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domenica 8 giugno 2014

Storia di un'esperienza collettiva.


La battaglia della discarica di Celico (Cs): un esempio di rivendicazione popolare autonoma.

di Francesco Salistrari.


Il Comitato Ambientale Presilano rappresenta un’esperienza unica per i nostri territori.

Nato dalla sinergia e dalla collaborazione di diverse componenti politiche e sociali attive in Presila, come i gruppi dei Giovani Democratici, le associazioni territoriali dei vari Comuni e dalla volontà e dall’azione di singoli cittadini, si è posto immediatamente come centro di aggregazione e di proposta politica intorno alle tematiche ambientali. Tematiche fortemente sentite per un territorio, come il nostro, devastato da decenni e decenni di politiche insulse e criminali.

L’esempio più evidente e più drammatico, sicuramente rappresentato dall’apertura della discarica di proprietà della Mi.ga srl individuata dalla Regione come valvola di sfogo per le annose problematiche di smaltimento degli RSU calabresi, ha rappresentato il momento cementificante di tutta una serie di sensibilità presenti da decenni nei nostri territori ed ha visto l’insorgere di un nuovo protagonismo sociale inedito per la Presila.

La battaglia sulla discarica di Celico, cominciata anni fa, raggiunge quest’anno il suo picco, proprio grazie all’azione e alle iniziative del Comitato Ambientale Presilano. Dopo l’affronto della Regione, che ha individuato il sito di Celico come sbocco dell’emergenza rifiuti esplosa ad inizio anno, affronto, va sottolineato, perpetrato ai danni di un territorio che registra le più alte percentuali di raccolta differenziata in Calabria, il Comitato Ambientale Presilano diventa il motore pulsante della battaglia di opposizione alle ordinanze regionali.


Una folla di migliaia di cittadini provenienti da tutta la fascia presilana si riunisce in uno storico incontro ai piedi del ponte della SS107 che taglia il Comune di Celico, la sera del 16 febbraio. Una folla pronta a tutto, pur di fermare l’ennesimo scempio ai danni del nostro territorio. Un territorio devastato da scelte scellerate che ne hanno completamente annientato il possibile sviluppo in direzione del silvopastorale, dell’agriturismo, dei prodotti doc, e che ne hanno trasformato invece i centri abitati in dormitori della periferia cosentina, senza alcuno sbocco, se non per i rifiuti. Un territorio in cui ci si ammala di cancro sempre di più, grazie proprio a quell’opera sistematica di inquinamento e devastazione ambientale portata avanti dalle nostre amministrazioni nel corso del tempo. Discariche incontrollate, che hanno inquinato per decenni e continuano a farlo.

Ecco. Il 16 febbraio del 2014, per la prima volta, la gente della Presila dice basta a tutto questo!

Il movimento cresce e si avvia quella notte stessa il presidio, permanente, della strada di accesso in discarica, determinando di fatto il blocco dello sversamento. Si organizzano assemblee pubbliche continue, iniziative, incontri, si spingono le amministrazioni a fare la loro parte nelle sedi istituzionali preposte al fine di bloccare la gestione intollerabile dell’emergenza da parte della Regione. Si grida forte un NO! all’ennesimo attacco alla salute e al futuro del nostro territorio, in maniera civile, sempre più organizzata e consapevole. Le discussioni, la solidarietà di un’intera popolazione, cementificano amicizie, legami, rapporti, prassi politiche, conoscenze, competenze collettive, che si riverberano su tutti e in poco tempo il presidio diventa un laboratorio. Un’esperienza di riappropriazione sociale inedito per la Presila.


Da quel momento si porta a maturazione, forse inconsapevolmente, un percorso lungo decenni, in cui le battaglie sulle discariche, sull’avvelenamento dei suoli, sui disboscamenti selvaggi, sulla cementificazione scellerata, su uno sviluppo sempre promesso dalla politica e mai realizzato, tutte cose che avevano visto una consapevolezza atomizzata, frutto dell’iniziativa di piccole realtà associative o di singole personalità, il 16 febbraio arrivano a un punto di sublimazione sociale mai sperimentato. E per la prima volta questi temi entrano prepotentemente nel dibattito pubblico, dando spazio a tutte quelle realtà sociali e politiche soffocate da decenni di imposizione partitica e affaristica.

I giorni passano e il presidio resiste, tra incontri in Prefettura, promesse non mantenute, dietrofront, giochi politici e pressioni, minacce, intimidazioni. Se ne vedono di tutti i colori. Ma la gente, insieme, determinata, va avanti per la sua strada e il motto “non passeranno”, tanto caro ai rivoluzionari spagnoli del ‘36, diventa un leit motiv del presidio.

I contributi arrivano un po’ da ogni dove. Si avvicinano i ragazzi dei collettivi autonomi di Cosenza, gli studenti dell’hacklab dell’università che in breve installano una rete wifi mobile che permette al presidio di essere aggiornato e comunicare in tempo reale, si avviano i primi contatti con gli altri comitati presenti nella Regione che portano avanti le stesse battaglie e ben presto si rivivifica il coordinamento regionale dei comitati che aveva egregiamente funzionato in passato nelle battaglie di Amantea sulle “navi dei veleni” e sui referendum sull’acqua e il nucleare. La rete si attiva e il Comitato Ambientale Presilano, comincia a rappresentare un esempio e uno sprone per tutti quelli che lottano per le stesse cause.

Inevitabilmente si arriva allo scontro con le istituzioni.

Vengono inviate le forze di polizia che hanno l’ordine di sgomberare i manifestanti.

Quando i reparti Celere inviati dalla Prefettura arrivano a Manco Morelli, non si trovano davanti black block e violenti, terroristi e teste calde, né quattro ragazzetti illusi che strillando si possa cambiare il mondo. No. Ad aspettarli, compatti, impauriti, trovano ragazzi e ragazze, padri di famiglia, mamme, bambini.

Trovano, in una parola, quel popolo che non appare mai davvero sui giornali se non quando qualche vetrina va in frantumi. Trovano un territorio a testa alta che sa, comprende, capisce che quello che la Regione pretende, altro non è se non un’illegalità, una palese violazione delle più elementari regole a tutela della salute pubblica. Quelle stesse leggi che le istituzioni emanano e a parole dicono di tutelare, vengono sovvertite e paradossalmente il presidio assume anche un’altra valenza politica fondamentale: diventa presidio di legalità.

La forza messa in campo dalle istituzioni, come sempre fa contro i deboli e mai con i forti, è spropositata.

La gente ha paura. Tentenna. Media. Dialoga.

Dopo ore di trattativa, alle minacce di cariche da parte dei funzionari di Polizia, si arriva a un compromesso.

Viene concesso lo sversamento del “tal quale” per “soli” dieci giorni a patto che vengano controllati da parte di membri del Comitato, sia lo sversamento in discarica, sia dei camion in transito e del loro contenuto e che tutto venga filmato dalla Polizia Scientifica. Sembra una sconfitta. Di certo è una mezza vittoria.

Per la prima volta, cittadini e cittadine vengono autorizzati all’accesso in discarica. Per la prima volta avviene un fatto importantissimo: i cittadini si sostituiscono alle forze preposte ai controlli.
Sembra una banalità, ma non lo è. Per il semplice fatto che, senza la presenza di quelle persone, senza l’opposizione di quella massa di gente, quei controlli non sarebbero mai stati fatti e lo sversamento sarebbe avvenuto ugualmente.

Passano 10 giorni in cui più volte viene bloccato lo sversamento per irregolarità, decine di camion tornano indietro. Sui giornali, ogni giorno, se ne parla con grande risalto. L’importanza del lavoro che viene svolto, viene colta immediatamente.

Ma passati i dieci giorni, la Regione forza di nuovo la mano. Rinnega le promesse della Prefettura e rimpolpa lo sversamento attraverso tre successive ordinanze che autorizzano fino a giugno il conferimento in discarica del rifiuto “tal quale” di ben 39 Comuni.

A quel punto il Comitato e i cittadini serrano le fila e bloccano nuovamente l’accesso in discarica. Dopo qualche giorno di stasi, le forze di Polizia si presentano nuovamente con l’ordine di sgombero forzato, ma nessuno indietreggia e l’8 marzo, il giorno della festa delle donne, con le donne presilane in prima fila, si resiste alle cariche della polizia e i camion tornano indietro. Il 10 marzo, stessa scena. I funzionari di Polizia ordinano la forzatura del blocco pacifico e, usando un autocompattatore di EcologiaOggi come ariete, tentano di sgomberare le persone. La cosa ha eco nazionale. La notizia viene riportata anche dal Fatto Quotidiano online e la Presila resiste. Non si passa!

Nel frattempo tre Sindaci (solo tre su tutti quelli della fascia) riescono ad ottenere un incontro al Dipartimento Ambiente della Regione con il funzionario responsabile dell’emanazione delle scellerate ordinanze, l’emerito e ormai famigerato Gualtieri. Con la pressione e la determinazione dei ragazzi e delle ragazze, degli uomini e delle donne presilane, al freddo e alla pioggia, attraverso il messaggio di determinazione messo in campo in quella storica mattinata del 10, la Regione fa marcia indietro e ritira le ordinanze.

Una vittoria parziale certo, perché il conferimento viene vincolato al pretrattamento dei rifiuti, ma si è riusciti quantomeno ad evitare lo sversamento diretto in discarica, che oltre che contro la legge è dannosissimo alla salute.

Il blocco viene interrotto e la Polizia se ne va.

Da quel momento il presidio comincia a vivere di una frenetica attività di informazione, vengono proposte iniziative, eventi culturali, incontri. Membri del Comitato partecipano puntualmente alle riunioni congiunte del Coordinamento Regionale con gli altri Comitati territoriali. Viene indetta una manifestazione regionale per il 10 maggio a Cosenza.

E il 10 maggio, la Calabria che non ci sta, la Calabria che dice basta allo scempio, quella che propone un modello alternativo alle logiche affaristiche e criminali sottese al ciclo dei rifiuti, non solo scende in piazza con una delle più belle manifestazioni calabresi di sempre, ma reclama dignità e ascolto alle istituzioni, ma anche e soprattutto agli indifferenti. A tutti coloro che credono che il problema non li riguardi.

Il corteo festante e colorato, denso di significati, sfila tra le case della città bruzia al suono dei tamburi e al rombo dei trattori dei contadini di Bisignano, allo schiamazzo dei tanti bambini presenti, alle grida di tanti giovani che si sentono minacciati, esclusi, il cui diritto al futuro appare negato.

La manifestazione del 10, in cui il Comitato Ambientale Presilano ha avuto un ruolo organizzativo importantissimo, diventa il punto di inizio di un cammino collettivo che porterà lontano.


Il Coordinamento Regionale sta già lavorando ad una legge di iniziativa popolare sui rifiuti che implementi nella nostra Regione il modello strategico “Rifiuti Zero” ed in questo senso il Comitato ha avviato un progetto per le scuole all’avanguardia che prevede delle lezioni itineranti nelle scuole secondarie di primo grado al fine di istruire i bambini ad una nuova cultura del rifiuto.

Il futuro parte da qui. Dai bambini. Espressione vivente del futuro a venire.

Il “Laboratorio Scuola ZERO – Il futuro non è un rifiuto” è già partito in un progetto pilota nelle scuole secondarie di primo grado di Rovito e Magli e dall’anno prossimo interesserà diverse scuole della provincia. Anche gli altri Comitati territoriali si stanno attivando in tal senso, proponendo nei propri territori, l’idea.

Un’idea che vede in prima fila le future generazioni, affinchè comprendano l’importanza di una nuova concezione del consumo, della produzione dei rifiuti, dello smaltimento. Una nuova concezione che modifichi radicalmente le abitudini sociali dal basso, modificando di riflesso i metodi e i principi produttivi a monte. Introducendo una nuova visione del mondo, del rispetto dell’ambiente e della Vita.


L’unico vero valore per il quale è necessario combattere uniti.

mercoledì 29 gennaio 2014

La guerra segreta in Libia (La verità sulla Resistenza Verde).


DI ERIC DRAITSER
counterpunch.org


Le battaglie che generano scompiglio nella Libia meridionale non sono semplici scontri tribali. Al contrario, rappresentano un’eventuale alleanza in erba tra gruppi neri libici e forze pro Gheddafi intente a liberare il proprio paese da un governo neocoloniale imbastito dalla NATO. 

Sabato 18 gennaio, un gruppo di combattenti armati fino ai denti ha preso d’assalto una base aerea nei pressi della città di Sabha, nella Libia meridionale. Hanno cacciato le forze a sostegno del “governo” del primo ministro Ali Zeidan, occupando la base. Al contempo sono trapelate, poco a poco, delle notizie dall’interno del paese recanti il fatto che la bandiera verde del Grande Jamāhīriyya Araba Libica Popolare Socialista svettava in un certo numero di città nel paese. Nonostante la scarsità di informazioni verificabili - il governo di Tripoli ha fornito solamente dettagli e corroborazioni entrambi vaghi - una cosa è certa: la guerra per la Libia continua.






Sul campo 

Ali Zeidan, il primo ministro libico, ha richiesto una sessione d’emergenza del Congresso generale nazionale per dichiarare uno stato d’allerta nel paese a seguito dell’assalto contro la base aerea. Il primo ministro ha annunciato di aver ordinato alle truppe di dirigersi verso sud per sedare la ribellione, comunicando ai giornalisti che “questo scontro continua, ma tra qualche ora vi porremo fine.” In seguito, un portavoce del Ministero della difesa ha annunciato che il governo centrale aveva rivendicato il controllo della base aerea, affermando che “una forza era stata disposta, il velivolo è decollato per attaccare gli obiettivi… La situazione nel sud del paese ha fornito delle possibilità che i criminali […] sostenitori del regime di Gheddafi hanno sfruttato per attaccare la base aerea di Tamahind. La rivoluzione e il popolo libico resteranno sotto la nostra ala protettrice.”

Oltre all’assalto alla base aerea, vi sono stati altri attacchi contro singoli membri del governo di Tripoli. L’incidente più grave è stato il recente assassinio del viceministro dell’industria Hassan al-Droui, a Sirte. Non è ancora chiaro se ad averlo ucciso siano state le forze islamiste o i combattenti della resistenza verde. È tuttavia lapalissiano che il governo centrale è sotto assedio e che non riesce ad esercitare la propria autorità né a garantire la sicurezza all’interno del paese. In molti suppongono che questa uccisione, piuttosto che essere isolata e mirata, faccia parte di un’ondata crescente di resistenza che vede come protagonisti i combattenti verdi pro Gheddafi. 

L’avanzata delle forze della resistenza verde a Sabha e non solo, è semplicemente un tassello delle complesse ed ampie vedute politiche e militari nel sud del paese, luogo in cui varie tribù e gruppi etnici si sono opposti a quella che hanno correttamente percepito essere la loro emarginazione politica, economica e sociale. Dei gruppi quali i Tawergha e i Tebu, due minoranze etniche africane nere, hanno subìto attacchi violenti sferrati per mano delle milizie arabe, senza ricevere alcun sostegno da parte del governo centrale. Questi ed altri gruppi non solo sono stati vittime di pulizia etnica, ma sono anche stati tenuti fuori dalla partecipazione alla vita politica ed economica della Libia. 

Lo stato di tensione è arrivato al culmine all’inizio del mese, nel momento in cui è stato ucciso un capo ribelle appartenente alla tribù araba Awled Sleiman. Piuttosto che avviare un’indagine ufficiale o un procedimento giudiziario, i membri della tribù degli Awled hanno attaccato i vicini Tebu, dalla pelle nera, accusandoli di aver perpetrato l’omicidio. Gli scontri che ne sono seguiti hanno causato la morte di dozzine di persone. Ciò dimostra che i gruppi arabi dominanti ritengono tuttora che i loro vicini dalla pelle scura non siano loro connazionali. Indubbiamente, ciò ha condotto ad una riorganizzazione delle alleanze in seno alla regione: i Tebu, i Tuareg e altre minoranze etniche nere che abitano la Libia meridionale, il Ciad settentrionale e il Niger si sono avvicinati ulteriormente alle forze pro Gheddafi. Non sappiamo ancora se tali alleanze siano formali o meno, ma è evidente che numerosi gruppi in Libia si sono resi conto che il governo istituito dalla NATO non è stato all’altezza di mantenere le promesse fatte e che è necessario agire. 

La politica della razza in Libia

Nonostante la retorica magnanima degli interventisti occidentali rispetto alla “democrazia” e alla “libertà” in Libia, la realtà è lungi dall’essere tale, specialmente per i libici dalla pelle scura che hanno visto scemare il loro status socioeconomico e politico con la fine del governo Jamāhīriyya di Muammar Gheddafi. Mentre questi popoli godevano di una sostanziale uguaglianza politica e venivano tutelati legalmente durante il governo di Gheddafi, la Libia del dopo-Gheddafi li ha completamente privati dei loro diritti. Invece di essere integrati in un nuovo stato democratico, i gruppi libici neri sono stati esclusi sistematicamente. 

In effetti, anche Human Rights Watch - un’organizzazione che ha ampiamente contribuito a giustificare la guerra della NATO dichiarando falsamente che le forze di Gheddafi utilizzassero lo stupro come arma e che stessero preparando un “genocidio imminente” - ha affermato che, “Un crimine contro l’umanità di uno spostamento obbligato di massa imperversa senza freni, mentre le milizie, soprattutto da Misurata, hanno impedito a 40.000 persone di Tawergha di rientrare nelle loro abitazioni, dalle quali erano state espulse nel 2011.” Tale episodio, unito a storie raccapriccianti e immagini di linciaggi, stupri e altri crimini contro l’umanità, fornisce un’immagine sconcertante della vita in Libia per questi gruppi. 

Nel suo rapporto del 2011, Amnesty International ha documentato vari crimini di guerra palesi perpetrati dai cosiddetti “combattenti per la libertà” libici che, nonostante fossero acclamati come “liberatori” dai media occidentali, hanno colto l’occasione della guerra per procedere a delle esecuzioni di massa dei libici neri nonché delle tribù rivali e dei gruppi etnici. Ciò rappresenta un contrasto marcato rispetto al trattamento riservato ai libici neri sotto il governo Jamāhīriyya di Gheddafi, che è stato particolarmente elogiato dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite nel loro rapporto del 2011. Il Consiglio sosteneva che Gheddafi aveva fatto tutto il possibile per assicurare uno sviluppo economico e sociale, nonché, più specificatamente, per fornire possibilità economiche e protezione politica ai libici neri e ai lavoratori migranti provenienti dai paesi africani limitrofi. Detto ciò, c’è da meravigliarsi se, nel settembre del 2011, Al-Jazeera ha citato un combattente tuareg pro Gheddafi che ha dichiarato che “combattere per Gheddafi è come quando un figlio combatte per il padre… [Saremo] pronti a combattere per lui fino all’ultima goccia di sangue.”

I Tebu ed altri gruppi etnici neri si scontrano con le milizie arabe e la loro lotta dovrebbe essere intesa rispettivamente al contesto di una battaglia continua per la pace e l’uguaglianza. Inoltre, il fatto che debbano impegnarsi in questa forma di lotta armata, ci illustra di nuovo le considerazioni espresse da molti osservatori internazionali sin dal principio della guerra: l’intervento della NATO non ha mai riguardato la protezione dei civili né dei diritti umani, ma era volto piuttosto ad un cambiamento di regime dettato da interessi economici e geopolitici. Che la maggior parte della popolazione, incluse le minoranze etniche nere, sia più in difficoltà oggi rispetto a quando era sotto Gheddafi, è un fatto che viene celato accuratamente. 

Neri, Verdi e la Lotta per la Libia

Sarebbe da presuntuosi affermare che le vittorie militari della resistenza verde pro Gheddafi ottenute in questi giorni saranno durature, o che rappresentano un cambiamento irreversibile nel paesaggio politico e militare del paese. Sebbene sia decisamente instabile, il governo fantoccio neocoloniale di Tripoli viene sostenuto economicamente e militarmente da parte di alcuni degli interessi più potenti del pianeta. Ciò rende difficile il semplice rovesciamento del potere attraverso vittorie marginali. Tuttavia, tali sviluppi ci segnalano un cambiamento interessante. Vi è indubbiamente una confluenza tra le minoranze etniche nere e i combattenti verdi dato che entrambi riconoscono il nemico nelle milizie tribali che hanno partecipato al rovescio di Gheddafi e del governo centrale di Tripoli. Resta ancora da vedere se da questa situazione scaturirà un’alleanza formale. 

Tuttavia, se si stabilisse un’alleanza del genere, questa costituirebbe uno spartiacque nella guerra continua per la Libia. Come i combattenti della resistenza verde hanno già dimostrato a Sabha, essi sono capaci di organizzarsi nel sud del paese, luogo in cui godono di un grande sostegno popolare. Si potrebbe immaginare che un’alleanza a sud consentirebbe di mantenere il territorio e possibilmente di consolidare il potere in tutta la parte meridionale della Libia, creando così uno stato effettivamente indipendente. Naturalmente, la NATO e i suoi apologeti sostengono fermamente che questa sia una controrivoluzione antidemocratica. Ciò sarebbe comprensibile se il loro obiettivo di ottenere una Libia unificata e subordinata al capitale finanziario e agli interessi petroliferi internazionali fosse irraggiungibile. 

Non dovremmo azzardare troppe congetture riguardo alla situazione odierna in Libia, data la mancanza di dettagli attendibili. Per di più, i media occidentali hanno cercato di eliminare completamente anche che la resistenza verde esistesse, per non parlare del fatto che sia attiva e dei suoi successi. Tutto ciò mostra ulteriormente che la guerra in Libia imperversa, che il mondo lo voglia ammettere o meno.  



Eric Draitser è fondatore del sito StopImperialism.com. è analista di geopolitica indipendente e vive a New York. Potete contattarlo all’indirizzoericdraitser@gmail.com.



Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ELISA BERTELLI

martedì 21 gennaio 2014

Calabria, in costruzione la discarica più grande d’Europa.

Propongo questo articolo de "Il Fatto Quotidiano" che parla, unico tra i giornali nazionali, dell'ennesimo scempio ai danni della povera terra calabrese. Un ecomostro che condannerà le terre tra Catanzaro e Lamezia Terme ad un destino di inquinamento, danno ambientale irreparabile e morte. L'ennesimo stupro ai danni di una terra bellissima in nome degli immani interessi politici e mafiosi che gestiscono i rifiuti. Una nuova "Terra dei Fuochi" utile solo a chi si riempirà le tasche di milioni di euro, condannando alla morte, alla distruzione e alla miseria un'intera zona abitata. 
La sfacciata meschinità degli autori di quest'ennesimo attentato alla vita e alla salute del popolo italiano non è dissimile da quella di chi, nel corso della storia, si è macchiato di genocidio. Se esistesse una giustizia, in questo mondo, gente del genere sarebbe impiccata in pubblica piazza ed esposta all'opera dei saprofaghi che ringrazierebbero per tanta generosità.
(Francesco Salistrari)

Già pronta la prima vasca dove saranno riversati i rifiuti e l'amianto. Ufficialmente si chiamerà "Isola ecologica Battaglina" e sorgerà sopra su due falde acquifere nei comuni di Borgia, San Floro e Girifalco, nella zona tra Catanzaro e Lamezia Terme. I cittadini si sono organizzati in presidio fisso: "Sarà una bomba ecologica"


La chiamano “Isola ecologica Battaglina”. 
In realtà sarà una discarica dalle dimensioni gigantesche, la seconda più grande d’Europa, costruita su due falde acquifere con il rischio di avvelenare un intero territorio. 
Una montagna di rifiuti solidi urbani e rifiuti speciali sotto i piedi degli abitanti di Borgia, San Floro e Girifalco. Un fazzoletto di terra, tra Catanzaro e Lamezia Terme, già stuprato dalle pale eoliche e da mega-impianti fotovoltaici piazzati in mezzo ai boschi. 
A queste latitudini, come dimostrano le numerose inchieste antimafia, l’energia pulita è un business, un affare dove sguazzano ‘ndrangheta, politica e imprenditoria. I rifiuti lo sono ancora di più. Se la discarica di Battaglina sarà realizzata, la Calabria rischia di diventare la pattumiera d’Italia autorizzata dalla Regione Calabria nonostante gli inquietanti pareri “Via” (Valutazione di impatto ambientale) del dipartimento Politiche dell’ambiente che, nell’agosto 2009, scriveva: “L’area ricade in zona boscata… derivante da rimboschimento…”, “risulta distante dall’alveo del torrente a valle a circa 150 metri”.
E come se non bastasse: “Dal punto di vista geomorfologico – è scritto sempre nel parere riportato in un esposto alla Procura – l’intervento modificherebbe sostanzialmente il sistema di deflusso delle acque meteoriche”, “l’area è compresa in zona sismica di categoria 1”, “la discarica per rifiuti inerti prevede anche lo smaltimento di rifiuti contenenti amianto (ci potrebbero essere pericoli per gli abitanti a causa della possibile dispersione di fibre di amianto provenienti dalla discarica, perché è sottovento rispetto alla direzione prevalente dei venti)”, “il sito occupato dalla discarica comprende un’intera area interessata da un sistema idrico superficiale, costituito da fossi e incisioni con orli e scarpate a volte instabili”, “la discarica non è prevista dal Piano Gestione Rifiuti 2007 della Regione Calabria”, “il suddetto piano prevede che nella Provincia di Catanzaro le discariche di rifiuti urbani attualmente presenti e in via di ampliamento (Catanzaro e Lamezia) soddisfano ampiamente il fabbisogno impiantistico della stessa provincia”.
Un parere devastante ma il progetto è andato avanti comunque. La ditta ha scavato la prima vascadove saranno riversati i rifiuti e l’amianto. Ne mancano 7 per deturpare completamente l’intera area: saranno abbattuti tutti gli alberi distruggendo un bosco realizzato grazie a un piano di rimboschimento durato quasi 40 anni Per non parlare del percolato che potrebbe infiltrarsi nelle falde acquifere . Un danno da scongiurare per il comitato “No discarica di Battaglina” che la settimana scorsa è riuscito a portare in piazza quasi 10 mila persone. La politica sta a guardare. In linea teorica è al fianco dei cittadini. In realtà le autorizzazioni sono state firmate sulla carta intestata della Regione Calabria. “Il governatore Scopelliti, il presidente della provincia e il sindaco di Catanzaro si sono dichiarati contrari alla discarica. Non capiamo perché allora non si chiude definitivamente”.
Virginia Amato ha 19 anni. È una delle più attive contro l’ecomostro. Davanti all’ingresso del cantiere è stato allestito un presidio fisso per impedire l’ingresso dei mezzi. “Il bosco scompare e ci saranno pericoli per la salute dei cittadini. C’è il rischio idrogeologico. Chiediamo il ritiro del contratto stipulato con la ditta che sta realizzando i lavori”. Lavori che, come ricorda il presidente del comitato Espedito Marinaro, “erano stati bloccati. Il cantiere era stato sequestrato dal Corpo forestale”. Lui è un maresciallo dei carabinieri in pensione: “Questa politica ci sta facendo incazzare”. Gli fa eco il vice Tommaso Saraceno: “Ci stanno avvelenando tutti. Le due falde acquifere servono almeno 100mila persone. La Battaglina è una collina arenaria che gronda acqua. La chiamano ‘isola ecologica’ perché è stato l’escamotage che ha permesso di dare l’avvio all’iter procedurale. In realtà sarà una bomba ecologica. Abbiamo chiesto il sequestro del cantiere. Non vogliamo un ecomostro. Siamo pronti a tutto, perché questo terreno è nostro”.


mercoledì 19 settembre 2012

Ma la Mafia dov'è?


Leggendo notizie, scorrendo giornali online, blog ufficiali, dichiarazioni governative e sorbendosi, in una parola, tutto il can can mediatico attuale, una cosa mi è balzata agli occhi con un'evidenza schiacciante e, direi, deprimente: dov'è finita la Mafia?

A parte la bagarre sulla cosiddetta “Trattativa”, che riguarda il passato, e in cui ancora una volta il potere italiano, in un modo o nell'altro, ha dimostrato di NON volere che la verità venga pienamente a galla, la Mafia è completamente sparita dal dibattito pubblico e, soprattutto, dall'azione di Governo.

Cosa sta facendo l'attuale governo in carica per combattere la Mafia? Quali sono i provvedimenti degni di nota in questa direzione? Che fine ha fatto questo mostro che tutti siamo bravi a tirare in ballo solo quando ci conviene?

E' un periodo che, a parte a sproposito come si è fatto nell'attentato di Brindisi, la Mafia sembra essere sparita. E non parlo di Mafia siciliana, ma di TUTTA la mafia italiana, in tutte le sue appendici geografiche.

Il Governo ha intenzione di fare qualcosa o è talmente preoccupato degli operai, dei pensionati, dei precari, delle manovre finanziarie da non avere tempo per occuparsi di altro? Ha intenzione di mettere mano alla questioni rifiuti, settore dove la Mafia sa benissimo come fare utili? Ha intenzione di mettere mano ad una legge anti-corruzione degna di questo nome? Ha intenzione di mettere mano alle modalità di assegnazione degli appalti? Ha intenzione di affrontare il male oscuro della droga?

Ah, ma già, che dico? E' un Governo Tecnico, fatto di economisti e banchieri, NON sa occuparsi che di economia e finanza, di tagli, rientri, bilanci. La Mafia, che è l'azienda per eccellenza del nostro bel paese con 90-100 mld di euro di “fatturato” all'anno, non rientra certo nelle competenze dei nostri buoni governanti.

Ma i partiti che sostengono questo Governo in Parlamento?
Ah, già, è vero! Anche loro hanno i loro bei problemi più urgenti da affrontare: le elezioni. E quindi voti, voti, voti... e mettersi contro la Mafia in questo momento, visti i voti che muove in ogni tornata elettorale, non sarebbe certo una strategia vincente! I conti, loro, se li sanno fare benissimo!

E così si lascia campo libero. E le strade continuano ad essere allagate dal fiume di droga di sempre e come sempre si muore di droga senza che nessuno ne parli. E i lavori e gli appalti, senza una legge che impedisca lo schifo della nostra storia recente e passata, continuano ad essere assegnati con le solite modalità. E così la Mafia continua ad ingrassarsi, ad alimentare corruzione, spreco, immiserimento politico e morale.

C'è qualcosa di profondamente marcio nella nostra nazione! E come sempre, il pesce puzza sempre dalla testa.

Mentre qualcuno ancora si meraviglia come fa Grillo ad avere tutti i consensi che raccoglie. Infatti mentre tutti parlano di primarie, vertenze, accordi, iniziative, convegni e cominciano a promettere, promettere, promettere, il Movimento 5 Stelle è l'unico che ha fatto qualcosa di concreto per arginare lo scandalo più grande del nostro Parlamento (mettendo da parte per un attimo il fatto che si sostiene un Governo di commissariamento europeo voluto dalla BCE e dal FMI). Le centinaia di migliaia di firme raccolte nei V-day per far sparire dal Parlamento quantomeno i condannati, è già qualcosa. Quantomeno una presa di posizione netta su corruzione, mafia e malaffare.

E questo Governo di tecnici come mai non ha mai preso in considerazione quell'iniziativa di legge popolare che giace e marcisce da oltre tre anni nelle segrete e sotterranee stanze delle commissioni parlamentari che dovrebbero occuparsene?

Forse perchè qualcuno di quei bei signorotti che lo tengono a galla staccherebbero la spina? Forse perchè riprendere una cosa del genere significherebbe dare ancora più slancio al Movimento 5 Stelle?

Allora in questo paese cosa è più importante?
Di certo non la certezza per i cittadini di essere amministrati quantomeno da persone che non sono state prese con le mani nel sacco!

Di certo non un'azione concreta legislativa, militare e politica, per abbattere la Mafia in tutte le sue manifestazioni!

Di certo l'interesse di questo Governo non è dare un paese migliore ai cittadini italiani, ma solo continuare a tenere in piedi la grande truffa dell'euro, la grande truffa del partitismo italiano, la grande truffa di una democrazia rappresentativa che di democrazia ha solo il nome e di rappresentatività ha solo la promessa di qualche posto di lavoro.


(Francesco Salistrari)

domenica 16 settembre 2012

Registro Tumori campano: il vaso di Pandora.


L'incredibile decisione del Governo nel silenzio generale.



La Regione Campania, con la legge n.19 del 10 Luglio 2012, ha istituito per il territorio regionale campano il “registro tumori”, strumento indispensabile di monitoraggio sanitario della popolazione. E nonostante le polemiche seguite all'approvazione, su alcuni aspetti e contenuti della legge, si tratta comunque di un passo importante e decisivo verso la realizzazione di uno strumento sanitario essenziale in una regione come quella campana.

L'importanza cruciale di tali registri risiede nel fatto che in nessuna struttura ospedaliera italiana, pubblica o privata, c'è l'obbligo di archiviare i dati relativi alla diagnosi e alla cura dei tumori. Per tenere sotto controllo le patologie oncologiche occorre quindi che qualcuno si assuma il compito di raccogliere in modo sistematico le informazioni, di codificarle e archiviarle per la ricerca scientifica (la famosa ricerca!).
I dati raccolti sono essenziali per le indagini sulle cause del cancro, per la valutazione dei trattamenti da adottare, per la progettazione di interventi di prevenzione e per la programmazione delle spese sanitarie.

Due giorni fa, venerdi 14 settembre, nel silenzio quasi generale, il nostro “bel governo”, ha pensato bene di impugnare davanti alla Corte Costituzionale la legge istitutiva regionale di cui sopra, con la giustificazione giuridica (sic!) che essa “contiene alcune disposizioni in contrasto con il piano di rientro dal disavanzo sanitario”.

Voglio ripeterlo.
Disposizioni in contrasto con il piano di rientro dal disavanzo sanitario!
Costo a carico della Regione? 1.5 milioni all'anno.

Non entro nel merito giuridico della questione, perchè di quella e a ragion veduta dovrà occuparsene direttamente l'Alta Corte.
Ma vi sembra logico impugnare una legge del genere adducendo un giudizio di merito basato su “valutazioni” finanziarie? E' possibile anteporre sul piano etico-giuridico un atto valutativo di questo genere a considerazioni di carattere più generale basate sull'interesse collettivo?
E' davvero così importante per i bilanci regionali (e statali) non prodursi in un impegno di spesa di questa consistenza? Siamo davvero sicuri che, a latere di considerazioni più generali, la priorità finanziaria sia realmente quella più urgente?

Credo proprio di NO!

La Campania non è una regione qualunque.
E' la regione dei veleni, dell'immondizia, degli inceneritori. Come quello di Acerra, uno tra i più grandi d'Europa, costruito dalla famigerata Impregilo grazie ad una “buona parola” dell'emerito On. Bassolino. La ditta, che all'epoca versava in cattive acque, si aggiudicò l'appalto grazie alla minore offerta e ad una previsione dei tempi per la costruzione dell’impianto decisamente inferiori a quanto proposto dall’altro concorrente, l’ Enel. Un buon affare, insomma. Soprattutto per i campani. Che si sono visti scaraventare in testa un impianto gigantesco per l'incenerimento dei rifiuti le cui emissioni, è stato dimostrato scientificamente, provocano il cancro. E il capocomico PD, Matteo Renzi, può rendersi ridicolo quanto vuole e rendere al contempo ridicoli tutti coloro che gli credono, se va in televisione ad oltraggiare e sbeffeggiare un'oncologa, affermando il contrario!

Inoltre, è lecito o non è lecito quantomeno sospettare che i rifiuti domestici siano inceneriti insieme a rifiuti ancor più tossici, come quelli industriali (per fare il primo esempio che, ohibò, mi è passato per la testa), considerando CHI gestisce i rifiuti campani? O è assolutamente impensabile coltivare un simile sospetto ignorando centinaia di inchieste giudiziarie che sono state condotte sul tema?

E il Governo, con una decisione simile, può essere tanto spudorato da ignorare una situazione del genere?

Poi però la realtà è una sola: i pochi dati disponibili sull’incremento dei tumori in Campania sono allarmanti. E la situazione generale di degrado ambientale dovuta alla criminale gestione dei rifiuti non è certo una delle ipotesi che viene scartata per prima, nella ricerca delle cause dei tumori! Da nessuno, nemmeno dai contadini che coltivano i campi vicino ad Acerra e alle discariche legali ed abusive sparse un po' ovunque, figurarsi da parte degli oncologi!

Ecco l'importanza cruciale del registro tumori, quantomeno da un punto di vista giuridico. 
Perchè un registro dei tumori renderebbe probabilmente evidente una realtà schifosa e imporrebbe legalmente il risanamento ambientale.

Allora perchè il Governo si oppone ad un misura di civiltà, di legalità, di rispetto umano ed ambientale, una misura pienamente etica, prima ancora di qualsiasi altra connotazione?
Può essere semplicemente finanziario il provvedimento di impugnazione? E se la Corte Costituzionale dovesse stabilire, de iure consulto, la legittimità di tale impugnazione?

Non verrebbe commesso un gravissimo crimine etico e sociale, di capovolgimento della stessa scala gerarchica dei valori condivisi dall'ordinamento giuridico ed istituzionale?

E' evidente però come in realtà aldilà di qualsiasi considerazione di questo genere, la decisione presa dal Governo due giorni fa è del tutto e per tutto una decisione POLITICA. Non certo finanziaria. Ed è una decisione politica tanto grave quanto grave è la situazione campana. Una decisione politica che tiene conto solamente di una tanto labile quanto astratta “ragion finanziaria”, ma che in realtà nasconde un ben più grande e vergognosa Ragion di Stato.

Perchè la verità a volte è drammatica tanto quanto è semplice. Istituire infatti un registro tumori in Campania (ammesso che svolga il suo ruolo in maniera imparziale e scientifica), vuol dire scoperchiare il vaso di Pandora. Ma non solo per la Campania, bensì per l'Italia intera.

Ed è Ragion di Stato perchè se si accertassero correlazioni, tanto scomode alla politica, tra una certa gestione dei rifiuti, una certa gestione dei siti di stoccaggio, compostaggio e smaltimento, tra gli inceneritori e le discariche, da una parte, e l'insorgenza tumorale nelle popolazioni dall'altra, finirebbe un'epoca.
E la pacchia per chi lucra miliardi sulla morte delle persone.

Per fare un esempio: in luglio uno studio condotto dall’Istituto nazionale tumori con la Fondazione Pascale di Napoli ha dimostrato che nell’hinterland napoletano (capoluogo escluso), a Caserta e dintorni si muore di tumore fino al 47% in più che nel resto d’Italia.
Capite di cosa stiamo parlando?

Un Registro Integrato Regionale darebbe alla ricerca oncologica uno strumento utilissimo per formulare casistiche, tipologie tumorali, strategie preventive disegnate su misura per ogni singolo territorio e sarebbe capace di dare risposte concrete alla domanda fondamentale di risanamento ambientale e sanitario.

Invece si dice di NO!

L'Art. 32 della nostra Costituzione, pone nella pietra un principio SACRO, inviolabile e incomprimibile. Quello alla Salute. Forse il primo, in ordine di importanza, tra quelli individuali.
La salute, in quanto indispensabile presupposto per il godimento di tutti gli altri diritti costituzionali, costituisce un diritto fondamentale, la cui lesione impone il risarcimento del danno.

Ah ah, beccati!

Ecco quali sono i VERI soldi che il Governo vuole risparmiare! Ecco qual'è il vero DISAVANZO finanziario che verrebbe causato dall'istituzione di un registro tumori!! Perchè aprendo il vaso di Pandora, ad essere coinvolti nella girandola delle responsabilità sarebbero tutti: ASL, aziende private di smaltimento, amministrazioni comunali, provinciali e regionali, partecipate, consociate, imprese di gestione dei trasporti, del controllo della sicurezza degli impianti, enti di controllo territoriali (come l'ARPA), privati cittadini, industrie e installazioni produttive, aziende o partecipate per il riciclaggio e/o lo stoccaggio, funzionari pubblici (come tecnici comunali, o vigili urbani o responsabili provinciali e regionali), funzionari delle forze dell'ordine, magistrati, commercialisti, avvocati, ingegneri, architetti, notai, perfino contadini. Ci sarebbero tutti. Nessuno escluso.

Vi chiederete: e la camorra? Sarebbe superflua nominarla, quando lo si è già fatto chiamandola con altri mille nomi.

Ma non era “tecnico” questo Governo? Eppur che decisione POLITICA si è assunto la responsabilità di prendere! Ah, già, ma formalmente la sua “presa di posizione” è di natura eminentemente tecnica, per meglio dire finanziaria! Come a voler dire che un Governo tecnico, solo di valutazioni del genere, in quanto tecnico appunto, può assumersi la responsabilità. Che poi tali decisioni abbiano un peso politico enorme, beh, quello è solo un dato incidentale della tecnicalità dell'intervento.

Misteri della politica tecnica.

Va da sé che comunque qualora l'operazione “morbida” alla Corte Costituzionale non dovesse andar a buon fine, ci sarà sicuramente qualcuno che saprà trovare soluzioni alternative affinchè non si apra quel coperchio maleodorante che è l'immondizia campana e tutti i suoi corollari nazionali. E anche se la legge che istituisce il registro tumori dovesse esser dichiarata legittima dalla sentenza della Corte Costituzionale, si troveranno mille maniere per non farla funzionare come dovrebbe.

Ma sarebbero soluzioni decisamente più da “lavoro sporco”. E di soluzioni, il potere, ne trova sempre quante ne vuole, il più delle volte a margine o fuori dalla legalità ufficiale.
Proprio lì, si!, dove comincia quella Ragion di Stato che evidentemente di ragione ha veramente poco, e di Stato ha solo quello di alterazione della coscienza.



(Francesco Salistrari)


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