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sabato 23 aprile 2016

La teoria della Global Class (quarta parte).

I mezzi di comunicazione, sono, assieme al monopolio della forza (esercito e polizia), gli strumenti principali attraverso cui il potere esercita la propria egemonia su una società, vale a dire i modi attraverso i quali viene espressa la sovranità.

Il meccanismo che ha dato vita al capitalismo finanziario globalizzato odierno, sarebbe stato impensabile senza il sistema di comunicazione mondiale utilizzato oggi.

di Francesco Salistrari



Il controllo dell’informazione e il dominio totalitario del mondo.

L’avvento della modernità capitalistica è stato favorito da una serie imprecisata di fattori concomitanti che, nella loro interazione reciproca, hanno reso possibile un’accelerazione senza precedenti della potenza produttiva mondiale, dando un impulso impressionante all’avanzamento materiale della società nel suo complesso.

La tecnica, la medicina, l’osservazione astronomica, la fisica, la chimica, le scienze in generale, tutte, ebbero uno sviluppo straordinario, contribuendo e allo stesso tempo essendo favorite, dallo sviluppo capitalista del modo di produzione mondiale.

Uno di quei progressi che, grazie al (e favorendo lo) sviluppo capitalista, più di tutti contribuirono al progresso generale della società, fu senza dubbio quello della “comunicazione”. L’invenzione della stampa, dei primi telegrafi, dei primi strumenti di comunicazione radio a distanza, grazie alla scoperta delle onde elettromagnetiche, del magnetismo della terra, dell’elettricità ecc, furono fattori propulsivi del sistema economico mondiale e da questo furono potentemente favoriti in relazione simbiotica.

La comunicazione, è uno degli elementi essenziali del progresso di una civiltà ed è per questo che l’analisi della qualità, dei modi, degli usi e della cultura che si sviluppa intorno alla comunicazione, di un determinato periodo storico, diventa essenziale per comprendere “lo stato dell’arte” di tale civiltà.

Comunicazione significa innanzitutto informazione, circolazione di informazione, quindi di idee, soluzioni, applicazioni, capacità, possibilità. Più un sistema di comunicazione permette la circolazione e la condivisione delle informazioni, più tale sistema può dirsi efficiente e soprattutto evoluto.

E’ per questo motivo che oggi, con il sistema di comunicazioni di cui disponiamo, in cui la velocità dell’interconnessione planetaria e la mole di informazioni a cui si può attingere sono straordinarie, capire i funzionamenti dei cosiddetti “media” diventa cardinale per comprendere a che punto è la nostra civiltà ed eventualmente cominciare a comprendere dove, come e perché intervenire.

Abbiamo analizzato fin qui tutta una serie di cambiamenti che hanno stravolto il mondo moderno rispetto a pochi decenni fa e se guardiamo al mondo di fine anni ’60 e lo paragoniamo a quello di oggi, da un punto di vista politico, economico e sociale, ci rendiamo conto della distanza siderale che separa questi due mondi. In questo cambiamento spaventoso, l’esplosione dell’informatica e della comunicazione in generale, con l’avvento della televisione e dei moderni mezzi di comunicazione di massa, aggiungendo tutto il complesso sistema di comunicazione satellitare (prima militare e poi civile), il mondo non solo è cambiato, ma è stato completamente stravolto.

Non dissimilmente da altri importanti settori che hanno contribuito allo sviluppo generale della società moderna, così anche i mezzi di comunicazione rientrano nell’ambito e nelle logiche dei settori sociali dominanti. Differentemente però da altri settori, lo sviluppo dei mezzi della comunicazione hanno di pari passo contribuito all’affermazione e sono stati utilizzati da settori di classe subalterni che, senza per altro riuscire sempre ad utilizzarli in maniera adeguata, hanno comunque beneficiato dei vantaggi derivanti dalla condivisione delle informazioni necessari alla difesa dei propri interessi specifici.

Questo perché, lo sviluppo della tecnologia, ha comunque assunto carattere di massa e con essa i mezzi di comunicazione in particolare. Ciò, seppur funzionalmente alle logiche del profitto proprie del sistema, ha comunque favorito spazi di autonomia e di influenza mediatica anche per settori subalterni della società, rendendo più semplice l’organizzazione della difesa di quegli interessi.

Attraverso la stampa, ad esempio, in occidente, venne forgiata quella che da quel momento in poi sarebbe stata conosciuta come “l’opinione pubblica”, favorendo la diffusione delle idee rivoluzionarie della borghesia in ascesa. Dall’interno delle logge massoniche, espressione viva della politica borghese del tempo, le idee fuoriuscirono come un fiume in piena che invase ampli strati della società. Ma per poter affluire in maniera efficace, proprio come un fiume in piena, aveva bisogno dei canali giusti e questi canali furono individuati nei “quotidiani”, ma soprattutto nei “pamphlet” e nella stampa politica in generale.

La società borghese si affermò grazie ad una serie di fattori storici ed economici e non solo grazie alla forza delle armi della rivoluzione. Uno dei segreti di quel successo storico, fu proprio la capacità di trascinare il popolo verso i cambiamenti auspicati da quella che in quel momento era la classe sociale più dinamica, favorendo un cambiamento complessivo della cultura generale dell’epoca e garantendo l’ascesa al potere degli interessi incarnati dalla borghesia.

Questo solo per dare un esempio di come la comunicazione sia influente e lo è sempre stata, nel corso della storia e nel condizionare in un modo o nell’altro i processi storici.

Tutta la storia umana, se vogliamo allargare il nostro orizzonte, è storia di comunicazione. Le grandi dinastie del passato, come ad esempio gli Egizi, uno dei più prosperi imperi dell’antichità, capace di sviluppare la propria economia in modi che per i tempi erano assolutamente spettacolari e avanzatissimi, si resse per millenni grazie alla “comunicazione religiosa”. Una vasta e complessa teologia, espressa attraverso una dottrina sofisticata e di grande impatto che, comunicata al popolo suddito e lavoratore (in maggioranza schiavo), permise l’alternarsi al potere di specifiche dinastie.

E’ la storia di tutti gli imperi. Ed è la storia della politica.

Lo sviluppo moderno ha solo sofisticato i mezzi attraverso cui il potere ha comunicato la propria ideologia e il proprio “credo”, determinando un mutamento radicale delle logiche della comunicazione, ma non la sostanza.

I mezzi di comunicazione, sono, assieme al monopolio della forza (esercito e polizia), gli strumenti principali attraverso cui il potere esercita la propria egemonia su una società, vale a dire i modi attraverso i quali viene espressa la sovranità. Non esistono altri sistemi.

I “media”, mediano, dal latino “medium”, fanno da tramite, tra il mondo dell’élites al governo e il popolo suddito. E questo che ci si trovi in un antichissimo impero del passato o che ci si trovi nella più moderna delle società contemporanee.

Un salto di qualità estremo, rispetto all’utilizzo degli strumenti di comunicazione di massa, si ebbe a cavallo degli anni ’20 e ’30 del ‘900, allorquando l’avvento della radio rivoluzionò completamente il modo con cui la comunicazione di massa veniva espressa.

Nell’Europa sconvolta dalle ferite della guerra e dalle conseguenze potentissime della rivoluzione russa, l’invenzione della radio rappresentò un evento fondamentale. Fu attraverso l’uso sapiente e via via più sofisticato ed ingegnoso che i vari regimi di quegli anni in Europa seppero fare della radio, che i destini del mondo furono decisi.

L’adesione popolare al regime fascista in Italia e l’utilizzo sapiente e scientifico da parte del regime nazista in Germania della cosiddetta “propaganda”, furono immensamente favoriti dalla radio e dai mezzi di comunicazione. La manipolazione delle masse, da quel momento in poi divenne una scienza che nei successivi decenni si perfezionò progressivamente ed in maniera impressionante, molto tempo dopo che quei regimi dittatoriali che più di altri erano stati capaci di elevare le capacità e i metodi d’utilizzo degli strumenti di comunicazione di massa, erano ormai seppelliti sotto le ceneri della distruzione della seconda guerra mondiale.

La televisione, rivoluzionò nuovamente il mezzo, ma la logica era ormai acquisita e si era compresa molto bene, sull’esempio nazista, la potenza manipolativa sulla coscienza collettiva degli strumenti di comunicazione moderni. Fu così che il mondo dei media, oltre che per ragioni strettamente economiche, divenne una vera e propria industria.

Il cinema, la televisione, la radio, i giornali, gli spettacoli, la musica, divennero pienamente integrati alle logiche mercatistiche che il potente sviluppo economico della ricostruzione post bellica stava portando.

C’era bisogno di creare “un sogno americano”, un “sogno europeo”, e in misura diversa non nei fini ma nei contenuti ideologici, un “sogno socialista”. Il potere, seppur da logiche apparentemente opposte e distanti, sfruttò alla perfezione la macchina mediatica che si era messa in moto favorendo l’avvento del “consumismo” e creando una visione del mondo e della società, plasmando i valori della modernità, condizionando vasti processi di cambiamento sociale che, come abbiamo visto, hanno tutti insieme portato a determinati sviluppi storico-economici.

Oggi, più che in passato, l’importanza della comunicazione e dei “media” appare spaventosamente estesa. I moderni ritrovati della tecnologia della comunicazione, dai satelliti alla rete internet, ha aperto possibilità di interconnessione inesplorate, allargando a dismisura le capacità di collegamento di ogni angolo del mondo con il resto. Da questo punto di vista il mondo non è mai apparso così unito.

Alcuni autori hanno visto nelle potenzialità della “rete globale” di interconnessione, una grande opportunità per il genere umano di promuovere un colossale avanzamento della coscienza collettiva globale. I nuovi strumenti di comunicazione con cui praticamente tutti, oggi, possono comunicare con chiunque in qualsiasi parte del mondo, potrebbero diventare lo strumento per la nascita di una vera coscienza globale unificata, creatrice di nuovi valori condivisi e di nuove opportunità per la cooperazione umana, divenendo fattore potente di eliminazione delle barriere linguistiche, culturali, nazionali, militari e religiose, quindi delle divisioni politiche che potrebbe indirizzare il mondo vero l’unificazione dell’umanità.

Se solo consideriamo le capacità di calcolo dei computer moderni e a questo affianchiamo l’innervatura della rete di comunicazione globale (Internet), appare evidente come il meccanismo di valorizzazione del valore e l’estrazione di profitto (plusvalore) dalla società, ha assunto dimensioni e connotati mai sperimentati. Il meccanismo che ha dato vita al capitalismo finanziario globalizzato odierno, sarebbe stato impensabile senza il sistema di comunicazione mondiale utilizzato oggi.

I cambiamenti intervenuti nel modo di allocare le risorse (circolazione dei capitali) e nella velocità di interconnessione (mercati finanziari computerizzati) hanno permesso un duplice effetto:

  •          l’espansione dei profitti;

  •          la trasformazione dei connotati del lavoro;


Il pallone aerostatico che ha tenuto su il sistema capitalistico nell’ultimo trentennio, può a ragione essere individuato nella “finanza”, che ha permesso livelli di profittabilità altrimenti irraggiungibili. Ma la finanza moderna è talmente innervata con i sistemi di telecomunicazioni, che appare assolutamente inscindibile (e imprescindibile) da essi, così come gli stessi livelli di profitto.

Dall’altra parte, le modificazioni intervenute nell’ambito della comunicazione, hanno permesso non solo una nuova configurazione della divisione mondiale del lavoro (spazialmente e geograficamente, nei metodi e nelle metodologie del lavoro industriale/produttivo), ma anche la comparsa di figure e tipologie del lavoro tali da trasformare l’intera società nel suo complesso. In altre parole, la società contemporanea diviene “totalmente produttiva” e questo grazie anche al sistema delle comunicazioni che ha favorito (insieme ad altri fattori sistemici) l’insorgenza del cosiddetto “general intellect”, nuovi strumenti e tipologie di lavoro sociale (lavoro intellettuale, creativo, collaborativo) e nuovi modi di interagire delle forze produttive mondiali.

Questo ha determinato un’enorme espansione della produttività sociale complessiva ed una capacità “estrattiva” (sistemica) del valore assolutamente inconcepibile nelle vecchie e superate forme di capitalismo keynesiano/fordista/taylorista.

Ma il sistema di comunicazioni globale, appare decisivo anche da un altro punto di vista.

Attraverso l’interconnessione planetaria non si muovono soltanto denaro, dati, informazioni, ma anche (e in maniera decisiva) idee, modi di pensare, modelli di consumo. In una parola, attraverso la rete di telecomunicazioni (intesa nella sua totalità) viaggia l’ideologia del sistema.

Le multinazionali, infatti, grazie anche ai nuovi strumenti telematici (social media, blogsfera, social network ecc.) hanno potuto raccogliere una tale quantità di dati e informazioni sugli utenti della rete che ciò, non solo ha permesso l’elaborazione di sempre più efficaci tecniche di marketing, ma soprattutto ha consegnato nelle loro mani il potere di indirizzare e di creare, in maniera ininterrotta, i desideri stessi dei consumatori, forgiando i modelli di consumo globali immanentemente.

L’ideologia, che già con la Tv commerciale, aveva volato sulle frequenza elettromagnetiche delle trasmissioni televisive, plasmando il boom degli anni Sessanta e veicolando il consumismo come nuova religione secolare, viaggia oggi sulle velocissime autostrade informatiche, dove il meccanismo di “creazione del desiderio” non ha più un andamento univoco, ma multidirezionale, essendo connaturato dall’interazione sociale che la rete incarna.

Dunque, i cambiamenti operati dalla comunicazione massificata, nel mondo a capitalismo finanziario globalizzato, non solo hanno favorito l’insorgenza di meccanismi nuovi di formazione del desiderio consumistico, ma hanno d’altra parte instaurato nuove forme di sfruttamento del lavoro e della produzione sociale complessiva, altrimenti nemmeno pensabili.

L’integrazione dei mercati, impensabile in assenza dell’interdipendenza della rete telematica, è un processo che ha segnato in maniera profonda gli ultimi 30 anni di storia del mondo, permettendo la strutturazione e l’affermazione di questa forma totalitaria e onnipervasiva di capitalismo il cui apice sociale va rintracciato nei nuovi rapporti di proprietà internazionali sorti nei “marosi” della fine della Guerra Fredda.

La manipolazione globale organizzata e la veicolazione ideologica dei principi e dei valori sistemici, si esprime pertanto oggi attraverso le bocche di fuoco multipolari della rete, della televisione, della stampa, del cinema, della radio, in modo sempre più sofisticato e raggiungendo livelli stupefacenti di efficacia. Ogni “media” viene infatti contemporaneamente funzionalizzato a:

  •         creazione del consenso;

  •          formazione dei desideri consumistici;

  •          omologazione culturale;


La comunicazione politica, espressa attraverso le forme più disparate, dal talk show televisivo all’uso del social network (specialmente Twitter), veicola la stessa omologante visione del mondo, ipostatizzando ed eternizzando il presente, feticizzando l’economia (e le merci), proponendo un orizzonte di senso che, nella finta pluralità delle opinioni, in realtà impone il pensiero unico del mercato come universo naturale imprescindibile ed eterno, in cui la società viene letteralmente dissolta nell’atomistica individualista del consumatore compulsivo. La macchina infernale della pubblicità che, incredibilmente sottile, sofisticata e subliminale, permea la comunicazione collettiva, eternizza lo stile e il modello di consumo imposto dalle multinazionali della produzione globale, manipola attivamente e continuativamente l’orizzonte sociale per la prima volta nella storia in modi così efficaci e funzionali alla riproduzione sistemica. La società dello spettacolo, come qualcuno ha definito la società contemporanea, è la realizzazione del capitalismo assoluto (nel senso di ab solutus, sciolto da vincoli, attraverso il piano liscio dello scorrimento delle merci e della comunicazione) e lo spettacolo, come rapporto sociale mediato da immagini, permette all’ideologia (l’unica rimasta) di impossessarsi delle coscienze, creando de facto, la dittatura totalitaria della forma merce (mercificazione dell’esistente) innestata sul sostrato finanziario del sistema (denaro).

Il mito del denaro, del self made man, della scalata sociale, proprie del primo affermarsi del consumismo come religione della modernità post bellica del mondo occidentale, si declinano oggi in maniere del tutto originali e onnicomprensive, surrettizialmente, determinando una mutazione antropologica complessiva che si esprime attraverso la figura dell’homo consumens, atomizzato, individualista, anticomunitario.

Le culture (multiculturalismo) vengono spazzate via dalla visione monoculturale dell’imperativo mercatistico, della crematistica assolutizzata e dell’economia feticizzata, in cui l’essere umano, merce tra merci, vive la propria esistenza rifuggendo la socialità che non sia quella istituita dal nesso liberoscambista, ricreando perciò stesso una “società senza socialità”, in cui gli stessi problemi sociali collettivi (disoccupazione, sottoccupazione, miseria) vengono percepiti come fallimenti individuali e non già come manifestazioni proprie del sistema delle ineguaglianze promosso dal classismo capitalistico.

In questo meccanismo psicologico di massa, la comunicazione e la cultura in generale, com’è ovvio, giocano il ruolo cruciale che hanno sempre giocato nella storia dell’essere umano. Il sistema di manipolazione globale della coscienza collettiva, funziona a pieno regime e permette la standardizzazione dei modelli di consumo e dei comportamenti collettivi, funzionalmente alla illimitata valorizzazione del valore che trova nella categoria “teologica” della crescita (illimitata, appunto) il suo corollario automatico.

Un altro aspetto su cui influisce la macchina possente della manipolazione mediatica planetaria è il processo che sfocia in ultima battuta nella “feticizzazione dell’economia” che viene percepita collettivamente come sistema naturale di funzionamento della società e non già come momento politico (dunque discrezionale) della distribuzione della ricchezza.

E’ in questo modo che le “crisi economiche”, la disoccupazione, la devastazione ambientale, le crisi sanitarie, descritte nelle giaculatorie del nuovo clero della comunicazione attraverso sempre più l’uso massiccio della neolingua (l’inglese imposto a livello globale come lingua unica), vengono percepiti dalle masse come fenomeni naturali, assimilabili ai terremoti e agli uragani, cioè come eventi imprevedibili e imprescindibili con i quali si è nostro malgrado costretti a fare i conti.

La “naturalizzazione” dei fenomeni economici (che restano tuttavia sempre e comunque determinati da scelte collettive di classe) è la manifestazione evidente di quanto profonda sia la distorsione ideologica veicolata dai “media” controllati dai grandi potentati economici della finanza mondiale.

Il controllo della comunicazione, attraverso il possesso dei grandi quotidiani nazionali (stampa), dei network televisivi internazionali e delle emittenti nazionali e locali (Tv e rete satellitare), nonché il controllo dei colossi del Web, da Google ad Amazon, da Microsoft a Yahoo!, per fare alcuni esempi (Internet), configurano un sistema integrato di comunicazione mondiale di immane potenza mediatica. Se a questo aggiungiamo le grandi case di produzione cinematografica e pubblicitaria, la sottomissione degli atenei e della produzione/ricerca scientifica universitaria, appare chiaro e cristallino come il controllo della cultura generale, la sua espressione, i principi e i valori veicolati e quelli censurati/ostracizzati, configura in assoluto il sistema più totalitario che la storia abbia mai sperimentato. 

L’apparente libertà individuale di scelta (sempre quasi esclusivamente limitata a quella del consumo in base alle proprie possibilità di spesa), l’apparente pluralità delle opinioni (ma che suonano tutte la stessa canzone rideclinata secondo i più svariati arrangiamenti), l’apparente pace armata (contraddistinta da innumerevoli scenari di guerra regionali settorialmente limitati), l’apparente libertà di pensiero (ma che svilisce, umilia e marginalizza ostracizzando il pensiero divergente e antiadattivo), l’apparente caduta delle ideologie (che lascia in piedi un’unica e totalizzante ideologia che si autodefinisce a-ideologica), l’apparente libertà del lavoro (ma che si esprime attraverso forme di sfruttamento e di estrazione del valore semmai più barbare e più pregnanti), l’apparente democrazia (ma che alle varie latitudini del mondo è sostanzialmente scomparsa o non è mai esistita), nel mondo dell’apparente che appare, è attraverso la proprietà e il controllo dei media, della produzione, della governance politica (sovranità) che la cuspide della piramide sociale governa l’intero pianeta e costruisce giorno dopo giorno il dominio totalitario delle coscienze, delle risorse e della vita. Un dominio, denominato da molti autori, e non a torto, biopolitico.

Viviamo il mondo dell’immagine, consensuale e televisivo, flessibile, ma per sua essenza totalitario, oligarchico e antidemocratico. Il mondo della Classe Possidente Globale, della sua ideologia e della sua ricchezza ostentate.



(continua)

giovedì 30 ottobre 2014

Un futuro a Caste e Strisce.

Il disegno neoliberista di dominio sociale che porterà all'implosione della democrazia come sistema politico. 


di Francesco Salistrari



Certo, il Potere è geniale.

Dopo aver progressivamente azzerato le conquiste operaie degli anni ’70, spazzato via ogni velleità di cambiamento nel mondo occidentale ed occidentalizzato (globalizzazione, sic!) l’intero pianeta, inebetito gran parte della popolazione mondiale attraverso la distruzione della scuola, la tv e il cinema, dopo aver convinto la maggioranza silente che è più desiderabile possedere uno smartphone luccicante che usufruire dei propri diritti, dopo tutto questo e molto altro, il disegno è compiuto.

Prendiamo l’Italia.

Un paese che solo agli inizi degli anni ’80 era tra i primi 4 paesi più ricchi del mondo, seconda potenza industriale d’Europa, come si ritrova oggi?

Con una democrazia azzerata, il welfare state sventrato, un Parlamento e una Costituzione smantellati e un popolo governato da tre, e dico tre, governi consecutivi NON eletti democraticamente.

Il “Piano di Rinascita Democratica” piduista si è trasformato in realtà, senza colpo ferire, senza la minima opposizione, in maniera scientifica e indolore. Ed il tutto con il beneplacito della “sinistra” italiana, cioè di quella parte politica che avrebbe dovuto rappresentare proprio l’unico baluardo di difesa di democrazia, diritti e giustizia.

Com’è andata? Che le peggiori riforme, quella che hanno dato avvio allo sfacelo a cui assistiamo, sono state varate proprio da governi borghesi spalleggiati dalla nostra pseudo sinistra politica e sindacale. E’ un caso secondo voi che il primo governo Prodi, quello che ha dato via alla precarizzazione del lavoro nel nostro paese, distrutto scuola e sanità, che ha smantellato il comparto pubblico a suon di privatizzazioni (meglio dire svendite), è stato anche il governo che ha registrato il più basso numero di ore di scioperi della storia repubblicana?

E che cos’è oggi il PD, con il suo “leader” Renzi? Non è forse un partito connotato da politiche padronali, di destra, con quella patina di “sinistra” che gli assicura il consenso proprio in quelle fasce sociali da cui naturalmente sarebbe avversato?

Il disegno è geniale. Mettere un uomo (ed un gruppo dirigente) profondamente di destra a guida del partito di maggioranza della sinistra italiana, perseguire programmi e obiettivi delle elite finanziarie e politiche europee ed di oltreoceano (USA) con il minimo possibile di opposizione reale.

Ma in tutto questo esiste un aspetto sociologico davvero incomprensibile, o per meglio dire inconcepibile, ma che pur si sta verificando e sta dipandando pienamente i suoi effetti deleteri sulla società italiana in maniera indelebile. Tale aspetto è quello che ha portato una fetta importante di popolazione, quella che si rifaceva alla vecchia tradizione comunista italiana incarnata dal PCI, ad appoggiare incondizionatamente un progetto simile. Ripeto di DESTRA.

Un intero gruppo sociale inebetito e rimbecillito a tal punto da non rendersi conto che le politiche portate avanti da questo PD, da questo gruppo dirigente, imbeccato ed eterodiretto dalle elites finanziarie, bancarie e politiche occidentali, sono esattamente le stesse politiche, gli stessi disegni e gli stessi obiettivi che hanno combattuto per decenni a colpi di scioperi, serrate, manifestazioni, raccolte firme, scontri con la polizia, subendo arresti, persecuzioni, interdizioni, umiliazioni.

Tutto quello che gli anni ’70 avevano conquistato alla classe subalterna italiana in tema di tutele, diritti e benessere, viene oggi smantellato proprio con il benestare di chi per quelle conquiste ha lottato duramente. Un’intera generazione di italiani, oggi, sta facendo la figura di un branco di cerebrolesi.

E a subirne le conseguenze disastrose saranno proprio le future generazioni. I figli dei figli di quel ’68 che verrà ricordato come l’anno in cui ebbe inizio la più grande sconfitta della storia di quella possibilità (allora soltanto accarezzata e sussurrata) di rendere il mondo un posto più vivibile e libero.

Mentre attraverso il Job Act, avviene il definitivo cambiamento del mercato del lavoro italiano portandolo agli standard di quello statunitense e tedesco, e di concerto viene completamente azzerato il ruolo e la stessa ragione d’esistenza della rappresentanza sindacale, mentre vengono ratificate e attuate le politiche volute e imposte dalle elites finanziarie europee e americane, ci si prepara ad entrare, sotto la guida di questo partito reazionario che si fregia del nome di “democratico”, in una nuova era di rapporti internazionali ed economici attraverso la sottoscrizione del T.I.I.P, mentre quello che restava della legittimità democratica nel nostro paese e degli strumenti di difesa sociali nei confronti della distruttività del neoliberismo economico vengono cancellati, il popolo italiano “dorme” sonni tranquilli.

Con quel minimo di benessere che rimane, con la ricchezza che continua a polarizzarsi verso l’alto, con la forbice sociale che si allarga sempre più, i segni del risveglio sociale stanno praticamente a zero. E questo perché la stragrande maggioranza della base di consenso del partito designato al governo del paese, appoggia in maniera acritica qualsiasi decisione piova dall’alto.

In questo fenomeno sociologico tanto strano, c’è sicuramente un’eco della più becera tradizione comunista occidentale, direttamente ereditata da oriente: la dirigenza ha sempre ragione. In questo modo vengono azzerate le discussioni e tutto viene accettato in maniera acritica.
Che manna!

Ma c’è anche un aspetto più inquietante nella nostra situazione attuale: ed è il fatto che, tutte quelle formazioni politiche e sociali che si schierano apertamente contro questo disegno, contro il governo, contro i sindacati marci e filogovernativi (nonostante la manfrina dell’ultima manifestazione di parata a contenuto politico pari a zero), tutto quel marasma di società e di politica attiva di alternativa, hanno due problemi fondamentali da affrontare e risolvere (e alla luce dei fatti sono ancora molto lontani sia dalla comprensione di tali problemi, sia ovviamente dalla loro risoluzione).

Punto uno: sono frammentarie e non riescono a coordinarsi e unirsi in vista di obiettivi comuni non solo di breve, ma anche e soprattutto di lungo periodo.

Punto due: non possiedono alcuna proposta politica complessiva di reale alternativa.

Una bella fregatura.

Anche perché, nel mondo del nuovo accordo di partnership economica che passa sotto il nome di T.I.I.P. che vedrà la luce nel 2015, senza un’alternativa credibile, radicale e complessiva di società, di economia, di democrazia, in una parola senza una vera prospettiva di cambiamento, le possibilità di opporsi al disegno di dominio sociale che passa sotto il nome di neoliberismo, saranno praticamente nulle.

Non ci meravigliamo se poi tra qualche decennio ci troveremo a vivere in un sistema di caste indiane dove la parola “dittatura” sarà solo un termine obsoleto che descriverà un vecchio e superato, quanto ingenuo, modo di gestione sociale, ormai sorpassato in maniera brillante.

domenica 11 maggio 2014

Il 10 maggio calabrese.


La grande manifestazione regionale dei Comitati territoriali a Cosenza.
di Francesco Salistrari.



Un'altra Calabria esiste. Un'altra politica esiste.

Lo ha dimostrato la magnifica manifestazione di ieri a Cosenza. Bella, pacifica, colorata, rumorosa e piena zeppa di contenuti. I contenuti di questa terra martoriata, i contenuti e le proposte dei territori, dei comitati che, uniti, hanno detto la loro non solo sui rifiuti, ma sulla possibilità, evidente, che un’altra strada e un’altra politica esistono.

Una manifestazione che va detto non ha trovato alcun appoggio nella politica partitica, se non da parte dei singoli o di rare eccezioni. La mobilitazione, l’organizzazione, la piattaforma rivendicativa, sono tutte da attribuire al lavoro indefesso, alla capacità e alla passione dei comitati territoriali, che senza aiuti, hanno portato in piazza migliaia di manifestanti in uno degli eventi politici più belli degli ultimi anni.

Quello che è emerso ieri è che una parte importante di questa Regione non piega la testa e dice BASTA! alla politica ultradecennale di devastazione territoriale che la politica tradizionale propina ai calabresi. Una politica fallimentare, criminale, non solo sui rifiuti ma sul consumo del suolo, sulla cementificazione, sull’inquinamento dei mari, delle terre e delle falde acquifere, sul lavoro, su uno sviluppo sempre promesso ma affossato da connivenze, legami oscuri e favoritismi che hanno condannato la nostra Regione all’arretratezza e alla disperazione sociale.
Ieri è cominciato un nuovo percorso per la Calabria. Il corteo dei manifestanti di ieri non si è fermato a Corso Mazzini, a Cosenza, ma idealmente continua e chiede, propone e denuncia. Continua e pretende ascolto. E nessuno, nessun politico, nessuna istituzione, nessuna azienda, nessun partito, da ieri, può far finta che questo cordone di uomini e donne non esistano, al contrario tutti dovranno fare i conti con loro.

Non è stata una manifestazione di protesta, ma di proposta. La proposta di una politica veramente nuova, concreta, sincera, sui rifiuti e non solo, che rilancia e urla forte che la popolazione dal basso e senza eterodirezione chiede dignità politica e sociale, chiede giustizia, chiede sviluppo, chiede serietà, chiede lo spazio che merita e che non ha mai avuto.

Decidiamo noi!


Non è solo lo slogan di una manifestazione, ma la prospettiva per un’intera Regione.

E da ieri, dopo la splendida manifestazione di questo maggio calabrese, questa prospettiva sociale e politica esiste ed è possente.

domenica 9 febbraio 2014

Sorridi, il Kuwait si è comprato il tuo paese.

Kuwait City, 5 feb – Occhio tonto, sorriso guascone. Enrico Letta giubila orgogliosamente per l’arrivo di 500 milioni di euro di investimento del fondo sovrano del Kuwait in Italia.
Ennesima zappata sui piedi. Ma, per capire di cosa stiamo parlando, facciamo un passo indietro.
Cosa sono i fondi sovrani? Sono i nuovi padroni della finanza mondiale.

Al di là dei balocchi più o meno seri degli investitori privati, degli squali della finanza tra i quali campeggia incontrastato – ultimo dei mohicani – quel Soros speculatore durante le avventurose cavalcate liberiste negli anni novanta e armatore di rivoluzione colorate oggi, i fondi sovrani hanno acquisito un potere abnorme con una potenza di fuoco pari ad un totale di diverse migliaia di miliardi di dollari e controllando pacchetti azionari di società pari a 2mila miliardi. Oggi sono circa una ventina e capaci di canalizzare l’economia e la finanza mondiali: i fondi più numerosi e potenti sono quelli arabi (Emirati Arabi, Arabia Saudita, Kuwait, Libia, Qatar, Brunei e Oman) che costituiscono almeno un terzo del settore, ma brillano anche gli asiatici (Cina, Singapore) e occidentali (Norvegia, Canada, Russia).
I loro capitali derivano in alcuni casi, soprattutto per quanto riguarda paesi arabi ed occidentali, dalla produzione, lavorazione e vendita di risorse minerarie ed energetiche, in altri dalle esportazioni commerciali (Asia in primis), ma c’è anche chi gestisce fortune ottenute sui proventi da surplus della bilancia dei pagamenti, operazioni in valuta straniera, proventi di operazioni di privatizzazione, surplus fiscali. L’obbiettivo è quello di investire questi capitali in prodotti finanziari con una programmazione di lungo periodo, completando le strategie di breve periodo realizzate con le riserve nazionali, con diverse finalità: ad esempio finanziare lo sviluppo del paese o integrare il sistema pensionistico, fondi per il risparmio o accumulo di riserve.
I fondi sovrani stranieri operano in Italia da qualche tempo: quello del Qatar ha costituito una joint venture (IQ Made in Italy Venture) con il Fondo Strategico Italiano (FSI), braccio finanziario della Cassa depositi e prestiti (Cdp), per investire nelle eccellenze italiane dei settori moda, lusso e alimentare, veicolando infatti l’acquisto di Valentino Spa ed interessandosi anche del marchio Versace. Il fondo degli Emirati Arabi Uniti, l’Abu Dhabi Investment Authority, è nel capitale di Unicredit, ma fece soprattutto scalpore per l’acquisto di una quota minoritaria in Ferrari. Ma legame più importante è forse quello con il Lybian Investment Authority, anche per i noti trascorsi storici, con partecipazioni tra le maggiori in Eni, Fiat, Unicredit e Juventus. Della campagna acquisti cinese abbiamo già parlato in passato del settore energetico, per quanto riguarda i fondi d’investimento ci si riferisce alla China Investment Corporation, capace di sbattere sul tavolo circa 330 miliardi di dollari.
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Ma non pensiamo per questo di essere le pecore nere della classe. Gli investimenti in Italia, grazie alla perifericità della nostra borsa e della struttura statale e familiare del capitalismo nostrano, sono solo una goccia nel mare degli investimenti dei fondi sovrani: ad esempio il Qatar Holding possiede quote in Cina (che rappresenta il 30% del portafoglio) mentre in Europa il peso maggiore è in Germania (21%), Regno Unito (13%), Francia (5%), Svizzera (2%) e Spagna (2%). Citigroup, Bank of America, Barclay, Merril Lynch, Morgan Stanley, Ubs, Hsbc, Credit Suisse, Harrods sono solo una minima parte dei grandi marchi implicati. Mal comune, mezzo gaudio?

Quello esaltato stamani da Letta, il Kuwait Investment Authority (KIA), è il decano nel mondo: creato nel 1953 dallo sceicco Abdullah Al-Salem Al-Sabah, allora a capo di un territorio ancora sotto dominazione britannica e che otterrà l’indipendenza solo otto anni dopo, ebbe l’obbiettivo primario di sollevare l’economia del paese dalla dipendenza del petrolio. Oggi, ben lungi dal possedere un’economia interna diversificata, il Kuwait incanala il 10% dei profitti derivati ogni anno dalla vendita di idrocarburi nel Reserve for Future Generations, gestito direttamente dal KIA, ed ha a disposizione oltre 250 miliardi di dollari, detenendo all’interno del portafoglio quote in società come Blackrock, gruppo di gestione che ha partecipazioni nelle aziende di mezzo pianeta e che naturalmente ha condotto un discreto shopping anche in Italia.
Il nuovo accordo prevede la costituzione di una newco, di proprietà per l’80% del FSI e per il 20% di KIA, che avrà una dotazione di 2,5 miliardi di euro – apportati quindi per una quota pari a 500 milioni dal Kuwait – e capace di investire nel tessuto produttivo nazionale.

“Oggi – questo l’annuncio del premier – è stato finalizzato un importante accordo con il Kuwait. Il Fondo strategico del Kuwait (Kia), che è il più antico dei fondi sovrani, ha deciso di investire sull’Italia 500 milioni di euro messi subito tutti d’un colpo, denaro contante, per capitalizzare il Fondo strategico italiano della Cassa depositi e prestiti. Le risorse saranno gestite dal nostro Fondo strategico per rilanciare le imprese italiane”.
In realtà è stato creato un fondo internazionale, in cui c’è la seria possibilità possa essere riversata tutta una serie di partecipazioni statali nell’industria strategica italiana (Eni, Finmeccanica, Sace, Poste,…), che fanno gola a molti, e col tempo inserirsi in tutto lo scacchiere economico nazionale considerato che al momento l’indice italiano è svalutato del 56% rispetto ai livelli pre-crisi del 2007.
Prima il presidente-operaio, adesso il presidente-mercivendolo.
E pure gonzo.

Gabriele Taddei


fonte: http://www.ilprimatonazionale.it/2014/02/05/sorridi-il-kuwait-si-e-comprato-il-tuo-paese/

mercoledì 5 febbraio 2014

La vera indipendenza italiana.

di Francesco Salistrari.


E’ ufficiale, si. Un’altra Sinistra in Italia c’è.

In fondo c’è sempre stata. Sotterranea, invisibile, silenziosa, quasi sempre ammutolita dalla fanfara della “sinistra radicale e di governo” che ha annichilito per anni dibattito, analisi e prospettive.

Si, la sinistra c’è ancora. Ed ha anche molte cose da dire.

A Firenze il 2 febbraio i promotori del partecipatissimo convengo di Chianciano “Oltre l’Euro: La sinistra. La crisi. L’alternativa.”, hanno dato vita ad un coordinamento nazionale della sinistra italiana contro l’euro, capace di presentare una proposta politica alternativa nei fatti e nella sostanza alle ormai melliflue, inutili e sterili posizioni alla “sel” o alla “rifondazione”.

Credo sia una notizia molto, molto importante da salutare con grande entusiasmo. Per una serie di ragioni. Prima fra tutte il fatto che una parte importante della sinistra italiana si è finalmente svestita dei panni logori di quell’europeismo inconcludente, ma soprattutto funzionale agli interessi delle classi dominanti che, per troppi anni, ne hanno fatto solo un’appendice inutile e blaterante del PD.

Finalmente, si, la Sinistra italiana è uscita allo scoperto. E le intenzioni in cantiere sembrano promettenti, innanzitutto perché per la prima volta dopo la “svolta della bolognina” una parte importante della sinistra italiana si smarca da quella sudditanza ideologica che potremmo definire del “governismo fine a sé stesso” che, almeno se non nelle parole, ma nei fatti, purtroppo, ha caratterizzato le linee politiche dei partiti della sinistra italiana per un lungo periodo storico.

Periodo storico cruciale fatto di svolte epocali senza precedenti. In altre parole, fatto di appuntamenti a cui la sinistra italiana non solo è mancata, ma dalla quale è uscita con le ossa rotte.
Il fallimentare esperimento della “sinistra arcobaleno” e, soprattutto, le fallimentari (eufemismo) esperienze dei “governi Prodi” sono state per la prospettiva di cambiamento in questo paese una clava inesorabile che ha condannato ampie fasce della società all’abbandono e alla disperazione. Abbandono e disperazione che la crisi del 2008 non ha fatto altro che acuire, favorendo un grave, pericoloso e inarrestabile arretramento dei diritti e delle tutele sociali nel nostro paese.

La sinistra italiana ha sprecato anni e anni, non riuscendo ad elaborare niente di più se non il vuoto slogan “partito di lotta e di governo” che poi, nei fatti, non significa niente, se non il supino piegarsi alle oligarchie del nostro paese ed europee. Ha sprecato opportunità e consumato capitale umano e culturale in maniera imperdonabile, tradendo in definitiva quella che è la sua funzione storica, la sua stessa raison d’etre, irrinunciabile: prospettare un’alternativa sistemica.

L’abbandono dell’anticapitalismo (processo storico peraltro incominciato negli anni ’70 con la svolta del “compromesso” con la Dc) ha decretato tutta una serie di sconfitte e di arretramenti sul piano dei diritti e delle conquiste sociali, sul piano del radicamento e dell’autonomia politica necessarie all’elaborazione di una proposta politica realmente alternativa e convincente. Con il crollo del “comunismo” sovietico, nel 1989, la sinistra è rimasta intrappolata sotto le macerie del socialismo reale, scivolando inesorabilmente dal riformismo “bertinottiano” al “governismo fine a sé stesso”, per giungere, nei fatti (e mai a parole, sic!) all’anti-anticapitalismo filoeuropeista. Un processo degenerativo che oggi, con l’iniziativa di Firenze, sembra essersi arrestato e che fa sperare in un’inversione a 360 gradi.

Oggi, con la situazione disastrosa in cui versa l’Italia, con la crisi mondiale galoppante che affonda nazioni e popoli, diritti, benessere, ambiente e cultura, una sinistra realmente capace di analisi e proposta politica non solo è necessaria, ma vitale.

La posizione “no-euro” non è uno slogan e non è un “salto nel buio” (come molti vorrebbero far credere), perché gli uomini e le donne che in questi anni hanno intrapreso il percorso che li ha portati fino a Firenze, hanno prodotto un’analisi stringente della realtà economica e sociale del nostro paese, individuando nell’euro un nemico del benessere del nostro popolo, ma anche lo strumento attraverso cui il capitalismo finanziario assoluto che governa il mondo impone le sue politiche e le sue regole. (A questo proposito è anche necessario sottolineare il valore aggiunto rappresentato dalla recente opera di divulgazione compiuta da tutta una serie di illustri economisti italiani che hanno permesso alla discussione e al dibattito politico di questi anni di acquisire maggiore forza non solo scientifica, ma anche politica).

Ecco: dire no all’euro, significa innanzitutto dire no al capitalismo selvaggio che sta distruggendo 150 di diritti acquisiti, immolandoli sull’altare della competitività, del mercato e della finanza.

Per il nostro paese, un’uscita dall’euro da sinistra, rappresenterebbe il primo passo verso la vera indipendenza, verso la costruzione di un modello sociale alternativo che faccia da esempio, in Europa e nel mondo.

Per fare questo passo, l’Italia ha disperato bisogno delle gambe su cui camminare: un movimento politico capace di cementare il blocco sociale nazionale che si opponga allo strapotere delle oligarchie finanziarie e bancarie che, svendendo il patrimonio del nostro paese, deturpando la democrazia, cancellando de facto la Costituzione Repubblicana del ’48, sta trascinando l’Italia verso un nuovo medioevo sociale.

Lasciare in mano alla destra il tema della sovranità nazionale (e monetaria) è stato un errore madornale a cui bisogna porre rimedio in fretta, perché è solo a partire da questo tema che la sinistra può davvero proporre un’alternativa complessiva credibile. L’iniziativa di Firenze intende recuperare a grandi passi tutto il terreno perduto.

Si, la Sinistra è tornata. La stavamo aspettando tutti.




Qui il comunicato ufficiale dell’iniziativa di Firenze: http://www.bottegapartigiana.org/show_article.aspx?id=2056837225#.UvGS3vl5NyU

sabato 1 febbraio 2014

Il trattato transatlantico, un uragano che minaccia gli europei.

DI LORI WALLACH *

Possiamo immaginare delle multinazionali trascinare in giudizio i governi i cui orientamenti politici avessero come effetto la diminuzione dei loro profitti? 

Si può concepire il fatto che queste possano reclamare – e ottenere! – una generosa compensazione per il mancato guadagno indotto da un diritto del lavoro troppo vincolante o da una legislazione ambientale troppo rigorosa? Per quanto inverosimile possa apparire, questo scenario non risale a ieri. 

Esso compariva già a chiare lettere nel progetto di accordo multilaterale sugli investimenti (Mai) negoziato segretamente tra il 1995 e il 1997 dai ventinove stati membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) (1). Divulgato in extremis, in particolare da Le Monde diplomatique, il documento sollevò un’ondata di proteste senza precedenti, costringendo i suoi promotori ad accantonarlo. Quindici anni più tardi, essa fa il suo ritorno sotto nuove sembianze. 

L’accordo di partenariato transatlantico (Ttip) negoziato a partire dal luglio 2013 tra Stati uniti e Unione europea è una versione modificata del Mai. Esso prevede che le legislazioni in vigore sulle due coste dell’Atlantico si pieghino alle regole del libero scambio stabilite da e per le grandi aziende europee e statunitensi, sotto pena di sanzioni commerciali per il paese trasgressore, o di una riparazione di diversi milioni di euro a favore dei querelanti. Secondo il calendario ufficiale, i negoziati non dovrebbero concludersi che entro due anni. Il Ttip unisce aggravandoli gli elementi più nefasti degli accordi conclusi in passato. 

Se dovesse entrare in vigore, i privilegi delle multinazionali avrebbero forza di legge e legherebbero completamente le mani dei governanti. Impermeabile alle alternanze politiche e alle mobilitazioni popolari, esso si applicherebbe per amore o per forza poiché le sue disposizioni potrebbero essere emendate solo con il consenso unanime di tutti i paesi firmatari. Ciò riprodurrebbe in Europa lo spirito e le modalità del suo modello asiatico, l’Accordo di partenariato transpacifico (Trans-pacific partnership, Tpp), attualmente in corso di adozione in dodici paesi dopo essere stato fortemente promosso dagli ambienti d’affari.

Insieme, il Ttip e il Tpp formerebbero un impero economico capace di dettare le proprie condizioni al di fuori delle sue frontiere: qualunque paese cercasse di tessere relazioni commerciali con gli Stati uniti e l’Unione europea si troverebbe costretto ad adottare tali e quali le regole vigenti all’interno del loro mercato comune. 

Tribunali appositamente creati Dato che mirano a liquidare interi compartimenti del settore non mercantile, i negoziati intorno al Ttip e al Tpp si svolgono a porte chiuse. Le delegazioni statunitensi contano più di seicento consulenti delegati dalle multinazionali, che dispongono di un accesso illimitato ai documenti preparatori e ai rappresentanti dell’amministrazione. Nulla deve sfuggire. Sono state date istruzioni di lasciare giornalisti e cittadini ai margini delle discussioni: essi saranno informati in tempo utile, alla firma del trattato, quando sarà troppo tardi per reagire. In uno slancio di candore, l’ex ministro del commercio statunitense Ronald («Ron») Kirk ha fatto valere l’interesse «pratico» di «mantenere un certo grado di discrezione di confidenzialità (2)». 

Ha sottolineato che l’ultima volta che la bozza di un accordo in corso di formalizzazione è stata resa pubblica, i negoziati sono falliti – un’allusione alla Zona di libero scambio delle Americhe (Ftaa), versione estesa dell’Accordo di libero scambio nordamericano (Nafta). Il progetto, difeso accanitamente da George W. Bush, fu svelato sul sito internet dell’amministrazione nel 2001. A Kirk, la senatrice Elizabeth Warren ribatte che un accordo negoziato senza alcun esame democratico non dovrebbe mai essere firmato (3). L’imperiosa volontà di sottrarre il cantiere del trattato statunitense-europeo all’attenzione del pubblico si comprende facilmente. 

Meglio prendere tempo prima di annunciare al paese gli effetti che esso produrrà a tutti i livelli: dal vertice dello Stato federale fino ai consigli municipali passando per i governatorati e le assemblee locali, gli eletti dovranno ridefinire da cima a fondo le loro politiche pubbliche per soddisfare gli appetiti del privato nei settori che in parte gli sfuggono ancora. Sicurezza degli alimenti, norme sulla tossicità, assicurazione sanitaria, prezzo dei medicinali, libertà della rete, protezione della privacy, energia, cultura, diritti d’autore, risorse naturali, formazione professionale, strutture pubbliche, immigrazione: non c’è una sfera di interesse generale che non passerà sotto le forche caudine del libero scambio istituzionalizzato. L’azione politica degli eletti si limiterà a negoziare presso le aziende o i loro mandatari locali le briciole di sovranità che questi vorranno concedere loro. 

È già stipulato che i paesi firmatari assicureranno la «messa in conformità delle loro leggi, dei loro regolamenti e delle loro procedure» con le disposizioni del trattato. Non vi è dubbio che essi vigileranno scrupolosamente per onorare tale impegno. In caso contrario, potranno essere l’oggetto di denunce davanti a uno dei tribunali appositamente creati per arbitrare i litigi tra investitori e Stati, e dotati del potere di emettere sanzioni commerciali contro questi ultimi. L’idea può sembrare inverosimile: si inscrive tuttavia nella filosofia dei trattati commerciali già in vigore. Lo scorso anno, l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ha condannato gli Stati uniti per le loro scatole di tonno etichettate «senza pericolo per i delfini», per l’indicazione del paese d’origine sulle carni importate, e ancora per il divieto del tabacco aromatizzato alla caramella, dal momento che tali misure di tutela sono state considerate degli ostacoli al libero scambio. Il Wto ha inflitto anche all’Unione europea delle penalità di diverse centinaia di milioni di euro per il suo rifiuto di importare organismi geneticamente modificati (Ogm). 

La novità introdotta dal Ttip e dal Tpp consiste nel permettere alle multinazionali di denunciare a loro nome un paese firmatario la cui politica avrebbe un effetto restrittivo sulla loro vitalità commerciale. Sotto un tale regime, le aziende sarebbero in grado di opporsi alle politiche sanitarie, di protezione dell’ambiente e di regolamentazione della finanza attivate in questo o quel paese reclamando danni e interessi davanti a tribunali extragiudiziari. Composte da tre avvocati d’affari, queste corti speciali rispondenti alle leggi della Banca mondiale e dell’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu) sarebbero abilitate a condannare il contribuente a pesanti riparazioni qualora la sua legislazione riducesse i «futuri profitti sperati» di una società. 

Questo sistema «investitore contro stato», che sembrava essere stato cancellato dopo l’abbandono del Mai nel 1998, è stato restaurato di soppiatto nel corso degli anni. In virtù di numerosi accordi commerciali firmati da Washington, 400 milioni di dollari sono passati dalle tasche del contribuente a quelle delle multinazionali a causa del divieto di prodotti tossici, delle normative sull’utilizzo dell’acqua, del suolo o del legname ecc. (4). Sotto l’egida di questi stessi trattati, le procedure attualmente in corso – nelle questioni di interesse generale come i brevetti medici, la lotta all’inquinamento e le leggi sul clima e sulle energie fossili – fanno schizzare le richieste di danni e interessi a 14 miliardi di dollari. 

Il Ttip aggraverebbe ulteriormente il peso di questa estorsione legalizzata, tenuto conto degli interessi in gioco nel commercio transatlantico. Sul suolo statunitense sono presenti tremilatrecento aziende europee con ventiquattromila filiali, ciascuna delle quali può ritenere di avere buone ragioni per chiedere, un giorno o l’altro, riparazione per un pregiudizio commerciale. Un tale effetto a cascata supererebbe di gran lunga i costi causati dai trattati precedenti. Dal canto loro, i paesi membri dell’Unione europea si vedrebbero esposti a un rischio finanziario ancora più grande, sapendo che 14.400 compagnie statunitensi dispongono in Europa di una rete di 50.800 filiali. 

In totale, sono 75.000 le società che potrebbero gettarsi nella caccia ai tesori pubblici. Ufficialmente, questo regime doveva servire inizialmente a consolidare la posizione degli investitori nei paesi in via di sviluppo sprovvisti di un sistema giuridico affidabile; esso avrebbe permesso di fare valere i loro diritti in caso di esproprio. Ma l’Unione europea e gli Stati uniti non sono esattamente delle zone di non-diritto; al contrario, dispongono di una giustizia funzionale e pienamente rispettosa del diritto di proprietà. Ponendoli malgrado tutto sotto la tutela di tribunali speciali, il Ttip dimostra che il suo obiettivo non è quello di proteggere gli investitori ma di aumentare il potere delle multinazionali. Processo per aumento del salario minimo Ovviamente gli avvocati che compongono questi tribunali non devono rendere conto a nessun elettorato. Invertendo allegramente i ruoli, possono sia fungere da giudici che perorare la causa dei loro potenti clienti (5). 

Quello dei giuristi degli investimenti internazionali è un piccolo mondo: sono solo quindici a dividersi il 55% delle questioni trattate fino a oggi. Evidentemente, le loro decisioni sono inappellabili. I «diritti» che essi hanno il compito di proteggere sono formulati in modo deliberatamente approssimativo, e la loro interpretazione raramente tutela gli interessi della maggioranza. Come quello accordato all’investitore di beneficiare di un quadro normativo conforme alle sue «previsioni» – per il quale va inteso che il governo si vieterà di modificare la propria politica una volta che l’investimento ha avuto luogo. Quanto al diritto di ottenere una compensazione in caso di «espropriazione indiretta», ciò significa che i poteri pubblici dovranno mettere mano al portafoglio se la loro legislazione ha per effetto la riduzione del valore di un investimento, anche quando questa stessa legislazione si applica alle aziende locali. 

I tribunali riconoscono anche il diritto del capitale ad acquistare sempre più terre, risorse naturali, strutture, fabbriche, ecc. Non vi è nessuna contropartita da parte delle multinazionali: queste non hanno alcun obbligo verso gli Stati e possono avviare delle cause dove e quando preferiscono. Alcuni investitori hanno una concezione molto estesa dei loro diritti inalienabili. Si è potuto recentemente vedere società europee avviare cause contro l’aumento del salario minimo in Egitto o contro la limitazioni delle emissioni tossiche in Perú, dato che il Nafta serve in quest’ultimo caso a proteggere il diritto a inquinare del gruppo statunitense Renco (6). 

Un altro esempio: il gigante delle sigarette Philip Morris, contrariato dalla legislazione antitabacco dell’Uruguay e dell’Australia, ha portato i due paesi davanti a un tribunale speciale. Il gruppo farmaceutico americano Eli Lilly intende farsi giustizia contro il Canada, colpevole di avere posto in essere un sistema di brevetti che rende alcuni medicinali più accessibili. Il fornitore svedese di elettricità Vattenfall esige diversi miliardi di euro dalla Germania per la sua «svolta energetica», che norma più severamente le centrali a carbone e promette un’uscita dal nucleare. 

Non ci sono limiti alle pene che un tribunale può infliggere a uno Stato a beneficio di una multinazionale. Un anno fa, l’Ecuador si è visto condannato a versare la somma record di 2 miliardi di euro a una compagnia petrolifera (7). 

Anche quando i governi vincono il processo, essi devono farsi carico delle spese giudiziarie e di varie commissioni che ammontano mediamente a 8 milioni di dollari per caso, dilapidati a discapito del cittadino. Calcolando ciò, i poteri pubblici preferiscono spesso negoziare con il querelante piuttosto che perorare la propria causa davanti al tribunale. Lo stato canadese si è così risparmiato una convocazione alla sbarra abrogando velocemente il divieto di un additivo tossico utilizzato dall’industria petrolifera. 

Eppure, i reclami continuano a crescere. Secondo la Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), a partire dal 2000 il numero di questioni sottoposte ai tribunali speciali è decuplicato. Se il sistema di arbitraggio commerciale è stato concepito negli anni ’50, non ha mai servito gli interessi privati quanto a partire dal 2012, anno eccezionale in termini di depositi di pratiche. Questo boom ha creato un fiorente vivaio di consulenti finanziari e avvocati d’affari. Il progetto di un grande mercato americano-europeo è sostenuto da lungo tempo da Dialogo economico transatlantico (Trans-atlantic business dialogue, Tabd), una lobby meglio conosciuta con il nome di Trans-atlantic business council (Tabc). Creata nel 1995 con il patrocinio della Commissione europea e del ministero del commercio americano, questo raggruppamento di ricchi imprenditori è impegnato per un «dialogo» altamente costruttivo tra le élite economiche dei due continenti, l’amministrazione di Washington e i commissari di Bruxelles. 

Il Tabc è un forum permanente che permette alle multinazionali di coordinare i loro attacchi contro le politiche di interesse generale che restano ancora in piedi sulle due coste dell’Atlantico. Il suo obiettivo, pubblicamente dichiarato, è di eliminare quelle che definisce come «discordie commerciali» (trade irritants), vale a dire di operare sui due continenti secondo le stesse regole e senza interferenze da parte dei poteri pubblici. 

«Convergenza regolativa» e «riconoscimento reciproco» fanno parte dei quadri semantici che Tabc brandisce per incitare i governi ad autorizzare i prodotti e i servizi che trasgrediscono le legislazioni locali. Ma invece di auspicare un semplice ammorbidimento delle leggi esistenti, gli attivisti del mercato transatlantico si propongono senza mezzi termini di riscriverle loro stessi. La Camera americana di commercio e BusinessEurope, due tra le più grandi organizzazioni imprenditoriali del pianeta, hanno richiesto ai negoziatori del Ttip di riunire attorno a un tavolo di lavoro un campionario di grossi azionisti e di responsabili politici affinché questi «redigano insieme i testi di regolamentazione» che avranno successivamente forza di legge negli Stati uniti e in Unione europea. 

C’è da chiedersi, del resto, se la presenza dei politici in questo laboratorio di scrittura commerciale sia veramente indispensabile… Di fatto, le multinazionali mostrano una notevole franchezza nell’esporre le loro intenzioni. Sulla questione degli Ogm, ad esempio. Mentre negli Stati uniti uno stato su due pensa di rendere obbligatoria un’etichetta indicante la presenza di organismi geneticamente modificati in un alimento – misura auspicata dall’80% dei consumatori del paese –, gli industriali del settore agroalimentare, là come in Europa, spingono per l’interdizione di questo tipo di etichettatura. 

L’Associazione nazionale dei confettieri non usa mezzi termini: «L’industria statunitense vorrebbe che il Ttip progredisse su tale questione sopprimendo l’etichettatura Ogm e le norme relative alla tracciabilità». L’influente Associazione dell’industria biotecnologica (Biotechnology industry organization, Bio), di cui fa parte il colosso Monsanto, dal canto suo si indigna perché alcuni prodotti contenenti Ogm e venduti negli Stati uniti possano subire un rifiuto sul mercato europeo. Essa desidera di conseguenza che il «baratro che si è scavato tra la deregolamentazione dei nuovi prodotti biotecnologici negli Stati uniti e la loro accoglienza in Europa» sia presto colmato (8). 

Monsanto e i suoi amici non nascondono la speranza che la zona di libero scambio transatlantico permetta di imporre agli europei il loro «catalogo ricco di prodotti Ogm in attesa di approvazione e di utilizzo (9)». 

Le rivelazioni sul Datagate L’offensiva non è meno vigorosa sul fronte della privacy. La Coalizione del commercio digitale (Digital Trade Coalition, Dtc), che raggruppa industriali del Net e del hi-tech, preme sui negoziatori del Ttip per togliere le barriere che impediscono ai flussi di dati personali di riversarsi liberamente dall’Europa verso gli Stati uniti (si legga l’articolo a pagina 20). 

I lobbisti si spazientiscono: «L’attuale punto di vista dell’Unione, secondo cui gli Stati uniti non forniscono una protezione “adeguata” della privacy, non è ragionevole». Alla luce delle rivelazioni di Edward Snowden sul sistema di spionaggio dell’Agenzia nazionale di sicurezza (National security agency, Nsa), tale opinione risoluta è certo interessante. 

Tuttavia, non eguaglia la dichiarazione dell’Us council for international business (Uscib), un gruppo di società che, seguendo l’esempio di Verizon, ha massicciamente rifornito la Nsa di dati personali: «L’accordo dovrebbe cercare di circoscrivere le eccezioni, come la sicurezza e la privacy, al fine di assicurarsi che esse non siano ostacoli cammuffati al commercio». Anche le norme sulla qualità nell’alimentazione sono prese di mira. L’industria statunitense della carne vuole ottenere la soppressione della regola europea che vieta i polli disinfettati al cloro. All’avanguardia di questa battaglia, il gruppo Yum!, proprietario della catena di fast food Kentucky fried chicken (Kfc), può contare sulla forza d’urto delle organizzazioni imprenditoriali. 

L’Associazione nordamericana della carne protesta: «L’Unione autorizza soltanto l’uso di acqua e vapore sulle carcasse». Un altro gruppo di pressione, l’Istituto americano della carne, deplora «il rifiuto ingiustificato [da parte di Bruxelles] delle carni addizionate di beta-agonisti, come il cloridrato di ractopamina». La ractopamina è un medicinale utilizzato per gonfiare il tasso di carne magra di suini e bovini. A causa dei rischi per la salute degli animali e dei consumatori, è stata bandita in centosessanta paesi, tra cui gli stati membri dell’Unione, la Russia e la Cina. 

Per la filiera statunitense del suino, tale misura di protezione costituisce una distorsione della libera concorrenza a cui il Ttip deve urgentemente porre fine. Il Consiglio nazionale dei produttori di suino (National pork producers council, Nppc) minaccia: «I produttori americani di carne di suino non accetteranno altro risultato che non sia la rimozione del divieto europeo della ractopamina». Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, gli industriali raggruppati in BusinessEurope, denunciano le «barriere che colpiscono le esportazioni europee verso gli Stati uniti, come la legge americana sulla sicurezza alimentare». 

Dal 2011, essa autorizza infatti i servizi di controllo a ritirare dal mercato i prodotti d’importazione contaminati. Anche in questo caso, i negoziatori del Ttip sono pregati di fare tabula rasa. Si ripete lo stesso con i gas a effetto serra. L’organizzazione Airlines for America (A4A), braccio armato dei trasportatori aerei statunitensi, ha steso una lista di «regolamenti inutili che portano un pregiudizio considerevole alla [loro] industria» e che il Ttip, ovviamente, ha la missione di cancellare. Al primo posto di questa lista compare il sistema europeo di scambio di quote di emissioni, che obbliga le compagnie aeree a pagare per il loro inquinamento a carbone. Bruxelles ha provvisoriamente sospeso questo programma; A4A esige la sua soppressione definitiva in nome del «progresso». 

Ma è nel settore della finanza che la crociata dei mercati è più virulenta, Cinque anni dopo l’esplosione della crisi dei subprime, i negoziatori americani ed europei si sono trovati d’accordo sul fatto che le velleità di regolamentazione dell’industria finanziaria avevano fatto il loro tempo. Il quadro che essi vogliono delineare prevede di levare tutti i paletti in materia di investimenti a rischio e di impedire ai governi di controllare il volume, la natura e l’origine dei prodotti finanziari messi sul mercato. Insomma si tratta puramente e semplicemente di cancellare la parola «regolamentazione». 

Da dove viene questo stravagante ritorno alle vecchie idee thatcheriane? Esso risponde in particolare ai desideri dell’Associazione delle banche tedesche, che non manca di esprimere le sue «inquietudini» a proposito della tuttavia timida riforma di Wall street adottata all’indomani della crisi del 2008. Uno dei suoi membri più intraprendenti sul tema è la Deutsche bank, che ha tuttavia ricevuto nel 2009 centinaia di miliardi di dollari dalla Federal reserve statunitense in cambio di titoli addossati a crediti ipotecari (10). Il mastodonte tedesco vuole farla finita con la regolamentazione Volcker, chiave di volta della riforma di Wall street, che a suo avviso sovraccarica un «peso troppo grave sulle banche non statunitensi». 

Insurance Europe, punta di lancia delle società assicurative europee, dal canto suo auspica che il Ttip «sopprima» le garanzie collaterali che dissuadono il settore dall’avventurarsi negli investimenti ad alto rischio. Quanto al Forum dei servizi europei (l’organizzazione padronale di cui fa parte la Deutsche bank), questi si agita dietro le quinte delle trattative transatlantiche affinché le autorità di controllo statunitensi cessino di ficcare il naso negli affari delle grandi banche straniere operanti sul loro territorio. Da parte degli Usa, si spera soprattutto che il Ttip affossi davvero il progetto europeo di tassare le transazioni finanziarie.

La questione pare essere già intesa, dal momento che la stessa Commissione europea ha giudicato tale tassa non conforme alle regole del Wto (11). Nella misura in cui la zona di libero scambio transatlantica promette un liberismo ancora più sfrenato di quello del Wto, e dato che il Fondo monetario internazionale (Fmi) si oppone a qualunque forma di controllo sui movimenti di capitali, negli Stati uniti la debole «Tobin tax» non preoccupa più nessuno. Ma le sirene della deregolamentazione non si fanno ascoltare solo nell’industria finanziaria. Il Ttip intende aprire alla concorrenza tutti i settori «invisibili» e di interesse generale. Gli stati firmatari si vedranno costretti non soltanto a sottomettere i loro servizi pubblici alla logica del mercato, ma anche a rinunciare a qualunque intervento sui fornitori stranieri di servizi che ambiscono ai loro mercati. 

I margini politici di manovra in materia di sanità, energia, educazione, acqua e trasporti si ridurrebbero progressivamente. La febbre commerciale non risparmia nemmeno l’immigrazione, poiché gli istigatori del Ttip si arrogano il potere di stabilire una politica comune alle frontiere – senza dubbio per facilitare l’ingresso di un bene o un servizio da vendere, a svantaggio degli altri. Da qualche mese si è intensificato il ritmo dei negoziati. A Washington, si hanno buone ragioni di credere che i dirigenti europei siano pronti a qualunque cosa per ravvivare una crescita economica moribonda, anche a costo di rinnegare il loro patto sociale. L’argomento dei promotori del Ttip, secondo cui il libero scambio deregolamentato faciliterebbe i commerci e sarebbe dunque creatore di impieghi, apparentemente ha maggior peso del timore di uno scisma sociale. Le barriere doganali che sussistono ancora tra l’Europa e gli Stati uniti sono tuttavia già «abbastanza basse», come riconosce il rappresentante statunitense al commercio(12). 

I fautori del Ttip ammettono che il loro principale obiettivo non è quello di alleggerire i vincoli doganali, comunque insignificanti, ma di imporre «l’eliminazione, la riduzione e la prevenzione di politiche nazionali superflue (13)», dal momento che viene considerato «superfluo» tutto ciò che rallenta la circolazione delle merci, come la regolazione della finanza, la lotta contro il riscaldamento climatico o l’esercizio della democrazia. In realtà i rari studi dedicati alle conseguenze del Ttip non si attardano per nulla sulle sue ricadute sociali ed economiche. 

Un rapporto frequentemente citato, proveniente dal Centro europeo di economia politica internazionale (European centre for international political economy, Ecipe), afferma con l’autorevolezza di un Nostradamus da scuola commerciale che il Ttip darà alla popolazione del mercato transatlantico un aumento di ricchezza di 3 centesimi pro-capite al giorno… a partire dal 2029(14). A dispetto del suo ottimismo, lo stesso studio valuta ad appena 0,06% l’aumento del prodotto interno lordo (Pil) in Europa e negli Stati uniti in seguito all’entrata in vigore del Ttip. 

Ancora, un tale «impatto» è decisamente non realistico dato che i suoi autori postulano che il libero scambio «dinamizza» la crescita economica: una teoria regolarmente confutata dai fatti. Un aumento così infinitesimale sarebbe d’altronde impercettibile. A titolo di paragone, la quinta versione dell’iPhone di Apple ha generato negli Stati uniti una crescita del Pil otto volte più importante. 

Pressoché tutti gli studi sul Ttip sono stati finanziati da istituzioni favorevoli al libero scambio o da organizzazioni imprenditoriali, ragione per cui i costi sociali del trattato non appaiono mai, così come le sue vittime dirette, che potrebbero tuttavia ammontare a centinaia di milioni. Ma i giochi non sono ancora conclusi. Come hanno mostrato le disavventure del Mai, del Ftaa e alcuni cicli di negoziati del Wto, l’utilizzo del «commercio» come cavallo di Troia per smantellare le protezioni sociali e instaurare una giunta di incaricati d’affari in passato ha fallito a più riprese. Nulla ci dice che non possa succedere la stessa cosa anche questa volta.



note:
* Direttrice del Public Citizen’s Global Trade Watch, Washington, DC, www.citizen.org. 
(1) Si legga « Il nuovo manifesto del capitalismo mondiale », Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 1998. 
(2) «Some secrecy needed in trade talks : Ron Kirk», Reuters, 13 maggio 2012. 
(3) Zach Carter, «Elizabeth Warren opposing Obama trade nominee Michael Froman», 19 giugno 2013, Huffingtonpost.com 
(4) «Table of foreign investor-state cases and claims under Nafta and other Us «trade» deals», Public Citizen, agosto 2013, www.citizen.org 
(5) Andrew Martin, «Treaty disputes roiled by bias charges», 10 luglio 2013, Bloomberg.com 
(6) «Renco uses Us-Peru Fta to evade justice for La Oroya pollution», Public Citizen, 28 novembre 2012. 
(7) «Ecuador to fight oil dispute fine», Agence France-Presse, 13 ottobre 2012. 
(8) Commenti all’accordo di partenariato transatlantico, documento del Bio, Washington, DC, mai 2013. 
(9) «Eu-Us high level working group on jobs and growth. Response to consultation by EuropaBio and Bio», http://ec.europa.eu. 
(10) Shahien Nasiripour, «Fed opens books, revealing European megabanks were biggest beneficiaries», 10 gennaio 2012, Huffingtonpost.com. 
(11) «Europe admits speculation taxes a Wto problem», Public Citizen, 30 aprile 2010. 
(12) Messaggio di Demetrios Marantis, rappresentante americano al commercio, a John Boehner, portavoce repubblicano alla Camera dei rappresentanti, Washington, DC, 20 marzo 2013, http://ec.europa.eu. 
(13) «Final report. High level working group on jobs and growth», 11 febbraio 2013, http://ec.europa.eu.
(14) «Tafta’s trade benefit: A candy bar», Public Citizen, 11 luglio 2013. (Traduzione di Al. Ma.)





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