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sabato 5 aprile 2014

Anime di plastica.

di Francesco Salistrari.


Simili a sentieri inespressi.

Forse non c’è posto per noi, in questa vita, in questo mondo di plastica. Dove anche le gocce d’acqua hanno natura industriale.

Siamo complici, certo. Fin dalla nascita. Generazione di mezzo, di un tempo di mezzo. Un ponte che si apre su un futuro dove non c’è posto. Non c’è spazio per le idee. Le idee esistono già, preconfezionate, industriali anch’esse, simili a congegni meccanici con l’autodistruzione incorporata. Replicate. Replicanti. Adatte ad un mondo di replicanti.

E’ come una cappa di piombo sulle coscienze. Pesante. Inquinante. Tossica. Che schiaccia le menti e le costringe a pensare nell’unico modo accettabile: in prima persona.

E sfugge un sorriso a considerare cosa possa essere una persona. Un niente galleggiante, un pozzo di intenzioni inespresse e inesprimibili, un accumulo di emozioni incondivisibili, atone, impalpabili come vento.

Senza toccarsi non si può esistere. Non esiste senso per una pelle che non si può accarezzare, non esiste senso per due labbra che non si possono baciare.

Il cibo di cui si nutre l’anima, è intorno a noi. Sono quegli occhi che ci guardano e ci chiedono un perché. Sono il sorriso di un bambino che gioca. Sono la bellezza di quella natura dalla quale proveniamo.

Siamo acqua. Non plastica.

Ma restiamo esposti nelle vetrine, manichini, ben vestiti ed eleganti, belli, perfetti, con gli occhi senza vita. Riflessi di un riflesso di una grandezza perduta. Disgregata da un odio prepotente, viscerale, virale, epidemico.

L’umanità è malata di sé stessa. Di quell’immagine che essa stessa si è attribuita, unilateralmente, senza il coraggio di chieder permesso a Dio, pur fingendo di pregarlo ogni giorno.

Il lato oscuro della Luna è il nostro mondo. Quello che ci siamo scelti. Illuminato dalla nostra elettricità.

Non ci resta che pagare le bollette.


martedì 30 luglio 2013

Perchè la Cassazione confermerà la condanna a Silvio Berlusconi.

di Francesco Maria Toscano.

Sono pronto a scommettere che domani la Cassazione confermerà in pieno la condanna a quattro anni di reclusione già impartita a Berlusconi Silvio dalla Corte d’Appello di Milano che ha accolto in pieno l’impianto accusatorio maturato in primo grado. Evito come la peste di entrare nel merito di un processo che poco conosco e ancora meno mi interessa. 

Solo i fessi sono convinti che le dinamiche che intercorrono necessariamente tra giustizia e potere dipendano da fattori neutri,  oggettivi e tipizzati all’interno dei codici.  Anzi, vi dirò di più. Che in realtà, nel merito delle precise accuse contestatigli, Berlusconi sia effettivamente colpevole o innocente cambia poco o nulla. 

Quando si analizzano le dinamiche di potere, l’unica ricerca che bisogna abbandonare (per non scadere nel ridicolo e nel patetico) in via preliminare è quella scriteriatamente protesa verso la comprensione circa la verità storica dei fatti oggetto di processo. Circostanza ben nota già al governatore romano Pilato che, non a caso, trovandosi di fronte nostro signore Gesù Cristo, per nulla interessato al merito della faccenda quanto piuttosto a mantenere un equilibrio geopolitico ritenuto soddisfacente, se ne uscì con frase destinata a rimanere giustamente scolpita nei secoli: “Quid est veritas

A distanza di oltre 2000 anni la visione apparentemente cinica di Pilato offre un ancoraggio indispensabile per navigare nelle acque malmostose della politica dove, per l’appunto, il massimo dell’ingiustizia sostanziale è spesso accompagnato da un pedissequo quanto ineccepibile rispetto di prassi e procedure. “Summum ius, summa inuria”, cari miei. 

Quindi,  assodato che non ce ne frega niente di, viste da destra, “presunte ingiustizie consumate in danno della povera vittima Berlusconi”, né tantomeno proviamo all’opposto empatia per quelli che “Berlusconi ha per anni asservito il parlamento per risolvere i suoi problemi personali”, passiamo ora a discutere di cose un tantino più serie. Berlusconi sarà condannato perché la sua parabola storica si è amaramente conclusa con l’arrivo nel novembre del 2011 del governo degli ottimati a guida Monti benedetto dalla massoneria reazionaria continentale. 

Da quel momento, chi staziona nella cabina di comando ha chiaramente fatto capireurbi et orbi di ritenere il reuccio di Arcore una pedina oramai screditata e inservibile, da accompagnare perciò alla porta con le buone o, in alternativa, a calci in culo. Ma siccome Berlusconi, pur non essendo uno sprovveduto, anziché arrendersi senza condizioni, ha pensato in questi ultimi due anni scarsi di poter minacciare la guerra nella speranza di ottenere una pace onorevole, adesso sta definitivamente per materializzarsi la seconda alternativa ipotetica prima palesata: quella cioè che contempla i calci in culo. Oggi, come nel 1992, è chiarissima la percezione che un intero sistema di potere sta franando. 

Come ha intuito saggiamente Sposetti, già tesoriere dei Ds, Berlusconi si trascinerà nella tomba tanto i finti amici alla Alfano quanto i “carissimi nemici” alla Letta,Franceschini Bersani. La surreale rielezione di Napolitano, ultimo disperato tentativo della vecchia oligarchia di prolungare una lunga e frustrante agonia, renderà soltanto la necessaria e improcrastinabile transizione più complicata e pericolosa del previsto. Non è detto che ciò che arriverà dopo sarà necessariamente meglio di quello che c’è adesso. 

Fare peggio non sarà semplicissimo, ma Matteo Renzi in Merkel, già pronto a cavalcare con forza la condanna di domani, potrebbe riuscire persino a superare l’insuperabile. Aspettare per credere.


fonte: Il Moralista

mercoledì 19 giugno 2013

Il “Datagate” di Monti.

Blitz degli 007 sui dati possibile senza via libera dei giudici

Il decreto approvato dall'ultimo governo, come denuncia l'avvocato Fulvio Sarzana, spalanca le porte ai servizi di sicurezza "in via amministrativa e senza il necessario controllo del garante della privacy". E mentre l'esecutivo Letta tace su Prism, la sorveglianza in Italia risulta più opaca di quella americana. Perché negli Usa è stata approvata dal Congresso 

di

 
Il “Datagate” di Monti: blitz degli 007 sui dati possibile senza via libera dei giudici

In Italia tutto tace. Come se il Datagate denunciato da Edward Snowden, la “talpa” dello scandalo intercettazioni legate al programma di sorveglianza Prism, fosse una storia solo americana. Ma così non è. Anzi, riguarda da vicino anche l’Italia, dove i servizi segreti possono controllare carte di credito e mail, ad esempio, senza nessuna autorizzazione della magistratura. Si tratta di uno degli ultimi lasciti del governo Monti, che il 24 gennaio 2013  ha approvato il decreto del presidente del Consiglio dei ministri dal titolo “Direttiva recante indirizzi per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionale”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 19 marzo scorso. Un testo che, negli ultimi paragrafi, introduce una novità assoluta nel nostro ordinamento. E cioè che “gli operatori privati, ma anche le concessionarie pubbliche, dovranno spalancare le porte ai servizi di sicurezza sulle proprie banche dati, contenenti i nominativi dei cittadini italiani, e, si presume anche alle azioni compiute da questi ultimi, al di fuori di un intervento della magistratura“.

A denunciare il “Prism alla carbonara” è l’avvocato Fulvio Sarzana. Un sistema dove, precisa, tutto avviene “in via amministrativa e senza il necessario controllo, quantomeno dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali”. In concreto significa che l’articolo 11 del decreto, “previa apposita convenzione”, “obbliga gli operatori di telecomunicazioni e gli internet service provider, ma non solo, anche ad esempio a chi gestisce gli aeroporti, le dighe, i servizi energetici, i trasporti, a dare accesso ai servizi di sicurezza alle proprie banche dati, per finalità non meglio specificate ‘di sicurezza‘”. Un decreto che per la celebre rivista online Mashable dimostra l’opacità delle tecniche di sorveglianza dei cittadini in Italia, meno democratiche di quelle denunciate da Snowden negli Stati Uniti. Infatti, non sono state votate del Parlamento. Su Prism, al contrario, ha dato il via libera il Congresso. Il risultato è che nel nostro caso, prosegue Mashable, “la direttiva dà alle agenzie governative quello che i francesi chiamano ‘carta bianca’ per effettuare un blitz nelle banche dati private in nome della “sicurezza su internet”.

Considerazioni gravi a cui la nostra classe politica rimane impenetrabile. Nel silenzio di Palazzo Chigi, Camera e Senato, qualche giorno fa si è levata solitaria la voce di Mirella Liuzzi del Movimento 5 Stelle, che con un’interrogazione parlamentare sollecita il governo a prendere una posizione. Una necessità di chiarezza richiamata anche da AlleanzaXInternet, iniziativa per la cultura digitale promossa dall’ex garante per la protezione dei dati personali Francesco Pizzetti che in una lettera  invita le autorità europee a tutelare la privacy dei cittadini. E in un tweet l’ex numero uno dell’Authority critica anche la (finora) mancata risposta di Letta all’interrogazione: “Passi l’inazione – scrive sul sito di microblogging – ma non rispondere nemmeno, no”.

Non sceglie la via dell’immobilismo la Germania, dove Angela Merkel, in occasione della visita del presidente statunitense Barack Obama a Berlino, ha chiesto spiegazioni al governo Usa. “Abbiamo bisogno di trasparenza su quel che accade con i dati dei cittadini”, ha spiegato la cancelliera dicendosi “in certa misura sorpresa” dalla presunta ampiezza del programma di sorveglianza. “Vogliamo lottare contro il terrorismo – ha aggiunto -, ma occorre misura e il rispetto delle leggi”. E la portavoce della commissaria Ue alla giustizia Viviane Reding, dopo i retroscena rivelati dal Financial Times secondo cui Bruxelles avrebbe piegato la testa a Washington e annacquato la protezione dei dati personali, ha assicurato che la Commissione Ue non ha ceduto alle pressioni degli Usa per proporre una legislazione “accomodante”. 

Sul fronte italiano, oltre a un timido accenno del garante della privacy Antonello Soro alla vigilia della relazione annuale davanti al Parlamento, ha insistito su una netta presa di posizione il primo presidente dell’authority per la protezione dei dati personali, Stefano Rodotà. ”Faccio questo invito a un’esplicita presa di posizione – ha precisato a L’Espresso – : un governo che prende nettamente posizione mette in evidenza che il suo paese non ha collaborato con gli Usa nelle forme che so benissimo molti sostengono ci siano state, come la cessione di tabulati telefonici. Serve molta chiarezza da parte dei governi. Il governo italiano sembra avere ignorato la questione”. Come responsabile dell’Autorità nazionale e come presidente dei garanti europei ha inoltre sottolineato “il Datagate è un momento di svolta. Dimostra come la minaccia di un controllo globale indiscriminato sia diventata evidente. E non bisogna credere che riguardi solo i cittadini statunitensi: siamo tutti coinvolti”. Anche la Cina è preoccupata e la stampa governativa continua ad accusare gli Usa di “ipocrisia” e “arroganza”. In Italia, invece, prevale il silenzio anche sulla “carta bianca” regalata dal governo Monti all’intelligence. Una carta da riempire coi nostri dati.


venerdì 2 novembre 2012

Il capitalismo terrorista e la Chiesa complice.



Questa è la sintesi di un'intervista a Leonardo Boff che affronta i temi cruciali del sistema nel quale viviamo e del ruolo della Chiesa nelle dinamiche sociali e politiche odierne.
Buona lettura.


Ci sono due gruppi di minacce davanti a noi. Una viene dalla macchina di morte che è la nostra cultura militarista che ha creato un tale numero di armi nucleari, chimiche e biologiche, che possono distruggere ogni forma di vita sul pianeta. Queste armi sono molto deleterie: sono in sicurezza, ma non in assoluta sicurezza. Lo abbiamo visto a Chernobyl e Fukushima. Inoltre abbiamo le nanotecnologie. 

La guerra cibernetica può essere ad elevata distruzione. Si tratta di una guerra non dichiarata, di violenza estrema e che punisce gli innocenti. Il secondo gruppo di minacce deriva da quello che il nostro sviluppo industriale ha fatto negli ultimi 300, 400 anni, con la sistematica aggressione alla Terra, ai suoi beni, le sue risorse. Siamo arrivati al punto di avere destabilizzato totalmente il sistema Terra, e l’evidenza di questo è il riscaldamento globale. Per ricostruire quello che prendiamo alla Terra in un anno, essa abbisogna di un anno e mezzo. Quindi la Terra è già sterminata.

Stiamo arrivando a una temperatura vicino ai 2º C e la comunità scientifica nord-americana ha lanciato l’allarme sul fatto che, con l’ingresso del metano, del disgelo delle calotte polari e altri fattori, la Terra si sta scaldando piano e, improvvisamente, la febbre può sbalzare da 37º C a 45º C. Con questo repentino riscaldamento, la vita che conosciamo oggi non sopravviverà, né quella animale, né vegetale, né umana. Dato che abbiamo la tecnologia, siamo in grado di creare piccole oasi refrigerate per gruppi di esseri umani, che sicuramente invidieranno quelli che sono morti prima, tanto la vita sarà miserabile. Questo incomberà sull’umanità nei prossimi decenni, e nessuno lo crede, perché va contro il sistema di accumulazione, contro il capitalismo, contro le grandi aziende. Gli intellettuali che hanno un senso etico devono parlare di questo.

Il capitalismo è anticristiano perché in primo luogo è contro la vita, assassina le vite umane per accumulare. Per permettere ad alcuni una vita di qualità, molti devono avere una pessima qualità di vita. E questo è ingiusto. E tutto quello che va contro la vita finisce per essere contro colui che ha detto: «Io sono venuto a portare la vita, e una vita in abbondanza». Per questo è anticristiano. Riconoscerlo è costato molto ai cristiani, dato che le chiese si sono collocate molto bene dentro il sistema capitalista. La Chiesa ha difficoltà a condannare perché il capitalismo non nega la Chiesa o la religione. Al contrario, difende la Chiesa e la morale. Solo che, nella pratica, nega tutto questo. E questa è la grande illusione della Chiesa, dal momento che il capitalismo si estende in tutto il mondo, senza solidarietà. Con lui, solo il forte guadagna.

Gli Stati Uniti? Sono in “grande terrorista mondiale”, poiché in America Latina hanno appoggiato tutte le dittature e partecipato attivamente agli attentati, ai sequestri di persona, fornendo informazioni. E continuano con questa strategia, che è la strategia dell’Impero. Dove c’è una opposizione, la distruggono. Solo, mi meraviglio che non siano ancora riusciti ad eliminare Hugo Chávez in Venezuela, né Fidel Castro, pur tentando 17 volte, senza risultato. Gli Usa utilizzano sempre la violenza militare per imporsi e lo fanno dappertutto, come hanno fatto in Libia, ad esempio, con i droni. Credo che dopo le elezioni interverranno con i droni anche in Siria. Indipendentemente dal fatto che Obama venga rieletto o meno: perché gli Usa non riusciranno a trattenere Israele e, inoltre, non risolveranno i problemi con l’Iran.

Quindi l’arma non è la diplomazia e la ricerca di percorsi di pace, ma è la sottomissione. Sono forti, oggi: non nell’economia, perché la Cina lo è di più, né nella tecnologia (Giappone e altri paesi lo sono di più). Loro hanno il dominio militare del mondo, con la possibilità di ammazzare tutti. In nome di questo, sottomettono tutto il mondo. Nessuno si oppone all’Impero, tranne il Venezuela, Cuba e la Corea del Nord. Tutti gli altri, compreso il Brasile, si inchinano agli Stati Uniti. Si tratta di un impero il cui imperatore è afroamericano, ma con la stessa perversione di Bush e altri, perché il progetto non è cambiato.

Un vecchio detto della tradizione cristiana dice: “Dove c’è il povero, lì c’è Cristo”. Oggi dobbiamo guardare in tutte le città del terzo mondo, le grandi cinture di miseria, le baraccopoli. Il cristiano che prende sul serio la consapevolezza che Cristo è là dove sta il povero deve andare a visitarlo. Non basta sapere che là c’è uno slum. Bisogna andare lì, parlare con le persone, vedere come si può aiutarli a organizzarsi meglio. Un altro detto dice: “Dove ci sono i poveri c’è Cristo, e dove c’è Cristo sta la Chiesa”. Solo che non è vero che dove ci sono i poveri c’è la Chiesa. Essa è più vicina al Palazzo di Erode che alla grotta di Betlemme. La Chiesa deve rivedere quale è il suo posto nella società. Riconoscere la Chiesa di Roma come l’unica vera è un errore teologico, perchè suppone un concetto di Dio riduzionista, come se Lui dicesse: «Questi sono i miei figli e quelli non lo sono; queste sono le mie creature care e quelli sono figli abbandonati». Questo non esiste per Dio. Tutti siamo nati dal suo cuore. Dio crede in tutti gli esseri umani. Tutti sono figli e figlie, non solo i battezzati, che per caso sono nati in Occidente. Quindi una Chiesa che non fa questo, si oppone a Dio.

La Teologia della Liberazione parte dal grido degli oppressi, che oggi sono i poveri. Fino al 2008 c’erano 860 milioni di poveri al mondo e la crisi economica e finanziaria ha elevato questo numero a un miliardo e 200 milioni. I gridi sono diventati boati. Fino a quando ci saranno persone al mondo che gridano, siano donne, afrodiscendenti, indigeni, persone discriminate, sempre ha senso – partendo dalla fede – parlare e agire in forma liberatrice. È una teologia permanente, perchè, per la condizione umana, tutti – perfino i più ricchi e equilibrati – portano la propria croce: é la paura della morte, l’esposizione a incidenti, la perdita del figlio o della sposa; non abbiamo una vita sicura. La condizione umana è questa e deve essere costruita ogni giorno, con la sua angustia e oppressione.

Oltre la metà dei cristiani e dei cattolici vive nel terzo mondo. Di fatto è una religione del terzo mondo, sebbene sia nata nel primo. E se parliamo di creatività, di presenza, vedremo che la creatività non è presente nel primo mondo, dove abbiamo culture agonizzanti, che lentamente “stanno scivolando dalla rampa” della vita. Sono civiltà che non coltivano la speranza, perchè non vedono quale speranza ci sia per loro. In fondo hanno conquistato tutto quello che volevano, hanno dominato il mondo, imposto le loro idee, le loro filosofie, i loro valori, la loro musica, e ora dicono che sono infelici. Questo significa che l’essere umano non ha solo fame di pane, di beni materiali, ma anche di bellezza, di comunicazione, di amore di solidarietà. E questi valori sono presenti soprattutto tra i poveri.

Se c’è una cosa che i poveri proteggono è la cultura della solidarietà, l’allegria di vivere con il poco che hanno. Lo si vede perfino nelle telenovele di “Globo”, come quella chiamata “Avenida Brasil”: dove stanno la vita, la solidarietà e l’allegria? Non nell’alta borghesia; stanno nella favela del Divino. In questi luoghi dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina, il cristianesimo si dimostra creativo. Qui abbiamo la donna povera che non vuole entrare nel mondo dei ricchi, ma vuole essere solidale. Quindi c’è una teologia femminile differente. Esse litigano perfino con le americane, per esempio, criticandole, dicendo che non si deve continuare a fare teologia solo per integrare le donne, che poi contribuiranno solo a ingrossare il mondo degli oppressori. Le latinoamericane chiedono a loro solidarietà come donne e come oppresse. Se non ci sarà questo, non sarà una vera Teologia della Liberazione.

La teologia é seria quando si prende sul serio la testimonianza degli invisibili, dei disprezzati, di quelli che non contano niente. Ogni persona è unica al mondo, ha qualcosa da dire, da mostrare. Ignorante é quello che pensa che il popolo è ignorante. Il popolo conosce molto della vita, della sua lotta. É un sapere, come dice Camões, “fatto di esperienza”. Siamo seri quando diamo valore a quello che dice il popolo, che non sono parole, ma drammi e gridi. In secondo luogo, dobbiamo saper formulare questo in maniera rigorosa e universale, in modo che tutti possano capire. Per prima cosa, la teologia e le Chiese ammettano di essere complici del mondo a cui oggi siamo arrivati. Questo significa che c’è stato qualche errore nella nostra trasmissione di fede, nella nostra esperienza biblica, per cui non siamo riusciti ad evitare la crisi ecologica e la crisi economica mondiale.

Non abbiamo la chiave della salvezza, siamo parte del problema. E con molta umiltà, dobbiamo rinunciare a ogni arroganza tipo “abbiamo la parola della rivelazione e quindi sappiamo”. Noi non sappiamo. Quando la Chiesa è stata arrogante e ha assunto il potere, è stato un fiasco. Ha governato male, fino al 1890 c’era ancora la pena di morte nello Stato del Vaticano, oltre ad aver commesso grandi errori storici contro la modernità e i diritti umani. Quindi non può presentare titoli di credibilità. Per prima cosa, bisogna riconoscere che si può imparare dialogando e che si può dare un contributo partendo dall’esempio di Gesù. La nostra sfida non è quella di creare cristiani, ma creare persone oneste, umane, solidali, compassionevoli, rispettose della natura degli altri. Se realizziamo questo si realizza il sogno di Gesù.



(Leonardo Boff, sintesi dell’intervista “La teologia della liberazione” rilasciata a “Ihu on line” e ripresa da “Megachip” il 19 ottobre 2012).


domenica 7 ottobre 2012

La vita è sacra.


DI CHRIS HEDGES
truthdig.com

D’estate, mi ritiro sulle montagne e sulle coste del Maine e del New Hampshire per liberarmi dall’ingerenza del mondo industrializzato. In queste foreste e lungo la costa frastagliata dell’Atlantico, col fragore assordante delle onde che s’infrangono sugli scogli, mi rendo conto della caducità della vita umana, semplicemente insignificante dinanzi all’universo. Sopra di me, le stelle si stagliano a migliaia sulla volta celeste, schernendo la mania di grandezza dell’uomo.

Ci sussurrano il monito biblico, ricordandoci che polvere noi siamo e polvere torneremo. Amate adesso, ci dicono con insistenza, proteggete ciò che è sacro finché ne avete il tempo. Tuttavia, mi reco in questi luoghi anche per piangere. Piango per il nostro futuro, per l’agonizzante maestosità della natura, per la follia della specie umana. Il pianeta sta morendo. E noi moriremo con lui. Un giovane pastore conduce la propria capra oltre uno stagno riarso nella periferia di Bhubaneswar, una città situata nell’India orientale. (AP/Biswaranjan Rout)

Il coreografico carnevale di Tampa, immerso in uno sfarzo da capogiro, e l’imminente carnevale di Charlotte distolgono la nostra attenzione dal mondo reale, quello che sta progressivamente collassando sotto i nostri piedi. Il mortale assalto ecologico da parte dello stato impresa è mascherato dall’ostentazione e dalla propaganda, dalle ossessioni ridicole impartiteci dalle nostre allucinazioni elettroniche, nonché dallo spettacolo inscenato per ostentare una falsa partecipazione politica. Più la situazione peggiora, più ci rifugiamo nell’auto illusione. Convinciamo noi stessi che il riscaldamento globale non esiste. O ne avalliamo l’esistenza, insistendo però sulla nostra capacità di adattamento. Entrambe le risposte confermano la nostra mania di eterno ottimismo e la nostra ricerca sconsiderata di benessere. Qui in America evitiamo la realtà, quando questa è sgradevole. Ma la realtà si abbatterà su di noi come le Erinni, mandando in frantumi la nostra noncuranza prima e le nostre vite poi. Noi uomini, in quanto specie, siamo condannati. E, per un padre di famiglia, questa è una realtà amara, amarissima da buttar giù.

Io e la mia famiglia facciamo una camminata su una costa desolata, in un’isola del Maine, accessibile soltanto via mare. Nei pomeriggi sostiamo in isolate insenature, osservando l’oceano Atlantico o la costa e il profilo appena visibile delle colline di Camden. Mio figlio ultimogenito getta dei sassolini nella schiuma delle onde. Mia figlia, con passo incerto, si avventura sulle pietre levigate della spiaggia, tenendosi alla mano della madre. Strillano forte i gabbiani grigi e bianchi sopra le nostre teste. Il vento trasporta l’odore del sale. La vita, la vita della mia famiglia, la vita attorno a me, è inerme e allo stesso tempo fragile e sacra. E vale la pena di lottare per salvarla. Ai tempi in cui ero ragazzo e mi recavo sulla costa con mio zio in occasione di spedizioni di caccia all’anatra, vi era un’attività ittica vivace. Il pescato delle flotte era variegato: eglefini, merluzzi, aringhe, naselli, halibut, pesci spada, merluzzi neri e platesse. La zona non offre più un tale assortimento alieutico, vittima della pesca commerciale in cui enormi pescherecci spazzano via il fondale marino uccidendo coralli, briozoi, siboglinidae e altre specie che fornivano nutrimento a nuovi banchi di pesci. I pescherecci si lasciano alle spalle melma e detriti: un fondale sterile e desolato. La situazione è la stessa in tutto il pianeta. Foreste rase al suolo. Acqua contaminata. Aria satura di emissioni di carbonio. Suolo esaurito. Oceani con livelli di acidità alle stelle. Aumento delle temperature atmosferiche. E qualcuno, da qualche parte, guadagna delle scandalose somme di denaro da tutto ciò. Le corporation, indifferenti a ciò che è sacro, considerano la morte del pianeta come un’altra occasione d’investimento. Si precipitano per sfruttare i territori incustoditi sottostanti le acque polari per accaparrarsi le ultime tracce di petrolio, gas metano, minerali e pesce. E dato che le corporation determinano il nostro rapporto nei confronti dell’ecosistema dal quale dipendiamo per vivere, le probabilità che sopravviviamo sono sempre più pessimistiche. L’ultima fase di cinquemila anni di attività umana stabile termina con un’assurdità collettiva. 

“Tutti i miei mezzi sono sani,” dice il capitano Achab riferendosi alla caccia suicida di Moby Dick, “il mio movente e il mio fine sono pazzi.” Il fondale oceanico al largo della costa del Maine, nelle cui acque quest’estate si è registrato un incredibile aumento delle temperature di cinque gradi, è adesso ricoperto di crostacei, come granchi e astici, che non hanno più predatori. Per ragioni di profitto, le riserve di pesce sono state esaurite. La monocoltura di crostacei è fragile, come tutte le monocolture. Una fragilità sperimentata anche dai coltivatori di mais del Midwest. Gli astici rappresentano l’ottanta per cento del fatturato del mercato ittico del Maine. Ma per quanto tempo ancora dureranno? Quando un ecosistema vario e bilanciato in maniera altamente complessa viene spazzato via, che futuro ci si può aspettare? Dopo che si demolisce la natura e se ne gettano i pezzi, cosa accade quando è disperatamente necessario ricomporla? E anche se è possibile ricostituire le riserve di pesce decimate dalle flotte commerciali, come stanno tentando di fare delle coraggiose associazioni come il Penobscot East Resource Center, cosa succede se le temperature delle acque e i livelli di acidità continuano ad aumentare a causa del riscaldamento globale, condannando la maggior parte della flora e della fauna sottomarine? 

Quest’anno, gli astici hanno fatto la muta sei settimane prima del solito a causa dell’aumento della temperatura delle acque. Ciò che è accaduto nelle acque più a sud sta accadendo adesso al largo delle coste del New England. Vent’anni fa, le acque di Long Island Sound garantivano astici in abbondanza. Questi sono poi scomparsi in seguito ad un aumento delle temperature, diventando preda di infestazioni parassitarie e malattie della corazza. Gli astici sopravvissuti sono migrati verso acque più fredde. 

Tutte le risorse naturali sono state sfruttate fino all’esaurimento: queste diminuiranno per poi scomparire molto presto. La siccità sta colpendo le foreste sia nel nord est che nel nord ovest. La moria invernale dello scarabeo del pino di montagna e di altri parassiti, vitale per la salute delle foreste, non si sta più verificando dato il costante riscaldamento globale. I tradizionali alberi di legno duro delle foreste del nord e le conifere stanno morendo. Li stanno rimpiazzando con foreste di querce e noci, condannando la biodiversità e radendo al suolo l’habitat di una gran varietà di uccelli canterini e di altra fauna selvatica, nonché decretando la chiusura dei battenti dell’industria dello sciroppo d’acero. Una decina d’anni fa, lo sciroppo d’acero veniva prodotto negli stati del Connecticut e del Massachusetts. Da bambino mi addentravo nelle foreste con le racchette da neve ai piedi per arrivare ai capanni degli agricoltori, dove vi erano tinozze di sciroppo bollente. Versavamo lo sciroppo sul manto di neve proprio fuori dai capanni per fare dei dolciumi invernali friabili. Tuttavia, la produzione negli stati del New England meridionale è cessata, spostandosi verso il Maine settentrionale e il Canada. Questi sono piccoli indicatori naturali che segnalano che c’è qualcosa che sta andando storto. 

Su base giornaliera, i dati dello scioglimento del ghiaccio marino artico monitorato nel corso di questa estate sono stati i più gravi mai registrati. Dalla fine degli anni Settanta, quando cominciarono ad essere effettuati i rilevamenti satellitari, la quantità di ghiaccio marino è diminuita del 40%. Tra una decina o una ventina d’anni, i ghiacci marini estivi del mare Artico potrebbero sparire del tutto. Con la scomparsa dei ghiacci estivi, il quadro meteorologico del nostro pianeta sarà dominato da tempeste inspiegabilmente violente e improvvise e da altre violente anomalie naturali. La siccità devasterà alcune zone della Terra mentre altre saranno colpite da precipitazioni incessanti. Sarà un mondo fatto di estremi. Uragani. Trombe d’aria. Alluvioni. Regioni desertiche. Incendi e inondazioni. 

I nostri leader politici, sia democratici che repubblicani, sono corresponsabili della fine dell’umanità. Il nostro sistema politico, simile a quello esistente durante il declino dell’antica Roma, è un regime di corruzione legalizzata. Gli uomini politici, Mitt Romney e Barack Obama compresi, servono agli scopi dementi delle corporation che tenteranno di approfittare della spirale mortale che ci inghiottisce fino all’ultimo barlume di vita. L’unica e sensata forma di resistenza è la disobbedienza civile, compresa la recente decisione presa da parte di alcuni attivisti di Greenpeace di incatenarsi ad un’imbarcazione d’appoggio della Gazprom per impedire l’inizio delle operazioni di trivellazione. Votare è inutile. Tuttavia, anche se sostengo tali eroici atti di resistenza, temo sempre più che questi abbiano un minimo effetto. Questo non significa che non dovremmo opporci. Resistere è un imperativo morale. Non possiamo utilizzare la parola “speranza” senza reagire. Tuttavia, le corporation faranno di tutto finché non avranno tratto profitto persino dall’ultima goccia di vita. Non possiamo far altro che aspettarci un’ostilità crescente da parte dello stato impresa. I suoi sistemi di sicurezza nazionali e internazionali, dato che le conseguenze fatali dello sfruttamento frenetico diventano più evidenti, cercheranno di tacere e stroncare qualsiasi forma di dissidenza. Le corporation si disinteressano della democrazia, dello stato di diritto, dei diritti umani o dell’inviolabilità della vita. Sono determinate ad essere gli ultimi predatori sulla faccia della terra. E poi anche questi verranno fatti fuori. L’arroganza smisurata non porta ad altro che all’auto immolazione. 

Chris Hedges
La rubrica di Chris Hedges viene pubblicata ogni lunedì su Truthdig. Per vent’anni circa, ha lavorato come corrispondente estero in America Centrale, nel Medio Oriente, in Africa e nei Balcani. Ha fatto servizi da più di 50 paesi e ha lavorato per The Christian Science Monitor (N.d.T.: quotidiano statunitense), per la National Public Radio (N.d.T.: spesso chiamata anche NPR, è un’organizzazione indipendente non-profit comprendente oltre 900 stazioni radio statunitensi), per il Dallas Morning News e il New York Times, per il quale ha lavorato in quanto corrispondente estero per quindici anni. 


letto e condiviso da: www.comedonchisciotte.org

giovedì 20 settembre 2012

La nuova (in)Giustizia.


Di Michelangelo Consoli*

Come sempre, con la calura estiva, vengono confezionate le peggiori porcherie a danno dei cittadini. Non fossero sufficienti le già innumerevoli manovre autoritarie adottate dal governo in materia fiscale, economica e sociale, si è pensato di colpire in maniera incisiva laddove già il predecessore dell’attuale Presidente del Consiglio aveva incentrato quasi ogni suo sforzo politico: la Giustizia.
Si badi, non la giustizia delle leggi ad personam o dell’apparato burocratico–repressivo che avvelena il paese, ma la Giustizia con la “G” maiuscola, quella che dovrebbe tutelare le garanzie, quella che dovrebbe proteggere dalle angherie, quella conquista di Civiltà che fin dai tempi dell’Impero Romano ha contraddistinto, nel campo penale e civile, la nostra Societas.
Ebbene, in nome delle “Misure urgenti per la crescita del paese” (crescita in nome della quale si è tra l’altro recentemente smantellato l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori), è da poco divenuta effettiva una significativa riforma del Processo Civile, introdotta con D.L. 22 giugno 2012 ed entrata in vigore con L. di conversione 7 agosto 2012, che introduce novità di rilievo nel processo di appello.
Già il mezzo legislativo utilizzato (ancora una volta il ricorso alla decretazione d’urgenza!) svuota sostanzialmente di ogni contenuto la possibilità di contrastare in nuce questo genere di provvedimenti, ma è proprio nel merito che le nuove norme (art. 54 del succitato D.L.) presentano i maggiori aspetti critici, con peculiare riferimento al c.d. “filtro in appello” che verrà d’ora in poi ad integrare il procedimento di secondo grado e troverà collocazione sistematica nei nuovi artt. 348 bis e 348 ter del cod. proc. civ.
Il primo dei due articoli prevede che: “Fuori dai casi in cui deve essere dichiarata con sentenza l’inammissibilità o l’improcedibilità dell’appello, l’impugnazione è dichiarata inammissibile dal giudice competente quando non ha una ragionevole probabilità di essere accolta” e fa salvi solamente i casi in cui il P.M. intervenga nel processo civile e di appello ai sensi dell’art. 702 quater cod.proc.civ.
Orbene, ciò significa che, aldilà dei due (sporadici) casi sopra citati, nella stragrande maggioranza dei processi di appello il giudice, d’imperio, potrà “sbattere la porta in faccia” all’appellante già alla prima udienza, senza istruire o quantomeno trattare alcun processo, sulla base di una mera valutazione, a priori, della bontà della domanda. Si introduce, infatti, un concetto nuovo e alquanto pericoloso, quello della “ragionevole probabilità” che, oltre a comparire per la prima volta nel nostro ordinamento, rievoca sinistramente modelli di giustizia W.A.S.P. avulsi alla nostra cultura giuridica.
E’ poi il metodo, ossia gli strumenti a disposizione del giudice dell’appello per la declaratoria di inammissibilità, a rendere ancora più evidente il vulnus arrecato alle garanzie dei cittadini.
Dispone infatti il successivo art. 348 ter  che il giudice, prima di procedere alla trattazione, dichiara inammissibile l’appello a norma dell’art. 348 bis, con “ordinanza succintamente motivata, anche mediante il rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa e il riferimento a precedenti conformi”.
Siamo di fronte all’arbitrio più totale. In sostanza, il giudice, dotato di prerogative praticamente illimitate, potrà decidere del tutto sommariamente sulla base di mere attinenze o analogie con casi già trattati, il tutto “in barba” alle allegazioni ed alle deduzioni della parte che propone appello. Consentire poi che tale prevaricazione avvenga tramite una ordinanza (non una sentenza) solo “succintamente” motivata non fa altro che confermare la portata assolutamente eversiva ed autoritaria della nuova norma.
Anche qui, peraltro, il richiamo al “precedente” è chiaro sintomo della volontà di scardinare i principi generali del nostro ordinamento civilistico e introdurre manu militari istituti giuridici di matrice anglosassone.
Un esempio pratico chiarirà meglio. Supponiamo di essere stati condannati in primo grado in quanto il Giudice non ha compiutamente valutato i fatti e le prove a mio favore (succede spessissimo, in particolare nelle corti di merito più inclini ai “poteri forti” di banche, assicurazioni, etc.). Si propone appello affinchè il giudice di secondo grado riesamini tali fatti e tali prove (in quanto giudice del c.d. “gravame” è il suo compito istituzionale). Ebbene, d’ora in poi, saranno sufficienti un paio di precedenti analoghi (in materia bancaria e assicurativa certo non mancheranno) per impedire a monte qualsiasi forma di revisione della decisione…..un vero e proprio diniego di giustizia!
Certo, mi si dirà che è sempre percorribile, come previsto dallo stesso art. 348 ter, la strada del ricorso per Cassazione (anche “per saltum” al fine di evitare i rischi del “filtro”), ma non si dimentichi che il giudizio di appello rappresenta l’ultima risorsa per un esame di merito dei fatti oggetto di causa e, particolare assolutamente non trascurabile, i soli costi fiscali del processo di Cassazione (ca. € 1.000,00 per la sola introduzione della domanda) raddoppiati (ma guarda un po’….) a partire dal 2012, rappresentano per i cittadini ostacolo quasi insormontabile nell’accesso alla giustizia.
Il danno è fatto. I partiti che dovrebbero vigilare sull’operato del governo scodinzolano felici dai loro scranni (dove sono tutti i parlamentari avvocati quando debbono difendere ciò su cui hanno giurato!?). Le uniche risposte a questa, come ad altre più gravi prepotenze, devono provenire da un risveglio popolare e dalla formazione di nuove élites culturali e politiche. Né l’uno né le altre però si intravedono all’orizzonte.

Fonte: http://www.mirorenzaglia.org/2012/09/il-filtro-in-appello-anche-nel-processo-civile-la-deriva-autoritaria-del-governo-monti/ 
*titolo originale: Il "filtro in appello": anche nel processo civile la deriva autoritaria del Governo Monti.

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