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domenica 13 aprile 2014

Manifestare la violenza

Non basta più gridare la volontà di cambiamento, bisogna rivoluzionare gli strumenti di lotta.

di Francesco Salistrari



Ancora scontri con la Polizia. Ieri a Roma. Di nuovo guerriglia tra manifestanti e poliziotti, di nuovo l’eterna guerra tra poveri voluta e cercata dai tanti che hanno interesse solo a che le proteste finiscano in massacro, che le idee vengano cancellate dal dibattito, che quello che resti, di una manifestazione, siano solo gli schizzi di sangue ed il disgusto.

Basta!

Il mondo è cambiato. E’ cambiato tutto. La sacrosanta protesta di un popolo contro le ingiustizie, i soprusi, i diritti negati, la protervia e la corruzione del potere, non può non cambiare con esso. Pena l’annientamento, l’annichilimento, la sconfitta, l’oblio.

Gli anni Settanta sono finiti. Non si può più continuare ad usare gli strumenti e i metodi di lotta di un’epoca passata, seppellita sotto un cumulo di cambiamenti che hanno stravolto rapporti di forza e condizioni sociali, abito mentale ad un intero corpo sociale, che hanno mutato le stesse risposte del potere.

Il corteo, la manifestazione, la sfilata di protesta, intese classicamente, non servono più a nulla. Per ragioni pratiche, prettamente pratiche, ma anche teoriche, ideologiche.

Per prima cosa è indubitabile che “contarsi” in mezzo ad una strada, prestabilita dalle autorizzazioni prefettizie, è solo un modo per incanalarsi nei percorsi di un macello a cielo aperto. E’ indubitabile altresì che ormai, mancando potenti organizzazioni sociali capaci di un servizio d’ordine degno di questo nome, infiltrazioni e provocazioni diventino talmente semplici che ogni volta, in ogni manifestazione, si assiste alla stessa scena: gruppo ristretto di scalmanati che scatenano la violenza, attesa da parte delle forze dell’ordine e poi carica indiscriminata, mentre nel frattempo gli iniziatori della violenza si sono già dileguati.

Ma un’altra ragione pratica, forse ancora più importante, che boccia la metodologia del corteo di protesta è che, nei fatti, è perfettamente inutile rispetto agli obiettivi delle proteste, a meno di numeri oceanici capaci di spostare i rapporti di forza in campo, e nessuna manifestazione oggi nel nostro paese sarebbe capace di farlo.

Viviamo in un’epoca di fascismo latente, subdolo, in cui non esiste possibilità democratica di cambiare le cose con gli strumenti classici delle epoche passate.

Non esiste la possibilità concreta di incidere realmente sulle dinamiche decisionali, che si estrinsecano lontano dai luoghi sociali e dalle stesse istituzioni rappresentative. E’ per questo motivo che le sacrosante proteste e l’energia che le genera vanno incanalate in altre direzioni, attraverso altri metodi, nuovi e realmente rivoluzionari.


In secondo luogo, la manifestazione di protesta ha perso la sua capacità incisiva anche da un punto di vista ideologico. In un’epoca di apatia e omologazione come quella in cui viviamo, non è più possibile pensare che la solita, piccola, avanguardia politica sia capace di accendere le coscienze e spingere le persone alla consapevolezza e di conseguenza alla lotta. Non basta più. Del resto le immagini, super pubblicizzate, degli scontri, il messaggio subliminale dell’inutilità della protesta, sono dei potentissimi strumenti anestetizzanti e controfunzionali alla necessità partecipativa di pur ampie fette di popolazione.

E’ pertanto venuto il momento di cambiare. Perché non basta più gridare la volontà di cambiamento. Un cambiamento che va attuato anche rispetto agli stessi strumenti di lotta. Per spezzare una catena altrimenti indistruttibile.

Già a partire dalle stesse formazioni politiche che, da pompieri, tengono le persone ferme, immobili, incoscienti, mistificando la realtà a proprio uso e consumo e difendendo interessi precisi, è necessario cambiare il tiro delle proposte e di conseguenza della protesta, facendolo in maniera trasversale, così da colpire al cuore la cappa che i partiti politici impongono alla società.

Nel nostro paese è chiaro, chiarissimo, come la vera nuova Democrazia Cristiana, il PD, insieme agli altri partiti, proponendo una versione uniforme e indistinguibile di un mondo possibile, una visione omologata e omologante, figlia e difenditrice degli interessi che governano il mondo e l’Italia, tiene a bada, ferma e immobile una grandissima fetta di popolo che, al contrario, avrebbe tutto l’interesse a ribellarsi. Tutto un popolo che avrebbe la possibilità non solo di reclamare qualche diritto negato, qualche aumento salariale, qualche avanzamento sociale, ma che pretenderebbe il ripristino della democrazia, ormai sospesa, illusoria e mistificatoria. Che chiederebbe a gran voce un modo diverso non solo di intendere la politica, ma gli stessi rapporti sociali.

E’ a quel popolo che bisogna rivolgersi. E non lo si può fare più, con la “chiamata alle armi” della manifestazione. Non solo perché, come detto, narcotizzato dalla politica partitica, ma anche perché la forma a cui la manifestazione si richiama non è più appetibile, in quanto percepita come fallimentare, inutile e dannosa.

Bisogna dunque ricercare nuove forme di coinvolgimento sociale, trasversali, nuove forme di protesta, nuovi strumenti capaci di rendere realmente incisive le rivendicazioni. E questo può farsi solo attivandosi in maniera radicalmente diversa, nelle pieghe della società, attraverso azioni concrete di penetrazione, di messa in discussione dei cardini su cui poggia il sistema.

Forme di disobbedienza civile, fiscale. Forme di boicottaggio. Proposizione di nuovi modi di intendere, nella pratica quotidiana, il consumo (di suolo e di prodotti). Proposizione di nuovi strumenti di solidarietà sociale che mettano a nudo le crepe di quello che resta dello Stato Sociale distrutto dalla politica neoliberista.

Bisogna darsi obiettivi e ricercare forme radicali di messa in discussione delle certezze e delle stesse basi su cui poggia il consenso sociale ai partiti politici reazionari che governano il paese, mettendone a nudo, nella pratica quotidiana, le contraddizioni e le magagne.

Quello che deve emergere è una concezione nuova non solo di fare politica, ma una prospettiva. Le manganellate e gli arresti per strada non propongono alcuna prospettiva. Se non quella della sconfitta e della ritirata sociale.

Dalle pieghe della protesta deve germogliare prepotente un modo nuovo di intendere il mondo, i rapporti sociali e la stessa produzione. 





Foto di Sebastiao Salgado ®, Scontri fra minatori e autorità in Serra Palada, Brasile, 1986

sabato 3 agosto 2013

Lacrimogeni come arma chimica di repressione di massa.

In questo giugno 2013, il Brasile sta conoscendo le più grandi mobilitazioni da quelle del 1992 dirette contro la corruzione del governo dell’ex presidente Fernando Collor de Mello (costui sarà costretto a dimettersi il 29 dicembre 1992 alla fine del suo processo politico di fronte al Senato). Scattato a Porto Alegre alla fine di marzo su iniziativa del Movimento Passe Livre contro l’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici, il movimento si è esteso a tutto il paese.
Nel paese del “calcio-re”, la maggioranza delle persone non avrà i mezzi per acquistare i biglietti per andare allo stadio, ma dovrà pagare l’aumento dei trasporti.
Questi straordinari sommovimenti politici fanno ricordare il Caracazo, la grande rivolta popolare contro le misure di austerità imposte in Venezuela nel 1989. Anche se in un momento e in un contesto diverso, perdurano gli stessi sintomi. La popolazione non sopporta più i tagli di bilancio che influenzano direttamente la vita quotidiana, quando le classi dirigenti e benestanti del paese stanno scialacquando dei miliardi. A questo riguardo, l’organizzazione della Confederations Cup e della Coppa del Mondo di calcio del 2014 in Brasile presenta un bilancio ufficiale che ha già raggiunto 15 miliardi di dollari alla fine del 2012, e l’85% di questo bilancio è a carico del governo brasiliano.
Costruzione e ristrutturazione di stadi, di infrastrutture e di sistemazione di aeroporti … Al giugno 2013, circa 11 miliardi di euro erano già stati inghiottiti. Somme astronomiche di denaro pubblico sono state riversate nell’organizzazione di questi mega eventi. Per puntualizzare le generali maggiorazioni di spesa, nel giugno 2013, il ministro russo dello Sport Vitaly Mutko ha indicato che il bilancio dedicato all’organizzazione della Coppa del Mondo 2018 in Russia è già passato da 15 a 21 miliardi di euro. (1 )
Per il grande vantaggio dei trafficanti di armi e dei professionisti della sicurezza, degli industriali nel campo delle costruzioni (sistemazione degli stadi e delle infrastrutture) e delle multinazionali delle grandi catene alberghiere, nulla deve impedire il regolare svolgimento della Coppa del mondo di calcio che concentra l’attenzione della quasi totalità dei media del pianeta.
Il Brasile è il quarto più grande esportatore di armi leggere dopo gli Stati Uniti, Italia e Germania. Ha battuto la Russia, Israele e Francia (Small Arms Survey – Indagine sistematica sulle armi leggere, Ginevra).
In Brasile, l’ammontare delle esportazioni di armi leggere è triplicato in cinque anni, è passato dai 109,6 milioni nel 2005 ai 321,6 milioni di dollari $ nel 2010.
Il settore delle armi leggere è in pieno sviluppo proprio in concomitanza della preparazione della Coppa del Mondo di calcio del 2014, e visto il budget relativo destinato alla sicurezza.
Infatti, dopo essersi procurato nel mese di aprile del 2012 armi “leggere” dalla società brasilianaCondor per 1,5 milioni di real (circa 500.000 euro) (500 granate al pepe GM 102, più di 1125 granate esplosive e luminose, 700 granate lacrimogene GL 310 – che sono state utilizzate anche in Turchia …), il governo brasiliano ha acquistato per circa 49 milioni di real (circa 16,5 milioni di euro) altro materiale dalla stessa società, per garantire la sicurezza della Coppa del mondo di calcio e i suoi preparativi. (2)
La società Condor di Rio de Janeiro (Nova Iguaçu) produce tutti i tipi di granate a gas lacrimogeni, che esporta poi in una quarantina di paesi. La Condor, come altre multinazionali degli armamenti, espone le sue armi alla fiera degli armamenti Eurosatory nei pressi di Parigi.
Tra le sue produzioni troviamo la GL310 “Ballerina”, che rimbalza in modo casuale quando tocca il suolo diffondendo il gas lacrimogeno, la “Seven Bang” che genera sette detonazioni di forte intensità, la GL-311 che provoca una forte denotazione associata agli effetti del gas, e infine il proiettile a lunga gittata GL202. Benché l’impresa Condor neghi di esportare nel Bahrein (ma conferma di esportare i suoi prodotti negli Emirati Arabi Uniti,… che hanno poi dato manforte alla repressione in Bahrein), il gas brasiliano utilizzato per sedare la rivolta contro il regime, in favore della democrazia, conterrebbe sostanze chimiche altamente dannose.
Zeinab al-Khawaja, un’attivista che ha partecipato alla rivolta per la democrazia in Bahrein, ha denunciato tutto questo sulla stampa brasiliana (3).
Le armi chimiche della Condor colpiscono anche in Turchia
Proiettili a gas lacrimogeno della società Condor (in aggiunta ad armi di “tecnologia di difesa” o di “tecnologia non letale” di provenienza statunitense) sono stati utilizzati per sedare i manifestanti in piazza Taksim, e in tante altre parti della Turchia, dall’inizio del movimento di protesta di fine maggio. Amnesty International e sei organizzazioni di medici turchi hanno denunciato la violenza della repressione poliziesca e l’uso improprio e illegale di candelotti a gas lacrimogeni come “armi chimiche”. Queste armi hanno fatto perdere la vista a numerosi manifestanti e hanno causato il decesso di diverse persone in seguito alla loro esposizione ai gas o per l’impatto del proiettile. (4)
Il 3 giugno 2013, Abdullah Cömert, 22 anni, è stato ucciso a Hatay per l’impatto di una granata lacrimogena alla testa; Irfan Tuna è deceduto ad Ankara, il 6 giugno, per un attacco cardiaco provocato da una eccessiva esposizione ai gas. “I gas lacrimogeni sono stati utilizzati in spazi chiusi e la polizia avrebbe anche fatto uso illegale di proiettili di gomma”, ha dichiarato Navi Pillay, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo, il 18 giugno 2013. (5)
Secondo gli ultimi rapporti, dopo circa tre settimane di mobilitazione, la repressione poliziesca in Turchia ha causato la morte di almeno sei persone e quasi 7.500 feriti, di cui 59 feriti gravi. Secondo la Fondazione per i Diritti Umani di Turchia, al 19 giugno 2013 le forze di polizia hanno effettuato 3.224 arresti. Dopo aver utilizzato quasi 130.000 granate lacrimogene in 20 giorni di proteste, la Turchia si trova ora ad affrontare una carenza nelle scorte di questi proiettili e cerca di approvvigionarsi ancora per 100.000 granate lacrimogene e di 60 mezzi corazzati dotati di cannoni ad acqua. (6)
 
Frammento di granata a gas CS di fabbricazione statunitense sparata dalla polizia sui manifestanti a Tunisi il 9 aprile 2012. La polizia tunisina continua imperturbabile ad attingere alle sue riserve di “gas lacrimogeni” apparentemente inesauribili, per utilizzarli contro tutti i partecipanti alle rivolte, dopo il 14 gennaio 2011, come era usa fare nei periodi precedenti. Recentemente si è potuto notare l’uso di granate fabbricate nel…1986 (Nota diTlaxcala)
La campagna internazionale Facing Tear Gas, contro i gas lacrimogeni, lanciata all’inizio del 2012 dall’organizzazione War Resisters League – Lega degli oppositori alla guerra (7) negli Stati Uniti denuncia i gas lacrimogeni come arma di guerra, uno strumento di repressione e di tortura contro i popoli che lottano per una effettiva democrazia. (8)
Repressione violenta contro i popoli, che aspirano ad una più giusta ripartizione delle ricchezze, a tutto vantaggio dei grandi profitti dei venditori di armi 
Decessi avvenuti qualche tempo fa, causati dai colpi di granate lacrimogene, Ali Jawad al-Sheikh (un ragazzo di 14 anni assassinato il 31 agosto 2011 in Bahrein), Mustafa Tamimi (28 anni, assassinato nel dicembre 2011 in Cisgiordania) e Dimitris Kotzaridis (lavoratore di 53 anni, morto davanti al Parlamento greco per soffocamento provocato dai gas lacrimogeni nel 2011) non hanno perturbato per nulla il complesso militar-industriale in piena espansione. Nel bel mezzo delle rivoluzioni arabe, le società di armamenti statunitensi hanno esportato qualcosa come 21 tonnellate di munizioni, pari a quasi 40.000 unità di gas lacrimogeno. Più di recente, l’Egitto e la Tunisia hanno potenziato i loro acquisti di materiali “anti-sommossa”, nel momento in cui questi paesi negoziano con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) un nuovo piano di indebitamenti accompagnato da un severo programma di austerità. Un improvviso timore di nuove “sommosse contro il FMI”?
Nel 2013, il ministro degli Interni egiziano ha ordinato agli Stati Uniti 140.000 cartucce di gas lacrimogeni. Secondo l’Istituto di Stoccolma SIPRI, “le importazioni [di armi convenzionali] da parte di Stati nord-africani sono aumentate del 350% tra i periodi 2003-2007 e 2008-2012.” (9)
In Spagna, mentre il governo Rajoy effettua tagli in quasi tutte le voci di bilancio e diminuisce perfino il bilancio del Ministero dell’Interno del 6,3%, le spese per nuovi investimenti e rinnovamento di “attrezzature anti-sommossa e dispositivi specifici di protezione e difesa” passano da 173.670 euro nel 2012 a oltre 3 milioni di euro nel 2013. (10)
Ma di fatto, da dove proviene la violenza?
Per giustificare le esportazioni di granate a gas lacrimogeni dagli Stati Uniti verso l’Egitto, il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Patrick Ventrell, ha elogiato i meriti di questo gas chimico CS, affermando che “salva vite umane e protegge la proprietà privata”. (11)
Tuttavia, questo non è stato il caso di Cleonice Vieira de Moraes, donna di 54 anni, che è deceduta il 21 giugno 2013 dopo aver inalato gas lacrimogeno durante una manifestazione a Belém, in Brasile.
Questi medesimi argomenti fallaci vengono utilizzati dalla società Condor, impresa il cui nome richiama un ricordo triste: quello della famosa operazione dallo stesso nome, vero e proprio terrorismo di Stato, responsabile di una campagna di assassini politici orchestrata dalla CIA e dai servizi segreti delle dittature del Cono Sud (Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay e Uruguay) alla metà degli anni 1970. In piena crisi capitalista, il discorso sicuritario anti.terrorismo (o anti “casseurs”, manifestanti teppisti fracassa-tutto) riceve tanta buona stampa, e le armi di repressione definite molto impropriamente “armi leggere”, o “non letali”, conoscono più crescita di commerci che austerità.










Traduzione di Curzio Bettio

Note
(1) La Russia rivede al rialzo il bilancio, L’Équipe, 11 giugno 2013http://www.lequipe.fr/Football/Actu…
(2) Bruno Fonseca e Natalia Viana, 5 giugno 2013, “Bomba brasileira na pele turca”,http://www.apublica.org/2013/06/gas…, traduzione in spagnolo: “Il Brasile esporta gas lacrimogeno per la repressione in Turchia”, http://www.rebelion.org/noticia.php…
(3) “Alcuni ritengono che il gas lacrimogeno dal Brasile contenga diverse sostanze chimiche. Sicuramente vi è un tipo di ingrediente che, in qualche caso, provoca nelle persone gravi ustioni alla bocca e al sistema respiratorio e altri gravi sintomi. Non abbiamo sicurezze sulla composizione, ma queste reazioni sono veramente spaventose. Questo è un gas ben peggiore del gas lacrimogeno statunitense”, così ha dichiarato al giornale brasiliano O Globo l’attivista per i diritti umani Zeinab al-Khawaja. http://www.huffingtonpost.com/2012/…. Fonte originale O Globo, 9 gennaio 2012, http://oglobo.globo.com/mundo/bahre…
(4) “Turchia. Ricorso scandaloso ad una forza eccessiva da parte della polizia a Istanbul”, Amnesty International, 1/06/2013: http://www.amnesty.org/fr/for-media… e “Turchia: l’uso illegale di gas lacrimogeni viene stigmatizzato, RFI, 21 giugno 2013: http://www.rfi.fr/europe/20130621-t…
(6) Informazione pubblicata dal giornale turco “Milliyet”, e ripresa da diversi media.
(7) War Resisters League, http://www.warresisters.org/
(8) Facing Tear Gas : http://facingteargas.org/
(9) “La Cina scalza la Gran Bretagna dalla quinta posizione mondiale fra i più grandi esportatori di armi”, afferma in un comunicato stampa il SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, 18 marzo 2013, http://www.sipri.org/pdfs/arms-tran…
(10) “Aumenta un 1.780% el gasto en material antidisturbios y protección”, El Mundo, 5 novembre 2012, http://www.elmundo.es/elmundo/2012/…
(11) “Quando questi prodotti vengono usati in modo opportuno, possono salvare vite e proteggere la proprietà privata”, ha affermato il portavoce del Dipartimento di Stato USA Patrick Ventrell.
“L’Egitto importa dagli Stati Uniti gas lacrimogeni per contrastare i manifestanti che si battono per la democrazia”, World Tribune, 26 febbraio 2013. http://www.worldtribune.com/2013/02…


fonte: GlobalResearch

mercoledì 5 giugno 2013

#Occupy Landscape.

di Wu-Ming.

Le prime notizie da piazza Taksim, a Istanbul, raccontavano di cinquanta manifestanti accampati per impedire l’apertura di un cantiere e la distruzione del parco Gezi, “l’unico polmone verde rimasto nel centro cittadino”.

Dopo quattro giorni di protesta, cinque persone in condizioni gravissime, un morto, millesettecento arresti e scontri in tutte le città del paese, i media occidentali parlano di primavera turca, attacco al regime di Erdoğan, battaglia per la democrazia.

Come era già accaduto per la rivolta egiziana, giornali e televisioni esprimono solidarietà e simpatia nei confronti dei ribelli, senza troppo insistere su lanci di sassi e vetrine rotte, mentre condannano con sdegno la polizia antisommossa che ha fatto uso di idranti, spray al peperoncino, pallottole di gomma e lacrimogeni ad altezza d’uomo. Un atteggiamento opposto a quello che di solito incornicia le manifestazioni nostrane, dove si giustifica la “reazione” delle forze dell’ordine e ci si appunta sul vandalismo “dei black bloc”. 

Qualcuno dirà che c’è una bella differenza tra chi combatte per la democrazia e chi lo fa – per esempio – per bloccare un cantiere. In questo caso, gli alberi del parco Gezi erano solo un pretesto. Non si tratta della solita, stupida, egoistica battaglia in difesa del proprio cortile. 

Ma siamo davvero sicuri che sia così?

Certo basta guardare una mappa di Istanbul per rendersi conto che Gezi Parkı, in quanto area verde, non è nulla di così speciale. Assediato dai grattacieli e dal traffico, si trova a un paio di chilometri in linea d’aria da parchi più estesi, come il Maçka e lo Yıldız.

A differenza di questi ultimi, però, il Gezi non è un semplice giardino: fa parte di un quartiere che molti considerano il cuore della città, la sua zona più creativa e libera. Piazza Taksim è da sempre un luogo di ritrovo e di protesta. Il 1 maggio 1977, durante le celebrazioni per la festa dei lavoratori, una mano rimasta ignota sparò sulla folla di 500mila manifestanti. Il caos e l’intervento spropositato delle forze di sicurezza causarono 37 morti. Da allora, fino al 2010, le manifestazioni per il 1 maggio non si sono più potute svolgere in piazza Taksim. Tre anni fa, Erdoğan aveva revocato il divieto, salvo poi reintrodurlo, proprio quest’anno, con la scusa dei lavori in corso nella piazza. 

Taksim è anche il centro di un’area urbana ricca di ristoranti, luoghi di divertimento, turismo e attività economiche. Ecco perché l’amministrazione cittadina ha deciso di sostituire Gezi Parkı con un grande centro commerciale, cercando di far passare la scelta come un restauro della vecchia piazza. Al posto del parco, infatti, c’era un tempo la caserma di Halil Pasha. Danneggiata durante i moti reazionari del 1909, venne prima utilizzata come stadio per il calcio e poi demolita nel 1940. Il parco che prese il suo posto era molto più esteso di oggi, arrivava fino alla riva del Bosforo, ma in seguito venne ridotto per costruire alberghi e uffici. Il centro commerciale è quindi l’ultimo di una serie di affronti, e poco importa se il suo aspetto sarebbe una copia dell’antica caserma, in perfetto stile ottomano d’antan. La Storia, in questo caso, è davvero un pretesto, al contrario degli alberi di piazza Taksim.

Occupy Gezi, infatti, non è soltanto una battaglia ecologista, ma non è nemmeno una battaglia simbolica. Piuttosto, è l’ennesima dimostrazione di quanto siano sentite, oggi, in tutto il mondo, le lotte per quello che Henri Lefebvre ha definito il diritto alla città, ovvero il diritto a “cambiare noi stessi cambiando l’aspetto delle nostre metropoli”. Il diritto a partecipare ai processi di urbanizzazione e a non farsi strappare dagli speculatori il valore di un quartiere, di una piazza, di un parco. Quel valore, infatti, è il risultato di un lavoro collettivo, delle attività e delle relazioni sociali prodotte da chi vive un determinato spazio. Eppure viene mercificato e venduto – tot euro al metro quadro – proprio da chi intende stravolgere quello spazio senza nemmeno confrontarsi con la comunità che ha contribuito a dargli forma. Una dinamica di sfruttamento che non è tipica soltanto dei contesti urbani: più in generale, si potrebbe parlare di diritto al paesaggio

Ecco allora che la difesa di una piazza, di un parco, di una valle alpina non è mai soltanto locale o soltanto simbolica. Chiedendo di poter esercitare il proprio diritto al paesaggio, i manifestanti stanno già combattendo per la democrazia. Per quella democrazia che ormai è diventata incompatibile con il capitalismo e le sue inevitabili conseguenze: l’urbanizzazione selvaggia, la speculazione edilizia e il land grabbing.

Non deve sorprendere, allora, se la protesta del parco Gezi si è diffusa in tutta la Turchia, mettendo insieme anarchici, socialisti, sindacati, curdi e turchi, movimenti lgbt, ultrà di opposte tifoserie e persone finora rimaste lontane dalla politica. 

Ciò che sorprende, piuttosto, è che quando il diritto al paesaggio viene reclamato in Italia, invece di accogliere la protesta come una risorsa e uno stimolo, si preferisce rispondere con le parole di Erdoğan a proposito del nuovo, contestato, ponte sul Bosforo: “Possono fare quello che vogliono”, ha detto. “Noi abbiamo preso la nostra decisione e faremo come abbiamo deciso”.


lunedì 3 giugno 2013

Non esistono rivolte "locali".

Occupy Gezi
di WuMing.
Spagna, Germania, Svezia e ora Turchia.
Sapevamo che il continente sarebbe riesploso. E non solo il continente: negli USA si rioccupano Zuccotti Park e tanti altri spazi, la polizia risponde con la repressione ma non basterà, come non è bastato l’anno scorso. Sapevamo che chi parlava di “fine” o “esaurimento” del ciclo di lotte e rivolte iniziato nel 2010-2011 aveva torto marcio. Lo sapevamo, perché eravamo in ascolto. Alla fine del 2012, in Spagna erano già chiarissimi i segnali di una “seconda ondata” del Movimento 15 Maggio: escraches ovunque, manifestazioni, blocchi contro le confische di case da parte delle banche… E tanti altri sintomi si manifestavano in altri paesi. Da noi, invece, toccava sopportare le banalità, i luoghi comuni, le sentenze sputate da chi non si informava: «Gli Indignados non ci sono più! Occupy è morta! Le proteste in Grecia non sono servite a nulla! Le primavere arabe hanno solo sostituito nuovi regimi a quelli vecchi! Rassegnatevi, i movimenti che piacciono a voi hanno fallito, siamo molto più avanti qui in Italia, grazie al Movimento 5 Stelle! Negli altri paesi non combinano niente, noi vinciamo le elezioni! Ditelo, che siete invidiosi di Grillo!»
Sono passati solo tre mesi da quando quelle frasi erano moneta corrente, e sembrano voci di un secolo fa. Ovunque si fa movimento, i corpi si riappropriano di strade e spazi pubblici, si contesta l’austerity persino in Germania (nel ventre della Bestia). Da noi, invece, lotte importanti ma ancora a macchie di leopardo, e per quanto si scuota la bottiglia, non si è ancora riusciti a far saltare il tappo dei partiti, delle burocrazie sindacali e del qualunquismo travestito da “protesta”.
Il Movimento 5 Stelle ha fatto quel che avevamo previsto ed era facile prevedere: ha stabilizzato il sistema (speriamo solo temporaneamente). Sinceramente, si è visto poco di quelle “feconde ambivalenze” che certi avevano creduto di ritrovare nel partito-azienda di Grillo e Casaleggio, ambivalenze presuntamente sfruttabili dai movimenti di lotta. Si è vista anche poca rivolta interna, quella per cuitifavamo. Di scazzi ce ne sono stati eccome, ma ben poco “fecondi”, anzi, piuttosto squallidi e su questioni pitocche: gli scontrini, la diaria, Barbara D’Urso… Tutto questo, per dirla con Mengoni, mentre il mondo cade a pezzi.
Se poi vogliamo parlare dei contesti locali, in molte città il M5S si è inabissato o rivelato una sacca vuota (successi elettorali effimeri, ruggiti dei “leoni da tastiera”, ma assenza dalle lotte per mancanza di attivisti, come abbiamo visto in occasione del referendum bolognese); nelle città dove governa, il “moVimento” amministra austerity e devastazione, come qualunque altro partito, come una masnada di Enrichi Letta qualsiasi.
Intendiamoci, il ruolo di “pompiere” di Grillo e Casaleggio non è terminato: se il tappo salta, un movimento confusionista e diversivo sarà più utile che mai. Saranno i poteri che a parole il M5S contesta a fare di tutto per tenerlo in piedi, perché l’alternativa fa paura.
Riuscirà a vincere battaglie strategiche questa “seconda ondata” della sequenza avviata nel 2010? Riuscirà a consolidare soggettività, a contare nella politica?
Non lo sappiamo. Sappiamo, però, che queste lotte sono espressioni di una coscienza transnazionale: a New York si sentono parte di quel che accade ad Ankara e viceversa, come a Madrid si sentono parte di quel che accade a Francoforte e viceversa.
E noialtri, lo capiamo che, pur con tutti i limiti del caso-Italia, i manifestanti di Istanbul sono parte di quel che avviene in Val Susa e viceversa? Che i manifestanti No Muos di Niscemi, i cittadini “liberi e pensanti” di Taranto e i lavoratori della logistica i cui scioperi infiammano l’hinterland bolognesi sono parte di quel che accade a Istanbul e Smirne? Che la lotta per Gezi Park, scintilla della rivolta turca, tocca molte delle contraddizioni già toccate dalla lotta No Tav, e per questo le due lotte subiscono una repressione molto simile?
rling demonstrator in IstanbulNo, sembra che troppi non lo capiscano, o non vogliano capire. I media italiani denunciano con sdegno la repressione ordinata da Erdogan (per inciso: altro amicone di Silvio, come Mubarak), e addirittura parlano male del gas CS, senza dire che noi lo abbiamo respirato a Genova e in Val Clarea viene usato da anni, a centinaia di ettolitri, e si continuerà a usarlo.
Non siamo certo i primi a dirlo: a molti commentatori nostrani le rivolte piacciono soltanto se lontane da casa. Ancor meglio se possono essere “etnicizzate”, se se ne può fare una questione religiosa (quella turca viene semplicisticamente ridotta a rivolta… “anti-islamica”), se si può posare su di esse uno sguardo “orientalista”, ovvero razzista, in modo da non far percepire chequelli là siamo sempre noi.
Insomma, ci stanno riproponendo la solita narrazione tossica della rivolta.

sabato 18 maggio 2013

Il trambusto politico ed economico per il futuro.


di Stuart Jeanne Bramhall
dissidentvoice.org

Un nuovo studio dell’Università Farleigh Dickinson rivela che il 29 % dei cittadini degli USA crede che nei prossimi anni potrebbe essere necessaria una rivoluzione armata per "proteggere le libertà". Condividevano questa visione il 18% dei democratici che hanno risposto, il 27% degli indipendenti e il 44% dei repubblicani. 

Un decennio fa, era impensabile l'idea che qualcun altro al di fuori di pochi migliaia di estremisti avrebbe contemplato una rivoluzione violenta. Perlomeno questi risultati suggeriscono che una minoranza significativa degli americani è profondamente disillusa riguardo l'apparente indifferenza del governo per i loro bisogni e le loro aspettative.

LA FINE DELLA CRESCITA: UNA REALTÀ SCOMODA 

Anche se il governo sostiene il contrario, la ripresa dalla spirale di deflazione che è iniziata nel 2008 (conosciuta anche come La Recessione) è stata elusiva. Nonostante le quotazioni continuino ad aumentare, la produttività, l'occupazione e le spese dei consumatori hanno ostinatamente rifiutato di tornare ai livelli precedenti al 2008. Alcuni economisti odierni (non di Wall street) credono che l'era della crescita economica sia finita – per sempre- a causa della crescita dei costi dei combustibili fossili. Secondo loro, il mondo è tornato a un regime stazionario di economia. Quasi tutte le culture umane hanno agito come regimi di economia stazionari prima dell'esplosione dell'uso di combustibili fossili nel tardo XIX secolo. Considerando il collegamento storico fra la crescita e l'occupazione "piena" (livelli di disoccupazione sotto al 10%), essi prevedono che il mondo industrializzato stia andando verso uno scenario nel quale circa la metà della popolazione adulta è disoccupata. Il lavoro pagato che rimane sarà sottopagato, part time, con contratti a termine, non protetti dai sindacati, da diritti dei lavoratori o da regolamenti per la salute e la sicurezza. 

Per comprendere che la crescita economica americana è a un blocco, è essenziale guardare dati economici veri. Per esempio, quando Obama e la corporazione dei media hanno divulgato un tasso di disoccupazione al 7.5% per il mese di Aprile, hanno evitato di menzionare che questo valore riflette soltanto il numero di lavoratori recentemente rimasti disoccupati negli ultimi sei mesi (cioè il numero che sta ancora ricevendo i sussidi di disoccupazione basilari). Al contrario di altre nazioni, il dato ufficiale dei disoccupati americani non include i lavoratori i cui benefici sono esauriti. Uno sguardo da vicino ai dati del Ministero del Lavoro rivela che l' U-6, che include i lavoratori che sono usciti dalla forza lavoro e i lavoratori part time che cercano un lavoro a tempo pieno, indica che la vera disoccupazione in verità è cresciuta dell'1% in Aprile, arrivando al 13.9%. L'amministrazione Obama ha anche omesso di riportare che su 296.000 nuovi posti di lavoro creati il mese scorso, 278.000 erano part time.
Secondo John Williams, fondatore di shadowstats.com, il governo ha anche manipolato le cifre della crescita economica per far sembrare che l'economia americana stia continuando a crescere, quando l'aumento annuale della crescita economica negli ultimi 5 anni è virtualmente nullo. 

IL CROLLO ECONOMICO DEL 2008 ERA PREVEDIBILE 

Membri prominenti del movimento Peak Oil, i più noti Michael Ruppert e Richard Heinberg, avevano previsto la crisi del 2008. Hanno basato le loro previsioni sulle riserve di petrolio in esaurimento, l’insufficiente produzione di petrolio per stare dietro alla crescente domanda dalle nazioni in via di sviluppo e la ripida crescita dei prezzi del petrolio che iniziò nel 2005*. Basandosi sui loro calcoli, a novembre 2005 l'umanità aveva estratto metà delle riserve di petrolio disponibili nel mondo. Ciò era ufficialmente conosciuto come Peak Oil. Abbiamo raggiunto il Peak Natural Gas (Picco del gas naturale, ndt) diversi anni prima di ciò, anche se non raggiungeremo il Peak Coal (Picco del carbone, ndt) per circa un altro decennio.
Anche se rimangono ancora tonnellate di petrolio, gas e carbone rimasti nel suolo affinché noi li estraiamo e bruciamo, ora sono in discesa. Non solo la produzione continua a eccedere la domanda, ma la maggior parte del rimanente petrolio, gas naturale e carbone, è difficile da raggiungere, costosa da estrarre e fa affidamento su tecnologie pericolose, costose, distruttive per l'ambiente e controverse, come il trivellamento del mare, l'estrazione tramite la fratturazione di sabbie catramate e la rimozione di cime di montagne. 

CAPITALISMO E PRODUTTIVITÀ 

L'espansione dell'economia statica che chiamiamo crescita è un fenomeno relativamente nuovo nella storia dell'uomo. Prima del XIX secolo, le maggiori nazioni del mondo operavano un regime stazionario di economia. Di fatto l'ipotesi che fanno Heinberg e gli altri è che l'esplosione della produttività che la maggior parte del mondo attribuisce al capitalismo non avesse niente a che vedere con il modello economico capitalista in sé. Era invece basata sull'ampia abbondanza di combustibili fossili economici. Gli economisti britannici al Fiesta Institute forniscono abbondanti dati che giustificano questa ipotesi in Fleeing Vesuvius: Overcoming the Risks of Economic and Environmental Collapse (“Fuggendo dal Vesuvio: come superare i rischi di collasso economico e ambientale”). Essi sottolineano che anche ai prezzi attuali del petrolio, costa molto meno usare una macchina per svolgere un lavoro che impiegare un essere umano o addirittura un abbozzo di animale. 

La nascita del capitalismo non riguardava solo l'esplosione dei combustibili fossili. Essa riguardava lo sfruttamento di tutte le risorse naturali --abbattimento di foreste, miniere dalle gallerie aperte ampiamente per estrarre acciaio, rame, oro, bauxite (per l'alluminio), diamanti d'oro e minerali rari della terra, bonificare paludi e sradicare acquitrini. Quando il petrolio è iniziato a diventare più costoso (negli anni '70), (il capitalismo) era anche riguardo il muovere le industrie occidentali verso nazioni del terzo mondo per consentire lo sfruttamento per intero del lavoro umano. Il governo ha incoraggiato questa estrazione e sfruttamento su vasta scala perché per molti decenni ha prodotto un'enorme prosperità per la maggior parte della società occidentale. 

Allo stesso tempo c'erano immensi costi umani e ambientali. Il capitalismo occidentale ha prodotto una sofferenza incalcolabile nel terzo mondo, dal momento che le popolazioni indigene venivano mandate via dalla terra che dava loro i beni per la sussistenza, con i fortunati che ottenevano lavori in brutali fabbriche sfruttatrici che pagavano stipendi da fame. La sofferenza nel primo mondo era meno visibile fino all'ultimo decennio, quando i residenti del mondo industrializzato hanno iniziato a capire che erano sistematicamente avvelenati da sostanze chimiche industriali tossiche, livelli in aumento sia delle radiazioni nucleari sia delle radiazioni delle microonde e organismi nocivi che hanno contaminato la nostra aria, acqua e catena alimentare. 

LA PROBABILITÀ DI UNA RIVOLUZIONE 

Da questo punto di vantaggio, è impossibile prevedere se l'austerità e la repressione condurranno alla rivoluzione armata. Con molta Europa meridionale che protesta nelle strade, tutti gli occhi sono sugli USA, l'economia maggiore del mondo e la cosiddetta culla della democrazia. Gli Americani accetteranno passivamente e si adatteranno all'essere sistematicamente privati dei loro mezzi di sostentamento, dignità, salute e guadagni. O resisteranno. Se così sarà, come sarà questa resistenza? Le risposte a queste domande dipenderanno da quattro grandi incognite: 

1. Se i miliardari e milionari che controllano le leve del governo rappresentativo possono essere spinti a condividere una parte della loro immensa ricchezza. O se l'avarizia che li guida così perniciosamente e il loro controllo sul governo così assoluto può essere conquistato solo con la forza?
2. Se l'attuale guerra fredda con Iran e Cina compie un' escalation in un conflitto militare di vasta scala. Una guerra nucleare con la Cina può provocare il collasso totale dell’esistente infrastruttura corporativa americana.
3. L'immensa portata del movimento di resistenza che ultimamente cerca di mettere fine alle regole corporative. La storia insegna che le rivoluzioni "pacifiche" sono possibili quando almeno il 10% della popolazione si mobilita attivamente per un cambiamento e che le insurrezioni più piccole è più probabile che vengano accompagnate da violenza.
4. Se i governi controllati dalle corporazioni continueranno a permettere la proliferazione di alternative non corporative a livello locale e regionale- o se cercheranno di bandire e smantellarle con la forza

Mentre i governi di tutto il mondo lottano con il debito, la produttività ridotta e la disoccupazione immensa, stanno avvenendo cambiamenti drammatici a livello locale e regionale nel mondo in cui le persone si relazionano al lavoro pagato, al denaro, e incontrano i loro bisogni basilari di sopravvivenza. "Localizzazione" e "design" sono temi comuni in questo movimento. Il primo si riferisce a persone che optano per merci prodotte da piccoli affari locali - come opposti a prodotti manifatturati migliaia di miglia lontani dalle corporazioni che non hanno conoscenza né interesse dei bisogni locali o sopravvivenza a lungo termine della propria comunità. L'ultimo si riferisce all'applicazione coscienziosa di design principles (principi di progettazione, presumibilmente da intendere come strategie di progetto orientate al riuso, ndt) alle decisioni di produzione, invece di permettere loro di venire guidati da considerazioni sul profitto a breve termine. 

Questo nuovo cambiamento nella presa di coscienza è visto in diversi settori. Sotto ci sono solo alcuni esempi: 

- Lavoro: nei suoi ultimi due libri, America Beyond Capitalism e What Then Must We Do, Guy Alperowitz scrive di milioni di lavoratori americani che hanno optato per uscire dalla vita del lavoro aziendale per formare delle cooperative gestite e di proprietà dei lavoratori.
-Gestione delle banche e del denaro: decine di migliaia di Americani continuano a trasferire i loro soldi fuori dalle grandi banche aziendali verso le banche locali, cooperative di credito e banche cooperative. C'è anche un'esplosione di movimenti in valute locali e sistemi di baratto come Freecycle e finanze alternative locali non-bancarie, inclusi gruppi di salvataggio, finanziamenti di gruppo, affitti “alla pari”, contatti pre-vendita, cooperative di consumatori e reti di opportunità di investimenti comuni. 
-Energia: le comunità e le piccole imprese, spesso con il supporto dello stato e del governo locale, stanno lavorando collettivamente per progettare e implementare la profusione di alternative di energia rinnovabile "distribuita" (cioè locale). 
-Architettura e produzione: nel suo terzo libro, The Upcycle: Beyond Sustainability — Designing for Abundance (Il ciclo superiore, oltre la sostenibilità - progettare per l'abbondanza), l'architetto biologico Bill McDonough incapsula diversi decenni di esperienze di architetti, fabbricanti e progettisti urbani tentando di incorporare i principi progettuali della natura nei progetti di architettura, produttivi e urbani. 
-Cibo: secondo Michael Ableman, autore di Fields of Plenty: A Farmer’s Journey in Search of Real Food and the People Who Grow It (I campi dell'abbondanza: viaggio di un agricoltore alla ricerca del vero cibo e di chi l'ha prodottto), il 25% degli Americani al momento (fra breve) mangiano cibo biologico prodotto localmente. Questo grande cambio nella domanda del consumatore è stato accompagnato da una grande presa della permacultura e della agricoltura biointensiva, che utilizza i principi di "design" per triplicare i raccolti agricoli prodotti dall'agricoltura industriale. 

Ciò che è al momento sconosciuto è se le elites corporative che controllano i nostri governi apparentemente rappresentativi permetteranno che questi movimenti locali e regionali crescano e si espandano senza ostacoli. O se decideranno che costituiscono una minaccia troppo grande per gli interessi di profitto e faranno pressione sul governo per bandirli e smantellarli con la forza. In altre parole potremmo stare assistendo a un nuovo tipo di rivoluzione che avviene in buona parte attraverso l'evoluzione, con la violenza riservata per le minacce che lo stato corporativo pone alle nuove strutture che le persone hanno già creato. 




Traduzione per www.comedoncisciotte.org a cura di ILARIA GROPPI

* Storicamente il prezzo del petrolio oscillava fra 2-4 dollari al barile prima della crisi del petrolio del 1973. È rimasto tra 10-20 dollari al barile fino al 1979. Dal 79 all’ 86 è fluttuato dai 20 ai 38 dollari al barile fino al 1986 quando è crollato sotto i 20 dollari al barile fino all'89. È sceso sotto i 20 dollari al barile molto brevemente nel 1999. Non è stato sotto ai 40 dollari al barile dal 2004.

venerdì 10 maggio 2013

La situazione in Grecia è pre-rivoluzionaria.




DI VALERIO EVANGELISTI

carmillaonline.com


Questo libro è importantissimo. Parla di una possibile rivoluzione in divenire, proprio quando le classi subalterne di un paese – la Grecia, nello specifico – sembrano alle corde e prossime al collasso. Ecco che, come in un film della serie Rocky, si rialzano dal tappeto barcollanti e, lucide malgrado tutto, radunano le forze rimanenti per una riscossa. Le troveranno? Non è detto, ma non è nemmeno detto che soccombano. Devono comunque aspettarsi una violenza smisurata. L’aggressore odia senza freni un nemico che, ferito, non si arrende.

Ciò accade in Grecia, in Portogallo, in Spagna, in Inghilterra e un po’ ovunque, nel continente europeo.


Il sistema sempre meno elettivo va preservato, mentre adotta misure capaci di estendere il precariato a fette ogni volta più ampie di lavoratori – operai ma non solo: anche studenti senza avvenire, marginali, intermittenti, disoccupati. Se non seguono la disciplina che vuole la loro frammentazione, fino a trascinarli sul mercato quali soggetti singoli, incapaci di rivendicazioni collettive, esistono le forze dell’ordine incaricate di riportarli nei ranghi a manganellate. Certe dell’impunità in Grecia come in Italia, anche quando feriscono, torturano (vedi da noi Diaz 2001) o persino uccidono (Giuliani, Rasman, Bianzino, Aldrovandi, Mastrogiovanni e decine di altri).

E’ un paradigma inaugurato negli anni Settanta, e che oggi celebra in Grecia il suo trionfo. Ha radici ideologiche. E’ del tutto sterile interrogarsi sul modo migliore per uscire dalla crisi, sull’utilità o meno dell’euro (la moneta più fasulla al mondo). Le scelte stanno a monte, e non riguardano l’economia e basta, ma piuttosto i rapporti di forze tra le classi. L’ideologia corrente, fatta propria dall’Unione Europea attraverso una pletora di accordi, costituzioni, trattati, mira alla pura e semplice scomposizione del proletariato, al fine di massimizzare, a beneficio delle classi egemoni, un profitto eroso dalla caduta del suo saggio.
Le origini di questa weltanschauung stanno nel thatcherismo, nel reaganismo; e prima ancora nel premio Nobel a Milton Friedman, meritevole per avere dato vita a una teoria economica priva di basi solide, e tuttavia efficace per la sua portata ideologica. Subito amplificata nell’ideologia e ulteriormente indebolita nella sostanza scientifica dagli imitatori servili di Friedman, i cosiddetti supply siders (economisti dalla parte dell’offerta). Terreno di prova furono Cile e Polonia. Non è un caso se per tanto tempo abbiamo trovato cileni e polacchi a vendere fazzolettini di carta ai semafori.
Ma cosa parlo a fare? Sono eventi sotto gli occhi di chiunque li voglia vedere. [...] Il dominio incontrastato del capitalismo è pura violenza, anche quando finge di essere il contrario. Lo Stato è, come è noto, “monopolio assoluto della forza”. Giunge il momento in cui ogni livello sopportabile è superato, in cui l’acqua che ribolle esce dalla pentola. Un intellettuale non asservito può prevederlo e, se ha un tantino di coraggio, dirlo ad alta voce. Il “che fare” però spetta alle classi subalterne.
Abbiamo visto, dopo decenni, movimenti anticapitalistici di massa: “indignados”, “occupy”, presenti in vari continenti. Abbiamo visto riemergere dal nulla una sinistra che si credeva perduta, articolata in mille esperienze di base. Basta tutto ciò? No, per niente. I rapporti di forza permangono intatti. Poco importa che ad assediare i palazzi del potere siano decine di migliaia di persone. Non cambia nulla, le decisioni utili all’atto pratico sono prese nelle sedi deputate. Nazionali e sovranazionali. E’ bello e liberatore fare casino in piazza. Seguiranno l’inevitabile stanchezza, le divisioni, la rassegnazione. L’insorgenza tardo-giacobina ai tempi del Direttorio. Ne nacque il socialismo, ma con una gestazione lentissima.
E’ un destino di sconfitta segnato? Penso di no. Io ho potuto seguire abbastanza da vicino solo una rivoluzione, quella del Nicaragua sandinista. Anni Ottanta, dopo un’insurrezione vittoriosa esplosa nel 1979.
Non è certo un esempio da seguire, specie alla luce di ciò che è il Nicaragua oggi. Tuttavia qualche indicazione di massima è ancora possibile trarne.
Marx, ne Le guerre civili in Francia, rimproverò alla Comune di Parigi di non avere nazionalizzato la banca centrale del paese. Invece, un secolo dopo, il Nicaragua lo farà, senza rinunciare per questo a un modello di democrazia rappresentativa (unito ad altri di democrazia diretta). Perché cito il Nicaragua, paese insignificante? Per avere apprezzato i criteri di fondo di un’esperienza socialista di breve durata (appena un decennio) a suo modo unica.
Quali criteri?
Dopo la vittoria della rivoluzione, guidata dal FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale):
- Nazionalizzare i settori strategici: finanza, comunicazioni, trasporti a livello nazionale e locale, assistenza, grande produzione, grande distribuzione, scuola e istruzione pubblica. L’accentramento capitalistico facilita l’operazione, fattibile “con un clic”, o quasi.
- In secondo luogo, creare economia mista e facilitare gestioni cooperative dove la nazionalizzazione non sarebbe stata conveniente, ma la “socializzazione” sì: commercio al dettaglio su larga scala, informazione, cultura, campo agricolo, commercio interno.
- In terzo luogo, libertà “di mercato” a tutto quel che è piccolo e nasce dal basso. Puntare sulle esperienze comunali e territoriali.
Il progetto non fu portato a termine, perché gli Stati Uniti scatenarono contro il Nicaragua sandinista una guerra civile artificiale, da loro finanziata. Una guerra ferocissima, che spossò il paese e ne disastrò il bilancio, fino ad allontanare dal potere i sandinisti, sconfitti in democratiche elezioni. In questi anni di nuovo alla guida, ma cambiati nelle persone e nei presupposti.
Prima della vittoria della rivoluzione:
- Imporre ovunque, dalle fabbriche alle scuole ai campi, organi democratici di gestione e controllo, per qualche verso simili ai soviet, nell’accezione originaria;
- Creare, su questa base, “zone liberate”, autonome e autogestite. In cui è l’assemblea che si fa carico delle principali funzioni statali e gestionali.
- Assumere la padronanza collettiva dei mezzi di produzione.
Post-vittoria, sotto il profilo politico:
- Mantenere il sistema democratico, rendendolo, però, effettivamente democratico. Con elezioni in cui chiunque possa affermarsi a parità di mezzi con i competitori, senza posizioni egemoniche dovute a capitali, controllo delle comunicazioni, capacità di influenzare l’opinione pubblica. Garantire libertà di stampa, però intervenendo quando se ne abusi. Facilitare la cooperazione. Creare organi di decisione dal basso (i Comitati di Difesa Sandinisti). Affiancare all’esercito, modellato sugli anni di guerriglia, milizie territoriali. Smantellare le istituzioni totali, dai manicomi (la cui riforma nicaraguense vide partecipe la figlia di Franco Basaglia) alle carceri, che si provò a trasformare in zone aperte di riabilitazione attraverso il lavoro (non obbligato) del detenuto a favore della società.
Tutto ciò non fu un successo, se non localmente, eppure qualcosa lo insegnò. E’ nel corso della lotta che si forgia la società a venire. Il Nicaragua combattente, nel conquistare terreno, dava forma al Nicaragua pacificato. I CDS esistevano prima della vittoria, le milizie anche. Troviamo linee simili anche in altri quadranti del mondo. L’IRA (parlo della Provisional IRA, non delle imitazioni) seppe trasformare i centri nordirlandesi in cui era impiantata in comunità autogestite. Ne godono tuttora i frutti – sebbene la vittoria vera sia lontana – il partito Sinn Fein e i sindacati.
Potrei portare tantissimi altri esempi. Però l’esempio principe e più attuale è in questo libro: la Grecia. Paese colpito più di ogni altro, in Europa, disprezzato, diffamato, portato a esempio negativo [...]. E invece no. Il proletariato greco – lo si vedrà in questo libro prezioso – trova in se stesso la forza di rialzarsi, di farsi centrale anche verso i ceti medi impoveriti, di ricostruire ambiti propri di ricomposizione sociale, di produzione e di vita.
Diceva Lenin che la situazione è prerivoluzionaria quando chi sta in alto non può più comandare come prima, chi sta in basso non obbedisce più come prima e chi sta al centro tende verso il basso.
In Grecia la situazione è prerivoluzionaria. A quando l’Italia?



Fonte: http://www.carmillaonline.com/2013/05/09/rocky-in-attica/

[Introduzione al libro di Fulvio Massarelli La forza di piazza Syntagma, ed. Agenzia X, 2013, pp. 122, € 11,00. Ne ho espunto alcune parti relative al quadro politico italiano, attuali quando scrissi il testo, ma ora non più.] 

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