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sabato 29 giugno 2013

L'Enigma Keshe.

di Tom Bosco.

Dopo aver degnamente celebrato il passaggio alla Nuova Era con la nostra festa al B&B Espressione Arte del grande Gerry Lafratta, il tanto discusso 21 dicembre 2012, e goduto della magnifica presentazione offertaci in tale occasione dal mitico Jervé, è giunto il momento di tirare le somme sull’affaire Keshe. Seguire i tre convegni di fila organizzati in Italia nei giorni 15-16-17 di questo mese (a Montichiari, Abano Terme e Bologna) è stato un autentico tour de force, per quanto necessario a cercare di capire se ci troviamo davvero di fronte ad una rivoluzione scientifica e tecnologica epocale, oppure ad una bufala ben architettata e sostenuta… ma in tal caso, a vantaggio di chi?

L’ingegner Keshe non è stato di grande aiuto nel cercare di dirimere l’annosa questione: molti dei partecipanti, dopo aver pagato dai 30 ai 50 euro per assistere agli eventi, si aspettavano una dimostrazione pubblica del mitico reattore, o almeno qualche documentazione concreta dei suoi esperimenti, e sono rimasti piuttosto delusi nel sentire e vedere materiale perlopiù disponibile in rete ormai da settimane, se non da mesi, o vedersi propinare alcune sequenze filmate che non mostravano nulla di conclusivo, generando ancor più confusione. Per non parlare poi del “modellino” (o presunto tale) di un reattore, platealmente maneggiato dallo scienziato iraniano con tanto di guanti in lattice…

Paradossalmente, proprio dopo la sua esposizione più riuscita e convincente, almeno secondo me, di quella che è l’infrastruttura teorica della fisica da lui proposta (a Bologna), Keshe si è palesemente innervosito quando gli ho gentilmente fatto notare quanto sopra esposto, evocando le minacce subite dalla sua persona e dai suoi familiari e i pericoli che sta correndo, ricordando i sequestri di materiale subiti dalle autorità del governo belga e della sua stessa persona da quelle canadesi, durante uno scalo in un suo viaggio verso il Messico.

Senza entrare nei dettagli, in varie occasioni ha rilasciato dichiarazioni risultate in alcuni casi palesemente esagerate o quantomeno fuorvianti riguardo a ingegneri italiani che starebbero producendo un prototipo di reattore o aziende nostrane pronte a produrlo in serie. Per non parlare degli enormi problemi logistici e finanziari dei quali si sono fatti carico i vari organizzatori degli eventi, nel gestire un entourage di dieci persone in arrivo da posti diversi presso aeroporti diversi, da sistemare in varie strutture e da spostare a destra e a manca sotto scorta, in una cornice quasi hollywoodiana che sfiorava il grottesco.


A prescindere da questo bizzarro scenario, i sostenitori di Keshe non demordono, in primis l’onorevole leghista Fabio Meroni, che ha coraggiosamente legato le proprie fortune politiche all’implementazione delle tecnologie proposte dall’ingegnere iraniano, presentando ben due interrogazioni parlamentari al governo, peraltro ormai dimissionario. Dunque, nonostante tutte le “stranezze” che circondano l’affaire Keshe, l’impressione è che in mezzo a tanto fumo vi sia anche un po’ di arrosto, come ben documentato da questo articolo di Massimo Mazzucco. Considerando che le applicazioni mediche della sua tecnologia sembrano realmente assai efficaci e verranno definitivamente comprovate dai risultati su alcuni pazienti italiani attualmente in cura presso la sua fondazione, è ragionevole presumere che anche quelle energetiche e antigravitazionali possano funzionare come promesso, malgrado l’annuncio di un rinvio di 45/60 giorni nella consegna dei generatori già prenotati da molti acquirenti che avevano versato l’anticipo richiesto. Nonostante il più che giustificato scetticismo di alcuni “insider” che stanno seguendo da vicino la questione, io ritengo che potremmo presto avere delle sorprese, anche in virtù del fatto che una nuova “fisica del plasma” e le relative applicazioni tecnologiche non sono certo una novità: il pensiero corre all’affascinante e sempre più gettonata teoria del cosiddetto “Universo Elettrico”, o agli esperimenti nazisti con la misteriosa “campana” o, più recentemente, quelli statunitensi col misterioso TR3B Astra.


Insomma, Keshe non avrebbe lavorato su concetti sconosciuti (al contrario, visto che persino vari testi vedici, antichi di svariate migliaia di anni, citano i misteriosi propulsori al plasma di mercurio dei mitici Vimana…), ma potrebbe averli sviluppati e inquadrati in un contesto originale e innovativo, e infine rivelarsi quel catalizzatore che innescherà cambiamenti radicali sotto ogni punto di vista: etico, sociale, scientifico, filosofico, tecnologico…

Memore dei numerosi annunci eclatanti, poi finiti in una bolla di sapone, dei quali sono stato testimone negli ultimi anni (dall’auto volante di Moller ai vari generatori free energy presentati come pronti per la produzione e commercializzazione e di cui non si è saputo più nulla, come l’Orbo della Steorn) rimango estremamente prudente, ma anche speranzoso che quello di Keshe possa essere davvero il punto di svolta che molti di noi auspicano…



fonte: Nexus

giovedì 27 dicembre 2012

Agrobusiness: il nostro veleno nel piatto.


DI MANULE ALFIERI
ecoportal.net

Marie-Monique Robin: “Se c’è volontà politica, in quattro anni mettiamo fine all’attuale modello agroalimentare”.
Da Parigi, la giornalista investigativa critica duramente l’agrobusiness e propone una soluzione alla crisi che ha colpito l’agricoltura mondiale: la realizzazione dell’agroecologia su grande scala.

Una nuova inchiesta della giornalista francese Marie-Monique Robin è appena stata pubblicata. Si tratta del libro “Notre poison quotidien” (in italiano “Il veleno nel piatto” edito da Feltrinelli, N.d.T.), un lavoro che, al pari di “Il mondo secondo Monsanto”, è stato realizzato sia come libro sia come documentario cinematografico. L’autrice offre un’analisi estremamente dettagliata delle responsabilità dell’industria chimica nell’epidemia delle malattie croniche. “Parlo dell’incredibile aumento di tumori, malattie neurodegenerative, disturbi della riproduzione, diabete e obesità che si registrano nei paesi “sviluppati”, al punto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di ‘epidemia’”, spiega la Robin.



- A cosa si riferisce quando parla del “nostro veleno quotidiano”? 

- Ai prodotti chimici che troviamo ogni giorno nel cibo, che siano sottoforma di pesticidi, additivi alimentari o plastiche utilizzate per gli alimenti. Queste molecole chimiche sono presenti in dosi molto basse. Quello che dimostro nella mia ricerca, e che nessuno ha negato finora, è che queste dosi molto basse di residui, che si suppone non abbiano alcun effetto, hanno invece effetti nocivi per la salute umana. - L’uso di questi prodotti presenti nei cibi è autorizzato?

- Certamente. La valutazione dei prodotti chimici praticata dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, o dalla FDA negli Stati Uniti, si basa sul principio di Paracelso secondo il quale è la quantità che rende un veleno tale. La cosiddetta “Dose Giornaliera Ammissibile” (DGA) si basa su questo. Ciò che dimostro è che questo principio non è valido per molte molecole, che non serve a niente.

- Perché?

- Perché questa specie di Bibbia è basata sul nulla. Non c’è nessuno studio serio alla base. Tutti credevano che con la DGA saremmo stati al sicuro, ma nessuno si è mai chiesto da dove venisse. Questo è il fulcro della mia ricerca. La DGA è stata fabbricata a tavolino da cinque persone negli anni ’60. Lo fecero in buona fede, perché si stavano chiedendo cosa potevano fare per moderare l’effetto delle molecole chimiche, che sappiamo essere altamente tossiche. Ma non hanno mai proposto di proibire l’uso di questi veleni presenti nel nostro cibo. Pensavano che in nome del “progresso” o dello “sviluppo” avremmo dovuto correre questi rischi, non poteva essere altrimenti.

- Queste norme sono avallate da organismi statali?

- Sì. Si nascondono dietro un regolamento statale, che sembra essere molto indipendente, molto serio e molto scientifico, con molti dati e molte cifre, con tonnellate di scartoffie, ma quando ti metti a studiarlo ti rendi conto che è stato realizzato affinché le autorità pubbliche potessero dire: “Stiamo bene, siamo nella norma”. Ma se è una norma seria, che realmente serve a proteggere la gente, allora perché la cambiano continuamente? La adeguano agli interessi delle industrie, più che alla salute della popolazione.

- Perché, secondo lei, non c’è stata nessuna risposta alla sua ricerca da parte dell’industria chimica?

- Perché sono dati e perché loro lo sanno. La ricerca ha suscitato scalpore appena è uscita. I produttori chimici hanno detto: “La Robin esagera un po’”. Ma niente di più. Sicuramente colgono sempre l’occasione per dire che questo lavoro è un po’ esagerato, oppure le grandi imprese pagano gente che cerca di screditarmi sul mio blog. 

- Nel suo lavoro lei sostiene che la “Rivoluzione Verde” degli anni ’60 prometteva di alimentare tutto il mondo, ma che in realtà non è mai stata neanche vicina a riuscirci. Perché?

- Nel mio prossimo documentario, che uscirà tra un mese (magari arrivasse in Argentina!) -si intitola “Il raccolto del futuro”-, rispondo proprio a questa domanda. Il discorso è sempre lo stesso: “Se proibiamo gli agrotossici, non possiamo alimentare il mondo, moriremo di fame”. Questa argomentazione è molto interessante, ma falsa. La famosa “Rivoluzione Verde” ha portato a un impoverimento delle risorse naturali e a una contaminazione generalizzata dell’ambiente, a causa dell’uso massivo di prodotti chimici. Ho viaggiato per un anno in undici paesi. La conclusione che ho tratto è che se oggi c’è un miliardo di persone che non mangia o che ha problemi di fame è a causa degli agrotossici. Non solo per gli agrotossici in sé, ma per tutto il sistema di mercato legato a questo business.

- Come influisce sul mercato?

- Questo aspetto ha a che fare con una catena che si estende a livello mondiale. In Argentina ci sono 18 milioni di ettari coltivati con soia transgenica, fumigati con agrotossici, che stanno distruggendo allevatori e piccoli produttori che realmente danno da mangiare alle popolazioni locali. Qui in Francia stiamo sterminando il 3% della popolazione degli agricoltori e le grandi fattorie. Tutto è collegato, perché quelli che vendono gli agrotossici sono gli stessi che controllano il mercato dei semi, come Cargill e Monsanto. Queste multinazionali stanno seminando la fame nel mondo.

- Come si fa a uscire da questo sistema?

- Attraverso l’agroecologia, l’agricoltura organica, basata in piccole unità autonome a livello energetico, in cui si utilizzano le risorse naturali e la varietà di piante, perché la monocoltivazione è una catastrofe per l’ambiente.

- Ma l’agroecologia si può realizzare anche su grandi estensioni o su scala nazionale?

- Certamente, senza nessun problema. L’unico ostacolo è la mancanza di volontà politica. In Europa stiamo combattendo questa battaglia. L’anno prossimo avremo un cambiamento nella famosa politica agricola dell’Unione Europea. Stiamo chiedendo che i sussidi che si danno qui agli agricoltori, o alle grandi imprese, quelle che più inquinano l’ambiente, siano stanziati per gli agricoltori che vogliono passare all’agroecologia. In solo quattro anni si può cambiare rotta. È solo una questione di volontà politica e, volendo, si può mettere fine a questo modello agroalimentare criminale globale. Bisogna sottrarre l’agricoltura alle grinfie del commercio. Il cibo non è un prodotto qualsiasi: nessuno può vivere senza. Nessuno può vivere senza contadini. Ogni paese dovrebbe proteggere i propri contadini. Sentiamo sempre dire che i prodotti dell’industria chimica sono più economici di quelli biologici, ma non è vero, perché l’industria chimica genera una gran quantità di spese indirette. 

- La proibizione degli agrochimici sarebbe un modo per risparmiare denaro o, al contrario, una perdita economica?

- L’Unione Europea ha realizzato uno studio secondo il quale se proibissimo gli agrotossici, solo tenendo in considerazioni i soldi spesi per il cancro dei contadini e degli altri, potremmo risparmiare 27 miliardi di euro l’anno. E parliamo solo del cancro.

- Nel suo libro, lei sostiene che il cancro è una malattia “nuova”, propria della civilizzazione. Com’è possibile?

- Volevo saperlo, perché si dice sempre che il cancro è relazionato ai prodotti chimici. Bene, volevo verificare se prima esistesse il cancro o meno. Ho studiato molti libri, moltissime relazioni di gente che ha viaggiato durante il XIX secolo in cui si afferma che il cancro era quasi inesistente. I tumori fecero la loro comparsa con la civiltà industriale. È un fatto. Ed è interessante vedere come sono andati aumentando. È interessante anche vedere come si organizza l’industria per affermare il contrario.

- Con il passare degli anni, la popolazione ha preso coscienza che molte sostanze di uso quotidiano - come la sigaretta o il sale - sono dannose per la salute. Pensa che possa succedere la stessa cosa con gli agrochimici?

- È molto diverso, perché questi prodotti si trovano ovunque e non lo sappiamo. Una persona che fuma conosce i rischi ed è una decisione personale. Negli alimenti, invece, uno non sa quanti prodotti chimici sta ingerendo. Molte donne non sanno, per esempio, che una delle cause principali del tumore al seno, sebbene non l’unica, sono i deodoranti. Per questo dico alle donne di non utilizzare nessun deodorante, perché contengono perturbatori endocrini che vanno direttamente al seno. La popolazione non lo sa. Inoltre, si stanno utilizzando prodotti che non sono stati prima analizzati. Dobbiamo riappropriarci del contenuto della nostra alimentazione quotidiana, riprendere le redini di ciò che mangiamo, affinché la smettano di infliggerci piccole dosi di diversi veleni senza alcun beneficio.

Fonte: http://www.ecoportal.net/Temas_Especiales/Suelos/Agronegocio_El_veneno_nuestro_de_cada_dia

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da SILVIA SOCCIO

sabato 20 ottobre 2012

Climagate e mistificazione di massa.





Leggendo qua e là nel web, si sa, si trova di tutto un po'. Molte volte bufale, molte volte mezze verità, altre volte scomode rivelazioni introvabili nei media asserviti e di regime, tante volte pensieri, teorie, opinioni delle più disparate.
Sono incappato così nel mio girovagare stanco in un articolo che parla di riscaldamento globale. Il solito, vecchio tema ecologista, che da oltre trent'anni infiamma dibattiti, coscienze, movimenti, conferenze, misure legislative, pensai.
Ebbene no.
L'articolo (lo potete leggere qui) sostiene che il riscaldamento globale è una bufala. Un giochino mediatico creato ad arte attraverso dati sbagliati, palesemente fasulli, manipolazioni ed esagerazioni.
Ma a quale pro?
L'articolo non lo spiega, ma girando per altre decine di siti (di cui non riporto le fonti per pigrizia) che trattano il tema, si va dalla manipolazione mediatica e scientifica per accaparrarsi i fondi di ricerca (molto plausibile) alle teorie del complotto vere e proprie. Tra queste spicca senz'altro quella di indirizzare l'opinione comune, mondiale, ad accettare gradualmente l'idea di una riduzione sensibile della popolazione mondiale onde diminuirne l'impatto sull'ecosistema e quindi sul riscaldamento globale.
Aldilà della fondatezza o meno di queste “teorie”, resta il dato che un numero crescente di scienziati stia denunciando il “Climagate”, giornalisticamente ribatezzato in questo modo in Inghilterra, come una delle più grandi mistificazione di massa della storia.
Se fosse vero, sarebbe gravissimo. E' indubbio.
E ci lascerebbe una certezza fondata: che la manipolazione mass mediatica può davvero tutto. Che la realtà può essere manipolata da chi detiene il controllo dei mezzi di informazione in qualsiasi modo gli aggrada, per qualsiasi scopo, per qualunque argomento, generando una distorsione profonda della percezione collettiva che diventa deleteria e potenzialmente devastante.
Sinceramente non so più a che santo votarmi!
Di chi ci possiamo fidare?
Poi vai a guardare i personaggi che negli anni hanno stimolato l'opinione pubblica sul tema del riscaldamento globale e scopri i soliti noti, i soliti grandi gruppi finanziari, le fondazioni private dei vari Bill Gates, Al Gore, seguiti da una schiera di “scienziati” al soldo, che per anni hanno vaticinato la fine del mondo.
E allora ti chiedi: ma quali interessi nascondono? Ogm? Vaccini? Manipolazione climatica militare? Programmi di riduzione della popolazione?
E divento complottista anch'io, mio malgrado. E penso e non mi fido più di niente.
Cosa dobbiamo fare? 
Una considerazione generale comunque è pur necessaria.
Ammesso che davvero il riscaldamento globale sia una bufala inventata per chissà quali progetti e quali interessi, dobbiamo quindi accettare anche l'inquinamento come qualcosa di naturale?
Il pianeta è comunque devastato dall'attività umana. Estrazioni petrolifere, di materie prime, metalli, lavorazioni industriali, impianti nucleari, inquinamento automobilistico, inquinamento aereo, rifiuti, consumo sfrenato e chi più ne ha più ne metta. Le specie animali che si estinguono sono migliaia ogni anno, come non succedeva da millenni. Gli equilibri ecosistemici sono comunque minacciati seriamente. La deforestazione insidia interi continenti, l'erosione e l'inaridimento dei suoli mette a rischio l'alimentazione umana, le malattie derivanti dalle attività nocive umane (tumori, problematiche polmonari, malformazioni genetiche, virus ecc.) non sono un'invenzione dei media o di qualche “scienziato pazzo” corrotto. Sono tutti aspetti reali del vivere umano e di questo sistema di produzione.
Allora non vorrei che, se la bufala del riscaldamento globale fosse confermata e portata alla ribalta, si cominciasse a pensare che tutto vada bene, che i nostri modelli produttivi e di consumo siano virtuosi, che possiamo continuare a spendere e spandere, a buttar veleni qua e là come più ci piace, a continuare e accettare gli scempi ecologici che abbiamo sotto gli occhi. Non vorrei che venuto meno il “pericolo CO2” ci dimenticassimo come sia nocivo vivere vicino ad (o lavorare in) impianti industriali come l'Ilva di Taranto, per fare uno su migliaia di esempi. Non vorrei ci dimenticassimo come sia pericoloso e dannoso l'uso di pesticidi e diserbanti. Come sia potenzialmente distruttivo l'utilizzo di centrali nucleari e a carbone. Come sia devastante l'estrazione ad esempio dell'oro o degli scisti bituminosi, o lavorare nelle miniere. Come sia deleterio l'incenerire rifiuti e contaminare colture, acqua e animali con le nanoparticelle che ne scaturiscono. Come sia deleterio permettere la deforestazione selvaggia, la distruzione degli habitat naturali, l'inquinamento del mare.

Quello che voglio dire, seppur confusamente e di getto, è che non perchè sia svanito lo spettro del riscaldamento globale tutto sia da considerarsi salvo e noi poveri esseri umani tutti dei virtuosi.
Al contrario!
Il nostro modo di vivere, di consumare, di concepire i prodotti da consumo, il nostro modo di atteggiarci e di porci nei confronti della natura, dell'ambiente, degli animali e di tutto il creato, dimostrano ampiamente quanto ci siamo allontanati dalla nostra vera natura, che è quella di esseri viventi (animali) che dovrebbero cercare l'equilibrio con l'ambiente nel quale viviamo, adoperandoci di preservarlo e di proteggerlo, di sentirlo come parte della nostra stessa anima.
E invece l'equazione dominante porta a considerare l'ambiente come risorsa da sfruttare per trarre profitto, senza nessun'altra considerazione accessoria. E non basta farsi la tessera del WWF o salvare qualche nido d'uccello per essere davvero degli uomini degni di questo nome.
In questo siamo tutti colpevoli. E questa del riscaldamento globale sarebbe solo l'ennesima bugia che ci raccontiamo l'un l'altro, senza battere ciglio.
Con la naturalezza di una superiorità intellettiva che si trova scritta solo sui libri, ma che nella realtà non è mai esistita e mai potrà esserlo.
Perchè le bugie non sono intelligenti.
Al massimo furbe.
E la furbizia non è sinonimo di intelligenza, ma il più delle volte di malvagità ed egoismo.

(Francesco Salistrari)

mercoledì 26 agosto 2009

'O Sole mio.


E' davvero un Sole anomalo quello che splende nel cielo di questi ultimi anni. Un Sole che sembra non volersi risvegliare dal suo ultimo ciclo di macchie solari che aumentano e diminuiscono a cicli della durata media di 11 anni. L'ultimo massimo si ebbe nel 2001. Il successivo era quindi atteso attorno al 2012. Ma se le cose continuano come in questi mesi, quel massimo potrebbe slittare di molto e le fosche previsioni di catastrofiche tempeste magnetiche per il 2012 sfumare nel nulla.

Il motivo è presto detto. Da quando il numero di macchie solari ha raggiunto il minimo, attorno al 2007-2008, non si è visto il ritorno all'aumento nel loro numero che ci si aspettava per la fine del 2008 stesso. Ad oggi, 24 agosto 2009, sono 44 i giorni consecutivi durante i quali il Sole non ha mostrato alcuna macchia. Ai primi di luglio infatti, un gruppo di macchie denominate con la sigla "1024" aveva fatto pensare a un ritorno all'attività, ma dopo la loro breve apparizione, il Sole è tornato completamente privo di macchie.

A questi fatti si aggiungono altre statistiche che pongono gli astronomi sul "chi va là". Dall'inizio del 2009, anno in cui le macchie solari sul Sole dovrebbero essere ormai numerose, il numero di giorni in cui la stella ne è apparsa priva è di 186, che corrisponde al 79% del totale dei giorni dell'anno. Dal 2004 i giorni senza macchie risultano 697, quando, mediamente, il numero di giorni privi di macchie durante una fase di "minima attività" si aggira attorno ai 485. Vi è poi un ultimo dato: il 2008 ha registrato 266 giorni senza macchie, per trovare un anno con un dato superiore a questo bisogna risalire al 1913, quando furono 311.

Le macchie solari sono una regione del Sole dove la temperatura - di circa 5.000 gradi - è inferiore rispetto a quella circostante - di circa 6.000 gradi - e per questo appaiono più scure, ma al contrario in loro prossimità è molto più intensa l'attività magnetica. Ed è proprio l'intenso campo magnetico correlato alle macchie solari a bloccare il flusso di calore proveniente dalle profondità della stella. Senza attività magnetica, dunque non ci sono macchie solari.

Bill Livingston e Matt Penn del National Solar Observatory di Tucson (Arizona, USA), in un lavoro apparso sull'ultimo numero della rivista scientifica Eos, dimostrano che da alcuni decenni a questa parte i campi magnetici delle macchie solari si stanno notevolmente indebolendo. I due ricercatori stanno rilevando il loro valore dal 1992 e ciò che appare è estremamente evidente. Spiega Livingston: "Dal 1992 ad oggi il valore è sceso da circa 3.000 gauss (l'unità di misura della densità del flusso magnetico) a 2.100, raggiungendo anche il valore di 1.900 nel 2007". Anche se i due scienziati sono certi dei valori registrati, è comunque ancora troppo presto per giungere a conclusioni, certo è che se si estrapolano i loro dati si scopre che il campo magnetico delle macchie solari dovrebbe scomparire del tutto entro poche decadi.

E se così fosse? Potrebbe accadere quello che avvenne tra il 1645 e il 1715, un periodo diventato noto come "Minimo di Maunder". In quell'arco di tempo le macchie divennero estremamente rare, ma quel che è interessante è il fatto che in quel periodo in Europa e in Nord America si verificò la "Piccola Era Glaciale", un arco di tempo tremendo per la sopravvivenza della popolazione di mezzo mondo per il freddo che scese sul pianeta.

Troppo presto per giungere a drammatiche conclusioni, anche perché non è tardi per tenere sotto controllo continuo la stella della vita.


fonte: http://www.repubblica.it

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