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giovedì 29 maggio 2014

Il pacco Atlantico: la vera agenda di Obama.

di Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco.

Scopo centrale della visita del presidente Obama in Europa – dichiara Susan Rice, consigliera per la sicurezza nazionale  – è «premere per l’unità dell’Occidente» di fronte alla «invasione russa della Crimea».
Il primo passo sarà l’ulteriore rafforzamento della Nato. L’alleanza militare che, sotto comando Usa, ha inglobato nel 1999-2009 tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre dell’ex Urss e due ex repubbliche della Jugoslavia (distrutta dalla Nato con la guerra); che ha spostato le sue basi e forze militari, comprese quelle a capacità nucleare, sempre più a ridosso della Russia, armandole di uno «scudo antimissili», strumento non di difesa ma di offesa; che è penetrata in Ucraina, organizzando il golpe di Kiev e spingendo così la Crimea a separarsi e unirsi alla Russia. «Cambia il quadro geopolitico»,  annuncia il segretario generale  della Nato: «Gli alleati devono rafforzare i loro legami economici e militari di fronte all’aggressione militare russa contro l’Ucraina». Si prospetta dunque non solo un rafforzamento militare della Nato perché accresca «la prontezza operativa ed efficacia nel combattimento», ma allo stesso tempo una  «Nato economica», tramite «l’accordo di libero scambio Usa-Ue» funzionale al sistema geopolitico occidentale dominato dagli Stati uniti.
Una Nato che, ribadisce Washington, «resterà una alleanza nucleare». Significativo è che la visita di Obama in Europa si sia aperta con il terzo Summit sulla sicurezza nucleare. Una creazione dello stesso Obama (non a caso Premio Nobel per la pace), per «mettere in condizione di sicurezza il materiale nucleare e prevenire così il terrorismo nucleare». Questo nobile intento perseguono gli Stati uniti, che hanno circa 8000 testate nucleari, tra cui 2150 pronte al lancio, alle quali si aggiungono le 500 francesi e britaniche, portando il totale Nato a oltre 2600 testate pronte al lancio, a fronte delle circa 1800 russe. Potenziale ora accresciuto dalla fornitura del Giappone agli Usa di oltre 300 kg di plutonio e una grossa quantità di uranio arricchito adatti alla fabbricazione di armi nucleari, cui si aggiungono 20 kg da parte dell’Italia. Partecipa al summit sulla «sicurezza nucleare» anche Israele – l’unica potenza nucleare in Medio Oriente (non aderente al Trattato di non-proliferazione) – che possiede fino a 300 testate e produce tanto plutonio da fabbricare ogni anno 10-15 bombe tipo quella di Nagasaki. Il presidente Obama ha contribuito in particolare alla «sicurezza nucleare» dell’Europa, ordinando che circa 200 bombe B-61 schierate in Germania, Italia, Belgio, Olanda e Turchia (violando il Trattato di non-proliferazione), siano sostituite con nuove bombe nucleari B61-12 a guida di precisione, progettate in particolare per il caccia F-35, comprese quelle anti-bunker per distruggere i centri di comando in un first strike nucleare.
La strategia di Washington ha un duplice scopo. Da un lato, ridimensionare la Russia, che ha rilanciato la sua politica estera (v. il ruolo svolto in Siria) e si è riavvicinata alla Cina, creando una potenziale alleanza in grado di contrapporsi alla superpotenza statunitense. Dall’altro, alimentare in Europa uno stato di tensione che permetta agli Usa di mantenere tramite la Nato la loro leadership sugli alleati, considerati in base a una differente scala di valori: con il governo tedesco Washington tratta per la spartizione di aree di influenza, con quello italiano («tra i nostri amici più cari al mondo») si limita a pacche sulle spalle sapendo di poter ottenere ciò che vuole..
Contemporaneamente Obama preme sugli alleati europei perché riducano le importazioni di gas e petrolio russo. Obiettivo non facile. L’Unione europea dipende per circa un terzo dalle forniture energetiche russe: Germania e Italia per il 30%,  Svezia e Romania per il 45%, Finlandia e Repubblica Ceca per il 75%, Polonia e Lituania per oltre il 90%.  L’amministrazione Obama, scrive ilNew York Times, persegue una «strategia aggressiva» che mira a ridurre le forniture energetiche russe all’Europa: essa prevede che la ExxonMobil e altre compagnie statunitensi forniscano crescenti quantità di gas all’Europa, sfruttando i giacimenti mediorientali, africani e altri, compresi quelli statunitensi la cui produzione è aumentata permettendo agli Usa di esportare gas liquefatto.
In tale quadro rientra la «guerra dei gasdotti»: obiettivo statunitense è bloccare il Nord Stream, che porta nella Ue il gas russo attraverso il Mar Baltico, e impedire la realizzazione del South Stream, che lo porterebbe nella Ue attraverso il Mar Nero. Ambedue aggirano l’Ucraina, attraverso cui passa oggi il grosso del gas russo, e sono realizzati da consorzi guidati dalla Gazprom di cui fanno parte compagnie europee. Paolo Scaroni, numero uno dell’Eni, ha avvertito il governo che, se venisse bloccato il progetto South Stream, l’Italia perderebbe ricchi contratti, come l’appalto da 2 miliardi di euro che la Saipem si è aggiudicata per la costruzione del tratto sottomarino. Bisogna però fare i conti con le pressioni Usa.
Il presidente Obama si dedica comunque anche a opere di bene. Con Papa Francesco parlerà domani del «comune impegno nel combattere la povertà e la crescente ineguagliamza». Lui  che durante la sua amministrazione ha fatto salire il tasso di povertà negli Usa dal 12% al 15% (oltre 46 milioni di poveri) e quello infantile dal 18% al 22%, mentre i superricchi (lo 0,01% della popolazione) hanno quadruplicato il loro reddito. Obama «ringrazierà il Papa anche per i suoi appelli per la pace». Lui, presidene di uno stato la cui spesa per armi e guerre equivale a circa la metà di quella mondiale.


sabato 5 aprile 2014

Anime di plastica.

di Francesco Salistrari.


Simili a sentieri inespressi.

Forse non c’è posto per noi, in questa vita, in questo mondo di plastica. Dove anche le gocce d’acqua hanno natura industriale.

Siamo complici, certo. Fin dalla nascita. Generazione di mezzo, di un tempo di mezzo. Un ponte che si apre su un futuro dove non c’è posto. Non c’è spazio per le idee. Le idee esistono già, preconfezionate, industriali anch’esse, simili a congegni meccanici con l’autodistruzione incorporata. Replicate. Replicanti. Adatte ad un mondo di replicanti.

E’ come una cappa di piombo sulle coscienze. Pesante. Inquinante. Tossica. Che schiaccia le menti e le costringe a pensare nell’unico modo accettabile: in prima persona.

E sfugge un sorriso a considerare cosa possa essere una persona. Un niente galleggiante, un pozzo di intenzioni inespresse e inesprimibili, un accumulo di emozioni incondivisibili, atone, impalpabili come vento.

Senza toccarsi non si può esistere. Non esiste senso per una pelle che non si può accarezzare, non esiste senso per due labbra che non si possono baciare.

Il cibo di cui si nutre l’anima, è intorno a noi. Sono quegli occhi che ci guardano e ci chiedono un perché. Sono il sorriso di un bambino che gioca. Sono la bellezza di quella natura dalla quale proveniamo.

Siamo acqua. Non plastica.

Ma restiamo esposti nelle vetrine, manichini, ben vestiti ed eleganti, belli, perfetti, con gli occhi senza vita. Riflessi di un riflesso di una grandezza perduta. Disgregata da un odio prepotente, viscerale, virale, epidemico.

L’umanità è malata di sé stessa. Di quell’immagine che essa stessa si è attribuita, unilateralmente, senza il coraggio di chieder permesso a Dio, pur fingendo di pregarlo ogni giorno.

Il lato oscuro della Luna è il nostro mondo. Quello che ci siamo scelti. Illuminato dalla nostra elettricità.

Non ci resta che pagare le bollette.


venerdì 31 gennaio 2014

Il mondo va verso una crisi energetica globale.


DI NAFEEZ AHMED
The Guardian


Importanti personaggi del mondo dell’industria, dell’esercito e della politica esplorano i rischi di un caos finanziario, dell’esaurimento del petrolio e di una possibile catastrofe climatica. 

Un’importante conferenza, sponsorizzata da un alto ufficiale dell’esercito americano, ha riunito vari esperti a Washington e Londra, che hanno paventato come la continua dipendenza dai combustibili fossili possa mettere il mondo a rischio di una seria crisi energetica, che potrebbe infiammare una crisi finanziaria ed esacerbare un pericoloso cambiamento.


Il 'Transatlantic Energy Security Dialogue’ (Conferenza sull’energia e la Sicurezza Transatlantica), che si è tenuto il 10 dicembre dello scorso anno, è stato co-organizzato privatamente dal Tenente Colonnello dell’esercito americano Daniel L. Davis in associazione con l’ex geologo petrolifero Jeremy Leggett, direttore dell’UK Industry Taskforce on Peak Oil and Gas (commissione del Regno Unito sul Picco del Petrolio e del Gas).

I partecipanti, collegati in videoconferenza, erano ufficiali militari in pensione, esperti di sicurezza, quadri dell’industria e politici dei maggiori partiti, tra cui due ex ministri britannici. Secondo il colonnello Davis, veterano con alle spalle quattro periodi di servizio in Afghanistan e in Iraq, e collaboratore dell'Armed Forces Journal:

"Abbiamo organizzato l’evento per evidenziare che l’idea che va per la maggiore - quella di una futura produzione di petrolio e gas che sia in grado di sostenere indefinitamente il nostro attuale stile di vita - è basata su una scelta selettiva dei dati. Abbiamo riunito esperti di vari campi, con un largo spettro di vedute, al fine di poter valutare in modo comprensivo le informazioni più importanti. Quando se ne osservano solo alcune, come ad esempio la rinascita della produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti, il quadro sembra roseo ma, scavando un po’ più a fondo, è evidente come questa sia solo una parte del quadro. L’insieme complessivo dimostra invece che il nostro sistema attuale non può continuare senza prendersi rischi significativi.”
La discussione si è aperta con la presentazione di Mark C. Lewis, ex capo della ricerca energetica alla Divisione Materie Prime della Deutsche Bank, che ha evidenziato tre problemi interconnessi che riguardano il sistema energetico globale: un "elevato tasso di declino" della produzione globale; investimenti "sempre maggiori” per poter "trovare nuovo petrolio"; e dal 2005, “esportazioni di petrolio greggio in calo su scala globale”.

Lewis ha riferito inoltre ai partecipanti che l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) dispone, nel suo World Energy Outlook, di analisi "esaustive" sui 1.600 campi petroliferi più importanti, che forniscono circa il 70% dell'attuale fornitura globale di petrolio. L’analisi rivela un “tasso di declino riscontrato del 6,2%" – il doppio della stima di circa il 3% dell’IEA sul declino ipotizzato fino al 2035. Il rapporto dell’IEA mostra inoltre che, nonostante gli investimenti dell’industria petrolifera siano triplicati dal 2000 (un incremento del 200-300% circa), l’incremento della fornitura di petrolio nello stesso periodo è stato appena del 12%.
Lewis ha detto:
“Si tratta di un dato strabiliante che dovrebbe preoccupare e far suonare un campanello d’allarme. Per me ciò significa che qualcosa è davvero cambiato nell’economia dell’industria petrolifera e che bisogna investire sempre di più per incrementare una produzione in costante diminuzione. “


Lewis ha inoltre riferito all’EIA (Energy Information Administration) come, nonostante un aumento globale delle esportazioni di greggio “dal 2001 al 2005" e “un picco nel 2005”, ci sia un “calo significativo dal 2009 in poi”. Lewis ha attribuito questo trend al vertiginoso aumento della popolazione nel Medio Oriente, che ha portato a una maggiore domanda interna, che a sua volta ha eroso la quantità di petrolio esportabile sul mercato mondiale. La popolazione dei paesi dell’OPEC (Organisation of Petroleum Exporting Countries) è aumentata a un tasso doppio rispetto alla tendenza globale dal 2000 in avanti. Ciò ha provocato un incremento del consumo interno di petrolio a un ritmo quattro volte più veloce, circa il 56%, rispetto al resto del mondo. Questi incrementi nel consumo nazionale, che limitano le esportazioni globali, sono stati possibili grazie a un relativo incremento dei sussidi interni, ha detto Lewis. I sussidi ai combustibili fossili sono aumentati di 544 miliardi di dollari, quasi la metà stanziati da Arabia Saudita e Iran.


Basandosi su questa tendenza al declino delle esportazioni petrolifere, Lewis ha contestato la previsione dell’IEA di un incremento delle esportazioni/importazioni globali di petrolio greggio da 35 a 38 milioni di barili al giorno fino al 2035. Lewis ha inoltre sottolineato che, se i sussidi nazionali venissero rimossi dall’OPEC al fine di facilitare l’export, ciò creerebbe "un rischio maggiore di disordini sociali e interni", come già accaduto dalla "Primavera Araba" in poi.

La presentazione di Lewis è stata elogiata dal geoscenziato David Hughes, ex-membro del Geological Survey of Canada, che a sua volta ha presentato un'abbondante mole di dati ufficiali, secondo i quali il petrolio di scisto potrebbe raggiungere il picco di produzione nel 2016-17.

Allo stesso modo, la produzione negli Stati Uniti di shale gas ha avuto un picco nell’ultimo anno, ed è molto improbabile che possa essere proseguita nel lungo termine, a causa dei forti tassi di declino e perché la grande maggioranza di questa produzione viene da solo due o tre siti.

Il risultato è che la dipendenza dai combustibili fossili sta diventando sempre più costosa, con i prezzi del petrolio che continueranno a salire nel prossimo futuro, andando a impattare sempre più sulla crescita economica globale. Nel peggiore dei casi il declino delle esportazioni globali potrebbe portare al rischio di una crisi petrolifera, che potrebbe a sua volta innescare un'altra crisi finanziaria.

Leggett, co-organizzatore della conferenza e autore del nuovo libro “L’Energia delle Nazioni”, ha detto:
“Non si deve dimenticare che solo pochissime persone avevano allertato il rischio di una grave crisi finanziaria, cosa poi rivelatasi vera quando il tracollo ha iniziato a prendere forma.” Sempre secondo Leggett, è improbabile che una crisi energetica globale "possa scoppiare prima del 2015".
Secondo il Col. Davis, i funzionari di alto rango al Pentagono stanno diventando scettici sulle previsioni della tracotante industria petrolifera:
"Molti funzionari di alto livello vogliono avere informazioni sempre più chiare sulla sostenibilità dell’attuale sistema energetico. Bisogna ricordare che ai militari non importa che cosa si vuole fare, ma cosa sia può fare. La nostra prima preoccupazione è quella di far capire i limiti potenziali della nostra capacità operativa. Anche l’EIA ha previsto un picco della produzione di shale entro il 2018, seguito da una stabilizzazione e da un declino, e il Pentagono lo sa. Ma le nostre infrastrutture sono totalmente dipendenti dai combustibili liquidi. Come faremo ad alimentarle con gli attuali tassi di declino? Ecco perché questi argomenti, che stanno prendendo piede sia tra gli alti ufficiali dell’esercito americano che nella società civile americana, possono servire per affrontare questa sfida.”



Il Dott. Nafeez Ahmed è direttore esecutivo dell’Institute for Policy Research & Development e autore di "A User's Guide to the Crisis of Civilisation: And How to Save It".
Seguitelo su twitter: @nafeezahmed

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Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di NUNZIO PERNA

giovedì 30 gennaio 2014

La scienza ci dice di ribellarci.

ddNel dicembre 2012, un ricercatore di sistemi complessi, di nome Brad Werner e dai capelli fucsia, fa il suo ingresso tra una folla di 24.000 tra geologi e ingegneri spaziali al Fall Meeting dell’American Geophysical Union, che si tiene annualmente a San Francisco. Il titolo del suo intervento è : “La Terra è fottuta?” (titolo completo “La Terra è fottuta? Totale inutilità della gestione ambientale globale e possibilità di sostenibilità attraverso l’attivismo”). Brad conduce il pubblico attraverso un avanzato modello informatico che ha utilizzato per rispondere all’interrogativo. Parla dei limiti del sistema e di tutta una serie di dati alquanto incomprensibili per i non-iniziati alla teoria dei sistemi. Ma l’ultimo passaggio è sufficientemente chiaro: il capitalismo globale ha operato un dissipamento di risorse così rapido, facile e senza limiti, da causare una pericolosa instabilità nei “sistemi uomo-natura”. Pressato dai giornalisti per una risposta più chiara e diretta all’interrogativo “siamo fottuti?”, Werner ha messo da parte il gergo tecnico e ha risposto: “Più o meno”. E’ emerso un dato, tuttavia, nel modello presentato – scrive Naomi Klein in questo articolo pubblicato alcuni mesi fa – , che offre un margine di speranza. Werner l’ha chiamato “resistenza”: i movimenti di “persone o gruppi di persone” che “adottano una serie di modelli di comportamenti non rientranti all’interno della cultura capitalista”.
di Naomi Klein
La nostra incessante richiesta di crescita economica sta uccidendo il pianeta? Gli esperti climatici hanno analizzato i dati e sono arrivati a delle provocatorie conclusioni.
Nel dicembre 2012, un ricercatore di sistemi complessi, di nome Brad Werner e dai capelli fucsia, fa il suo ingresso tra una folla di 24.000 tra geologi e ingegneri spaziali al Fall Meeting dell’American Geophysical Union, che si tiene annualmente a San Francisco. Il convegno questa volta conta alcuni grossi nomi tra i partecipanti, da Ed Stone, del progetto Voyager della Nasa, che presenta una nuova svolta nel percorso dello spazio interstellare, al regista James Cameron, che racconta le sue avventure in sommergibile nelle profondità del mare.
Ma è stato proprio l’intervento di Werner che ha fatto più scalpore. Il titolo era “La Terra è fottuta?” (titolo completo “La Terra è fottuta? Totale inutilità della gestione ambientale globale e possibilità di sostenibilità attraverso l’attivismo”).
Di fronte alla sala conferenze, il geofisico dell’Università della California, San Diego, ha condotto il pubblico attraverso un avanzato modello informatico che ha utilizzato per rispondere all’interrogativo. Ha parlato dei limiti del sistema, le perturbazioni, le dissipazioni, gli attrattori, le biforcazioni e tutta una serie di altri dati alquanto incomprensibili per i non-iniziati alla complessa teoria dei sistemi. Ma l’ultimo passaggio era sufficientemente chiaro: il capitalismo globale ha operato un dissipamento di risorse così rapido, facile e senza limiti, da causare una pericolosa instabilità nei “sistemi uomo-natura”. Pressato dai giornalisti per una risposta più chiara e diretta all’interrogativo “siamo fottuti?”, Werner ha messo da parte il gergo tecnico ed ha risposto: “Più o meno”.
E’ emerso un dato, tuttavia, nel modello presentato, che offre un margine di speranza. Werner l’ha chiamato “resistenza”: i movimenti di “persone o gruppi di persone” che “adottano una serie di modelli di comportamenti non rientranti all’interno della cultura capitalista”. Stando alla sintesi della sua presentazione, questi includono “le azioni volte alla salvaguardi dell’ambiente, i modelli di resistenza al di fuori dalla cultura dominante, come le proteste, i boicottaggi e il sabotaggio delle popolazioni indigene, lavoratori, anarchici e altri gruppi di attivisti”.
I classici convegni scientifici solitamente non prevedono incitazioni ad una rivolta politica di massa, azioni più o meno dirette e sabotaggi. Ma a dir la verità, Werner non ha detto esattamente questo. Lui si è limitato ad osservare oggettivamente che le rivolte di massa delle persone – come il movimento abolizionista, il movimento per i diritti civili od Occupy Wall Street – rappresentano la più probabile fonte di “frizione” per rallentare una macchina economica che viene condotta senza controllo alcuno. Sappiamo che nel passato i movimenti sociali “hanno avuto una enorme influenza sull’evoluzione della cultura dominante”, ha osservato. Ha senso quindi dire che, “se pensiamo al futuro della terra e il futuro del nostro rapporto con l’ambiente, dobbiamo includere i movimenti di resistenza come parte di queste evoluzioni”, e che – ha affermato Werner – non è solo una questione di opinione, ma rappresenta “veramente una questione geofisica”.
Molti scienziati sono stati mossi dalle loro stesse ricerche a mobilitarsi attivamente. Fisici, astronomi, medici e biologi, sono stati in prima linea in movimenti contro le armi nucleari, l’energia nucleare, la guerra, la contaminazione chimica e il creazionismo. Nel novembre 2012, la rivista Nature ha pubblicato un articolo del finanziere e filantropo ambientalista Jeremy Grantham, che sollecitava gli scienziati a unirsi a queste attività e “farsi anche arrestare se necessario”, perché il cambiamento climatico “non rappresenta solo una crisi che coinvolge le nostre singole vite – ma minaccia l’esistenza stessa della nostra specie”.
Alcuni scienziati non avevo bisogno di essere convinti. Il padre della moderna scienza climatica, James Hansen, è un formidabile attivista ed è stato arrestato una mezza dozzina di volte per aver combattuto per la rimozione delle miniere di carbone in cima alle montagne e le sabbie bituminose (ha persino lasciato il suo lavoro alla Nasa quest’anno, anche per avere più tempo per le sue campagne). Due anni fa, quando sono stata arrestata fuori della Casa Bianca alla manifestazione contro gli impianti di estrazione delle sabbie bituminose della Keystone XL, una delle 166 persone arrestate quel giorno, era un glaciologo di nome Jason Box, esperto mondiale in materia di scioglimento dei ghiacci in Groerlandia.
“Non avrei potuto guardarmi allo specchio se non fossi andato”, disse Box quella volta, aggiungendo che “limitarsi a votare non è sufficiente in questi casi. Bisogna anche comportarsi da cittadini”.
Tutto ciò è lodevole, ma quello che Werner ha fatto con il suo prospetto è differente. Non ha detto che la sua ricerca lo ha portato a impegnarsi a fermare un particolare provvedimento; ha detto che la sua ricerca mostra che il nostro stesso paradigma economico è una minaccia per la stabilità ecologica e che sicuramente, sfidare questo paradigma economico attraverso la pressione dei movimenti di massa, è la cosa migliore che l’umanità possa fare per evitare la catastrofe.
E’ roba forte, ma lui non è l’unico a dirlo. Werner fa parte di un piccolo ma influente gruppo di scienziati le cui ricerche in merito alla destabilizzazione dei sistemi naturali – in particolare il sistema climatico – li ha condotti a simili conclusioni trasformative e persino rivoluzionarie. E per ciascuno di quei potenziali rivoluzionari che hanno sognato intimamente di sovvertire l’attuale ordine economico a favore di uno che non condanni i pensionati italiani a impiccarsi a casa loro, questo lavoro dovrebbe essere di particolare interesse. Perché presenta la sostituzione di questo crudele sistema economico con qualcosa di nuovo (e forse, con molto lavoro, anche migliore), non più come una questione di semplice preferenza ideologica, ma piuttosto come una necessità essenziale di tutte le specie viventi.
A condurre il gruppo di questi nuovi rivoluzionari della scienza, vi è Kevin Anderson, il maggior esperto climatologo britannico e vice direttore del Tyndall Centre for Climate Change Research, uno dei migliori istituti di ricerca sul clima della Gran Bretagna. Confrontandosi con tutti, dal Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale al Consiglio comunale di Manchester, Anderson ha trascorso più di dieci anni a illustrare pazientemente le implicazioni delle recenti scoperte scientifiche sul clima, a politici, economisti e attivisti. Con un linguaggio chiaro e comprensibile, ha presentato un rigoroso programma per la riduzione delle emissioni, che prevede un soddisfacente piano per mantenere le temperature globali al di sotto dei 2 gradi centigradi, obiettivo indicato dalla maggior parte dei governi per prevenire la catastrofe.
Ma negli ultimi anni, i documenti e le presentazioni di Anderson sono divenute sempre più allarmanti. In un articolo dal titolo “Cambiamenti climatici: spingersi oltre la soglia del pericolo… numeri allarmanti e tenui speranze”, ha indicato che le chance di restare nei limiti delle temperature di sicurezza, sta drasticamente diminuendo.
Con la sua collega Alice Bows, esperta climatica del Tyndall Centre, Anderson ha indicato come si sia perso così tanto tempo a causa di stalli politici e deboli politiche climatiche – mentre i consumi (e le relative emissioni) globali continuavano a crescere a vista d’occhio –, che ora ci troviamo di fronte alla necessità di tagli così drastici da minare, tra le altre cose, i fondamentali logici della priorità posta alla crescita del PIL.
Anderson e Bows chiariscono che il noto obiettivo di riduzione di lungo termine – riduzione delle emissioni dell’80% sotto i livelli del 1990, entro il 2050 – è stato individuato puramente per ragioni di interesse politico e non ha “alcun fondamento scientifico”. L’impatto climatico, infatti, non dipende solo da quanto emettiamo oggi o domani, ma dalle emissioni complessive che si consolidano nell’atmosfera nel corso del tempo. I due scienziati mettono inoltre in guardia sul fatto che, concentrandosi su obiettivi da tre a cinque anni di tempo – anziché su quanto possiamo fare per ridurre il biossido di carbonio in modo netto e immediato-, vi è il serio rischio di consentire alle nostre emissioni di continuare ad aumentare negli anni a venire, superando pertanto di gran lunga i 2 gradi di “bilancio di carbonio” e ritrovarci così in una posizione insostenibile già nel corso di questo secolo.
Questo è il motivo per cui Anderson e Bows sostengono che, se i governi dei paesi sviluppati vogliono seriamente raggiungere l’obiettivo concordato a livello internazionale di mantenere le temperature al di sotto dei 2 gradi centigradi e se le riduzioni devono rispettare un principio di equità (ossia, fondamentalmente, che i paesi che hanno emesso carbonio per la maggior parte degli ultimi due secoli devono iniziare a ridurre prima di quei paesi in cui più di un miliardo di persone ancora non ha neanche accesso all’elettricità), allora le riduzioni devono essere molto più drastiche e devono essere affrontare prima.
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Per avere il 50% di possibilità di riuscire a raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi (soglia che, ci viene specificato, comporta pur sempre una serie di impatti climatici estremamente nocivi), i paesi industrializzati devono iniziare a tagliare le loro emissioni di gas serra per un qualcosa intorno al 10% anuo – e devono iniziare a farlo ora! Ma Anderson e Bows si spingono oltre e fanno notare che questo obiettivo non può essere raggiunto con espedienti quali la modesta politica dei prezzi del carbone o soluzioni green-tech solitamente sostenute dai grandi gruppi industriali della green economy. Queste misure certamente aiutano, ma non sono affatto sufficienti: il 10% in meno di emissione, anno dopo anno, è praticamente senza precedenti da quando abbiamo iniziato ad alimentare le nostre economie con il carbone. Infatti, un taglio al di sopra dell’1% annuo “è stato storicamente associato solo a periodi di recessione economica e sconvolgimento”, come ha affermato l’economista Nicholas Stern nel suo report del 2006 per il governo inglese.

Neanche dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si sono avute riduzioni di questa durata e profondità (gli ex paesi sovietici hanno sperimentato una riduzione media di circa il 5% ma nell’arco di un periodo di 10 anni). Né si sono avute dopo il crollo di Wall Street nel 2008 (i paesi più ricchi hanno avuto un calo di circa il 7% tra il 2008 e il 2009, ma le loro emissioni di CO2 sono risalite alla grande nel 2010 e le emissioni di Cina e India hanno continuato a salire). Stando ai dati storici del Carbon Dioxide Information Analysis Centre, solo all’indomani della Grande Crisi del 1929 gli Stati Uniti, ad esempio, hanno sperimentato un crollo delle emissioni superiore al 10% annuo per diversi anni consecutivi. Ma quella fu la peggiore crisi economica dei tempi moderni.
Se vogliamo evitare che, per raggiungere i limiti di emissioni fissati dalla scienza, si arrivi a una tale carneficina, la riduzione del carbone deve essere gestita attentamente attraverso quella che Anderson e Bows descrivono come una “radicale e immediata strategia di decrescita negli USA, in Europa e nelle altre nazioni ricche”. Che va bene, se non fosse che siamo governati da un sistema che vede nella crescita del PIL un vero e proprio feticcio, senza riguardo alcuno per le conseguenze sull’uomo e la natura e nel quale la classe politica neoliberista ha ampiamente abdicato alla propria responsabilità nella gestione delle cose, dal momento che il mercato rappresenta il motore invisibile a cui affidare qualsiasi scelta.
Quindi, quello che Anderson e Bows dicono è che siamo ancora in tempo per evitare un catastrofico riscaldamento globale, ma non all’interno delle regole capitaliste come attualmente concepite. E questo è il miglior argomento che abbiamo mai avuto per deciderci a cambiare queste regole.
In una ricerca del 2012 apparsa sull’autorevole rivista scientifica Nature Climate Change, Anderson e Bows hanno lanciato un guanto di sfida, accusando molti loro colleghi scienziati di mancare di chiarezza circa il tipo di cambiamento che il clima richiede dall’umanità. Vale la pena citare il seguente brano: “… nel delineare gli scenari relativi alle emissioni, gli scienziati minimizzano spesso e ripetutamente le implicazioni delle loro analisi. Quando eludono la crisi dei 2 gradi, oppure traducono “impossibile” con “difficile ma realizzabile”, o ancora anziché “urgente e radicale” usano termini come “impegnativo” – il tutto per tranquillizzare il dio dell’economia (o, più precisamente, la finanza). Per esempio, per evitare di superare il tetto massimo di riduzione delle emissioni imposto dagli economisti, “difficilmente” vengono ipotizzati picchi prematuri di emissioni, oltre alle nozioni un po’ naif circa la “grande” ingegneria e i livelli di apertura delle infrastrutture a basso consumo di carbonio. Ma ancor più inquietante, mentre si riducono gli stanziamenti per le emissioni, si chiede sempre più alla geoingegneria di assicurare soluzioni tali da non mettere in discussione i diktat degli economisti.
In altre parole, al fine di apparire ragionevoli all’interno dei circoli economici neoliberisti, gli scienziati hanno drasticamente sottostimato le implicazioni delle loro ricerche.Nell’agosto 2013, Anderson ha voluto essere ancora più drastico, scrivendo che abbiamo perso la nave per poter intraprendere un graduale cambiamento. “Forse al tempo del Summit sulla Terra del 1992, o persino verso la fine del millennio, i livelli di riduzione entro i 2 gradi centigradi sono stati raggiunti attraverso significativi cambiamenti evoluzionali all’interno del sistema politico ed economico egemonico. Ma il cambiamento climatico è un problema cumulativo! Ora, nel 2013, noi che facciamo parte di nazioni (post)industriali ad alto tasso di emissioni, ci troviamo di fronte ad una diversa prospettiva. Il nostro ininterrotto e massivo dispendio di carbonio, ha dissipato ogni opportunità di un “cambiamento evoluzionale” consentitoci dal precedente (e maggiore) bilancio di carbonio. Ora, dopo due decenni di bluff e menzogne, il rimanente bilancio richiede cambiamenti radicali al sistema politico ed economico egemonico” (i grassetti sono suoi).
Non dovrebbe sorprenderci che alcuni climatologi siano un po’ spaventati dalle implicazioni così radicali delle loro stesse ricerche. Molti di loro stavano magari facendo il loro normale lavoro di misurazione dei campioni di ghiaccio, realizzando i loro grafici sul clima globale e studiando l’acidificazione dell’oceano, solo per scoprire che in realtà – come ha detto l’australiano Clive Hamilton, autore ed esperto climatologo – stavano “inconsapevolmente mettendo in discussione l’ordine sociale e politico”.
Ma vi sono molti che sono perfettamente consapevoli della natura rivoluzionaria della scienza climatica. È per questo che alcuni governi che hanno deciso di abbandonare il loro impegno a riguardo, a favore invece dell’estrazione di maggior carbone, hanno dovuto trovare metodi sempre più criminosi per silenziare e intimidire i loro stessi scienziati. In Inghilterra questi espedienti sono divenuti sempre più manifesti, tanto che Ian Boyd – capo consulente scientifico presso il Dipartimento per ambiente, alimentazione e affari rurali – ha recentemente scritto che gli scienziati dovrebbero evitare di “insinuare che certe politiche siano giuste o sbagliate” e dovrebbero esprimere le loro opinioni “lavorando con consulenti interni (come me) e rappresentando la voce della ragione piuttosto che del dissenso, quando parlano in pubblico”.
Se volete sapere cosa tutto ciò comporta, controllate cosa sta accadendo in Canada, dove vivo. Il governo conservatore di Stephen Harper ha fatto un lavoro così efficace nell’imbavagliare gli scienziati e sopprimendo tutti i progetti di ricerca critici che, nel luglio 2012, circa 200 scienziati e sostenitori hanno intonato un canto funebre presso il Parlamento di Ottawa, piangendo “la morte delle prove”. Un loro cartello recitava “No Science, No Evidence, No Truth” (“Nessuna scienza, nessuna prova, nessuna verità”).
Ma la verità emerge comunque. Il fatto che la consueta corsa al profitto e alla crescita sia destabilizzante per la vita sulla terra non è più un qualcosa che dobbiamo leggere sui giornali scientifici. I primi segni sono sotto i nostri occhi. E sempre più persone si comportano di conseguenza: bloccando le attività di fracking in Balcombe; disturbando i progetti di perforazione dell’Artico in acque russe (con tremendi costi personali); denunciando coloro che estraggono le sabbie bituminose per violazione di territorio indigeno; e innumerevoli altri piccoli o grandi atti di resistenza. Stando al grafico di Brad Werner, questo rappresenta la “frizione” necessaria per rallentare le forze della destabilizzazione; il grande attivista climatico Bill McKibben, invece, li chiama “anticorpi” che si sollevano per combattere la “febbre da cavallo” del pianeta.
Non si può parlare di rivoluzione, ma è un inizio. E dovrebbe spingerci a spendere un po’ del nostro tempo per immaginare un modo di vivere su questo pianeta, che sia decisamente meno “fottuto”.

Fonte: newstatesman.com. Traduzione di Virginia Benvenuti per Comune-info.
Naomi Klein, autrice di “Shock Economy” e “No Logo”, sta lavorando a un libro e un film sul potere rivoluzione del cambiamento climatico. È possibile seguirla su twitter su @naomiaklein

lunedì 27 gennaio 2014

Dieci ragioni per cui le rinnovabili sono un problema.


DI GAIL TVERBERG
Our Finite World


Le rinnovabili intermittenti – vento e pannelli fotovoltaici – vengono considerate la soluzione a tutti i problemi energetici. È ovvio che i politici hanno bisogno di qualcosa che dia speranza, soprattutto in quei paesi che stanno perdendo la propria produzione petrolifera, come il Regno Unito. Sfortunatamente, quanto più analizzo questa situazione, tanto meno le rinnovabili hanno qualcosa da offrirci.

1. Non è certo che le rinnovabili intermittenti possano davvero ridurre le emissioni di anidride carbonica.

È davvero complicato capire se una certa fonte di energia ha un impatto favorevole sulle emissioni di anidride carbonica. Il modo piu ovvio per controllare le emissioni è quello di valutare il petrolio che viene bruciato su base giornaliera. Potrebbe sembrare che le rinnovabili intermittenti non brucino petrolio, mentre coloro che usano le fonti fossili devono farlo per forza, e per questo vento e fotovoltaico sembrano essere vincenti.




Il problema è che le fonti fossili entrano in gioco in modo diretto e indiretto nella produzione degli impianti che creano l’energia rinnovabile e nella loro messa in funzione. I ricercatori devono fissare dei “paletti” per le loro analisi. Detto in altro modo, abbiamo bisogno di un sistema alimentato a fonti fossili per quanto riguarda le scuole, le strade, gli aeroporti, gli ospedali e per le linee di trasmissione elettrica, per far sì che una qualsiasi fonte energetica possa funzionare, che sia petrolio, gas naturale, vento o solare elettrico, ma è davvero difficile fissare dei paletti che possano coprire tutte le necessità.

Bisogna allora comprendere quale sia la riduzione nelle emissioni, dato che c’è sempre bisogno di tutto il resto del sistema per sostenere questi impianti addizionali. Ma è difficile misurarla, perché le rinnovabili intermittenti hanno una serie di costi relativi all’energia che non sono facili da misurare, rispetto a quanto si può fare con l’energia che viene dalle fonti fossili. Ad esempio, ci possono essere i costi dell’affitto dei terreni, dei compensi per i consulenti, e i (maggiori) costi di finanziamento per i forti anticipi dell’investimento. Ci sono anche i costi per mitigare l’intermittenza della fornitura e per le lunghissime connessioni alla rete elettrica.

I costi di molte rinnovabili intermittenti vengono omessi nelle analisi sulla CO2 perché, si dice, che l’affitto del terreno non usa energia. Ma il pagamento dell’affitto significa che il proprietario ora può comprarsi più “cose”; e questo può aumentare il consumo energetico.

Di solito il costo di produzione energetico ci dà un’indicazione di quanta energia fossile viene utilizzata. Un prodotto con un alto costo energetico avrà un forte uso di fonti fossili, visto che le vere energie rinnovabili sono gratuite. Se la vera fonte dell’energia rinnovabile fosse solo il vento o il sole, allora non ci sarebbero costi! Il fatto è che l’eolico e il solare fotovoltaico tendono a essere più cari rispetto ad altri modi di generazione dell’elettricità.

Ci sono alcuni studi basati su ricerche di vario tipo (Energy Return on Energy InvestedLife Cycle Analysis, e Energy Payback Periods) che suggeriscono l’esistenza di risparmi (guardando solo la cima dell’iceberg) se vengono usate le rinnovabili intermittenti. Ma studi più approfonditi dimostrano che l’utilizzo totale di energia che viene dalle fonti fossili da parte delle rinnovabili è così alto che non si può consigliare il loro uso. Uno di questi è la ricerca di Weissbach et al., Energy intensities, EROIs (energy returned on invested), and energy payback times of electricity generating power plants. Un altro è l’analisi di un impianto installato in Spagna, effettuata da Pedro Prieto e Charles Hall, Spain’s Photovoltaic Revolution: The Energy Return on Energy Invested.

Io cerco di usare un approccio più largo: cosa succede alle emissioni mondiali di CO2 se si incrementano le rinnovabili? Per quello che posso dire, le aumenta. Una delle ragioni è perché fa incrementare l’economia cinese, grazie alle nuove attività necessarie per la produzioni di turbine eoliche, pannelli solari, e per l’estrazione delle terre rare utilizzate in questi impianti. I benefici che la Cina ha dalle vendite relative alle rinnovabili sono tanti, e così potrà costruire nuove case, strade, scuole, e imprese per servire le nuove produzioni. In Cina la stragrande maggioranza della produzione viene fatta col carbone.

Figure 1. Energy consumption by source for China based on BP 2013 Statistical Review of World Energy.
Figura 1. Consumo cinese di energia per fonte, basato

 sulla Statistical Review of World Energy di BP del 2013.

Un altro modo con cui le rinnovabili alzano le emissioni globali di CO2 è perché rendono meno competitivi i paesi che le utilizzano, a causa dei maggiori costi dell’elettricità. Tutto questo sposta la produzione verso i paesi che usano fonti energetiche con costi più bassi, come è il caso cinese.

Un terzo modo in cui le rinnovabili possono alzare le emissioni globali di CO2 riguarda la disponibilità economica. I consumatori non possono permettersi elettricità ad alti costi, senza che il proprio livello di vita precipiti. I governi potrebbero essere costretti a cambiare il mix energetico in modo da includere fonti a basso costo, come la lignite, per tenere il prezzo totale a un livello accettabile. Questo sembra essere parte del problema che la Germania ha con le rinnovabili.

Nel caso ci fosse un calo nelle emissioni di CO2, questo sarebbe causato dalle rinnovabili gratuite, quelle che non hanno bisogno di sussidi. Se le rinnovabili hanno bisogno di un sussidio nella tariffa, dovrebbe subito lampeggiare la luce rossa. Il processo, da qualche parte, sta usando molte fonti fossili per la produzione.

2. Il vento e il fotovoltaico non risolvono il nostro problema petrolifero.
Il vento e il solare fotovoltaico vengono usati per produrre l’elettricità. Il nostro problema più grande è il petrolio. Il petrolio e l’elettricità vengono usati per cose differenti. Ad esempio, l’elettricità non può alimentare le auto di oggi, e non alimenterà trattori, o macchinari per l’edilizia, o velivoli. E anche se avessimo più elettricità, ciò non risolverebbe il nostro problema col petrolio.

Il vento e il fotovoltaico sono stati sbandierati come la soluzione al nostro problema con la CO2. Sfortunatamente, come abbiamo visto al punto 1 qui sopra, le cose non stanno esattamente così. La combinazione di (1) e (2) fa sì che l’eolico e il fotovoltaico hanno un numero relativamente basso di possibili utilizzi.

Va detto che c’è una piccola nicchia dove le rinnovabili intermittenti possono sostituire il petrolio. Mentre il petrolio di solito non viene bruciato per produrre elettricità, in alcune isole viene utilizzato per questo scopo, per la sua convenienza. Queste comunità isolane fanno poca produzione, perché gli alti costi dell’elettricità non le rendono competitive sul mercato globale. Su queste isole, le rinnovabili intermittenti possono essere usate per ridurre la quantità di petrolio usata per la produzione elettrica senza far aumentare troppo il costo dell’elettricità, che già di suo è già molto alto.

3. Gli alti costi dell’eolico e del fotovoltaico raddoppiano i nostri problemi, invece di risolverli. Il grosso problema del petrolio è il suo alto costo di produzione.

Abbiamo gia estratto il petrolio facile; ora stiamo arrivando a quello più difficoltoso. Se aggiungiamo elettricità ad alto prezzo al nostro mix energetico avremo problemi sia col petrolio che con l’elettricità, invece di averli solo col primo. Gli stipendi dei consumatori non aumentano quando l’energia sale di prezzo, e quindi il reddito disponibile viene colpito duramente su tutti e due i fronti. Gli alti costi di queste due fonti energetiche fanno anche sì che le merci destinate all’esportazione siano meno competitive sul mercato globale.

4. Anche se il vento fosse “rinnovabile”, non necessariamente ha una lunga vita.

I produttori di turbine eoliche parlano di una loro vita tra i 20 e i 25 anni. Ciò va comparato a una vita media di 40 anni o più per le centrali a carbone, a gas o nucleari.  Uno studio recente suggerisce che, visto il calo delle loro prestazioni, potrebbe non essere economico far operare le turbine per più di 12 o 15 anni.

Se dobbiamo aspettarci grossi cambiamenti negli anni a venire, potrebbero anche esserci problemi per la disponibilità dei pezzi di ricambio. Le turbine eoliche spesso vanno riparate. Queste riparazioni non possono essere fatte da chiunque, usando materiali del posto. Hanno bisogno di una catena globale specializzata che solo il mondo odierno può offrire. Per riparare le turbine eoliche off-shore qualche volta c’è bisogno degli elicotteri. Se il petrolio è un problema, riparazioni di questi tipo potrebbero non essere praticabili.

5. L’eolico e il solare fotovoltaico non incrementano velocemente.

Dopo sviariati anni in cui si è cercato di aumentare l’eolico e il solare fotovoltaico,  nel 2012 l’eolico ammonta a poco meno dell’1% della fornitura mondiale di energia. Il solare a meno dello 0,2% dell’energia globale. Sarebbero necessari sforzi enormi per raggiungere il 5%.

6. L’eolico e il solare fotovoltaico creano seri problemi di inquinamento.

Sia le turbine eoliche che il solare fotovoltaico utilizzano, per la loro produzione, metalli rari, che vengono soprattutto dalla Cina. Le attività minerarie e la lavorazione di queste terre rare generano un’enorme quantità di “sottoprodotti radioattivi e pericolosi.” Nelle zone della Cina in cui vengono estratti questi minerali rari, la terra e le acque sono sature di sostanze tossiche, e ciò rende impossibile la coltivazione.

Se dovessimo incrementare l’eolico e il fotovoltaico di un fattore 10 (così da poter alimentare il 12% della fornitura mondiale, invece dell’1,2%) avremmo bisogno di una quantità gigantesca di terre rare e di altri minerali inquinanti, tra cui l’arsenide di gallio, il diselenide del rame, dell’indio e del gallio, e il telluride di cadmio, utilizzati nelle sottili pellicole fotovoltaiche. Non possiamo aspettarci che la Cina si tenga per sé tutto questo inquinamento. Anche il resto del mondo avrà bisogno di produrre questi materiali tossici. È probabile che molti paesi introdurranno rigidi controlli ambientali per avviare queste estrazioni. Questi controlli richiederanno un uso ancor maggiore di energia derivante dalle fonti fossili. Se anche i problemi ambientali verranno tenuti a freno, il maggiore utilizzo di fonti fossili farebbe probabilmente alzare le emissioni di CO2, oltre ai prezzi dell’eolico e del solare fotovoltaico.

Ci sono molti problemi ambientali. La Cina è al centro della produzione delle rinnovabili, per il fatto che usa il carbone come fonte energetica principale. Le celle solari al silicone necessitano della cottura della roccia silicea in forni che superano i 3000 gradi, un qualcosa che può essere fatto a basso costo, col carbone. L’eolico è anche venuto alle cronache per l’inquinamento acustico e per l’uccisione di volatili. I pannelli solari sul suolo del deserto inferiscono con gli ecosistemi locali.

Il motivo principale per cui l’eolico e il solare fotovoltaico sono considerati puliti è perché è difficile misurare i loro costi ambientali, riguardo alla CO2 o altro. Anche le auto elettriche hanno alcune di queste problematiche, perché utilizzano terre rare e hanno alti costi per gli anticiipi.

7. C’è il pericolo che l’eolico e il solare fotovoltaico possano accorciare la vita della nostra rete elettrica, invece di allungarla. Questo avviene perché le leggi odierne favoriscono i proprietari delle rinnovabili intermittenti rispetto al valore da loro apportato alla rete. 

Viene fatta molta confusione sul fatto che l’eolico e il solare fotovoltaico possano davvero essere dei sostituti. Possono sostituire l’elettricità, o sostituiscono il petrolio che produce elettricità? C’è una differenza enorme, per poter capire quando una rinnovabile possa raggiungere la parità di costi nella rete. I costi del petrolio sono di solito solo una piccola parte dei costi della fornitura elettrica, e per questo è difficile che le rinnovabili possano raggiungere la parità di costo se dovessero solo sostituire i costi petroliferi. Negli Stati Uniti il petrolio costa in media circa 3 centesimi per kWh. Per le utenze residenziali, il prezzo al dettaglio ha una media di circa 12 centesimi per kWh, circa quattro volte il costo dovuto al petrolio.

Quello che qui ci interessa è il valore dell’elettricità intermittente per le aziende che producono e vendono l’elettricità. Dal mio punto di vista, il valore dell’elettricità intermittente è il valore del petrolio che viene da loro sostituito. In altre parole, il costo del carbone, del gas naturale, o dell’uranio che non viene usato. Questo perché l’utilizzo dell’elettricità intermittente di solito non può ridurre i costi per una compagnia elettrica, se non quelli relativi al petrolio. Questo perché ha ancora bisogno di fornire tutti i giorni energia di scorta agli utenti dei pannelli solari. Vista la variabilità nella loro produzione, ci vuole grosso modo la stessa potenza elargita in precedenza, e ci vogliono gli stessi dipendenti per struttura, anche se alcuni di essi dovranno operare solo per una piccola frazione di tempo.

Il valore fornito dall’elettricità intermittente potrà essere maggiore o minore rispetto alle stime del risparmio sul petrolio. In alcuni casi, soprattutto se c’è molto solare fotovoltaico in una zona del pianeta dove il massimo utilizzo dell’energia avviene in estate, la capacità di picco potrebbe venire ridotta di un po’. Ciò porterebbe a dei risparmi sui costi per il petrolio. Ma questi risparmi farebbero aumentare i costi per la costruzione di nuove linee elettriche per cercare di mantenere costante la produzione elettrica nella rete, e per portare l’elettricità prodotta dall’eolico verso i posti dove l’energia viene davvero utilizzata.

Il problema è che in molti casi i rimborsi destinati agli utilizzatori di eolico e fotovoltaico sono ben maggiori dei risparmi che si sono avuti. Spesso vengono usati i “net metering” (contatori netti), così che l’utente viene accreditato del prezzo al dettaglio per l’elettricità prodotta dai pannelli solari. Questi alti rimborsi provocano un ammanco nelle entrate delle compagnie che producono elettricità per la rete. Il pericolo è che alcune compagnie falliscano, o che lascino l’attività, mettendo a rischio la possibilità che la rete elettrica possa fornire energia elettrica in modo costante ai consumatori. Si tratta di un problema potenzialmente molto più grave dei benefici forniti dalle rinnovabili intermittenti.

Anche il finanziamento per le linee elettriche supplementari potrebbe diventare un problema, perché né le compagnie elettriche né i governi hanno fondi a sufficienza. Sono chiare le ragioni per cui le compagnie elettriche non possono permettersi questi costi, visto che gli viene già chiesto di sussidiarne i costi tramite rimborsi che sono assurdamente alti rispetto al valore apportato dalle rinnovabili intermittenti.

8. Aggiungere eolico e solare fotovoltaico rende meno solide le finanze dei governi, e non il contrario.
In tutto il mondo i bassi costi di estrazione di petrolio e gas hanno storicamente rafforzato le finanze dei governi. Questo avveniva perché i governi potevano tassare fortemente compagnie petrolifere e quelle del gas, e usare le entrate fiscali per finanziare i propri programmi.
Sfortunatamente, l’aggiunta dell’eolico e del solare vanno nella direzione opposta. In alcuni casi, la riduzione delle entrate fiscali è causata proprio dai sussidi destinati all’eolico e al solare. In altri, la riduzione delle entrate fiscali è più indiretta. Se gli alti costi dell’elettricità intermittente fanno sì che un paese sia meno competivivo sul mercato globale, ciò riduce le entrate fiscali perché aumenteranno le persone senza lavoro, e quindi le tasse che vengono pagate. Anche se il problema fosse “solo” quello di una riduzione del reddito disponibile per i consumatori, anche questo rende  impossibile per il governo aumentare le entrate.

9. Le mie analisi indicano che il collo di bottiglia in cui siamo infilati non riguarda solo il petrolio.

Un problema ancora maggiore è dato dalla mancanza di capitali per gli investimenti e dal troppo debito. Incrementare l’eolico e il solare fotovoltaico rende questi problemi ancora più gravi.

Come ho scritto nel mio post Perché le previsioni energetiche per il 2052 di EIA, IEA e Randers’ sono errate, ci siamo infilati in un collo di bottiglia per gli investimenti di capitale e per il debito, a causa dei sempre maggiori costi di estrazioni del petrolio. Se si aggiungono le rinnovabili intermittenti, i cui costi enormi vengono pagati in anticipo, il problema si aggrava. Per questo, incrementare le rinnovabili potrebbe far avvicinare il collasso per i paesi che si stanno sempre più affidando a queste fonti energetiche.

10. L’eolico e il solare fotovoltaico non soddisfano, e non per poco, le aspettative.  

Il cercare di sostituire un’energia economica con una costosa è come cercare di far andare l’acqua in salita. È praticamente impossibile far funzionare un sistema del genere. Farlo, rende tutti più poveri, governo, imprenditori, cittadini. Le promesse fatte sui pagamenti destinate a queste forniture spesso non vengono mantenute.

Se questi programmi portassero davvero dei benefici – a parte quello di far vedere che i funzionari del governo stanno facendo qualcosa – avrebbe senso incrementarli. Al momento, è difficile notare grossi vantaggi dall’espandsione delle rinnovabili. E anche se volessimo, non c’è modo di poter alimentare con queste fonti il nostro intero fabbisogno elettrico: sono semplicemente troppo care, troppo inquinanti, e non ci forniscono i combustibili liquidi di cui abbiamo bisogno.

Anche se molte persone ci hanno fatto credere che l’eolico e il solare fotovoltaico risolveranno tutti i nostri problemi, tanto più si osserva da vicino la questione, tanto più diventa chiaro che l’eolico e il solare fotovoltaico, se aggiunti alla rete elettrica,  sono parte del problema e non una soluzione.

Se il capitale è uno dei limiti che abbiamo raggiunto, dovremmo impiegarlo nel modo più saggio possibile. Siccome il solare fotovoltaico, ha una vita relativamente lunga, potrebbe essere un piccolo aiuto, ma deve essere inserito nella rete elettrica. I singoli cittadini potrebbero comprare un pannello o due per poter avere una qualche fonte di elettricità, se ci dovessero essere dei problemi in futuro. Ma non c’è alcuna ragione per cui i governi debbano finanziare questi acquisti.
Sarebbe meglio spendere i nostri capitali in modo più produttivo, ad esempio cercando di immaginare il percorso da seguire nel prossimo futuro, nel caso in cui ci fossimo infilati in un collo di bottiglia finanziario dovuto agli alti costi di estrazione. Dovremmo andare in direnzione di un’agricoltura locale, con i semi più adatti zona per zona?  Dovremmo pensare di comprare terreni agricoli e trasferire i lavoratori disoccupati in altre zone? Ci sono modi per poter rendere la terra più produttiva nel lungo termine?

La principale ragione a sostegno delle rinnovabili è la riduzione delle emissioni di CO2 per impedire il cambiamento climatico. Ma, anche se tra breve tempo si potrebbero raggiungere i Limiti allo Sviluppo, la quantità di carbone che verrà bruciata sarà molto più bassa di quella prevista dai modelli climatici, e anche la quantità di CO2 ipotizzata dai modelli del “picco petrolifero”. E quindi, da questo punto di vista, la nostra incapacità di far funzionare le rinnovabili non significa granché. Siamo già nelle condizioni che le rinnovabili volevano raggiungere, per vie, però, non molto lusinghiere.

Dobbiamo cercare di capire cosa possiamo fare, nel mondo che ci è stato offerto dalla Natura. Il piano precedente non ha funzionato. Forse dobbiamo trovato un Piano B che ci metta in una posizione migliore.



FONTE: Our Finite World

martedì 14 gennaio 2014

La Marina USA prevede già per il 2016 lo scioglimento dei ghiacciai dell'Artico.

The Guardian

Questo cambiamento del passo è da rapportarsi alla velocità e repentinità del riscaldamento globale?

Un progetto di ricerca tutt’ora in corso a cura del Dipartimento americano per l’energia, condotto da uno scienziato della marina americana, riporta che l’Artico perderà lo strato di ghiaccio che in estate ricopre le acque marine ben prima del 2016- ossia 84 anni prima delle previsioni classiche.

Nella foto: La barca rompighiaccio Artic Sunrise di Greenpeace, tra blocchi di ghiaccio alla deriva nell’Artico, fotografata dall’alto. L’immagine proviene dal Fram Strait, proprio nel mese in cui si registra la seconda minor estensione di superficie marina coperta dai ghiacci di sempre. Foto di Nick Cobbing





Il progetto, sostenuto dal dipartimento di Oceanografia della scuola di specializzazione post-universitaria della marina americana, utilizza dei modelli all’avanguardia, che rivelano proiezioni più accurate rispetto alle altre.

Un saggio a cura del principale ricercatore, il professor Wieslaw Maslowski, sulla rivista “Annual Review of Earth and Planetary Sciences” mette in luce alcune scoperte del progetto di ricerca:
“Data la tendenza e il volume previsti tra ottobre e novembre del 2007, meno di 9000 km3, si può stimare che mantenendo questo tasso di riduzione, in soli 9 anni, ± 3 anni fino al 2016, in estate non ci sarà più ghiaccio a ricoprire il mare Artico. Malgrado la stima sia ancora poco precisa, ci fa capire quanto si siano ridotti i tempi per lo scioglimento dei ghiacci”.

L’articolo critica fortemente i modelli climatici globali (GCM) e anche la maggior parte dei modelli regionali e nota a proposito che “molti processi che avvengono nell’Artico, sono poco o per nulla rappresentati nella maggioranza di modelli GCM” e che “non vengono utilizzati come opinioni rilevanti all’interno dei vari componenti del sistema”. C’è dunque “grande richiesta di una migliore comprensione e di un modello rappresentativo dei processi fisici e delle interazioni specifiche delle regioni polari; questi rapporti specifici sono quelli che attualmente potrebbero non venir presi in parte o del tutto in considerazione dai GCM”.

Riportando quanto asserito dal Dipartimento per l’energia americano, nel descrivere lo sviluppo del Modello del Sistema Regionale Artico (RASM):
“Affermato che l’Artico si sta riscaldando più velocemente del resto del pianeta si è compreso che i processi e le ricadute di un tale aumento sono una priorità non secondaria. Inoltre, si calcola che nei prossimi decenni i ghiacciai dell’Artico e del Greenland Ice Sheet cambieranno significativamente e contribuiranno all’innalzamento globale delle acque”.

Tali cambiamenti dell’Artico “potranno avere ricadute significative sull’innalzamento del livello marino globale, sulle grandi correnti oceaniche e sul livello di riscaldamento, sulle comunità autoctone, sull’esplorazione delle risorse naturali e sui trasporti commerciali”.
L’ottica regionale del RASM permette “una significativa soluzione a livello spaziale” per rappresentare e valutare l’interazione di “importanti processi e riscontri su un modello in scala dell’Artico”, che dia un’idea di:
“… deformazione del ghiaccio marino, correnti marine e relativi ghiacci misti ai margini dell’oceano, nuvole multistrato come anche le interazioni tra i ghiacci dell’oceano e l’atmosfera sulle terre emerse”.

Non stupisce il ruolo del Dipartimento per l’energia nel sostenere la ricerca, alla luce della strategia nazionale per l’Artico, lanciata a maggio dal Presidente Obama, focalizzata sulla protezione degli interessi commerciali e delle corporation e finalizzato al controllo dei grandi giacimenti ancora non sfruttati di petrolio, di gas e di altri minerali.

Il modello si riallaccia alle previsioni di numerosi studiosi dell’Artico- ad esempio il professor Peter Wadhams, capo del dipartimento di fisica polare oceanica presso la Cambridge University e il professor Carlos Duarte, direttore dell’Ocean Institute all’Università della Western Australia- che vedono probabile la scomparsa del ghiaccio nel Mare Artico nell’estate del 2015.

Il professor Wadhams è co-autore del controverso articolo su Nature che calcolava il potenziale costo economico di un cambiamento climatico basato su uno scenario di 50 Gigatonnellate (Gt) di metano che venissero rilasciate in questo secolo nello scioglimento del permagelo del Bassopiano della Siberia Orientale (ESAS), una vasta regione coperta dalle acque basse. Questo scenario fu ipotizzato per la prima volta da Natalia Shakhova e da Igor Semiletov, del Centro Internazionale di Ricerca Artica (IARC) dell’Università dell’Alaska a Fairbanks.

Nel 2010 il gruppo di Shakhova rese noti i risultati, che rivelavano come annualmente traboccavano 7 teragrammi di metano dalla superficie nell’ ESAS. Il mese scorso ha pubblicato un altro articolo su Nature Geoscience per aggiornare i dati scoperti sulla base di misurazioni più rigorose, fatte utilizzando un mezzo sottomarino senza pilota, con un sistema sonar avanzato. Scoprì che la temperatura dell’acqua più in profondità è aumentata negli ultimi 14 anni, correlata ad una perdita di 17 teragrammi (17 milioni di tonnellate, nota CdC) di metano all’anno, accentuati dalle tempeste. Questa stima prudenziale è oltre il doppio della precedente valutazione.

Dunque, la sorgente di queste emissioni di metano rimane sconosciuta. Altri scienziati che hanno studiato a fondo il fenomeno ritengono che da una parte potrebbe essere una perdita di un grande deposito di idrato di metano, mentre dall’altra potrebbe essere una lenta fuoriuscita di metano che dura da centinaia di anni. Christian Berndt, del centro per la ricerca oceanica GEOMAR/ Helmholz, ha supposto una commistione tra le due possibilità, ma ammette che “non ci sono prove”.

A discapito dei loro ultimi studi che hanno rivelato dei livelli di metano più alti che in precedenza, la Shakhova si è discostata dall’ipotesi ventilata di una possibile “bomba di metano”, determinando una scarsa rilevanza con lo scenario reale.

Commentando lo studio, il centro nazionale americano per la neve e il ghiaccio (NSIDC) osserva:
“Le osservazioni fatte dalle navi rivelano che le concentrazioni di metano nell’aria soprastante il mare dell’ESAS sono quasi il doppio della media mondiale… strati di sedimenti sottostanti i permagelo emettono lentamente gas metano e questo si è conservato per millenni sotto i permagelo. Mentre saliva il livello dell’acqua, alla fine dell’era glaciale, la pianura fu ancora una volta ricoperta da acqua oceanica relativamente calda, che scongelò i permagelo ed intrappolò il metano… in poche parole… il metano ha un potenziale nel surriscaldamento globale pari a 86 volte quello del biossido di carbonio”.
Molti scienziati concordano nel ritenere che ci sia bisogno di ulteriori ricerche per capire la sorgente di queste emissioni di metano.

Gli scienziati ritengono anche che un Artico senza ghiacci in estete porterebbe a serie conseguenze per il clima globale. Alcune ricerche hanno portato ad unire il riscaldamento dell’Artico ai cambiamenti delle correnti a getto, che hanno portato negli ultimi anni a mutamenti ambientali senza precedenti. Questi eventi estremi hanno colpito in maniera forte il paniere produttivo delle nazioni.

Un nuovo esperimento molto importante, pubblicato su Nature Climate Ch’ange, ha messo in luce come lo scioglimento del ghiaccio marino negli ultimi 30 anni ad un ritmo dell’8% ogni dieci anni, è direttamente correlato con le estati estremamente calde riscontrate non solo negli USA e che si sono presentate sotto forma di siccità e ondate di calore. Il capo dello studio presso l’Istituto di ricerca di scienze geografiche e di risorse naturali di Pechino, Quihang Tang, ha affermato:
“Come le alte latitudini si riscaldano più velocemente delle medie latitudini, per via dell’effetto amplificato dello scioglimento dei ghiacci, così il vento delle correnti a getto che partono da Ovest verso Est si è attenuato. Di conseguenza, il cambio di circolazione atmosferica tende a favorire sistemi climatici persistenti e stagioni estive estreme”.

Gli approfondimenti al nuovo studio pubblicato sul Geophysical Research Letters hanno dimostrato un collegamento tra la diminuzione dei ghiacci nel mare Artico e le stagioni estreme, in particolare l’estate e l’inverno, che includono prolungati periodi di “siccità, inondazioni, ondate di freddo e di caldo”.

L’anno passato, il professor Duarte era capo autore dell’articolo nel giornale del Royal Academy of Science AMBIO, che metteva in guardia dal rischio di passare un “punto critico” che potrebbe portare ad un “effetto domino una volta che sarà finito il ghiaccio estivo”. Il professore Duarte ha inoltre affermato:
“Se il movimento prende avvio, può generare profondi cambiamenti climatici, che mettono l’Artico al centro e non alla periferia del sistema- Terra. E’ evidente che queste forze stanno per mettersi in moto. Ciò ha maggiori conseguenze sul futuro del genere umano, man mano che avanzano i cambiamenti climatici”.


Il Dr Nafeez Ahmed è direttore esecutivo dell’Institute for Policy Research & Development e autore della “Guida all’utente per la crisi della civiltà” e “Come salvarlo”, tra gli altri libri.
09.12.2013
Traduzione per www.comedonchisciotte.org e adattamento a cura di Daniele Frau

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