai vedere tutto questo.

Quando avevate la mia età, vi preoccupavate forse di queste cose? Tutto ciò sta accadendo sotto i nostri occhi e ciò

nonostante continuiamo ad agire come se avessimo a disposizione tutto il tempo che vogliamo e tutte le soluzioni. Io sono solo una bambina e non ho tutte le soluzioni, ma mi chiedo se siete coscienti del fatto che non le avete neppure voi.

Non sapete come si fa a riparare i buchi nello strato di ozono, non sapete come riportare indietro i salmoni in un fiume inquinato, non sapete come si fa a far ritornare in vita una specie animale estinta, non potete far tornare le foreste che un tempo crescevano dove ora c’è un deserto.

Se non sapete come fare a riparare tutto questo, per favore smettete di distruggerlo.

Qui potete esser presenti in veste di delegati del vostro governo, uomini d’affari, amministratori di organizzazioni, giornalisti o politici, ma in verità siete madri e padri, fratelli e sorelle, zie e zii e tutti voi siete anche figli.

Sono solo una bambina, ma so che siamo tutti parte di una famiglia che conta 5 miliardi di persone, per la verità, una famiglia di 30 milioni di specie.

E nessun governo, nessuna frontiera, potrà cambiare questa realtà.

Sono solo una bambina ma so e dovremmo tenerci per mano e agire insieme come un solo mondo che ha un solo scopo.

La mia rabbia non mi acceca e la mia paura non mi impedisce di dire al mondo ciò che sento.

Nel mio paese produciamo così tanti rifiuti, compriamo e buttiamo via, compriamo e buttiamo via, compriamo e buttiamo via, e tuttavia i paesi del nord non condividono con i bisognosi.

Anche se abbiamo più del necessario, abbiamo paura di condividere, abbiamo paura di dare via un po’ della nostra ricchezza. In
Canada, viviamo una vita privilegiata, siamo ricchi d’acqua, cibo, case abbiamo orologi, biciclette, computer e televisioni.

La lista potrebbe andare avanti per due giorni.

Due giorni fa, qui in Brasile siamo rimasti scioccati, mentre trascorrevamo un po’ di tempo con i bambini di strada.

Questo è ciò che ci ha detto un bambino di strada: “Vorrei essere ricco, e se lo fossi vorrei dare ai bambini di strada cibo, vestiti, medicine, una casa, amore ed affetto”.

Se un bimbo di strada che non ha nulla è disponibile a condividere, perchè noi che abbiamo tutto siamo ancora così avidi?

Non posso smettere di pensare che quelli sono bambini che hanno la mia stessa età e che nascere in un paese o in un altro
fa ancora una così grande differenza; che potrei essere un bambino in una favela di Rio, o un bambino che muore di fame in Somalia, una vittima di guerra in medio-oriente o un mendicante in India.

Sono solo una bambina ma so che se tutto il denaro speso in guerre fosse destinato a cercare risposte ambientali, terminare la povertà e per siglare degli accordi, che mondo meraviglioso sarebbe questa terra!

A scuola, persino all’asilo, ci insegnate come ci si comporta al mondo.

Ci insegnate a non litigare con gli altri, a risolvere i problemi, a rispettare gli altri, a rimettere a posto tutto il disordine che facciamo, a non ferire altre creature, a condividere le cose, a non essere avari.

Allora perché voi fate proprio quelle cose che ci dite di non fare?

Non dimenticate il motivo di queste conferenze, perché le state facendo?

Noi siamo i vostri figli, voi state decidendo in quale mondo noi dovremo crescere.

I genitori dovrebbero poter consolare i loro figli dicendo: “Tutto andrà a posto. Non è la fine del mondo, stiamo facendo del nostro meglio”.

Ma non credo che voi possiate dirci più queste cose. Siamo davvero nella lista delle vostre priorità? Mio padre dice sempre siamo ciò che facciamo, non ciò che diciamo.

Ciò che voi state facendo mi fa piangere la notte. Voi continuate a dire che ci amate, ma io vi lancio una sfida: per favore, fate che le vostre azioni riflettano le vostre parole.”

venerdì 18 settembre 2009

Arrivano i nostri...morti.


Tutti a casa o tutti fuori ? Di Kabul e del dopo strage abbiamo anche un video prima dei Tg di stasera con dichiarazioni ufficiali e reporter inviati, magari donne con un velo pietoso sul capo: corpi straziati come cose sirene voci da un megafono allampanati corpi fermi a guardare sul marciapiede e altri che invece corrono.
A cosa ci serve guardare? Stiamo guardando di tutto da anni lì, in Afghanistan, dove ci hanno detto portiamo la pace e la democrazia e da anni siamo usciti da casa a cifre variabili, di sabato domenica e giorni feriali, a fare presidi e manifestazioni contro la guerra, seminari e convegni, a dare volantini davanti alle scuole e alle chiese, così tanto per boicottare il Nostro Paese, diventato il secondo nel mondo nella vendita di armi.
Eravamo poveri quando Comencini girò Tutti a casa , molto di più di adesso e rivedendo la pellicola, si ride e si piange ma poi fu il Boom, bum anche per la generazione come la mia che non aveva mai visto la guerra.

Anche oggi, si piange e si ride, nel vedere l’ennesimo spettacolo della Morte e della Vita nella Propaganda Incivile. Solo ieri sera mi chiedevo perchè andare noi il 19 settembre in piazza e ci mettevo un punto interrogativo.
Tutti a casa o tutti fuori ?
Non ho quasi fatto a tempo a ricevere commenti in proposito, sempre che ne fossero arrivati, ed è arrivata l’altra notizia, quella della Strage e del Ritiro dalla Piazza il 19 settembre, in onore dei morti: fare silenzio, avere rispetto, “ ci stringiamo attoniti accanto ai nostri morti in Afghanistan”.

Non ce l’ho rispetto e silenzio, non taccio e chiedo a voi dov’ è la nostra casa, non quella delle libertà altrui o dell’ unità della stampa di chi la legge e la muove nei Media, chiedo se mai abbiamo il coraggio ancora di esibire le Nostre Case, quelle Circondariali, quelle dell’ Identificazione e dell’ Accoglienza, della Sanità e della Pubblica Istruzione, dei Ministeri e dell’Informazione, degli uffici di Collocamento, dei luoghi di Lavoro e degli Appalti tutti.
Gridano in pochi sui tetti e per le strade, sono dei Fuori Testa, gli manca sempre qualcosa… accontentiamoci delle Celebrazioni e dei Trattamenti per stare sicuri e protetti dal terrorismo.

Non mi accontento e sto fuori di testa, di porta, di casa anche con questo portatile stanco di battere gli stessi tasti, fino a consumarli, come stanno consumando noi , la nostra resistenza, di persone diventate merce democratica da esportare e dati di ascolto.
Mai fuori ? Dall’Afghanistan, dalla Guerra, con la Nostra Storia…?
Fuori rimangono i muli, gli asinelli, le capre come quelle bestie che portavano le schede elettorali per l’ Afghanistan. Sono ostinati è vero i muli, resistenti sotto le vergate di un padrone ma non nascono così, naturalmente silenziosi e muti a prendersi i colpi.
Forse si saranno salvati loro, i muli, da questa strage del 17 settembre 2009, politicamente corretti. E già sarebbe tanto.
Arrivano i nostri…morti.

(Doriana Goracci)

giovedì 17 settembre 2009

Lettere dal carcere di Pavia.


di Doriana Goracci

http://2.bp.blogspot.com/_4Tu177bkYZw/R1pKst6jMDI/AAAAAAAAETw/l8463UTrcBA/s400/carcere.jpg

Allego il testo da me personalmente trascritto, di due lettere autografe che mi sono pervenute per posta privata e con mailing list ma che non ho capacità tecnica di allegare e sicuramente qualcuno l’avrà già fatto o lo farà. La prima è la testimonianza dei detenuti della Prima Sezione di Pavia, compagni di cella di Sami Mbarka Ben Garci , l’altra già ieri circolata sulla stampa, parzialmente o integralmente. Per finire l’articolo dettagliato della Provincia Pavese.

Vi prego di diffondere. Non “scendiamo nel gorgo muti”.

Verrà la morte e ha avuto i loro occhi.

Doriana Goracci

p.s. ho trovato ora dei “dettagli” in proposito su CNR MEDIA

http://it.peacereporter.net/upload/1/18/186/1869.jpg

Egregio signor Avvocato! noi detenuti della 1a abbiamo assistito alla lunga agonia del suo povero cliente, una morte lenta e umiliante. Sicuramente non pagherà nessuno per questa morte, ma le assicuriamo che si poteva evitare benissimo, bastava un pizzico di umanità in più.Era diventato come un prigioniero nei campi di concentramento vomitava acidi e sveniva davanti agli occhi di tutti veniva aiutato da noi detenuti per fare la doccia altrimenti poteva morire nel suo vomito!
Ma non è stato fatto assolutamente niente tranne che lasciarlo morire nella sua cella sotto gli occhi del compagno che più di tutti ha visto spegnersi un essere umano!! La preghiamo vivamente di non arrendersi alle falsità che le verranno dette perchè il suo povero cliente è stato lasciato morire sotto gli occhi di tutti noi!
Prima di lui si è impiccato un altro ragazzo seminfermo e invalido al 75% dopo averlo riempito di sedativi e spedito a San Vittore. Il padre di questo povero ragazzo ha denunciato la sua storia su Rai 3 nel programma di Tirabella accusando il carcere di Pavia di aver lasciato morire il proprio figlio!! La preghiamo di andare fino in fondo con la speranza che non succeda mai più che delle vite umane diano uno spettacolo di un campo di concentramento finchè non si spengono nella più totale indifferenza. Sarebbe una bella e giusta cosa se l’Indagine che verrà fatta si arricchisse anche delle testimonianze dei detenuti della 1a sezione. Le porgiamo i nostri più sinceri saluti

I detenuti della 1a sezione di Pavia!


Ciao Amore speriamo che tu stia bene tanti auguri x il Ramadan speriamo che ti porta fortuna e tanti auguri alla tua famiglia per il ramadan e tanti auguri a tutto il mondo mussulmano x il Ramadan, io sto morendo sono dimagrito troppo, credimi non riesco neanche ad alzarmi dal letto, spero Dio che fai presto Amore mio ma no dirlo a mia madre, bisogna accettare il destino, io ho ricevuto la tua lettera ti dico che mi dispiace iolosciopero non lo tolgo di questa vita a me non me ne frega niente STO MORENDO!!! SAMI


PAVIA, LO SCIOPERO DELLA FAME FATALE AL DETENUTO TUNISINO
Detenuto morto, ultimi giorni dentro e fuori dall’ospedale
Novantasei ore di odissea prima di morire. Lo psichiatra lo aveva rimandato in carcere
PAVIA. Cinque giorni sospeso nel limbo della burocrazia, in attesa che si trovasse la forma di ricovero e di
cura più adeguata. Nel frattempo Sami Mbarka Ben Garci, il tunisino di 42 anni detenuto a Torre del Gallo,
che aveva ingaggiato da un mese e mezzo uno sciopero della fame estremo, è morto. Tre giorni dopo che il
sindaco di Pavia aveva firmato il trattamento sanitario obbligatorio. L’inchiesta avviata dalla Procura di Pavia
dovrà fare luce sugli accadimenti dei suoi ultimi giorni di vita. E sulle eventali responsabilità. Gli atti sono
ancora coperti da segreto, ma tra le carte ci sono parecchi punti da chiarire.
La richiesta di aiuto. Alla fine del mese di agosto, il medico del carcere, Pasquale Alecci, segnala il
problema al magistrato di sorveglianza, Marco Odorisio, e all’amministrazione penitenziaria. Il detenuto non
mangia cibi solidi da quasi 40 giorni. Beve, da quanto riferisce lo stesso detenuto, solo acqua e zucchero. E’
dimagrito 21 chili e non si regge in piedi, ma è lucido e determinato nella scelta di portare avanti una forma di
protesta contro una condanna ritenuta ingiusta. Anche a rischio della propria vita. Il medico prima, e il
magistrato di sorveglianza poi, chiedono al Ministero di intervenire, disponendo il ricovero del tunisino in una
struttura adeguata. Per la precisione, un centro diagnostico terapeutico attrezzato per il ricovero dei detenuti.
L’ospedale San Paolo, ad esempio, che ha un reparto apposito. E anche l’istituto penitenziario di Opera è
attrezzato.
La visita psichiatrica. Il primo settembre, in attesa che si chiarisca la faccenda del ricovero, il detenuto
tunisino viene portato in ospedale d’urgenza. Sta molto male, e Torre del Gallo non ha un presidio sanitario
adeguatamente attrezzato. Tanto più che, a quanto pare, da un paio di settimane mancano nel carcere sia il
cardiologo che lo psichiatra. Il tunisino arriva in ospedale ma rifiuta le cure. Viene visitato da uno psichiatra,
che lo trova lucido e capace di intendere e volere. Per il medico non esistono gli estremi per un trattamento
sanitario obbligatorio. Il detenuto torna in carcere a Pavia.
La risposta del Ministero. Il 2 settembre il Ministero risponde alla richiesta del magistrato di sorveglianza,
ma non ritiene necessario trasferire il detenuto in un centro diagnostico terapeutico dell’amministrazione. Il
“rifiuto” è motivato dal fatto che non esisterebbero, in Italia, centri clinici penitenziari adatti a curare un
detenuto che sia in sciopero della fame. Il Ministero invita a tenere sotto controllo il detenuto, per evitare che
commetta gesti estremi, valutando anche la possibilità di un trattamento sanitario obbligatorio. Il giorno
stesso il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo firma il Tso.
La decisione del magistrato. E’ sempre del 2 settembre il provvedimento del magistrato che, dopo la
risposta del Ministero, dispone il ricovero in una struttura esterna all’a mministrazione penitenziaria. Nel caso
specifico, il Policlinico San Matteo. Il magistrato, che agisce con tempestività, dice anche di non condividere
la decisione del Ministero, visto che l’o biettivo del ricovero di un detenuto che è in sciopero della fame non è
tanto quello della cura, secondo il magistrato, bensì la possibilità di intervenire subito nel caso di un
aggravamento delle condizioni cliniche del paziente.
I ritardi. Il detenuto entra in ospedale, al San Matteo, il 3 settembre. Se vi sia stato un ritardo (lo sciopero
della fame inizia il 17 luglio, ma a metà agosto le condizioni del tunisino sono già preoccupanti) sarà la
magistratura ad accertarlo. Fatto sta che il 4 settembre le sue condizioni invece di migliorare si aggravano. Il
paziente è sottoposto a terapia medica (il diario clinico è sotto sequestro, quindi non è possibile sapere i
dettagli della cartella) e sorvegliato. Ma nella notte del 5, alle 3,45, il detenuto muore. Dopo cinque giorni
frenetici. Una fretta che non è bastata a salvargli la vita.
(15 settembre 2009)
http://laprovinciapavese.gelocal.it/dettaglio/detenuto-morto-ultimi-giorni-dentro-e-fuori-dall’ospedale/1721237



mercoledì 16 settembre 2009

Sul tetto d'Italia.


Già sento le voci gelminare, al riparo della Casa delle Libertà di Potere : ” Sono quattro gatti, la Sapienza è cosa mia, fannulloni” .
Già perchè questa mattina “una ventina tra studenti e insegnanti precari sono saliti sul tetto dell’Università La Sapienza di Roma. Protestano contro i tagli decisi dal ministro Gelmini e minacciano di trascorrere la notte sul posto. Hanno srotolato uno striscione con la scritta: “Scuola e università stessi tagli e stessa precarieta”’.
Pochi pochissimi a protestare, ha ragione Ministra, non varrebbe la pena neanche parlarne ma io sono affetta da una patologia, quella di scrivere, dei pochi e per pochi. Ricorda Cesare Pavese? “Val la pena essere solo, per essere sempre più solo? Solamente girarle, le piazze e le strade sono vuote. Bisogna fermare una donna e parlarle e deciderla a vivere insieme”.
Non credo pensasse a lei o a una donna dell’Istituzione e anche noi come Cesare Pavese non stiamo scappando da casa e non vogliamo restare da sole, da soli . Tantomeno morire, senza pane nè rose, come il tunisino Sami Mbarka Ben Garci che scriveva dal carcere di Torre del Gallo alla fidanzata italiana: “Sono dimagrito troppo, sto morendo. Credimi amore, non riesco nemmeno ad alzarmi dal letto. Ma lo sciopero della fame non lo fermo e di questa vita non me ne frega niente”. Un altro, da sottoporre a Trattamento Sanitario Obbligatorio, questa volta firmato dal sindaco di Pavia. Ed è morto.
Scrivono gli anarchici e libertari di Genova a proposito di sgomberi e contestazioni: “…Ora siamo a “fondo valle”, e dobbiamo ricominciare a spingere il masso su per la china. Sarà difficile, forse ricadrà di nuovo. Ma questa volta a spingerlo siamo di più, e ancora di più potremmo essere. Le denunce sono carta da tribunale, la galera può rinchiudere i corpi ma non i cuori, le case sono solo dei mattoni: le relazioni, la complicità, gli affetti, le idee… queste sono la forza, e queste stanno crescendo. Nonostante tutto, paradossalmente, abbiamo vinto la battaglia… e Sisifo si appresta per una nuova salita”.
E nessuno credo nutra dubbi in proposito…
Invio quindi qualche notizia della prima quindicina di settembre, in materia di protesta sui tetti, le altre sono tante e talmente, che meriterebbero più di un bollettino di guerra. Annunciati da coloro che già da agosto Precari, proteste a oltranza in tutt’Italia non mostravano le chiappe chiare al mare, per non citare i lavoratori dell’Innse per cui cliccando potete anche vedere il video La INNSE di Lambrate. Appunti di una storia di lotta.
Tutto quello che volete aggiungere, fatelo, e sopratutto fatelo sapere che Lavorare stanca: “Tacere è la nostra virtù. Qualche nostro antenato dev’ essere stato ben solo – un grand’uomo tra idioti o un povero folle – per insegnare ai suoi tanto silenzio.”
In ordine cronologico sparso, perdonate…

(Doriana Goracci)

sabato 12 settembre 2009

Le altre domande contro la mania di rassegnazione.


Succedeva ad agosto, mentre in molti erano al mare, ci stava anche Francesco Mastrogiovanni prima su una spiaggia poi su un letto di contenzione. L’altro non è solo un quotidiano che pure ha scritto di lui, è anche Francesco Mastrogiovanni, anarchico intollerante, un caso che solleva ancora domande, non solo quelle che ci pone ossessivamente il Sistema dei Media. Sento ancora la necessità di scriverne anche se altro non posso fare che impegnarmi a ricapitolare e portare a conoscenza di più persone un fatto grave, molto grave, accaduto ad un maestro definito anarchico, magari “affetto da mania di persecuzione” come si è detto, come chi ha vissuto intensamente e che viene rammentato in un Castello vero, che si vedrebbe con piacere far crollare, quasi fosse di carta.
Il primo video che invio, segnalato sul sito La dimora del tempo sospeso e Filarmonici è stato registrato mercoledì 9 settembre al Castello dell’Abate (Castellabate) dove si è tenuto un incontro per ricordare “il caso Francesco Mastrogiovanni” e contiene anche interviste all’editore Giuseppe Galzerano e al curatore della rassegna Alfonso Amendola. La rassegna “Finisterre Plus“ composta da video, musica e performance è stata dedicata per più giorni a William Burroughs con un concerto-reading “La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili” .
” Tra sperimentazione artistica e riflessione sociale. Infatti grazie agli interventi di Giuseppe Galzerano e Giuseppe Tarallo si è ricostruita la tragica fine dell’insegnante anarchico Francesco Mastrogiovanni morto lo scorso 4 agosto nell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo che era stato arrestato e sottoposto a un TSO. A partire da questa storia, piena di ombre e violenza, gli organizzatori hanno voluto ampliare il contesto organizzativo della rassegna dedicata a William Burroughs – autore che spesso ha raccontato le dimensioni della violenza, dell’oppressione e delle gabbie sociali- e proporre la testimonianza di chi ha seguito la storia di Franco Mastrogiovanni (una “storia vera” che sembra uscita da uno dei romanzi – a sfondo persecutorio – del grande scrittore ed artista americano)”
Poi ce n’è un altro di video che pone molte domande, le altre domande: “Ad un mese dalla morte di Francesco Mastrogiovanni all’ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania, l’ex sindaco di Montecorice, Giuseppe Tarallo, pone una serie di interrogativi sui giorni trascorsi all’ospedale “San Luca” e sulla misura del Trattamento Sanitario Obbligatorio, richiesto dagli uffici del Comune di Pollica. Un appello affinché qualcuno risponda”.
Le carte processuali, gli appelli, le indagini sembrano rotolare con il vento quasi d’autunno, come le rivendicazioni di altra natura, il lavoro e la sicurezza, la casa e la salute, l’ informazione,la cultura, la dignità .
Non è una vendemmia felice, si raccolgono spesso solo i semi transgenici del malessere globale. E si dà il caso come ci offre Annalisa Melandri nel suo blog dove “mille solitudini fanno un popolo in lotta…” che leggo e trascrivo Sandro PadulaIn un paese come l’Italia, in questo strano impero del bene, non dovremmo meravigliarci se gli attuali indagati per la morte di Francesco fossero assolti dall’accusa di omicidio colposo. Nessuno però ci venga a dire che Franco, amico della vita, dei suoi giovani studenti, dei suoi concittadini e di tutti i libertari del mondo, si sarebbe suicidato”.
Leggo Franco Senia che racconta di molti anni prima, quando incontrò Francesco Mastrogiovanni per il processo “politico”: “…c’è da dire, per onestà, che quando arrivammo a Vallo, prima che cominciasse il processo, ci incontrammo coi dirigenti del PCI locale. Ricordo ancora il viso del segretario, anche se non ne ricordo il nome. Ci disse che era successo un casino, perché loro avrebbero voluto sostenerci ed aiutarci, fino a metterci a disposizione la sede per fare dormire i compagni. Ma la direzione provinciale aveva posto il veto!
Così si rosicchiavano i soldi, ai libri venduti, e ad altro, per poter pagare l’albergo. Ricordo come, ad un certo punto si “materializzò”, un vecchio amico di Franco Leggio che aveva una pizzeria alla fine del paese, e che, praticamente, ci dava da mangiare. Ce ne sarebbero di cose da ricordare, di nomi e di facce, di storie, dal piacere di incontrarsi in quello strano paese, fino alla notte passata all’addiaccio, in attesa della sentenza. Le lacrime e la rabbia. Perché si seppe ancora una volta che se scampavi ai fascisti, ci pensava lo stato. Com’è tornato a succedere, trentacinque anni dopo!”
Per concludere questo aggiornamento, scelgo Filarmonici ad agosto 2009 su Facebook: *Gruppo per far luce sulla morte di Francesco Mastrogiovanni, avvenuta il 4 agosto 2009 nel reparto psichiatrico (Spdc) dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dove Mastrogiovanni era stato rinchiuso e legato al letto di contenzione a seguito di un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) disposto dal Sindaco di Pollica (SA) il 31 luglio 2009. Francesco Mastrogiovanni era stato condotto nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura contro la sua volontà dopo essere stato prelevato con la forza dai Carabinieri presso il campeggio di Marina Piccola (Comune di San Mauro Cilento) dove si trovava in vacanza. La “cattura” di Mastrogiovanni ha avuto luogo con un ingente dispiegamento di forze, giustificato dalla dichiarazione, contenuta nel provvedimento di TSO, che si trattava di «noto anarchico», personaggio «pericoloso socialmente, intollerante ai carabinieri»*
PERCHE’
“ci appare urgente portare alla luce un aspetto dell’Italia poco noto a chi vive nelle grandi città, all’ombra dell’anonimato che ci regalano le moltitudini: nella provincia, nei piccoli paesi, esiste sovente una sproporzione fra soggetti da controllare e controllori. Questo innesca molte volte una capillarità ossessiva dell’osservazione dello stato. In pratica un’intera stazione dei carabinieri, o un intero ufficio Digos si occupa stabilmente di un unico minimo gruppetto di tipi strani o addirittura di un unico individuo con la “fobia per i carabinieri”. Questa é una vessazione in sé, anche quando non conduce né a TSO né a procedimenti penali. Ma di solito vi conduce. Sono cose che non si sanno. O cui non si pensa. Noi vogliamo che si sappiano, e vogliamo che tutti ci riflettano e possano giudicare se si sentano sicuri grazie a ciò che si fa in nome della sicurezza. E della sicurezza di chi si stia parlando: perché Francesco Mastrogiovanni stava in vacanza e dopo quattro giorni era morto, perché le forze dell’ordine erano andate a prenderlo. Questa é l’unica cosa indiscutibile da cui partiamo. A questo fine intendiamo raccogliere, pubblicare e diffondere tutti gli elementi che emergeranno. Invitando ciascuno a ricavarne le opportune riflessioni. Già che ci siamo, ne avanziamo subito una: gli stessi carabinieri che avevano fatto il blitz contro Mastrogiovanni che passeggiava in ciabatte da mare, adesso portano avvisi di garanzia a medici e infermieri. Lo stesso stato che ha determinato il danno, ora pretende di giudicarlo e di distribuire assoluzioni e forse anche condanne. Nei riguardi tutti, salvo che di sé stesso e delle sue leggi. Ecco, nella ricerca che vorremmo avviare, lo stato non dovrà essere al di sopra delle parti, ma essere chiamato precisamente in giudizio. Già ora infatti, con i soli dati di cui disponiamo, é evidente che Mastrogiovanni é morto a causa dello stato. E che quindi, come sempre d’altro canto, non é dallo stato che possiamo attenderci verità e giustizia”.
Dicono che il Castello dell’Abate costruito nel 1121 e che poi ha dato nome al paese, Castellabate, oggi si presenta in buono stato di conservazione, dominando ancora il litorale del Cilento dall’alto del promontorio di Licosa. Solleviamo lo sguardo, almeno quello, potrebbe incuriosirci e farci muovere il conoscere dal basso e ancora andare. Stare fermi su una Prima Pagina che non offre “altre” notizie, fa grande solo la rassegnazione e la pena. Rimane invisibile l’altra, l’altro, noi.

Per l’anarchico Francesco Mastrogiovanni il TSO è stato doppio. È morto, come da cronaca, mentre la Salute Mentale stava praticando su di lui un Trattamento Sanitario Obbligatorio, previsto, come tutta l’altra legislazione italiana, propriamente all’interno dei Diritti Umani.

(Doriana Goracci)

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