domenica 6 aprile 2014
Vestito d'Arlecchino.
sabato 22 giugno 2013
Il bello della lettura sta nella parola che sorprende.
Prima di leggere (intendo quando ancora non sapevo farlo), mi piaceva molto ascoltare chi lo faceva per me. Seguivo quelle parole con grande piacere, ma qualcosa mi mancava lasciandomi insoddisfatta. Cos'era l'ho capito quando ho cominciato a leggere da sola. Mi mancava il tempo. Il mio. Un tempo che non è mai lo stesso, che muta da libro a libro, ma che per me è comunque un tempo rispettabile, insomma, mai una volata. Certo, a volte per lavoro un libro si deve bere tutto di un fiato (che strano, nel linguaggio giovanile, almeno a Roma, "bersi qualcuno" vuol dire fregarlo), ma quando è per il puro piacere, allora è meglio non mettersi a correre troppo. Il bello della lettura è il trasporto. Siamo qui che leggiamo, ma siamo subito anche da un'altra parte. Le parole lette diventano una recitazione interna, fatta di pensiero, e intanto che ci si ascolta con il proprio ritmo si va avanti ma pure si deve tornare indietro. Il piacere puro richiede pazienza. Quando leggo so che non sono io a dover pretendere qualcosa dallo scrittore, ma lo scrittore che deve pretendere qualcosa da me. E al gioco ci sto, anzi, lo approvo in pieno. Dunque mi dedico, compongo e scompongo per capire, anzi, per capirci a mio modo che è l'unico in mio possesso: seguire chi scrive ma mettendoci quel tanto di me che alla fine attacca il suo filamento. Lo sappiamo, a ogni libro ogni lettore ci mette una giunta che è solo la sua.
E ogni tanto tornare indietro, magari anche di più pagine, perché all'improvviso una parola pare ci faccia comprendere in maniera diversa e fatale ciò che prima avevamo inteso in altro modo. E che pena non trovarla, ché mica è facile ripescare una parole che avevamo fissato con la memoria, che so, su una pagina di destra, più o meno a metà. E allora ecco che si scorrono tutte la pagine precedenti gettando sempre lo sguardo a destra e quell'altezza, a volte pure inutilmente, ché magari si è trattato di una memoria andata a finire nella stanza sbagliata del "palazzo". Abbiamo creduto di vederla in un certo punto, ma non era vero. Quando si trova, è capace che la caparbietà della ricerca ne ha fatto dimenticare la ragione, ma non importa. Stavolta le due parole (quella che ci ha spinto indietro e quella ritrovata) le segneremo cerchiandole leggermente con una matita. Prima o poi ci tornerà in mente la necessaria comparazione rimasta in sospeso, l'intuizione che avrebbe rivelato ciò di cui non eravamo nemmeno in cerca.
Quando leggo ho sempre con me un quaderno. Il bello della lettura è anche lardellare, ma mica si fa sul libro, sarebbe mancargli di rispetto. E allora sul quaderno metto il titolo e l'autore del testo, e da lì parto facendo ogni tanto qualche ragionamento, interpretando in più maniere per poi sottolineare quella che convince di più. Sarà quella giusta? Deve esserci per forza? Certe volte, sfogliando i miei tanti quaderni, vado di corsa a riprendere un libro. Sul quaderno, per fortuna, il numero della pagina ce lo metto. Ma anche così è diverso, quello che ho scritto può non combaciare con la rilettura. Avevo capito meglio prima o adesso? Ovviamente è una questione di diversità: la mia. E allora un po' ci si spaventa. Quante volte dovremmo rileggerlo un libro per arrivare alla lettura definitiva? Questo è un lusso che ci si concede con i libri della vita, quelli che ce l'hanno pure cambiata un po'. Ma sarà stato davvero così o è stata solo cosa fortuita? Magari, letto in altro momento, quel libro non sarebbe nemmeno stato tra i prescelti. E invece, visto che proprio in quel dato momento l'abbiamo letto, tra i prescelti ci resta per forza. Se ne fa una questione di principio, come a non voler tradire noi stessi. Nella lettura, la fretta non porta mai lontano. All'età di diciotto anni lessi un "si aperse" al posto di un "si aprì". Rimasi a pensarci molto, scrissi le due diverse forme su un foglio e le pronunciai più volte. In quel "si aprì" non c'era tutto lo squadernamento che intravedevo nel "si aperse". E me ne innamorai.
Quando mi chiedono se la scrittura è salvifica rispondo di no, che lo è solo la lettura. Ci salva ciò che ci sorprende e dunque, a meno che l'ego non sia un caso clinico, non ci si può sorprendere da soli. Sono le parole degli altri a farlo. E donchisciottescamente sappiamo che un certo accumulo di stupori potrà renderci leggermente più saggi, o più pazzi, un po' meno o un po' più smarriti. Andrà comunque bene perché le parole di chi ha scritto diventeranno nostre mentre le leggeremo e saranno così destinate a salire, ad ascendere. Alla fine anche a convergere. Proprio come in quello straordinario titolo che Flannery O'Connor andò prendere in una frase del filosofo e scienziato gesuita Pierre Teilhard de Chardin: Everything that rises must converge. Tutto ciò che sale deve convergere (anche se in italiano è stato tradotto La vita che salvi può essere tua), perché è solo avendo la pazienza di convergere che, al dunque, libro e lettore se la intenderanno proprio a dovere.
lunedì 24 settembre 2012
Le società gilaniche: floride società senza Stato.
fonte: http://italianimbecilli.blogspot.com/2011/...e-comunita.html
Questo post, che ha avuto una lunga e doverosa gestazione, vuole una volta per tutte dimostrare come una società possa esistere senza Stato ed essere, proprio per questo motivo, estremamente florida e pacifica. Il post è indirizzato a tutti coloro che, di fronte alla saggia proposta politica anarchica, obiettano dicendo (ipotizzando) che una società senza governo e senza Stato non potrebbe mai esistere e che, addirittura, non è mai esistita. Noi del blog Italiani Imbecilli diciamo che è tempo di ricredersi e di conoscere. Quanti anni ha lo Stato, inteso come forma di organizzazione del potere? In Europa diciamo circa 1200 anni. Se invece consideriamo uno dei primissimi codici di legge, quello del re Hammurabi, dobbiamo risalire a quasi 1800 anni prima di Cristo. E prima cosa c’era? Com’era gestita la società? Se noi leggiamo gli indici dei consueti libri di Storia, cioè di quei testi avallati dallo Stato e che si studiano nelle scuole, la risposta che ci viene fornita in capitoli è la seguente: ![]()
In
questo indice, però, manca qualcosa di molto importante, qualcosa
che mette in crisi l’idea di Stato come unica possibilità di
gestione del potere e della società. Per inciso dobbiamo
denunciare il fatto che le informazioni storiche censurate nei
libri scolastici sono moltissime. Il capitolo cancellato di cui
oggi ci occupiamo non è un capitoletto, si tratta invece di un
periodo di migliaia di anni, completamente tagliati, insabbiati,
vietati. Parliamo delle società gilaniche, citate come esempio di
ottima politica anche dal famoso psicanalista Erich Fromm.
I libri e i mass-media in genere, ci hanno sempre insegnato che ‘la civiltà’ (con tutto il peso e l’importanza che riveste questa parola) sia iniziata là dove sono sorti i primi Stati, le poleis, le grandi monarchie (egizi, babilonesi, sumeri, assiri, ittiti, fenici, greci…) e in questo modo lo Stato, che detiene il controllo della cultura nazionale, attua la sua prima fidelizzazione autoreferenziale presso il fanciullo. Si insegna che lo Stato equivale a civiltà (e viceversa) come se prima della nascita degli Stati ci fossero stati soltanto clan, tribù incivili di uomini e donne, poco evoluti, quasi bestie, e anche disorganizzate. Questo è completamente sbagliato. Semmai è esattamente l’opposto, nel senso che le comunità gilaniche, esistenti prima della nascita degli Stati, erano le più fiorenti della storia antica, almeno in Europa (ma diffusamente ve n’erano anche nel continente americano). Dopo la scomparsa di queste civiltà evolute (spiegheremo anche il motivo della loro scomparsa), l’instaurazione delle gerarchie e degli apparati dello Stato hanno prodotto un regresso notevolissimo in ogni àmbito culturale, morale e cognitivo. Le società gilaniche La scoperta delle società gilaniche è dovuta alla famosa archeologa Marija Gimbutas, seguita dall’antropologa Riane Eisler, sua erede culturale. Marija Gimbutas è stata colei che ha coniato il termine ‘gilan’, che deriva dall’unione di ‘gi’ + ‘an’, abbreviazioni dei termini greci giné (donna) e andros (uomo). La lettera ‘elle’ in mezzo ha due importanti significati: 1) il segno fonetico greco leyin/lyo che vuol dire ‘liberare’. 2) segno di unione culturale e ideale tra i due sessi. Nella pratica del quotidiano vivere, il tutto si traduce come civiltà autorganizzata e non violenta, in cui uomini e donne hanno gli stessi diritti. Stiamo parlando di quella fase temporale che si pone tra il Neolitico e la nascita degli Stati, quindi stiamo abbracciando un grande arco di tempo che va all’incirca dal 7000 al 3500 a.C. (talora sino al 1500 a.C.), dove nel Sud-Est dell’Europa, isole comprese, fiorivano società pacifiche, evolute, raffinate, senza gerarchie, senza governo, senza Stato, senza eserciti. Società non patriarcali, anarchiche ante-litteram, dove l’auto-organizzazione protratta per migliaia di anni non ha mai generato caos e violenze. In nessun sito o tomba gilanica sono state trovate armi, neppure nell’età della lavorazione dei metalli. Nessuna raffigurazione vascolare o parietale riporta scene di guerra. E le numerose statuette della Dea Madre (‘Venere’ o ‘Grande Dea’, come viene chiamata da M. Gimbutas) attestano storicamente che all’inizio dio era donna e che, per conseguenza, queste società non contemplavano l’uso della forza fisica (come strumento organizzativo, offensivo e difensivo, prerogativa maschile opportunisticamente utilizzata dagli Stati creatori di eserciti e di repressione istituzionalizzata e legalizzata). Presso questi popoli l’Arte era fiorente e sofisticata, gli individui erano in costante armonia con la Natura e si professava il culto per la vita, quindi gli strumenti di morte non erano contemplati, né ammessi. Per conseguenza, non v’era nessuna intenzione di nuocere o di sottomettere, niente eserciti, niente repressioni, niente ingiustizie, niente gerarchie, niente mura di cinta: in un contesto così libero e pacifico, non potevano che nascere individui altrettanto liberi e pacifici, capaci di perpetuare questo modello di giustizia sociale. Tutto questo risponde anche a quelle persone che sono ancorate all’idea (sbagliata) secondo cui l’essere umano tenda per natura al dominio, alla malvagità, e che sia persino incapace di auto organizzarsi. L’Uomo nasce anarchico, cooperativo, solidale, pacifico, vitale, libero (‘nessun uomo ha ricevuto dalla Natura il diritto di comandare gli altri’ - D. Diderot). Nello specifico degli studi anarchici e antropologici, l’innato istinto cooperativo dell’Uomo è attestato anche dallo scrittore Colin Ward che lo dimostra in più occasioni, e anche, come citato prima, da Erich Fromm (qui). Le Dee Madri sono l’espressione sacra e votiva delle società gilaniche e sono presenti massicciamente in tutta l’Europa sudorientale, isole comprese, cioè in un’area vastissima in cui uomini e donne vivevano nella ricerca costante del miglioramento sociale, nel segno della libertà. Il loro sistema culturale, fondato e maturato sull’ordinamento orizzontale (non piramidale e gerarchico), aveva prodotto le migliori espressioni sociali, un sano sviluppo tecnologico, scientifico, architettonico e artistico, volto al vero benessere personale e collettivo. Nel vivere sociale gilanico, il ‘personale’ e il ‘collettivo’ non erano considerati elementi dissociati, ma interdipendenti. Perciò Bakunin afferma spesso: ‘non posso dirmi completamente libero, fintanto che gli altri non lo sono completamente’. In una società anarchica, come in quelle gilaniche, non esiste il suddito, poiché la coscienza collettiva e la stessa organizzazione sociale egualitaria lo impedirebbero a priori, non vi sono le condizioni necessarie per la creazione di qualsiasi tipo di oppressione e di senso di rivalsa. Tutto questo, scritto in estrema sintesi (perdonateci per questo), non è riportato in nessun libro scolastico ‘ufficiale’. Quindi La portata di questa scoperta è talmente grande e ‘pericolosa’ che ha giustificato la sua costante censura da parte delle istituzioni. Questa scoperta, che ha spaccato anche il fronte degli archeologi, mina profondamente il nostro imprinting secondo cui non esiste altra forma di potere (e di ‘civiltà’) se non quello statale e gerarchico. L’esistenza storica delle società gilaniche rappresenta perciò un’ulteriore prova, la più duratura mai avuta nel tempo, in grado di dimostrare ciò che l’anarchia sostiene da sempre: gli Stati sono creazioni artificiali e menzognere, concepite espressamente per opprimere i cittadini, i loro diritti, le loro libertà, le loro esigenze, per il tornaconto di un manipolo oligarchico che vuole comandare gli individui e avere tutti i privilegi. Le società gilaniche e l’anarchia ci dànno la prova che si può fare a meno dello Stato, ci dimostrano che vivere senza sovrani, senza leggi statali, senza gerarchie e soldati, alimenta la pace, la fratellanza e forgia coscienze raffinate e colte. Ma perché le società gilaniche sparirono, lasciando il passo agli Stati? Com’è avvenuto il passaggio? kurgan: i capostipiti del sistema statale Gli studi di Marija Gimbutas (ripescati e ristudiati dal movimento femminista negli anni ’60) sono stati lunghi e meticolosi e spiegano anche il motivo per cui le società gilaniche si siano estinte quasi simultaneamente. Gimbutas scrive in proposito vari testi che sono inseriti in ‘The Kurgan Culture and the Indo-Europeanization of Europe: Selected Articles from 1952 to 1993′. Interessanti anche le altre sue pubblicazioni. Ma veniamo ai kurgan. ![]()
Come
dimostra la cartina geografica, popolazioni indoeuropee,
patriarcali e guerriere, provenienti dall’area caucasica e
siberica, si introdussero in Europa, estinguendo o assoggettando
con le armi le comunità gilaniche, imponendo un modello sociale
gerarchico e guerresco, dove la forza fisica e l’autorità
maschile erano gli elementi dominanti. Ogni donna, da quel
momento, fu destinata alla schiavitù e al concubinaggio forzato.
L’ordine anarchico venne represso. Si istituì la proprietà
privata. I popoli assoggettati furono mantenuti e ‘normalizzati’
entro rigide leggi (sedicenti divine, in realtà marziali) e in
condizione di servitù permanente. Questa servitù e ‘questo
stato’, venne con il tempo metabolizzato dalla coscienza umana
ed è diventata normalità, consuetudine, ovvietà, alla quale ci
si è abituati. E’ dunque qui, e per questi motivi, che nasce la
cultura del dominio e la struttura piramidale dello Stato. Ed è
da questa logica oppressiva che nascerà quella che oggi viene
definita paradossalmente ‘civiltà’. Il nostro intendere la
politica, la moderna organizzazione sociale, l’autorità
costituita, i confini e gli eserciti, derivano quindi dai Kurgan
ed è ovvio che, dopo 3000 anni di questa cultura, sembra
impossibile oggi concepire un altro sistema di organizzazione
sociale diversa da quella statale.
Civiltà a confronto. L’Arte parla L’Arte è quell’espressione dell’essere umano che rivela, racconta, sintetizza il contesto sociale, la cultura di un popolo. Ed è grazie ai reperti artistici che noi possiamo toccare con mano la grandissima differenza tra i gilanici e i kurgan, possiamo constatare la netta cesura culturale, il disastroso regresso sociale e morale avvenuto per colpa del dominio barbarico dei kurgan sui popoli liberi d’Europa. Prendiamo in considerazione l’isola di Creta che, grazie al suo essere isola, è stata l’ultimo baluardo libero e gilanico fino al 1500 a.C. I libri scolastici ben si guardano dal nominare la parola ‘gilanica’ (o non-violenta) con riferimento alla civiltà cretese. Invece ci hanno insegnato ad associare a Creta l’attributo ‘minoico’, poiché Minosse fu un re cretese (un re). Ma al di là del mito del Minotauro e dei riferimenti fantastici che si intrecciano intorno al nome di Minosse, cosa c’era a Creta prima di questo sovrano despota? Come vivevano i cretesi gilanici? Cosa ci raccontano i reperti artistici? Prendiamo in analisi il dipinto più famoso, la tauromachìa (palazzo di Cnosso). ![]()
Nel
dipinto murale, due donne e un uomo giocano insieme e affrontano
il toro. Le attività sociali, compresi i giochi, erano
liberamente e normalmente svolte sia dalle donne, sia dagli uomini
in un rapporto paritario. E al di là dell’aspetto egualitario
tra genere maschile e femminile (aspetto che manca alla decantata
e ‘civile’ cultura democratica greca e in tutte le altre
successive), osserviamo lo stile pittorico, la raffinatezza
artistica, il grado di fluidità. Dice Giulio Carlo Argan: ‘la
mancanza della gravità rituale delle figurazioni asiatiche,
l’andamento più libero delle linee e l’accordo dei colori,
dimostrano che l’immaginazione degli artisti è già aperta
verso gli orizzonti di una mitologia fondamentalmente
naturalistica’. Peccato solo che i cretesi trovarono, nel loro
futuro, soltanto regresso e schiavitù. Ma questa concezione
naturalistica e persino realistica di indubbia raffinatezza si
riscontra anche nella celebre brocchetta di Gurnià:
Qui
l’artista ha dipinto un polpo che abbraccia con i suoi tentacoli
la brocca. Quel polpo sta nuotando, il pittore dipinge anche le
alghe fluttuanti. Sempre Argan: ‘(il polpo) è un essere vivo’.
Siamo quindi di fronte a un’Arte che dichiara e ostenta la
propria vitalità (culto della vita), una grande consapevolezza,
un’ottima maturazione culturale, un rapporto intimo e
confidenziale con la Natura. Cosa che sparirà da lì a breve con
l’ingresso violento dei kurgan anche a Creta, come avvenuto in
precedenza in tutta l’Europa sudorientale. Infatti l’Arte dei
guerrieri che andò a sostituirsi a quella gilanica produsse un
pesantissimo regresso culturale, e di questo regresso ne è ancora
testimone il primo periodo dell’Arte greca, successivo alla
cultura gilanica, dove la semplificazione e la geometrizzazione
estrema della realtà sono il sintomo di una povertà
intellettuale che ha fatto compiere un balzo indietro di millenni
alla nostra cultura. Guardiamo l’enorme differenza stilistica
tra Arte gilanica e quella successiva greca arcaica.
![]() ![]()
In
mezzo ci è passata la cultura rozza, primitiva, guerresca dei
kurgan (qui sotto)
![]()
Prima
dei kurgan non esistevano né la povertà, né tutti quei problemi
connessi alla condizione di indigenza. In buona sostanza, lo Stato
ha prodotto impoverimento e regresso, dominio ed oppressione,
schiavi e padroni, patriarcato e tutte le aberrazioni di cui
soffre la nostra società, crimini compresi. Adesso è forse più
chiaro il motivo per cui l’anarchia intende e vuole una società
libera e liberata dallo Stato.
Ora non rimane altro da fare che
prendere coscienza della Storia e cercare di allontanare dalla
nostra vita lo Stato e i suoi apparati di governo, siano essi
locali o centrali. Ognuno di noi, attraverso scelte consapevoli
per il benessere nostro e dei nostri nipoti, può agire e
sconfiggere questa gabbia statale. Ma prima di abbattere lo Stato,
occorre distruggere le barriere mentali, le più dure, quelle che
lo Stato stesso ci ha imposto da 3000 anni. Oggi di barriere ne
sono state abbattute un bel po’. Buon pro’ ci faccia, per il
bene di tutti.
(L’argomento qui trattato è soltanto una
sintesi e non può essere esaustiva. I riferimenti da studiare
sono in verità moltissimi, la bibliografia è vasta e
interessante. Lasciamo qualche link, a nostro giudizio tra i più
autorevoli sull’argomento, gli unici dai quali abbiamo desunto
le informazioni per questo articolo).
Prima dei kurgan non
esistevano né la povertà, né tutti quei problemi connessi alla
condizione di indigenza. In buona sostanza, lo Stato ha prodotto
impoverimento e regresso, dominio ed oppressione, schiavi e
padroni, patriarcato e tutte le aberrazioni di cui soffre la
nostra società, crimini compresi. Adesso è forse più chiaro il
motivo per cui l’anarchia intende e vuole una società libera e
liberata dallo Stato.
Ora non rimane altro da fare che prendere
coscienza della Storia e cercare di allontanare dalla nostra vita
lo Stato e i suoi apparati di governo, siano essi locali o
centrali. Ognuno di noi, attraverso scelte consapevoli per il
benessere nostro e dei nostri nipoti, può agire e sconfiggere
questa gabbia statale. Ma prima di abbattere lo Stato, occorre
distruggere le barriere mentali, le più dure, quelle che lo Stato
stesso ci ha imposto da 3000 anni. Oggi di barriere ne sono state
abbattute un bel po’. Buon pro’ ci faccia, per il bene di
tutti.
(L’argomento qui trattato è soltanto una sintesi e
non può essere esaustiva. I riferimenti da studiare sono in
verità moltissimi, la bibliografia è vasta e interessante.
Lasciamo qualche link, a nostro giudizio tra i più autorevoli
sull’argomento, gli unici dai quali abbiamo desunto le
informazioni per questo articolo).
Marija
Gimbutas: ‘Signs out the time’ (filmato
sottotitolato)
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giovedì 19 aprile 2012
Domenica... Semplicemente
Non te lo aspetti, la pioggia scrosciava forte durante la notte, un vento fuliginoso bruciava le ciglia glitterate delle fate dei tuoi sogni, eppure, alzi la tapparella ed ecco che ti entrano negli occhi i raggi del sole, che illuminano l’anima, e fanno si che la polvere di sogno avanzata sulle tue palpebre si sollevi e voli verso il cielo diventando tanti piccoli batuffoli di cristallo…
Grandine che sale verso l’atmosfera anziché scenderne giù…
Corri, incessante, come una formica tra i tasti di un pianoforte…
Musica, gioia, passione lacerante…
giovedì 16 febbraio 2012
E non c'è nulla da fare.

Sono il saprofago delle mie emozioni.
In un mondo in decomposizione,
anche il mio cuore lo è.
E non c'è nulla da fare.
Perchè ogni cosa ha un inizio...
e la sua fine.
Sento il rancido dei miei ricordi
insinuarsi sotto la pelle
famelico come la mia bocca sporca di sangue
in un giorno scurito dal velo della paura.
E non c'è nulla da fare.
Perchè il senso di tutto
è perso per sempre.
Ascolto un vento gelido
spezzarmi le ciglia
cinico com'è cinica la mia ombra
che mi segue da sempre
e ride di me alle mie spalle.
E non c'è nulla da fare.
Perchè il peggio
deve ancora venire.
Mi nutro di un senso d'esistere
che ha perso il suo senso
affamato di sazietà,
come chiunque del resto
che non sa di aver pranzato
con le proprie budella.
E non c'è nulla da fare.
Perchè la meschinità
non è stata mai rara.
Giuro che vomiterei ogni cosa
se solo riuscissi a farlo.
Ma non c'è nulla da fare.
Se ad essere avariati
siamo noi commensali.
(Francesco Salistrari)
lunedì 22 novembre 2010
Luce Sfuggente.

Sono luce sfuggente,
d'infinito mi tingo,
voce lontana svanita
del tuono al rumore.
Sono luce sfuggente
come chimera sospesa,
il miglio ormai giallo
come luce del campo.
Sono irto sentiero
enigma arcano dell'uomo,
giunto in un dove
andare o tornare?
Sono luce sfuggente,
d'incanto svanisco,
ristretto è il cammino
del mio cuore le chiavi.
Sono parole sospese,
su un lago distante,
Sono luce sfuggente,
inutile è il corrermi incontro.
(Francesco Salistrari, 2010)
mercoledì 24 marzo 2010
No.

Mi sciolgo in una realtà di ciottoli persi per strada.
Fatta di bolle di glassa in cui galleggiare.
E' difficile respirare in una stanza senza sentire il bisogno di scappare.
E le pareti diventano strette mani possenti, simili ad artigli feroci.
Mi sciolgo e tutto tace, mentre il cielo cade giù.
E con esso i nostri sogni, non più chimere da inseguire.
Unicorni da cavalcare.
Dame da salvare.
Fogli da riempire.
Cede il cielo lento, in un film muto, senza attori nè modelle.
Senza baci nè luci scintillanti.
Mi sciolgo in una realtà che non è nostra.
Ma che ci siamo scelti, nostro malgrado, senza saperlo.
Il cielo viene giù nei giorni di pioggia e la pietra si scalfisce.
Cera molle vecchia.
L'odore del mondo è buio, come quello della morte per strada.
Anonima, ma non meno terribile.
E se la morte ti guarda negli occhi, c'è sempre un motivo.
Che non conoscerai mai.
La gelida carezza del vento che tutto rattrista quando è tempesta.
Siamo foglie alla deriva, strappate così.
Il mondo si scioglie e cade in fondo, dove occhi non vedono, dove muore la pioggia.
Siamo punti di domanda sospesi nel vuoto.
La nostra risposta non la sapremo mai.
Perchè la pioggia quando cade lascia in noi un senso di vuoto che è difficile spiegare.
(Francesco Salistrari, 2010)
giovedì 4 marzo 2010
Il Sole.

Chiudo gli occhi e vedo il sole,
i suoi raggi obliqui,
dita miracolose da cui sgorga la vita.
Chiudo gli occhi e vedo il colore della luce,
che è senza colore,
e che è tutti i colori.
Se chiudete gli occhi quando è notte
il sole, lo si può solo sognare.
Quando è buio
i colori, li si può solo immaginare.
C'è freddo di fuori
e tetri sono i rumori,
bianchi, diafani fantasmi nell'ombra.
L'ovatta del mondo è la coperta che tutto ricopre.
E' il manto che tutto nasconde.
C'è il gelo di fuori
ed ogni cosa è un cimelio.
Fragile cristallo simulato.
E' notte di fuori
e tutto è spento.
Muto schermo a nevischio.
Chiudo gli occhi e la luce riappare.
Possiamo anche morire,
ma il sole vivrà.
Arde ogni istante nella vita addormentata,
nel gelo cinereo,
sulla corteccia invecchiata,
nella morte incartapecorita.
C'è la notte là fuori.
Ma se chiudete gli occhi, domani,
il sole sarà là ad aspettarci.
Impaziente dolce bambino.
(Francesco Salistrari, 2010)
sabato 30 gennaio 2010
Il vento.

Sento una carezza sulla pelle, proprio in questo momento, dolce, delicata, sincera.
E conosco queste mani ferme, gentili, leali.
Sono le dita del vento quelle che mi accarezzano adesso.
Sono le dita di quest'incantesimo che non ha nome, questo miracolo a cui nessuno fa caso.
Sono le dita di una magia, quelle che fanno volare gli uccelli, che muovono le nuvole, che accarezzano gli alberi. In un tocco d'amore infinito che si spande nel mondo.
Il vento.
Il respiro della Terra.
Adoro farmi accarezzare da loro, sentirne il solletico sul corpo, lasciare alle emozioni la possibilità di librarsi e diventare, esse stesse, uccelli.
L'incanto del vento è sapere che la Terra ancora respira.
Viva.
E che, adesso, qui, accarezzandomi, dichiara il suo amore per me.
(Francesco Salistrari, 2010)
venerdì 22 gennaio 2010
La notte.
Meravigliosa, la notte.Come una dolce signora che arriva in punta di piedi,
silenziosa e discreta,
gentile e sincera.
Ha per occhi le stelle e per sorriso la luna,
radioso, ammaliante,
perché melanconico.
Meravigliosa, la notte.
Perla splendente
racchiusa nella sua conchiglia di buio.
Come nenia la sua voce calma
ci conduce al mattino,
all'ennesima rinascita.
Perché nel sonno moriamo,
ma solo per gioco.
Meravigliosa, la notte.
Che ci fa tutti bambini,
vulnerabili e sinceri,
gioiosi e senza pensieri.
Com'è bella, la notte.
Amante discreta
di questa risma di pazzi che qualcuno chiama umanità.
(Francesco Salistrari, 2010)
domenica 10 gennaio 2010
L'incubo del dormiente.
Il silenzio sopra di me,
spesso come catrame,
il buio simile a panna montata.
Immobile attendo qualcosa che non arriva,
all'orizzonte nulla scorgo se non la paura,
sul suo galoppante cavallo ,
fiera e spietata.
Respiro come un'aria malsana
ed il mio corpo si ribella a qualcosa di indefinito.
Le mani fredde non toccano più nulla
ed il cuore pulsa lento una linfa vitale
di cui ignoro la verità.
Strana è la mia quiete,
nonostante senta in lontanaza rumore di zoccoli,
cavallo scuro al galoppo.
Strana calma la mia,
che mi attorciglia le membra.
Odore macchiato d'incenso e fiori appassiti,
come cimitero.
Cosa sarà tutto questo,
se non un altro scherzo della vita?
O della morte?
Ricomincio a camminare
in questo mondo stanco e desolato,
fatto di pietre e solitudine,
di silenzio e rassegnazione.
Cosa sarà tutto questo,
se non l'incubo di un dormiente?
E' calata la mezzanotte
su questo mondo strano.
Un assurdo sole
è già scomparso all'orizzonte.
C'è chi ha paura, chi sorride, chi se ne frega.
Il buio è calato, ma nessuno sa perchè.
Trema la terra ed ulula il vento,
divampa il fuoco e l'erba avvizzisce.
Siamo arrivati alla fine del viaggio,
cari miei mentecatti.
Cala lento il sipario
e c'è ancora qualcuno che si chiede il perchè.
Come me.
Sveglio o dormiente?
(Francesco Salistrari, 2010)
giovedì 31 dicembre 2009
Le cose non dette.

Potete scaricare il testo premendo sul seguente link: "Le cose non dette".
La motivazione della giuria:
"Uno sfogo. Questo non è un racconto, ma un vero e proprio sfogo che l'autore affida alla sua penna ed ad un modo originalissimo di raccontare e raccontarsi. E poi è una vera e propria sfida, che Salistrari ingaggia col lettore: una sfida che l'autore vuole chiaramente perdere, in quanto ci invita costantemente ad abbandonare la lettura. In quel caso, però, il suo scritto si trasformerebbe in quelle parole non dette richiamate dal titolo che non avrebbero nessun valore. Inoltre, sarebbe un peccato fermarsi prima del punto finale: si perderebbe l'occasione d'incontrare un'anima sorprendente, attraversata da dubbi e da una confusione che la rende unica e tutta da scoprire. Lo stile di scrittura adoperato da Salistrari affonda le sue radici nel linguaggio moderno con una differenza sostanziale rispetto a quello usato altrove: un grande senso di rispetto per la parola scritta e per quella non detta, che comunque viene pensata e quindi ha acquisito diritto di cittadinanza fra gli uomini".
Spero vi piaccia.
(Francesco Salistrari, 2009)
NB: premendo sul link si aprirà una pagina di filehosting, in basso vedrete la scritta in blu "Click here to Donwload".
lunedì 28 dicembre 2009
Voglio essere.

Voglio essere spirito puro.
Sganciato da questo mondo duro.
Fatto di cose, consistenze,
spigolosa materia.
Voglio essere nube.
Vapore vitale di ancestrale memoria.
Corpo, anima, mente...
Voglio essere cielo.
Aria da gustare,
dolce continuazione di luce.
Materia, atomi, elettroni...
Voglio essere magnetismo.
Animale, selvaggio.
Sogno celato in spesse coperte.
Voglio essere occhio che guarda.
Innamorarmi di una materia che, oggi, non riesco ad amare.
(Francesco Salistrari, 2009)
mercoledì 23 dicembre 2009
Pezzo di vetro.
Sono il pallido riflesso di un sorriso lasciato a marcire su una spiaggia deserta, dimenticato, scartato, dissolto da indifferenza ed incuria.
Sono il pianto del nibbio, il canto del cuculo e la voce triste del vento.
Sono foglie morte e tempesta, sono luce ed ombra, paura e rimpianto.
Sono la luna coperta da una coltre di nubi, sono quella stella cadente svanita prima che sia espresso un desiderio.
Sono acqua e fuoco.
Sono bile e rimorso.
Sono solitudine e rabbia.
Sono ruggine e nebbia.
Sono il senso indefinito di un sogno svanito al risveglio.
Sono l’amore che non esiste.
Sono il riflesso in quello specchio rotto.
Quella che vedi è la mia immagine, intrappolata per sempre in un frammento di vetro.
(Francesco Salistrari, 2004)
lunedì 14 dicembre 2009
Non per me.

Non scrivo per me, ma neppure per voi.
Non scrivo per essere ricordato, né per rendermi immortale.
Non scrivo per istruirvi o farvi scoprire misteri ancora celati.
No, non faccio tutto questo.
Scrivo solo perché mi va di farlo,
perché altrimenti la mia vita sarebbe priva di ricordi,
scrivo per conservare le emozioni,
per rendere immortali i miei momenti,
per far di una sensazione qualcosa di concreto,
per rendere reale un’illusione.
Non scrivo per nessuno,
ma solo per dar vita a qualcosa che morirebbe con me,
solo per dar voce al silenzio,
solo per dare un senso a ciò che non lo avrebbe.
Scrivo e questo è quanto basta.
Non importa se qualcuno mi leggerà
o tutto verrà cancellato dal tempo,
quel che conta è che ora sto scrivendo,
dando modo ad un’idea di diventare realtà.
Dando prova a me stesso di esistere davvero.
(Francesco Salistrari, 2005)
venerdì 11 dicembre 2009
La mia stella.
Piccola stella,
sono io il tuo pianeta,
il tuo umile compagno.
Piccola luce del cielo,
ci sono io, meta della tua luce,
il tuo umile specchio riflettente.
Irradia l’anima mia,
continua a darmi luce e vita,
sono io il tuo piccolo figlio.
Piccola stella non spegnerti ancora,
dammi una possibilità,
non lasciarmi nel vuoto e nella morte.
Piccola luce dell’infinito,
sono piccolo ed inutile,
ma con te riesco a dare un senso alla tua luce.
(Francesco Salistrari, 2009)
martedì 8 dicembre 2009
Bottiglia.

Il mondo è come una bottiglia che galleggia nel mare...
abbandonata, tra le onde, da qualcuno...
...con un messaggio.
Il mondo è come un quadro senza colori,
bianco e nero, dipinti da un malinconico pennello...
Siamo i figli non voluti di questo tempo,
siamo un sole che si è spento,
siamo come il ghiaccio di un drink,
freddi, ma destinati a scioglierci...
Il mondo è il nostro, ma non lo sappiamo...
è la nostra casa, ma non la curiamo...
Il mondo ci chiede aiuto,
ma, raccogliendola dalle onde,
abbiamo buttato il messaggio e tenuto la bottiglia.
(Francesco Salistrari, 2006)
martedì 24 novembre 2009
Quella canzone imparata anni fa.

cullando la speranza di riuscire,
cantando una canzone ascoltata anni fa.
Si chiama cuore quello che batte nel petto,
si chiama amore la sua linfa vitale.
Una carezza, un sorriso,
un bacio lanciato al cielo sereno,
un abbraccio rubato,
un sogno regalato alla notte.
Cantando una canzone ascoltata chissà dove,
cullando la speranza di poter ricordare,
aspettando il momento di cominciare a sognare.
Si chiama vita quella che stiamo vivendo,
e amore ciò che le dà un senso.
Una carezza, un sorriso,
un bacio lanciato al cielo sereno,
un abbraccio rubato,
un sogno regalato a chiunque.
Cantando una canzone ascoltata anni fa,
aspettando qualcosa che ci ucciderà.
(Francesco Salistrari, 2009)
martedì 10 novembre 2009
Compostamente educate.
Ti aspetti sempre qualcosa,dai perchè dai però.
E sei lì, angelo nel cielo,
viso tra la folla,
sogno nel sonno.
Apri gli occhi e tutto cade,
tutto precipita,
nel mare dell'ego.
Cerchi e non trovi,
e qualcuno trova in te, qualcosa che non hai.
Vuoi o non vuoi vivi.
Vuoi o non vuoi muori.
Angelo nel cielo,
viso tra la folla,
sogno nel sonno.
Hai un senso di vago sentore di qualcosa,
nei perchè nei però.
Sempre, ogni volta, ogni dove.
Come un'ombra che ti segue,
felina, tra le luci.
Apri gli occhi e ogni cosa è lì,
in ordine,
compostamente educata.
Guardi visi che ti guardano,
odori che non vedi, qualcosa che non sai.
Sai o non sai è sempre meglio non sapere.
Vuoi o non vuoi vivi.
Sonno nel sogno,
folla tra i visi,
uomo tra gli uomini.
Perdi cose che non trovi,
trovi cose che non hai perso,
tra le tue risposte, tra le tue domande,
nella tua rubrica, sulla tua bacheca.
Tra i saldi di fine stagione.
In ordine,
compostamente educate.
(Francesco Salistrari, 2009)










