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mercoledì 29 maggio 2013

Oltre Sparta.


di Wu-Ming.
Avevamo detto che sarebbe stata la battaglia delle Termopili e invece si è trasformata in quella di Platea. I trecento spartani sono stati raggiunti da cinquantamila liberi “greci” e insieme hanno battuto Serse. Cinquantamila bolognesi hanno votato per l’abolizione del finanziamento comunale alle scuole d’infanzia paritarie private, contro i trentacinquemila che hanno votato invece per il mantenimento dello status quo.
Ora i “persiani” sminuiscono il risultato referendario, dicendo che in fondo in battaglia è scesa poca gente, appena il 28,7 per cento dell’elettorato bolognese, quindi si è trattato solo di una scaramuccia alla periferia del loro traballante impero.
Qualcuno si spinge perfino a dire che chi non è andato a votare lo ha fatto perché appoggia la politica scolastica dell’amministrazione (vedi Edoardo Patriarca del Pd). Un curioso modo di ragionare, tenendo conto che l’amministrazione bolognese, insieme alla più estesa ed eclettica alleanza di apparati politico-economici mai vista, ha fatto una sfegatata propaganda per il voto, non per l’astensione. Gran parte dell’armata persiana ha disertato la battaglia e questa sarebbe una vittoria di Serse?
La logica distorta si commenta da sé.
Pd, Pdl, Lega nord, Scelta civica, Cei, Curia, Cisl, Ascom, Confindustria, Cna, con gli endorsement di Prodi, Renzi, Lupi, Gasparri, Casini, hanno chiamato al voto per l’opzione B (continuare a finanziare le scuole paritarie private), e hanno mobilitato meno gente di un piccolo comitato di volontari, che invece ha incassato una vittoria 59 per cento a 41. L’opzione A (dare quei soldi alle scuole pubbliche comunali e statali) ha vinto in tutti i seggi eccetto quelli pedecollinari, che raccolgono il voto dei bolognesi più abbienti e tradizionalmente di destra. Significa che gran parte dell’elettorato del Pd si è astenuto oppure ha votato A, perfino nei quartieri dove il partitone ha più tesserati. Di fronte a questa evidenza verrebbe da dire “a buon intenditor poche parole”, se non fosse che gli intenditori si sono estinti da un pezzo in favore dei navigatori a vista, per giunta mezzi ciechi o ubriachi.
Ottantacinquemila votanti su duecentonovantamila aventi diritto. In sostanza, meno di un elettore bolognese su tre è andato alle urne. Potevano essere di più? Senz’altro. Se i seggi fossero stati quelli delle amministrative, vicino a casa, dove la gente è abituata ad andare a votare; se i dipendenti comunali ai seggi fossero stati dotati di uno stradario per indirizzare gli elettori disorientati alle sezioni giuste; se il sito del comune non fosse andato in tilt e le linee telefoniche non fossero state intasate; se alcuni seggi non fossero stati a casa del diavolo, come si suol dire (guarda caso quelli dove l’affluenza è stata più bassa); o semplicemente se i seggi fossero stati più numerosi e si fosse votato in due giorni anziché in uno solo.
Ma il motivo di fondo della bassa affluenza non è l’imbarazzante negligenza organizzativa del comune di Bologna. La verità è che una vasta fetta di popolazione ha sottovalutato la valenza politica del quesito referendario, magari perché non ha figli in età scolare o non lavora nel settore dell’istruzione, o semplicemente perché è talmente sfiduciata nella possibilità che la propria espressione venga tenuta in conto da non avere più nemmeno voglia di mettersi in fila a un seggio. Lo hanno dimostrato, in contemporanea, le elezioni amministrative in varie città italiane. Non c’è chiamata di correo che tenga, sono in tanti ormai a non crederci più.
Ecco perché i cinquantamila di Bologna sono tanto più importanti. Ecco perché quella di Bologna non è stata una semplice scaramuccia, ma una battaglia campale condotta senza risparmio di energie da entrambe le parti, sotto i riflettori nazionali. Si è risolta in una vittoria dei referendari, prodotta dal basso, con l’appoggio nominale di una sfilza di intellettuali e artisti famosi, che però non sono venuti a Bologna a metterci la faccia (ad eccezione di Moni Ovadia e Paolo Flores D’Arcais). Una vittoria ottenuta con le proprie sole forze, se si tiene conto che nemmeno gli unici due partiti presenti in consiglio comunale che appoggiavano l’opzione A, cioè Sel e M5s, hanno dato un contributo determinante alla campagna referendaria. Insomma è innanzitutto una vittoria contro la depressione e la frustrazione dilaganti. La dimostrazione che “si può fare”, anche in pochi contro tanti e contro ogni pronostico.
E adesso? Secondo il regolamento la risposta del comune rispetto al risultato della consultazione dovrà arrivare entro novanta giorni. Più verosimilmente entro le vacanze estive. Intanto dal sito del comune di Bologna il referendum è già sparito. Come non fosse mai successo. Le dichiarazioni del sindaco Merola – lo stesso che ha mandato una lettera a casa dei bolognesi invitandoli a votare B; quello che ha ceduto al comitato per la B i propri spazi elettorali; colui che ha lanciato la riscossa del Pd nazionale a partire dal referendum bolognese – cercano di nascondere la débâcle politica dietro la scarsa affluenza e in buona sostanza annunciano che non cambierà nulla. Il sistema integrato non si tocca, tutt’al più si potranno fare due cose: “migliorare” la convenzione con le scuole private, per esempio con maggiori controlli, e chiedere tutti insieme appassionatamente, pro-A e pro-B, che lo stato sganci più soldi per le scuole d’infanzia.
La seconda eventualità sembra la più improbabile nell’epoca del governo ircocervo. Tuttavia, il ministro dell’istruzione Carrozza, che ha sostenuto la B e i finanziamenti alle scuole private paritarie, adesso dichiara che il referendum bolognese “apre un dibattito e stimola una riflessione sul ruolo del servizio pubblico in rapporto alle scuole parificate che vale la pena di approfondire anche a livello nazionale […]. Il rapporto tra il sistema pubblico e quello paritario non cambia nell’immediato, ma il voto di Bologna porta a fare una riflessione anche su scala nazionale, in stretto rapporto con gli enti locali, su quello che dovrà essere il sistema a lungo termine […]. Noi sappiamo che la scuola pubblica ha bisogno di investimenti, soprattutto per quanto riguarda l’edilizia scolastica ed è su questo che ragioneremo guardando anche a ciò che succede a Bologna”.
Insomma, pare che a dispetto delle minimizzazioni fatte dai generali persiani sconfitti, a Bologna qualcosa sia in effetti successo. Un punto a favore della riaffermazione del diritto alla scuola pubblica è stato messo a segno, se non altro nella percezione degli osservatori e con buona pace di chi vorrebbe scordare in fretta che una battaglia sia mai avvenuta.
Quanto al “miglioramento” della convenzione con le scuole paritarie private, bisognerà innanzitutto capire cosa significa. Il fronte della A ha sostenuto fin dall’inizio che se ne potrebbe fare a meno, senza lasciare a casa manco un bambino. Probabile che si tratti di mettersi intorno a un tavolo con una calcolatrice e dimostrare a chi di dovere che le scelte riguardano assai più il campo della volontà politica che quello dell’ineluttabile destino.
Infine si tratterà di capire se altre realtà locali seguiranno l’esempio di Bologna e se questo potrà mai alludere a un eventuale movimento nazionale che metta in discussione la sussidiarietà e immagini una sorte diversa per la scuola italiana.
Più che probabile che la riscossa non sia dietro l’angolo (nessun Alessandro Magno in vista, tanto per proseguire sulla stessa metafora…). Ma intanto oggi, a Bologna, i reduci vittoriosi della battaglia camminano a testa alta. E guardano avanti.


martedì 2 aprile 2013

La scuola nel sistema in cui non servi a nulla.


DI MIGUEL MARTINEZ
megachip.info

Un problema cronico, la scuola, si presenta sempre più grave. Se ne parla tanto, si propongono soluzioni, eppure si aggrava sempre di più, perché la decadenza della scuola si collega a un problema ben più vasto, una crisi sistemica che ha tante facce. Le facce più vicine sono quelle dei nostri figli in età scolare, ai quali ci sentiamo di dover dare qualche risposta. Partirò insomma dalla scuola, ma dovrò andare oltre.


Sento in giro due discorsi, il primo prevalente nei media, il secondo tra le persone che possiamo considerare in qualche modo affini a noi:


1) «la vecchia scuola va riformata, in buona parte privatizzata, "efficientizzata", finalizzata al mercato»;
2) «dobbiamo conservare a tutti i costi la vecchia scuola, come istituzione parastatale, sostanzialmente libera dal mercato».
Secondo me, dobbiamo invece uscire da questo doppio monologo, così come usciamo dal doppio monologo «destra e sinistra».
Si tratta di capire che la scuola è una delle istituzioni fondamentali dello Stato Nazione. E lo Stato Nazione è in via di collasso in tutto l'Occidente (non parlo per il resto del mondo). Non si tratta semplicemente della prevalenza temporanea di "cattive idee" neoliberali, che si possano esorcizzare con un richiamo alla Costituzione, ma di una cosa enormemente più grande, che ha a che fare sia con il crollo delle basi energetiche dello Stato Nazione, sia con l'esplosione informatica, per citare solo alcuni fattori.
Se leggete i discorsi di chi difende la scuola pubblica, vedrete che ricorrono incessantemente espressioni dello stesso tipo: "povera scuola", "crisi", "resistere", "non farsi sommergere", "salvare"...
Attenzione, dire che una cosa sta morendo non vuol dire condannarla. Non si tratta affatto di condividere il monologo "privatista". Né di sottovalutare minimamente gli aspetti positivi che ha avuto la scuola pubblica.
Vuol dire, prenderne atto e capire che dobbiamo dedicare le nostre poche forze a trovare un’«alternativa» adatta ai tempi tremendi che ci aspettano, anziché dedicarci all'accanimento terapeutico.
Non ho idea di cosa ciò possa implicare. Forse (forse) abbiamo qualcosa da imparare dai pensatori "alternativi" statunitensi, che sono nati nel paese del capitalismo assoluto, senza dover far conto con i residui arcaici che ci sono in Italia; e che non vivono in modo così forte il dilemma italiano «Stato contro Privato».
Ma credo che dobbiamo iniziare a pensare in termini diversi dall'identificazione tra "stato" e "beni comuni".
Comunque mi riferisco solo in parte all'Italia. Gran parte delle mie riflessioni nascono infatti dalla lettura di un libro di Régis DebrayLo stato seduttore, che parla della scuola francese, e che risale a ben 20 anni fa. Più in generale, credo che qualunque discorso sulla scuola dovrebbe essere fatto almeno analizzando i processi in corso in tutta Europa e nel mondo, e non solo in Italia.
Ovunque ci siano agitazioni nel mondo della scuola - a Chicago oppure a Parigi o Madrid - troveremo analisi che sembrano dipingere i problemi scolastici italiani.
Ovviamente, la maniera in cui i singoli dispositivi giuridici reagiscono alla crisi globale sono diversi, ma sono più collegati di quanto pensiamo: Roberto Renzetti tempo fa fece uno studio interessante sui lavori dei think tank sulla riforma scolastica globale.
Per quanto riguarda il collasso dello Stato-Nazione, mi sembra il dato più evidente di tutti: lo Stato Nazione è un modo particolare di organizzare la società a un sistema energetico di un certo tipo, in via di dissoluzione. La conseguenza inevitabile, che stiamo vivendo tutti ormai da diversi decenni, è il tracollo lento ma sistematico del sistema Stato, che si riduce sempre di più ad alcune funzioni poliziesche. I meccanismi sono stati studiati e descritti da tanti. Uno dei pensatori più chiari in merito è Ugo Bardi.
Ma è un fenomeno che viviamo tutti, e - ripeto - non solo in Italia: succede tanto nella piccola città degli Stati Uniti che non può più asfaltare le strade, come nel Comune di Firenze che non ha più i mezzi per gestire il verde pubblico, come nel comune inglese che chiude gli uffici di pianificazione urbana: non a caso, cito esempi periferici, perché il crollo avviene dalla periferia verso il centro.
Nel caso della scuola in particolare, si sovrappone il processo mediologico, descritto da Debray: cioè il passaggio da un sistema di informazione in qualche modo controllabile dal centro, costruito con un processo di lenta accumulazione tipico del sistema scolastico, a un flusso simultaneo di immagini. Ma qui possiamo anche inserire l'enorme rivoluzione della bioingegneria, che giorno per giorno sta mettendo in dubbio anche di cosa stiamo parlando quando diciamo "esseri umani", dove la biologia e l'informatica diventano sempre più una struttura unica.
Sono cose enormi, di cui è difficile immaginare la portata; non sono nemmeno cose gradevoli, per molti versi, ma è il mondo in cui stiamo entrando.
Estendendo la riflessione partita dalla scuola...
Sono necessari due elementi.
I processi di cui noi accusiamo i vari Berlinguer, Gelmini o altri, sono semplicemente la cronaca locale con cui si realizzano processi grandi come il pianeta.
Il secondo elemento consiste nel cogliere la portata della "decrescita". Un termine che, per fortuna, è ormai stato accettato in molti ambienti, ma di cui forse sfugge il senso più profondo.
Il rischio è quello di vederlo in termini di emergenza e di scelta: ci sono alcuni ricchi sfrenati che stanno sprecando le risorse del pianeta, ritorniamo all'equilibrio attraverso un comportamento virtuoso: riciclaggio della plastica, o tassazione delle rendite, per porre fine a eccessi vari e creare una società equilibrata.
Non ho nulla contro il riciclaggio, né contro la tassazione delle rendite, naturalmente, ma la vera questione è un'altra: viviamo nel punto di convergenza di varie linee gigantesche di crisi: inquinamento, demografia, esaurimento delle risorse, complessità tecno-informatica, crescente inutilità del lavoro umano, necessità di espansione del sistema per sopravvivere, inevitabile gigantismo finanziario, ad esempio.
Quando queste linee si scontrano, l'intero sistema che abbiamo conosciuto va lentamente in frantumi.
Di solito, di queste cose si parla in termini di minaccia futura: «smettiamo di bruciare idrocarburi, oppure tra cinque anni arriveremo al punto di non ritorno». Questo uso del collasso come "uomo nero", brandito per risvegliare il Cittadino Responsabile che è in noi, fa dimenticare che con ogni probabilità abbiamo già passato il punto di non ritorno.
E siamo già "nella" decrescita, che non è fatta di nostre scelte virtuose, ma di una catena di catastrofi collegate, cui il sistema risponde attraverso un progetto di "pilota automatico" (come dice Mario Draghi), che può essere finanziario, ma è anche di un Panopticon di controllo elettronico totale e di bioingegneria che reinventa ciò che ancora chiamiamo "essere umano", e che passa attraverso la costruzione di un'unica mente globale/elettronica.
Il collasso avviene dalla periferia verso il centro: tutte le energie calanti vengono infatti dirottate dalla periferia verso il centro per alimentare il Panopticon.
Quindi si dissanguano rapidamente le periferie delle città, le periferie della salute, le periferie della conoscenza (l'infanzia), le periferie del lavoro, le periferie della ricchezza, poi il collasso arriva sempre più verso il centro e in alto - non a caso inizia oggi a massacrare non solo i disoccupati, non solo gli operai, ma anche il ceto medio; non solo il Sudan, ma anche la Grecia e la Spagna...
Allo stesso tempo, crolla il motivo di essere dello Stato Nazione: la formazione e la tutela di lavoratori, soldati e riproduttori (madri) indispensabili per mandare avanti la baracca: la realtà è che oggi la maggior parte della gente non serve a nullaNel nuovo sistema, prevale il privante, cioè colui che priva gli altri dell'accesso ai beni comuni, semplicemente per deperimento del potere istituzionale.
Questo credo che sia, a grandi linee, il contesto entro cui dobbiamo pensare alle scelte politiche, economiche, sociali, scolastiche.
Vengono le vertigini, ed è davvero difficile anche pensare a cosa mai potrà essere "la scuola" in un simile contesto: in cui non ci saranno fondi, in cui non si forma ad alcun futuro concreto (non si può pensare oggi a studiare "per diventare" avvocato o geometra, per dire), in cui le interferenze del dispositivo informatico esterno sovrastano totalmente le voci interne.
Ma sarebbe bene iniziare a pensare in questi termini, per quanto siano spaventosi e ovviamente impopolari.
Tutto questo non significa che occorra in qualche modo accettare inermi lo sfascio della scuola pubblica. È certamente giusto cercare di dirottare i fondi sempre più poveri dello Stato morente verso il tempo pieno nelle scuole, fosse anche l’ultimo volo, anziché verso gli aerei F-35, che nemmeno volano. È giusto chiedere che i soldi che restano vadano al rifornimento della carta igienica nelle scuole, invece che disperderli nelle Grandi Opere Inutili.

Semplicemente, se vogliamo essere davvero alternativi, dobbiamo capire che non basta appellarci alla Costituzione o alla legalità per avere una società migliore: siamo sull'orlo dell'abisso, con i tirannosauri alle spalle, e dobbiamo pensare soprattutto in termini di paracaduti.




mercoledì 13 febbraio 2013

Vita da precari di scuola. E' vita, da precari?


di Benedetta Castrillo.

Precari della scuola.
Non basterebbe un libro per un ventennio di non-riforme.
Cos’è un precario? Iniziamo dai termini, tralasciando le semantiche. Un precario è colui che ha anni di esperienza lavorativa alle spalle, di studi, di titoli, di didattica, di esperienza diretta quotidiana. Eppure assolutamente insufficienti a fare di lui un professionista riconosciuto.
Vita da precari.
Ma oggi mi sono fermata. E ho pensato all’elenco delle cose da fare.
Ho detto tra me e me “Ricapitoliamo quello che un precario dovrebbe fare, in quest’anno, a cavallo di cambiamenti, semmai gattopardesco non fosse il nostro Paese, di incerti assetti politici, in quest’anno di avvii innovativi di metodi di reclutamento. Reclutamento. Lavoriamo per sostenere il sistema scolastico pubblico da decenni, ma non siamo mai stati reclutati. Reclutare, il solo termine suona inquietante alla pronuncia, ricorda il richiamo alle armi, ed  in effetti, noi siamo un esercito. Centinaia di migliaia. Che battaglione!  Ah, vita da precari! Allora, le cose da fare…”
Per il TFA (tirocinio formativo attivo, al costo di solo duemilacinquecento euro): seguire i corsi 3 pomeriggi a settimana (ammesso che non si abbiano sconti, aspettando che un consiglio di tirocinio si esprima). Un altro pomeriggio per tirocinio indiretto, sempre all’università, in cui un insegnante ci spiega cosa sia una valutazione o un consiglio di classe, ed ho appena finito di scrutinare i miei alunni, solo il mese scorso. Seguire tutor in classe su apposita classe di abilitazione (ossia lavorare gratis). Studiare per i relativi esami, relazionare. Relazionare.
Per il servizio: lavorare le proprie 18 ore settimanali, impegni extra-scolastici inclusi (che come propone il Pd andrebbero svolti a scuola di pomeriggio, per essere riconosciuti e liquidati, a meno che… non si è impegnati in altra scuola nei tirocini diretti o nei corsi. Ma si potrebbe in ogni caso rinunciare alla retribuzione, e alle ore di permanenza a scuola … ma non allo svolgimento effettivo delle funzioni stesse). Ed ancora, nella scuola di servizio, essere a propria volta tutor per tirocinanti TFA. Bella, davvero bella questa! Paradossale! La vera chicca che smaschera il paradosso e l’inganno dell’intero sistema.
Da notare, se devi fare il tirocinio, si hanno due possibilità: cercare una scuola serale (al via il servizio notturno, la vita a scuola, la scuola è vita!) in alternativa sacrificare quantomeno il giorno libero. Non è tutto qui. Il concorso. Il super concorso utile alla valutazione dei titoli, di plurilaureati, dottorati, specializzati e abilitati, insegnati in servizio ogni anno. Per concorso, bisogna studiare, preparasi insomma (al pieno delle energie, figurarsi, la notte o la domenica un buco si trova. E la famiglia? Cosa? Che?).
E se si è particolarmente sfortunati, bisogna fare pendolarismo dai 100 ai 500 km al giorno. Svegliarsi quantomeno alle quattro del mattino.
Un gioco da RAGAZZI: media dei partecipanti a questa vita 38,5 anni.
Da sottolineare: i precari non hanno diritto a permessi retribuiti, neppure per motivi di studio, neppure per i corsi di specializzazione scelti e voluti dal MIUR, di cui si è dipendenti. Non contano i tagli in busta paga, non importa se c’è la tanto temuta interruzione di carriera per partecipare al concorso che il tuo stesso ministero ti invita a fare come fiore all’occhiello del suo più profondo pensiero meritocratico. I più “fortunati”, come me, che lavorano nella regione Lazio non si sono visti  riconoscere neppure il permesso studio di 150 ore. Unica virtuosa regione in Italia. Un vero scandalo.
Un giro nella giostra dei paradossi. Un continuo giro di boa, che ti riporta sempre nello stesso punto, quello di partenza, alla riva. Arenarsi, in una continua coazione a ripetere, che somiglia alla ruota di un criceto.
Questi non sono piani per individuare meritevoli, né per formare preparate e altamente specializzate categorie di insegnanti, proprio come vuole l'Europa.
Questo è un metodo di sfiancamento di massa. Di neutralizzazione.
Un teatro dell’assurdo da probabili risvolti psichiatrici. 
La domanda: quale prospettiva?

Poi ho aperto il giornale e ho letto le notizie.
Un treno perso o un aereo rimandato possono essere goccioline davvero fastidiose.
Da far traboccare il vaso. Da tortura cinese.
Non poter salire su un aereo può significare anche scendere da un treno in corsa.
In bocca al lupo a tutti i colleghi.

Prof.ssa Benedetta Castrillo,
Docente Precaria, Lazio.

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