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giovedì 30 ottobre 2014

Un futuro a Caste e Strisce.

Il disegno neoliberista di dominio sociale che porterà all'implosione della democrazia come sistema politico. 


di Francesco Salistrari



Certo, il Potere è geniale.

Dopo aver progressivamente azzerato le conquiste operaie degli anni ’70, spazzato via ogni velleità di cambiamento nel mondo occidentale ed occidentalizzato (globalizzazione, sic!) l’intero pianeta, inebetito gran parte della popolazione mondiale attraverso la distruzione della scuola, la tv e il cinema, dopo aver convinto la maggioranza silente che è più desiderabile possedere uno smartphone luccicante che usufruire dei propri diritti, dopo tutto questo e molto altro, il disegno è compiuto.

Prendiamo l’Italia.

Un paese che solo agli inizi degli anni ’80 era tra i primi 4 paesi più ricchi del mondo, seconda potenza industriale d’Europa, come si ritrova oggi?

Con una democrazia azzerata, il welfare state sventrato, un Parlamento e una Costituzione smantellati e un popolo governato da tre, e dico tre, governi consecutivi NON eletti democraticamente.

Il “Piano di Rinascita Democratica” piduista si è trasformato in realtà, senza colpo ferire, senza la minima opposizione, in maniera scientifica e indolore. Ed il tutto con il beneplacito della “sinistra” italiana, cioè di quella parte politica che avrebbe dovuto rappresentare proprio l’unico baluardo di difesa di democrazia, diritti e giustizia.

Com’è andata? Che le peggiori riforme, quella che hanno dato avvio allo sfacelo a cui assistiamo, sono state varate proprio da governi borghesi spalleggiati dalla nostra pseudo sinistra politica e sindacale. E’ un caso secondo voi che il primo governo Prodi, quello che ha dato via alla precarizzazione del lavoro nel nostro paese, distrutto scuola e sanità, che ha smantellato il comparto pubblico a suon di privatizzazioni (meglio dire svendite), è stato anche il governo che ha registrato il più basso numero di ore di scioperi della storia repubblicana?

E che cos’è oggi il PD, con il suo “leader” Renzi? Non è forse un partito connotato da politiche padronali, di destra, con quella patina di “sinistra” che gli assicura il consenso proprio in quelle fasce sociali da cui naturalmente sarebbe avversato?

Il disegno è geniale. Mettere un uomo (ed un gruppo dirigente) profondamente di destra a guida del partito di maggioranza della sinistra italiana, perseguire programmi e obiettivi delle elite finanziarie e politiche europee ed di oltreoceano (USA) con il minimo possibile di opposizione reale.

Ma in tutto questo esiste un aspetto sociologico davvero incomprensibile, o per meglio dire inconcepibile, ma che pur si sta verificando e sta dipandando pienamente i suoi effetti deleteri sulla società italiana in maniera indelebile. Tale aspetto è quello che ha portato una fetta importante di popolazione, quella che si rifaceva alla vecchia tradizione comunista italiana incarnata dal PCI, ad appoggiare incondizionatamente un progetto simile. Ripeto di DESTRA.

Un intero gruppo sociale inebetito e rimbecillito a tal punto da non rendersi conto che le politiche portate avanti da questo PD, da questo gruppo dirigente, imbeccato ed eterodiretto dalle elites finanziarie, bancarie e politiche occidentali, sono esattamente le stesse politiche, gli stessi disegni e gli stessi obiettivi che hanno combattuto per decenni a colpi di scioperi, serrate, manifestazioni, raccolte firme, scontri con la polizia, subendo arresti, persecuzioni, interdizioni, umiliazioni.

Tutto quello che gli anni ’70 avevano conquistato alla classe subalterna italiana in tema di tutele, diritti e benessere, viene oggi smantellato proprio con il benestare di chi per quelle conquiste ha lottato duramente. Un’intera generazione di italiani, oggi, sta facendo la figura di un branco di cerebrolesi.

E a subirne le conseguenze disastrose saranno proprio le future generazioni. I figli dei figli di quel ’68 che verrà ricordato come l’anno in cui ebbe inizio la più grande sconfitta della storia di quella possibilità (allora soltanto accarezzata e sussurrata) di rendere il mondo un posto più vivibile e libero.

Mentre attraverso il Job Act, avviene il definitivo cambiamento del mercato del lavoro italiano portandolo agli standard di quello statunitense e tedesco, e di concerto viene completamente azzerato il ruolo e la stessa ragione d’esistenza della rappresentanza sindacale, mentre vengono ratificate e attuate le politiche volute e imposte dalle elites finanziarie europee e americane, ci si prepara ad entrare, sotto la guida di questo partito reazionario che si fregia del nome di “democratico”, in una nuova era di rapporti internazionali ed economici attraverso la sottoscrizione del T.I.I.P, mentre quello che restava della legittimità democratica nel nostro paese e degli strumenti di difesa sociali nei confronti della distruttività del neoliberismo economico vengono cancellati, il popolo italiano “dorme” sonni tranquilli.

Con quel minimo di benessere che rimane, con la ricchezza che continua a polarizzarsi verso l’alto, con la forbice sociale che si allarga sempre più, i segni del risveglio sociale stanno praticamente a zero. E questo perché la stragrande maggioranza della base di consenso del partito designato al governo del paese, appoggia in maniera acritica qualsiasi decisione piova dall’alto.

In questo fenomeno sociologico tanto strano, c’è sicuramente un’eco della più becera tradizione comunista occidentale, direttamente ereditata da oriente: la dirigenza ha sempre ragione. In questo modo vengono azzerate le discussioni e tutto viene accettato in maniera acritica.
Che manna!

Ma c’è anche un aspetto più inquietante nella nostra situazione attuale: ed è il fatto che, tutte quelle formazioni politiche e sociali che si schierano apertamente contro questo disegno, contro il governo, contro i sindacati marci e filogovernativi (nonostante la manfrina dell’ultima manifestazione di parata a contenuto politico pari a zero), tutto quel marasma di società e di politica attiva di alternativa, hanno due problemi fondamentali da affrontare e risolvere (e alla luce dei fatti sono ancora molto lontani sia dalla comprensione di tali problemi, sia ovviamente dalla loro risoluzione).

Punto uno: sono frammentarie e non riescono a coordinarsi e unirsi in vista di obiettivi comuni non solo di breve, ma anche e soprattutto di lungo periodo.

Punto due: non possiedono alcuna proposta politica complessiva di reale alternativa.

Una bella fregatura.

Anche perché, nel mondo del nuovo accordo di partnership economica che passa sotto il nome di T.I.I.P. che vedrà la luce nel 2015, senza un’alternativa credibile, radicale e complessiva di società, di economia, di democrazia, in una parola senza una vera prospettiva di cambiamento, le possibilità di opporsi al disegno di dominio sociale che passa sotto il nome di neoliberismo, saranno praticamente nulle.

Non ci meravigliamo se poi tra qualche decennio ci troveremo a vivere in un sistema di caste indiane dove la parola “dittatura” sarà solo un termine obsoleto che descriverà un vecchio e superato, quanto ingenuo, modo di gestione sociale, ormai sorpassato in maniera brillante.

domenica 8 giugno 2014

Storia di un'esperienza collettiva.


La battaglia della discarica di Celico (Cs): un esempio di rivendicazione popolare autonoma.

di Francesco Salistrari.


Il Comitato Ambientale Presilano rappresenta un’esperienza unica per i nostri territori.

Nato dalla sinergia e dalla collaborazione di diverse componenti politiche e sociali attive in Presila, come i gruppi dei Giovani Democratici, le associazioni territoriali dei vari Comuni e dalla volontà e dall’azione di singoli cittadini, si è posto immediatamente come centro di aggregazione e di proposta politica intorno alle tematiche ambientali. Tematiche fortemente sentite per un territorio, come il nostro, devastato da decenni e decenni di politiche insulse e criminali.

L’esempio più evidente e più drammatico, sicuramente rappresentato dall’apertura della discarica di proprietà della Mi.ga srl individuata dalla Regione come valvola di sfogo per le annose problematiche di smaltimento degli RSU calabresi, ha rappresentato il momento cementificante di tutta una serie di sensibilità presenti da decenni nei nostri territori ed ha visto l’insorgere di un nuovo protagonismo sociale inedito per la Presila.

La battaglia sulla discarica di Celico, cominciata anni fa, raggiunge quest’anno il suo picco, proprio grazie all’azione e alle iniziative del Comitato Ambientale Presilano. Dopo l’affronto della Regione, che ha individuato il sito di Celico come sbocco dell’emergenza rifiuti esplosa ad inizio anno, affronto, va sottolineato, perpetrato ai danni di un territorio che registra le più alte percentuali di raccolta differenziata in Calabria, il Comitato Ambientale Presilano diventa il motore pulsante della battaglia di opposizione alle ordinanze regionali.


Una folla di migliaia di cittadini provenienti da tutta la fascia presilana si riunisce in uno storico incontro ai piedi del ponte della SS107 che taglia il Comune di Celico, la sera del 16 febbraio. Una folla pronta a tutto, pur di fermare l’ennesimo scempio ai danni del nostro territorio. Un territorio devastato da scelte scellerate che ne hanno completamente annientato il possibile sviluppo in direzione del silvopastorale, dell’agriturismo, dei prodotti doc, e che ne hanno trasformato invece i centri abitati in dormitori della periferia cosentina, senza alcuno sbocco, se non per i rifiuti. Un territorio in cui ci si ammala di cancro sempre di più, grazie proprio a quell’opera sistematica di inquinamento e devastazione ambientale portata avanti dalle nostre amministrazioni nel corso del tempo. Discariche incontrollate, che hanno inquinato per decenni e continuano a farlo.

Ecco. Il 16 febbraio del 2014, per la prima volta, la gente della Presila dice basta a tutto questo!

Il movimento cresce e si avvia quella notte stessa il presidio, permanente, della strada di accesso in discarica, determinando di fatto il blocco dello sversamento. Si organizzano assemblee pubbliche continue, iniziative, incontri, si spingono le amministrazioni a fare la loro parte nelle sedi istituzionali preposte al fine di bloccare la gestione intollerabile dell’emergenza da parte della Regione. Si grida forte un NO! all’ennesimo attacco alla salute e al futuro del nostro territorio, in maniera civile, sempre più organizzata e consapevole. Le discussioni, la solidarietà di un’intera popolazione, cementificano amicizie, legami, rapporti, prassi politiche, conoscenze, competenze collettive, che si riverberano su tutti e in poco tempo il presidio diventa un laboratorio. Un’esperienza di riappropriazione sociale inedito per la Presila.


Da quel momento si porta a maturazione, forse inconsapevolmente, un percorso lungo decenni, in cui le battaglie sulle discariche, sull’avvelenamento dei suoli, sui disboscamenti selvaggi, sulla cementificazione scellerata, su uno sviluppo sempre promesso dalla politica e mai realizzato, tutte cose che avevano visto una consapevolezza atomizzata, frutto dell’iniziativa di piccole realtà associative o di singole personalità, il 16 febbraio arrivano a un punto di sublimazione sociale mai sperimentato. E per la prima volta questi temi entrano prepotentemente nel dibattito pubblico, dando spazio a tutte quelle realtà sociali e politiche soffocate da decenni di imposizione partitica e affaristica.

I giorni passano e il presidio resiste, tra incontri in Prefettura, promesse non mantenute, dietrofront, giochi politici e pressioni, minacce, intimidazioni. Se ne vedono di tutti i colori. Ma la gente, insieme, determinata, va avanti per la sua strada e il motto “non passeranno”, tanto caro ai rivoluzionari spagnoli del ‘36, diventa un leit motiv del presidio.

I contributi arrivano un po’ da ogni dove. Si avvicinano i ragazzi dei collettivi autonomi di Cosenza, gli studenti dell’hacklab dell’università che in breve installano una rete wifi mobile che permette al presidio di essere aggiornato e comunicare in tempo reale, si avviano i primi contatti con gli altri comitati presenti nella Regione che portano avanti le stesse battaglie e ben presto si rivivifica il coordinamento regionale dei comitati che aveva egregiamente funzionato in passato nelle battaglie di Amantea sulle “navi dei veleni” e sui referendum sull’acqua e il nucleare. La rete si attiva e il Comitato Ambientale Presilano, comincia a rappresentare un esempio e uno sprone per tutti quelli che lottano per le stesse cause.

Inevitabilmente si arriva allo scontro con le istituzioni.

Vengono inviate le forze di polizia che hanno l’ordine di sgomberare i manifestanti.

Quando i reparti Celere inviati dalla Prefettura arrivano a Manco Morelli, non si trovano davanti black block e violenti, terroristi e teste calde, né quattro ragazzetti illusi che strillando si possa cambiare il mondo. No. Ad aspettarli, compatti, impauriti, trovano ragazzi e ragazze, padri di famiglia, mamme, bambini.

Trovano, in una parola, quel popolo che non appare mai davvero sui giornali se non quando qualche vetrina va in frantumi. Trovano un territorio a testa alta che sa, comprende, capisce che quello che la Regione pretende, altro non è se non un’illegalità, una palese violazione delle più elementari regole a tutela della salute pubblica. Quelle stesse leggi che le istituzioni emanano e a parole dicono di tutelare, vengono sovvertite e paradossalmente il presidio assume anche un’altra valenza politica fondamentale: diventa presidio di legalità.

La forza messa in campo dalle istituzioni, come sempre fa contro i deboli e mai con i forti, è spropositata.

La gente ha paura. Tentenna. Media. Dialoga.

Dopo ore di trattativa, alle minacce di cariche da parte dei funzionari di Polizia, si arriva a un compromesso.

Viene concesso lo sversamento del “tal quale” per “soli” dieci giorni a patto che vengano controllati da parte di membri del Comitato, sia lo sversamento in discarica, sia dei camion in transito e del loro contenuto e che tutto venga filmato dalla Polizia Scientifica. Sembra una sconfitta. Di certo è una mezza vittoria.

Per la prima volta, cittadini e cittadine vengono autorizzati all’accesso in discarica. Per la prima volta avviene un fatto importantissimo: i cittadini si sostituiscono alle forze preposte ai controlli.
Sembra una banalità, ma non lo è. Per il semplice fatto che, senza la presenza di quelle persone, senza l’opposizione di quella massa di gente, quei controlli non sarebbero mai stati fatti e lo sversamento sarebbe avvenuto ugualmente.

Passano 10 giorni in cui più volte viene bloccato lo sversamento per irregolarità, decine di camion tornano indietro. Sui giornali, ogni giorno, se ne parla con grande risalto. L’importanza del lavoro che viene svolto, viene colta immediatamente.

Ma passati i dieci giorni, la Regione forza di nuovo la mano. Rinnega le promesse della Prefettura e rimpolpa lo sversamento attraverso tre successive ordinanze che autorizzano fino a giugno il conferimento in discarica del rifiuto “tal quale” di ben 39 Comuni.

A quel punto il Comitato e i cittadini serrano le fila e bloccano nuovamente l’accesso in discarica. Dopo qualche giorno di stasi, le forze di Polizia si presentano nuovamente con l’ordine di sgombero forzato, ma nessuno indietreggia e l’8 marzo, il giorno della festa delle donne, con le donne presilane in prima fila, si resiste alle cariche della polizia e i camion tornano indietro. Il 10 marzo, stessa scena. I funzionari di Polizia ordinano la forzatura del blocco pacifico e, usando un autocompattatore di EcologiaOggi come ariete, tentano di sgomberare le persone. La cosa ha eco nazionale. La notizia viene riportata anche dal Fatto Quotidiano online e la Presila resiste. Non si passa!

Nel frattempo tre Sindaci (solo tre su tutti quelli della fascia) riescono ad ottenere un incontro al Dipartimento Ambiente della Regione con il funzionario responsabile dell’emanazione delle scellerate ordinanze, l’emerito e ormai famigerato Gualtieri. Con la pressione e la determinazione dei ragazzi e delle ragazze, degli uomini e delle donne presilane, al freddo e alla pioggia, attraverso il messaggio di determinazione messo in campo in quella storica mattinata del 10, la Regione fa marcia indietro e ritira le ordinanze.

Una vittoria parziale certo, perché il conferimento viene vincolato al pretrattamento dei rifiuti, ma si è riusciti quantomeno ad evitare lo sversamento diretto in discarica, che oltre che contro la legge è dannosissimo alla salute.

Il blocco viene interrotto e la Polizia se ne va.

Da quel momento il presidio comincia a vivere di una frenetica attività di informazione, vengono proposte iniziative, eventi culturali, incontri. Membri del Comitato partecipano puntualmente alle riunioni congiunte del Coordinamento Regionale con gli altri Comitati territoriali. Viene indetta una manifestazione regionale per il 10 maggio a Cosenza.

E il 10 maggio, la Calabria che non ci sta, la Calabria che dice basta allo scempio, quella che propone un modello alternativo alle logiche affaristiche e criminali sottese al ciclo dei rifiuti, non solo scende in piazza con una delle più belle manifestazioni calabresi di sempre, ma reclama dignità e ascolto alle istituzioni, ma anche e soprattutto agli indifferenti. A tutti coloro che credono che il problema non li riguardi.

Il corteo festante e colorato, denso di significati, sfila tra le case della città bruzia al suono dei tamburi e al rombo dei trattori dei contadini di Bisignano, allo schiamazzo dei tanti bambini presenti, alle grida di tanti giovani che si sentono minacciati, esclusi, il cui diritto al futuro appare negato.

La manifestazione del 10, in cui il Comitato Ambientale Presilano ha avuto un ruolo organizzativo importantissimo, diventa il punto di inizio di un cammino collettivo che porterà lontano.


Il Coordinamento Regionale sta già lavorando ad una legge di iniziativa popolare sui rifiuti che implementi nella nostra Regione il modello strategico “Rifiuti Zero” ed in questo senso il Comitato ha avviato un progetto per le scuole all’avanguardia che prevede delle lezioni itineranti nelle scuole secondarie di primo grado al fine di istruire i bambini ad una nuova cultura del rifiuto.

Il futuro parte da qui. Dai bambini. Espressione vivente del futuro a venire.

Il “Laboratorio Scuola ZERO – Il futuro non è un rifiuto” è già partito in un progetto pilota nelle scuole secondarie di primo grado di Rovito e Magli e dall’anno prossimo interesserà diverse scuole della provincia. Anche gli altri Comitati territoriali si stanno attivando in tal senso, proponendo nei propri territori, l’idea.

Un’idea che vede in prima fila le future generazioni, affinchè comprendano l’importanza di una nuova concezione del consumo, della produzione dei rifiuti, dello smaltimento. Una nuova concezione che modifichi radicalmente le abitudini sociali dal basso, modificando di riflesso i metodi e i principi produttivi a monte. Introducendo una nuova visione del mondo, del rispetto dell’ambiente e della Vita.


L’unico vero valore per il quale è necessario combattere uniti.

domenica 11 maggio 2014

Il 10 maggio calabrese.


La grande manifestazione regionale dei Comitati territoriali a Cosenza.
di Francesco Salistrari.



Un'altra Calabria esiste. Un'altra politica esiste.

Lo ha dimostrato la magnifica manifestazione di ieri a Cosenza. Bella, pacifica, colorata, rumorosa e piena zeppa di contenuti. I contenuti di questa terra martoriata, i contenuti e le proposte dei territori, dei comitati che, uniti, hanno detto la loro non solo sui rifiuti, ma sulla possibilità, evidente, che un’altra strada e un’altra politica esistono.

Una manifestazione che va detto non ha trovato alcun appoggio nella politica partitica, se non da parte dei singoli o di rare eccezioni. La mobilitazione, l’organizzazione, la piattaforma rivendicativa, sono tutte da attribuire al lavoro indefesso, alla capacità e alla passione dei comitati territoriali, che senza aiuti, hanno portato in piazza migliaia di manifestanti in uno degli eventi politici più belli degli ultimi anni.

Quello che è emerso ieri è che una parte importante di questa Regione non piega la testa e dice BASTA! alla politica ultradecennale di devastazione territoriale che la politica tradizionale propina ai calabresi. Una politica fallimentare, criminale, non solo sui rifiuti ma sul consumo del suolo, sulla cementificazione, sull’inquinamento dei mari, delle terre e delle falde acquifere, sul lavoro, su uno sviluppo sempre promesso ma affossato da connivenze, legami oscuri e favoritismi che hanno condannato la nostra Regione all’arretratezza e alla disperazione sociale.
Ieri è cominciato un nuovo percorso per la Calabria. Il corteo dei manifestanti di ieri non si è fermato a Corso Mazzini, a Cosenza, ma idealmente continua e chiede, propone e denuncia. Continua e pretende ascolto. E nessuno, nessun politico, nessuna istituzione, nessuna azienda, nessun partito, da ieri, può far finta che questo cordone di uomini e donne non esistano, al contrario tutti dovranno fare i conti con loro.

Non è stata una manifestazione di protesta, ma di proposta. La proposta di una politica veramente nuova, concreta, sincera, sui rifiuti e non solo, che rilancia e urla forte che la popolazione dal basso e senza eterodirezione chiede dignità politica e sociale, chiede giustizia, chiede sviluppo, chiede serietà, chiede lo spazio che merita e che non ha mai avuto.

Decidiamo noi!


Non è solo lo slogan di una manifestazione, ma la prospettiva per un’intera Regione.

E da ieri, dopo la splendida manifestazione di questo maggio calabrese, questa prospettiva sociale e politica esiste ed è possente.

domenica 13 aprile 2014

Manifestare la violenza

Non basta più gridare la volontà di cambiamento, bisogna rivoluzionare gli strumenti di lotta.

di Francesco Salistrari



Ancora scontri con la Polizia. Ieri a Roma. Di nuovo guerriglia tra manifestanti e poliziotti, di nuovo l’eterna guerra tra poveri voluta e cercata dai tanti che hanno interesse solo a che le proteste finiscano in massacro, che le idee vengano cancellate dal dibattito, che quello che resti, di una manifestazione, siano solo gli schizzi di sangue ed il disgusto.

Basta!

Il mondo è cambiato. E’ cambiato tutto. La sacrosanta protesta di un popolo contro le ingiustizie, i soprusi, i diritti negati, la protervia e la corruzione del potere, non può non cambiare con esso. Pena l’annientamento, l’annichilimento, la sconfitta, l’oblio.

Gli anni Settanta sono finiti. Non si può più continuare ad usare gli strumenti e i metodi di lotta di un’epoca passata, seppellita sotto un cumulo di cambiamenti che hanno stravolto rapporti di forza e condizioni sociali, abito mentale ad un intero corpo sociale, che hanno mutato le stesse risposte del potere.

Il corteo, la manifestazione, la sfilata di protesta, intese classicamente, non servono più a nulla. Per ragioni pratiche, prettamente pratiche, ma anche teoriche, ideologiche.

Per prima cosa è indubitabile che “contarsi” in mezzo ad una strada, prestabilita dalle autorizzazioni prefettizie, è solo un modo per incanalarsi nei percorsi di un macello a cielo aperto. E’ indubitabile altresì che ormai, mancando potenti organizzazioni sociali capaci di un servizio d’ordine degno di questo nome, infiltrazioni e provocazioni diventino talmente semplici che ogni volta, in ogni manifestazione, si assiste alla stessa scena: gruppo ristretto di scalmanati che scatenano la violenza, attesa da parte delle forze dell’ordine e poi carica indiscriminata, mentre nel frattempo gli iniziatori della violenza si sono già dileguati.

Ma un’altra ragione pratica, forse ancora più importante, che boccia la metodologia del corteo di protesta è che, nei fatti, è perfettamente inutile rispetto agli obiettivi delle proteste, a meno di numeri oceanici capaci di spostare i rapporti di forza in campo, e nessuna manifestazione oggi nel nostro paese sarebbe capace di farlo.

Viviamo in un’epoca di fascismo latente, subdolo, in cui non esiste possibilità democratica di cambiare le cose con gli strumenti classici delle epoche passate.

Non esiste la possibilità concreta di incidere realmente sulle dinamiche decisionali, che si estrinsecano lontano dai luoghi sociali e dalle stesse istituzioni rappresentative. E’ per questo motivo che le sacrosante proteste e l’energia che le genera vanno incanalate in altre direzioni, attraverso altri metodi, nuovi e realmente rivoluzionari.


In secondo luogo, la manifestazione di protesta ha perso la sua capacità incisiva anche da un punto di vista ideologico. In un’epoca di apatia e omologazione come quella in cui viviamo, non è più possibile pensare che la solita, piccola, avanguardia politica sia capace di accendere le coscienze e spingere le persone alla consapevolezza e di conseguenza alla lotta. Non basta più. Del resto le immagini, super pubblicizzate, degli scontri, il messaggio subliminale dell’inutilità della protesta, sono dei potentissimi strumenti anestetizzanti e controfunzionali alla necessità partecipativa di pur ampie fette di popolazione.

E’ pertanto venuto il momento di cambiare. Perché non basta più gridare la volontà di cambiamento. Un cambiamento che va attuato anche rispetto agli stessi strumenti di lotta. Per spezzare una catena altrimenti indistruttibile.

Già a partire dalle stesse formazioni politiche che, da pompieri, tengono le persone ferme, immobili, incoscienti, mistificando la realtà a proprio uso e consumo e difendendo interessi precisi, è necessario cambiare il tiro delle proposte e di conseguenza della protesta, facendolo in maniera trasversale, così da colpire al cuore la cappa che i partiti politici impongono alla società.

Nel nostro paese è chiaro, chiarissimo, come la vera nuova Democrazia Cristiana, il PD, insieme agli altri partiti, proponendo una versione uniforme e indistinguibile di un mondo possibile, una visione omologata e omologante, figlia e difenditrice degli interessi che governano il mondo e l’Italia, tiene a bada, ferma e immobile una grandissima fetta di popolo che, al contrario, avrebbe tutto l’interesse a ribellarsi. Tutto un popolo che avrebbe la possibilità non solo di reclamare qualche diritto negato, qualche aumento salariale, qualche avanzamento sociale, ma che pretenderebbe il ripristino della democrazia, ormai sospesa, illusoria e mistificatoria. Che chiederebbe a gran voce un modo diverso non solo di intendere la politica, ma gli stessi rapporti sociali.

E’ a quel popolo che bisogna rivolgersi. E non lo si può fare più, con la “chiamata alle armi” della manifestazione. Non solo perché, come detto, narcotizzato dalla politica partitica, ma anche perché la forma a cui la manifestazione si richiama non è più appetibile, in quanto percepita come fallimentare, inutile e dannosa.

Bisogna dunque ricercare nuove forme di coinvolgimento sociale, trasversali, nuove forme di protesta, nuovi strumenti capaci di rendere realmente incisive le rivendicazioni. E questo può farsi solo attivandosi in maniera radicalmente diversa, nelle pieghe della società, attraverso azioni concrete di penetrazione, di messa in discussione dei cardini su cui poggia il sistema.

Forme di disobbedienza civile, fiscale. Forme di boicottaggio. Proposizione di nuovi modi di intendere, nella pratica quotidiana, il consumo (di suolo e di prodotti). Proposizione di nuovi strumenti di solidarietà sociale che mettano a nudo le crepe di quello che resta dello Stato Sociale distrutto dalla politica neoliberista.

Bisogna darsi obiettivi e ricercare forme radicali di messa in discussione delle certezze e delle stesse basi su cui poggia il consenso sociale ai partiti politici reazionari che governano il paese, mettendone a nudo, nella pratica quotidiana, le contraddizioni e le magagne.

Quello che deve emergere è una concezione nuova non solo di fare politica, ma una prospettiva. Le manganellate e gli arresti per strada non propongono alcuna prospettiva. Se non quella della sconfitta e della ritirata sociale.

Dalle pieghe della protesta deve germogliare prepotente un modo nuovo di intendere il mondo, i rapporti sociali e la stessa produzione. 





Foto di Sebastiao Salgado ®, Scontri fra minatori e autorità in Serra Palada, Brasile, 1986

sabato 10 agosto 2013

Crisi alimentare in Grecia: le famiglie rischiano la fame durante l'estate.


HELENA SMITH
theguardian.com

Le organizzazioni di carità in prima linea rivelano che il 90% delle famiglie nei quartieri più poveri deve affidarsi alla banca del cibo e alle mense dei poveri per la sopravvivenza. Ma la fine dell’austerità non è in vista, e ora anche i volontari stanno rallentando. 

"Fame" non è una parola che venga facile ad Antonis Antakis. E al 28 di Veikou Street, negli spazi ristretti e affollati del Club della Solidarietà, è una parola che non viene nemmeno pronunciata. Ma la paura di non avere abbastanza da mangiare è la forza che spinge quelli che arrivano qui - ed è quella che sostiene gli instancabili volontari che accatastano pacchi di riso, pasta e altre merci secche che i greci come Antakis si portano a casa. 

  "La verità è che, se non venissi qui, non avrei i mezzi per nutrire i miei figli," dice il padre di tre figli, recentemente rimasto vedovo, con gli occhi fissati sul pavimento. "Tre anni fa, quando io ero il capo e avevo due dipendenti, l'idea di andare da qualche parte a raccattare cibo sarebbe stata inconcepibile. Allora, guadagnavo €3.000 al mese e il frigo era sempre pieno". 

Il compito di assicurare che le famiglie come quella di Antakis abbiano da mangiare per tutta l'estate è diventato più gravoso in questo fine settimana, in cui i greci si preparano alla tradizionale pausa estiva, condizionando la fornitura di servizi di base come la distribuzione di cibo ai poveri. 

Normalmente, la prospettiva che la Chiesa ortodossa – o qualsiasi altra organizzazione caritatevole – in agosto rallenti l'attività, sarebbe passata inosservata. Ma in questa Grecia tramortita dai debiti è impossibile da ignorare. In un contesto di disoccupazione record e con il paese intrappolato nella sua peggiore crisi dai tempi moderni, il disagio emerge in modi che pochi avrebbero mai potuto prevedere. Fame e malnutrizione sono parte del quadro.  

Per Antakis e per il numero crescente di persone che dipendono dalle mense dei poveri, che ora saranno privati di ogni supporto esterno, agosto è diventato il mese più crudele.  

"Mi preoccupo seriamente che un giorno non sarò più in grado di nutrire i miei figli", ha spiegato l'ex piastrellista trentanovenne, ora diventato taxista. Prima ero il capo, ora sono fortunato se guadagno 500 € al mese. Non puoi vivere solo di questo, pagare le bollette, tutti i debiti e tutte le tasse che ti accollano e riuscire a sopravvivere."  

Con il suo personale motivato e il suo spirito positivo, il Club della Solidarietà è simile a molti altri gruppi creati dai cittadini preoccupati e afflitti dagli effetti corrosivi dell'austerità. È gestito, anche se non finanziato, dalla sezione locale del partito di opposizione della sinistra radicale, Syriza. 

Un segno rivelatore del tessuto sociale greco, è che Veikou street non si trova nella  periferia decrepita di una capitale intrappolata nel sesto anno consecutivo di recessione, ma nel centro, a pochi isolati di distanza dal viale più elegante di Atene, in vista dell'antica Acropoli. 

  "Non avevo idea – e sono rimasto scioccato nel saperlo - che la gente di questo quartiere, in queste strade, in tutti gli edifici a cui passo davanti ogni giorno, stesse soffrendo in questa maniera," dice Panaghiota Mourtidou, 54 anni, co-fondatore dell'organizzazione, mentre imballa alacremente scatole di cibo. "Dopo tutto, stiamo parlando della classe media, persone che per lungo tempo si sono vergognate troppo per poter ammettere di avere di questi problemi." 

I bambini malnutriti, alla fine, hanno svelato il segreto attraverso i rapporti sugli svenimenti di alunni nelle scuole di tutto il paese. "Gli insegnanti hanno segnalato casi di bambini che venivano a scuola da mesi con nient’altro che riso o biscotti stantii", ha ricordato Mourtidou. "E’ lì che abbiamo deciso di lavorare con le associazioni dei genitori per identificare le famiglie in difficoltà. Attraverso le raccolte di cibo fuori dal supermercato ora nutriamo circa 130 persone per due volte al mese." 

Mentre il paese vacilla elemosinando un aiuto dopo l’altro, un clima di silenziosa disperazione cresce in Grecia. La politica della povertà – causata dai tagli implacabili, aumenti di tasse e licenziamenti richiesti in cambio dei fondi di salvataggio di UE e FMI -  lascia disastri nella sua scia.  

La Chiesa greco-ortodossa da sola alimenta circa 55.000 persone al giorno; le autorità comunali distribuiscono altri 7.000 pasti presso le mense dei poveri intorno ad Atene. «Normalmente non chiudiamo, ma le volontarie che cucinano nelle cucine delle chiese in tutta Atene hanno bisogno di riposo» ha detto padre Timotheos, portavoce del Santo Sinodo, massima autorità della Chiesa. 

"A tutti i livelli, le persone stanno attraversando un periodo molto difficile. La richiesta di cibo è cresciuta enormemente" ha dichiarato al Guardian, ammettendo che se i bisognosi non potessero recarsi alla mensa centrale della Chiesa dovrebbero affrontare immense difficoltà. 

Attraversando la città fino a Neos Kosmos, un quartiere della classe operaia i cui abitanti sono visti spesso rovistare in cerca di cibo al mercato settimanale di frutta e verdura, Christos Provezis descrive i fatti senza mezzi termini. L'ingegnere civile disoccupato, che ha avviato un proprio gruppo di solidarietà nella zona lo scorso anno, dice: "In passato una persona su 10 andava alla mensa dei poveri, oggi siamo quasi a nove persone su 10." 

"Dicevano che la crisi sarebbe finita nel 2012 e ora, nel 2013, dicono che vedremo la luce in fondo al tunnel nel 2014. La verità è che la situazione continua a peggiorare. I greci hanno speso i loro risparmi, non hanno più nulla da parte".  

In un rapporto agghiacciante di quest'anno, l'Unicef stima che in Grecia quasi 600.000 bambini vivono al di sotto della soglia di povertà e che più della metà di loro non può soddisfare le necessità nutrizionali quotidiane di base. "Nelle famiglie più povere stiamo assistendo all'incapacità di garantire le necessità di salute, sociali ed educative dei bambini," ha detto Lambros Kanellopoulos, che dirige il ramo greco dell'Unicef. "L'esclusione sociale è in crescita. Lo si nota nella classe media, dove i redditi sono stati duramente colpiti da tutti i tagli." 

Nell'ambiente politico greco, sempre più teso, la politica del cibo è delicata. Negli ultimi mesi il partito di estrema destra Alba Dorata ha iniziato a tenere distribuzioni alimentari " per soli greci" al fine di guadagnare consensi. 

I politicanti hanno nascosto quello che molti temono possa trasformarsi in una crisi umanitaria nei prossimi mesi. Come la malnutrizione – ad oggi il più pernicioso sottoprodotto dell’austerità  –  anche il fenomeno dei senzatetto è in aumento. "La situazione peggiorerà ancora prima di poter vedere qualche miglioramento" ha detto Xenia Papastavrou, che gestisce la principale organizzazione di soccorso alimentare del paese, Boroume.  

"I servizi sociali dei comuni non possono nemmeno tenere il passo a registrare il numero delle persone in stato di bisogno," ha detto Papastavrou, il cui programma distribuisce le eccedenze alimentari donate da catene di negozi, ristoranti, pasticcerie e alberghi a 700 mense dei poveri in tutta la Grecia. "In quartieri borghesi tradizionali come Zographou il numero di coloro che richiedono aiuto dal 2011 è salito  da 50 a 500 persone. Ovunque andiamo  è la stessa storia, ed è il motivo per cui abbiamo bisogno di tutto l'aiuto possibile." 



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mercoledì 12 giugno 2013

LA ERT (TV-RADIO PUBBLICA GRECA) E' MORTA: LAMENTO DI UNA PERSONA NELLA LISTA NERA

DI YANIS VAROUFAKIS yanisvaroufakis.eu/

Poche ore fa, il governo greco ha annunciato che a partire dalla mezzanotte la televisione e i canali radio pubblici sarebbero stati ridotti al silenzio. Nessun dibattito pubblico, nessun dibattito in Parlamento, nessun avviso. Niente. ERT, la versione greca della BBC, leverà semplicemente le tende e scomparirà nella notte. In quanto unico, probabilmente, commentatore greco inserito nella lista nera da ERT nel corso degli ultimi due anni, sento di avere l’autorità morale per protestare ad alta voce contro la scomparsa di ERT. Per gridare ai quattro venti che il suo omicidio da parte del nostro governo a guida troika è un crimine contro i media pubblici contro il quale tutte le persone civili, di tutto il mondo, dovrebbero insorgere.

Sono passati due anni da quando l’allora ministro greco della Propaganda (titolo ufficiale: ‘Ministro della stampa e portavoce del Governo’) ha ordinato alla produzione di un programma televisivo ERT di non invitarmi mai più alla televisione di stato. Come faccio a saperlo? Lo ha fatto in mia presenza, alla fine di un programma televisivo in cui ho avuto l’ardire di segnalare al suddetto ministro che il suo resoconto del vertice dell’Unione europea da cui era appena tornato era ridicolmente ingannevole (NB. il ministro aveva sostenuto che la rappresentanza Greca era riuscita a convincere i nostri partner europei a introdurre la Tobin tax – una decisione che, fino ad oggi, due anni dopo, non è stata attuata).

Naturalmente, l’ira del governo greco contro la mia persona aleggiava da tempo, dato che sostenevo regolarmente, in onda, che la Grecia era fallita dalla fine del 2009 e che, pertanto, era stata una decisione idiota quella di esserci assicurati (come avevamo fatto nel maggio 2010) il più grande prestito di salvataggio nella storia umana da aggiungere a debiti già insostenibili e alla condizione di far crollare il nostro reddito nazionale (perchè è questo che fa la selvaggia austerità). Proprio il punto che ora, in ritardo, il FMI ha ammesso.

In un primo momento, tra la metà del 2010 e l’inizio del 2011, il governo Papandreou ha cercato di mettere in ridicolo le mie argomentazioni. Di presentarmi come un catastrofista incapace di vedere che la Grecia avrebbe svoltato l’angolo, per gentile concessione del piano di salvataggio. Sono stato anche accusato di alto tradimento da parte dell’allora Segretario generale del ministero delle Finanze. Ma col passare del tempo, con la ‘ristrutturazione del debito’ che cominciava ad essere richiesta anche da altri commentatori, i produttori dei programmi ERT iniziarono a dirmi che i funzionari governativi facevano pressioni su di loro per tenermi fuori dagli schermi televisivi. Eppure, anche dopo che il ministro della Propaganda aveva espresso verbalmente il suo ordine, i produttori ERT avevano continuato ad invitarmi, a dispetto dei loro padroni politici. Tuttavia, un giorno i nodi sono venuti al pettine.

Poco prima che io fossi intervistato su NET, il principale notiziario di ERT, la signora Elli Stai (la conduttrice) mi chiese, quasi come un favore, di non pronunciare due parole ‘proibite’: ‘ristrutturazione del debito’. La sua preoccupazione era che, se avessi continuato a parlare di una ‘ristrutturazione del debito’, di un taglio del debito greco, la pressione da parte del governo per tenermi fuori dagli schermi sarebbe diventata inesorabile. Naturalmente, la prima cosa di cui ho parlato in quel programma è stata proprio la “inevitabilità della ristrutturazione del debito”. Quello è stato il momento in cui la proverbiale goccia ha fatto traboccare il vaso – e io non sono mai più apparso nella televisione ERT [1]. Da allora sono nella lista nera della radio televisione di stato greca.

In considerazione di quanto sopra, potreste pensare, cari lettori, che la decisione del governo di chiudere ERT stasera mi lasci freddo, o addirittura mi entusiasmi. Niente affatto! Qualunque siano le colpe della nostra emittente pubblica, per quanto i suoi produttori possano essere soggetti ai funzionari governativi, i nostri mezzi di comunicazione pubblici sono l’unica possibilità che abbiamo di notizie, attualità e programmi culturali che attraversino il pubblico come una forza civilizzatrice. La nostra unica possibilità di avere programmi che vengono forniti per il valore del loro contenuto, un valore che sia irriducibile ai prezzi e ai ricavi pubblicitari.

Naturalmente, i media pubblici possono essere terribili. Proprio come le scuole pubbliche e gli ospedali, o anche il sistema pubblico della giustizia e dei tribunali, possono essere terribili. Eppure, i media pubblici ci offrono (come le scuole pubbliche, i tribunali, gli ospedali) una chance di civilizzare il nostro mondo sociale. Senza di loro, noi siamo in balia dei Rupert Murdoch del pianeta che, avendo sentito della decisione del governo greco, si stanno sicuramente facendo brutte idee su come il modello greco possa essere esportato in Gran Bretagna (BBC attenzione!), in Australia (ABC tu sei il prossimo!), dovunque possano essere fatti dei soldi dallo smantellamento dei media pubblici.

Quindi, dal cuore di uno che è stato messo nella lista nera per due anni da ERT, devo dire: allo scoccare della mezzanotte di oggi, quando la televisione e i canali radio ERT saranno silenziati, noi tutti diventeremo dei cittadini più poveri. In tutto il pianeta.



[1] Per qualche ragione ERT3, il canale di Salonicco, non ha mai ricevuto tale ‘ordine’ e così hanno continuato, a onore loro, a invitarmi a comparire. La spiegazione che ho ricevuto su questa ‘incongruenza’ è stata che l’ordine era verbale (un ordine scritto sarebbe stato incostituzionale) e doveva essere inoltrato bocca-a-bocca. Sembra che questo meccanismo di ‘trasmissione’ non abbia mai raggiunto i produttori a Salonicco!

Versione originale:

Yanis Varoufakis (professore di Teoria Economica all’Università di Atene e autore del libro The Global Minotaur)
Fonte: http://yanisvaroufakis.eu/
Link: http://yanisvaroufakis.eu/2013/06/11/ert-greek-state-tv-radio-is-dead-a-blacklisted-persons-lament/


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lunedì 7 gennaio 2013

Storie di una precaria.

di Savina Donato.

Il 2012 ha da pochi giorni abbandonato il pianeta terra e stiamo per aprire le porte definitivamente al nuovo anno. Ciò che è stato, ha lasciato ferite, delusioni, incomprensioni e una buia scia. Ho 24 anni, un mezzo titolo di studio e soprattutto ho una “non indipendenza” che mi rattrista. Ho da sempre sacrificato il divertimento per lavorare, sottomettendo vergognosamente la mia dignità. Vorrei con queste parole, poter rispondere a persone senza cuore, ai giornalisti che in tv (come ad esempio quel tale, ospite a “L’Arena” su Raiuno), continuano a ripetere che la colpa è dei giovani, i quali non rinunciano alle baldorie del week-end. Carissimi, sapete quanti come me, hanno lavorato solo nel week-end per undici ore di lavoro, retribuite a 25/30 euro? Quanti come me, sfruttati e sottopagati, hanno accettato solo per poter dare una mano in casa? 
Ecco le mie esperienze lavorative: la prima, a sedici anni in un pub. Guadagnavo 20 euro per otto ore lavorative più o meno e, malgrado a volte non venissi pagata, tacevo, a causa del pudore che mi contraddistingueva. Seconda esperienza, dai diciannove ai ventiquattro anni in un bar, la più longeva. Secondo i calcoli dei titolari, undici ore di lavoro corrispondevano a 30 euro. Ora, non posso esimermi nel rammendare che, appena entrata a far parte di questo nuovo mondo, guadagnavo ben 15 euro ma sorvoliamo, era solo una gavetta! L’anno in cui mi sono decisa a far valere i miei diritti, facendo loro presente la regola delle “tre otto” (che voi tutti conoscerete sicuramente), mi sono sentita gridare contro che se non mi stava bene, la porta stava nella direzione di sempre. Per cui, ho deciso di rinunciare alle ore notturne d’estate, al lavoro settimanale, alle pulizie generali che ci stanno da fare in un bar, compreso il bagno ovviamente e alla paga. Ho lasciato tutto, tranne l’affetto che mi ha legato a quelle persone, le quali comunque per cinque anni mi hanno vista crescere. Nel lasso di tempo, tra il periodo non lavorativo e la quarta esperienza, mi sono laureata. Ebbene sì, ho avuto anche il tempo di studiare e laurearmi in tre anni. Questo è stato il momento più buio della mia vita: curriculum non letti, rifiutati, mai sfogliati o persino cestinati. Questo è stato il momento in cui la crisi ha iniziato a sciogliersi nella mia clessidra. Quarta esperienza lavorativa: estate 2012, in un bar del mio stesso paese. Ho resistito solo cinque giorni.
Pertanto, carissimi che guadagnate uno stipendio, che blaterate tanto e affermate che siamo noi giovani a non voler creare un futuro, cosa mi rispondete? Cos’avete da dire ad una donna, ormai adulta, che ha lavorato per sette lunghi anni solo nei week-end e d’estate, rinunciando perciò al mare, al divertimento, agli amici e quant’altro contraddistingue coloro che conducono tutto ciò? Come se non bastasse, sono così sfortunata da non poter terminare i miei studi. Chi di voi ha letto bene, ha certamente colto che ho parlato di mezzo titolo di studio. Ordunque, come ci si comporta nel momento in cui le porte dell’università ti vengono chiuse, non per tuo volere? Mi spiego: finita la triennale, il totale abisso per la mia cultura. Ho conseguito la mia laurea presso l’Università della Calabria, ove però non mi è stato possibile continuare. Qui le vie d’uscita sono poche e il più delle volte non corrispondono al volere della propria realizzazione. Abisso ancora più profondo: non poter studiare fuori, data la poca disponibilità economica e la coscienza di non voler pesare sulla propria famiglia. Secondo voi, come ci si sente quando, bussando alle porte di un ufficio per chiedere consiglio, la risposta è «la tua laurea vale zero»? La giornata sembrò ancora più pesta in quel preciso istante ma nonostante tutto, ha prevalso la vivacità del mio essere. Sì, io sono così: so rialzarmi, so sorridere e donare un sorriso; so amare e abbracciare chi mi ama; so essere me stessa in tutto; so dedicarmi alla vita con la giusta passione.
Lo ammetto, a volte mi demoralizzo e credo di non farcela ma fortunatamente sono ancora qui, pronta a rispettare la vita, al fine di continuare a correre per questa lunga staffetta senza fine, passando il testimone alla prossima esperienza tramite il sudore del sacrificio, il quale sottolineerà ciò che sarà mio: l’indipendenza. Ergo, al via la corsa.  

* Spezzano Piccolo
(Cosenza)

mercoledì 5 dicembre 2012

Assicurazione obbligatoria per i rischi climatici.


di Italo Romano
Sarà vietato costruire case e imprese in aree a rischio idrogeologico molto elevato[1]. E’ una delle azioni prioritarie contenute nella bozza sulle “Linee strategiche per l’adattamento ai cambiamenti climatici, la gestione sostenibile e la messa in sicurezza del territorio“[2] che il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, ha inviato al Cipe, almeno è quanto riporta l’ANSA.
Fin qui nulla da eccepire. Anzi, direi niente di nuovo, in quanto tale provvedimento andrà ad arricchire[3] il Piano di Assetto Idrogeologico (PAI)[4], dove vengono classificate le zone in base al rischio ambientale.
E poi, diciamoci la verità, ci sono case a sufficienza per tutti e il mercato immobiliare potrebbe risorgere a nuova vita con un piano nazionale di ristrutturazione e messa in sicurezza. Ci sarebbe lavoro per un centinaio di anni e per milioni di persone e non avremmo più nessuna necessità di consumare il territorio, devastandolo a colpi di grigio cemento.
Utopia. Viviamo nella mercatocrazia, nell’era dell’edonismo e dello spreco compulsivo. La tematica ambientale, per la sua capacità di smuovere le atrofizzate corde emotive di questa malata società, è spesso usata come cavallo di troia per scardinare e imporre prassi ultraliberiste nel quotidiano vivere dei singoli cittadini.
Difatti, sempre nella su detta bozza, sarebbe contenuto l’introduzione di una assicurazione obbligatoria per coprire i rischi connessi ad eventi climatici estremi su beni e strutture sia dello Stato sia dei privati.
Il sistema non vuole soluzioni. Quello che è fondamentale è risolvere il problema solo temporaneamente, in modo tale che lo stesso problema, dopo poco, si ripresenti in tutta la sua tragicità, per poi imporre, magari in stato di emergenza, nuovi rimedi, sempre più invasivi e meno risolutivi, ma che ingrassano gli ingranaggi di questo sistema bestia.
E’ l’economia, anzi l’ideologia neoliberista, che riduce tutto a mero guadagno. Il fine è il guadagno e non la soluzione.
La soluzione è la fine del guadagno.
E’ severamente vietato anche solo pensare di risolvere definitivamente un problema.
Se si abbassano al minimo i rischi idrogeologici, addio decreti d’emergenza e addio all’ingrasso spropositato dei soliti noti che speculano sulle tragedie e sulla vita di migliaia di persone.
Così introducono l’assicurazione obbligatoria per tutte le proprietà. Lo fanno per noi, per la nostra tranquillità e per garantirci un futuro sereno anche nella cattiva sorte.
Quindi c’è da mangiare anche per il comparto assicurativo, fratello minore del più poderoso e insaziabile sistema bancario. I due poteri finanziari sono intrecciati e lo si evince semplicemente spulciando le liste di azionariato e gli elenchi dei consigli di amministrazione.
Potete vedere voi stessi cliccando sui siti delle maggiori compagnie assicurative italiane.
L’ambiente ancora una volta viene sfruttato ad uso e consumo del potere sistemico. E’ una macchina da soldi!
Nessun cenno alle case ecologiche passive, ai sistemi energetici alternativi, al ripristino del territorio con pratiche di selvicoltura,  di rimboschimento, di permacultura, alla prevenzione delle calamità naturali e, come già accennato, ad un riammodernamento e messa in sicurezza del patrimonio edilizio già esistente.
Ah, dimenticavo, queste sarebbero una serie di soluzione integrate atte a risolvere in modo concreto tantissimi problemi della società moderna.
A noi serve altro, dobbiamo salvare l’economia!
 
Approfondimenti:
[2] Sarà creato un fondo per finanziare la tutela del territorio, che sarà alimentato, per circa 500 milioni, con il 40% dei proventi derivanti dalle aste dei permessi di emissione di gas serra (che dall’inizio del 2013 saranno a pagamento) e con «un prelievo, determinato annualmente, su ogni litro di carburante consumato fino al raggiungimento di 2 miliardi all’anno», ma non con l’aumento di accise. [fonte: Corriere] ;
[3] vengono attivate le Autorità distrettuali di bacino idrografico, le quali da sei anni avrebbero dovuto sostituire le vecchie Autorià di bacino soppresse dalla legge 152 del 2006; inoltre, divieto immediato di abitare o lavorare nelle zone ad altissimo rischio idrogeologico. [fonte: L'Unità] ;




mercoledì 28 novembre 2012

L'ONU vuole il controllo di Internet.



La prossima settimana sarà decisiva per il futuro di Internet. Le Nazioni Unite hanno reclamato il potere di controllo centralizzato delle rete globale di comunicazione attraverso il proprio ente di riferimento (ITU) sollevando un vespaio di proteste e di mozioni a sfavore da parte di membri del parlamento europeo. Si è mosso persino un gigante del web come Google, perchè le sue tasche potrebbero essere colpite duramente: parte della proposta è infatti quella di tassare il traffico internet spiccando parte degli introiti verso le compagnie telefoniche. A serio rischio anche la libertà della rete, se dovesse essere riconosciuto il diritto di censura sul web ai governi nazionali che l’hanno richiesto. Lòthlaurin
L’appuntamento è a Dubai, dal 3 al 14 dicembre. Alla World Conference on International Telecommunications 2012 (WCIT 2012) si deciderà il destino della Rete. O per lo meno si affronteranno alcuni dei temi che da mesi agitano l’universo del web e che hanno per oggetto le regole alla base della grande rete telematica. Ad agitare i lavori è arrivata in queste ore una mozione a firma di alcuni parlamentari europei per opporsi al trasferimento all’ITU, l’International Telecommunications Union(l’organismo per le telecomunicazioni dell’ONU), dei poteri di controllo di Internet, al momento esercitati dall’ICAAN.
La petizione proposta all’Assemblea della UE, che ricalca nella sostanza l’opposizione alle possibili risoluzioni dell’ITU eretta da Google, chiede agli Stati membri di rifiutare le modifiche ai regolamenti ed è finalizzata ad evitare che vengano meno la libera circolazione delle informazioni in Rete e le relazioni d’affari, nonché il funzionamento e la gestione di Internet.
Ufficialmente, le proposte che verranno presentate al vaglio del consiglio e del segretario generale dell’ITU, sono ancora top secret. Qualche documento, a quanto riporta il sito wcitleaks.org, è stato però svelato in anticipo e fra questi ce n’è uno (datato 13 novembre) che vedrebbe la Russia, paradossalmente, avanzare la richiesta di maggiore democrazia per il controllo della Rete. Più precisamente: «Gli Stati membri dovrebbero avere gli stessi diritti per gestire Internet, anche in relazione alla ripartizione, assegnazione, numerazione e denominazione degli indirizzi e all’identificazione delle risorse, nonché per il supporto allo sviluppo dell’infrastruttura di base di Internet». Messaggio che ha per destinatari, di fatto, il Ministero del Commercio USA e il governo di Washington, rei di avere eccessivo peso nella giurisdizione delle regole del web.
Altro argomento centrale della WCIT 2012 è quello della ventilata tassazione degli operatori “Over the Top”, e cioè i colossi dei contenuti digitali che viaggiano sulle reti mobili come Google, Facebook o Apple. Il tema è oggetto di contenzioso da tempo, con il carrier Telco a batter cassa (Telecom Italia e Deutsche Telekom i paladini di questa linea in Europa) nei confronti dei content provider per ottenere una parte degli introiti generati dal traffico dati (per il download e l’upload di video, apps e altro) che viaggia sulle loro infrastrutture. Oltre alla questione economica, a Dubai si dovrà discutere di quella relativa allacensura dei contenuti online, che alcuni Stati pare vogliano richiedere come diritto.
Alcuni esperti ipotizzano in tal senso, nella peggiore delle ipotesi, il pericolo di una separazione della Rete, eventualità molto peggiorativa rispetto alle attuali restrizioni all’accesso di alcuni siti in Paesi (la Cina per esempio) dove vige uno stretto controllo del web da parte delle autorità governative. Per questo Google è scesa in campo con Take Action, campagna online il cui intento è quello di sensibilizzare la community Internet mondiale sull’eventuale aggiornamento delle regole che riguardano il web e in particolare quelle che interessano gli Over the Top. Lo slogan coniato per l’occasione da Mountain View è il seguente: “Un mondo libero e aperto dipende da un web libero e aperto”.



letto e condiviso da: www.stampalibera.com

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