mercoledì 24 ottobre 2012

Do be choosy guys! Perchè non mi accontento.


di Italo Romano
Il  Ministro del Lavoro Elsa Fornero, nel corso di un convegno ad Assolombarda, ha consigliato alle giovani generazioni di “non essere troppo choosey”, ovvero difficili, pignoli, schizzinosi, “e prendere le prime offerte e poi da dentro guardarsi intorno” perché “non si può più aspettare il posto ideale“.
Bisogna accontentarsi, capito? Quindi abbassiamo la testa, alziamoci le maniche e prendiamo passivamente e senza fiatere tutte le briciole che cadono dal tavolo del potere.
Oggi la Fornero è stata contestata  in un circolo sociale a Nichelino, vicino a Torino, ad opera di alcuni esponenti dei Cobas e di Rifondazione Comunista. Il Ministro, impossibilitato a parlare, è andata via indispettita: ”Ho incontrato i lavoratori, un migliaio di lavoratori dell’Alenia, non la pensavano certo come me, ma mi hanno ascoltata con rispetto. Posso sopportare molte cose ma non la prepotenzaSono avvilita che venga negato il diritto di parola“.
Lei, uno dei colonelli dell’esercito tecnocratico golpista al governo, non sopporta la prepotenza. Ironico, perchè è la stessa con cui questi signori stanno devastando il nostro paese spingendolo sull’orlo di un abisso di cui non si vede il fondo.
Io non voglio un posto fisso, vorrei fare tante esperienze nella mia vita, sarebbe meraviglioso, ma vorrei vedere garantito il diritto ad una esistenza dignitosa. Solo così potrò rendere grazia alla mia umanità, troppo spesso calpestata da un sistema mercificante e calunnioso.
Io non mi accontento, ma non perchè vorrei scalare la gerarchia sociale, non perchè vorrei diventare “qualcuno”, un pezzo grosso magari, non perchè vorrei inseguire falsi stereotipi e miti di progresso indotti. Io non mi accontento perchè vorrei preservare quel briciolo di umanità che conservo, e per questo combatterò per quel che di buono offre il mondo, per i piccoli gesti, per la serenità quotidiana e la felicità di riscoprire valori, identità, tradizioni, frugalità che il sistema capitalista liberista relativista ha tentato di affossare con la sua ingordiagia.
Giungerà presto il tempo in cui molti prenderanno coscienza che il necessario è meglio del superfluo, che l’essere è meglio dell’avere e dell’apparire, che tutto questo caos è solo ad uso e consumo di chi lo crea e lo alimenta.
Presto riusciremo a guardare oltre la coltre e vedere con consapevolezza il mondo menzognero e ingiusto che abbiamo contribuito a mandare avanti.
Molti uomini hanno vita di quieta disperazione – scriveva Thoreau – non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno. Osate cambiare, cercate nuove strade“.
Niente di più giusto.





martedì 23 ottobre 2012

Solo fuffa e pan bagnato.



“L'Europa dei popoli”.
Una locuzione che già da diversi anni è entrata a far parte del lessico politico di chi, pur appoggiandola nei fatti, “critica” l'impalcatura europea dei Trattati e della moneta unica.
Una locuzione di “sinistra” che nasconde, come la sporcizia sotto un tappeto, tutti i nodi cruciali, le disparità, le imposizioni, i danni e le ferite, che sottendono e sono intrinsecamente e indissolubilmente legate all'idea di Unione Europea fin dai suoi prodromi.
Si perchè questi signori di sinistra che parlano di “Europa dei popoli” o di “Sogno Europeo”, hanno corta memoria e dimenticano completamente cosa è stata e a cosa è servita e chi l'ha voluta l'Unione Europea, fin dagli anni immediatamente successivi al dopoguerra. Ed all'interno di questo “vuoto di memoria storica” giustificano e avallano un progetto profondamente anti-democratico e soprattutto classista.
I “narcisi” della sinistra di oggi, i vari Renzi, i vari Vendola possono anche fare del populismo un'arte (salvo poi scagliarsi contro i populismi ad essi avversi, come quello di Grillo), ma non possono nascondere e non possono negare le immani responsabilità della politica del centrosinistra italiano nelle dinamiche della crisi che ci ha portato al baratro che oggi ci troviamo, come paese e come Sud Europa, a dover guardare nostro malgrado. E il populismo può anche essere efficace per qualche tempo, anche se solo dal lato elettorale, ma non può certo cancellare e nascondere gli effetti profondi, tangibili, sull'economia reale che il disegno europeo ed il capitalismo in quanto sistema dominante, hanno prodotto e produrranno.
Se ormai il PD rappresenta in Italia l'ala più “credibile” della finanza mondiale e i suoi esponenti più in vista (su tutti Letta e D'Alema) vengono accolti nei “circoli elitari” dove le politiche mondiali (ed europee) si decidono davvero, appare incomprensibile dall'altro lato la deriva ideologica, morale, politica di SEL e del suo decurione Vendola. Incomprensibile certo a chi vive d'idealismo, non certo di pragmatismo politico. Perchè la politica di SEL non si discosta di una virgola da quella dell'allora (“ei fu”) Rifondazione Comunista. Già allora infatti se a parole si osteggiava l'integrazione Europea e si mettevano in discussione i Trattati, pur tuttavia il partito “operaio” faceva parte a pieno titolo del Governo che ha decretato l'ingresso dell'Italia in Europa e nell'euro. Ed è davvero triste sentir parlare oggi gli “irriducibili” rifondaroli argomentando che “furono loro a far cadere Prodi, attirandosi le ire di tutto il popolo antiberlusconiano”. Peccato che nell'analizzare questa parziale verità, ci si dimentica di dire come, nel frattempo, il succitato Governo Prodi aveva già esaurito la sua funzione storica: introdurre la flessibilità e la precarietà del lavoro (Paccetto Treu), la riforma della scuola (Berliguer), una parte consistente delle privatizzazioni (comprese le Banche), l'ingresso nell'euro, la sottoscrizione del Trattato di Maastricht. Non a caso fu il 4° governo più longevo della storia repubblicana! E cadde sulla “Finanziaria”, non certo sull'euro e sulle privatizzazioni.
Basta dire questo per far comprendere quanto asservita ed ideologicamente subalterna sia diventata la sinistra italiana rispetto al liberismo imperante.
La deriva del PD non è certo una novità, né tantomeno un episodio di cui rimaner esterrefatti, al contrario! E' l'epilogo naturale della “svolta della bolognina” dove non vennero solo abbandonate le insegne del “socialismo reale” (tra l'altro fino a qualche anno prima difese a spada tratta e acriticamente), venne abbandonata completamente quella funzione storica di rappresentanza delle istanze della classi subalterne italiane, dei ceti medio-bassi, dei lavoratori. Ed oggi l'evoluzione (sic!) del partito ci riconsegna una formazione politica che sulle questioni fondamentali non propone nulla di diverso da qualsiasi altro schieramento liberista, liberale e filo-capitalista.
E quindi ecco dove si innesta l'Europa dei popoli!
Una locuzione che giustifica agli occhi di grandi masse tutto il disegno elitario, globalista, antidemocratico, classista che è l'Unione Europea e la sua funzione internazionale (guerre, WTO, ONU ecc).
La politica diventa mercato essa stessa, dove gli attori si vendono al miglior offerente. E la sinistra, in questa miopia subalterna alle classi dominanti, ha svenduto se stessa, la sua anima, la sua funzione storica, il suo significato esistenziale.
Con essa le masse di elettori, di sostenitori, di attivisti e di giovani che lavorano inconsapevolmente ad un disegno che li vede sudditi, schiavi di un sistema che nelle proprie convinzioni dicono di voler combattere, che mette in discussione i principi stessi del loro agire politico e sociale, che distrugge le garanzie e le conquiste sociali della sinistra storica italiana e del movimento operaio e studentesco, che impronta il paese ad una maggiore stratificazione sociale, ad un maggior accentramento della ricchezza, che mette in discussioni le basi stesse della democrazia e della partecipazione popolare.
Che svilisce, in un unico termine, il principio della Sovranità Popolare, cardine e fondamento della democrazia in quanto tale.
L'illusionismo di massa operato da questo moribondo ideologico che chiamano PD, o dal populismo elettoralistico di SEL, dall'incapacità di PdCI e Rifondazione Comunista a proporsi come alternativa reale, suonano le campane a morto per la sinistra partitica tradizionale e per il compito che la storia imporrebbe a queste formazioni politiche.
Se la coscienza sociale saprà sganciarsi da questa mistificazione collettiva, probabilmente i disegni elitari sottesi alla costruzione europea troveranno un avversario molto potente: un popolo che si autorganizza, che pretende ed ottiene spazi politici fin'ora preclusi, che sappia elaborare alternative sistemiche valide e condivise, che sappia giocare un ruolo realmente difensivo contro il movimento disgregatore in atto attraverso questa crisi e i suoi sviluppi politici.
Il destino dei popoli europei non si gioca sul terreno di “illusioni unitarie” senza senso storico e culturale, ma intorno ad un progetto realmente anticapitalista capace di mettere in discussione l'esistente e che miri alla vera emancipazione dell'umanità dalla schiavitù del denaro, del lavoro, della fame, dello sfruttamento, dell'inquinamento, della distruzione di culture, vite umane, ambientale.
Il resto è fuffa e pan bagnato.


(Francesco Salistrari)

Perchè questo mortorio sociale?


di Moreno Pasquinelli

Su quali fattori deve basarsi la linea di condotta dei rivoluzionari ?

Prendo lo spunto da discussioni avute con compagni e amici accomunati da un rifiuto radicale dell’esistente, come dal disprezzo per il sistema e le élite che detengono il monopolio assoluto dei poteri. Si tratta di persone molto diverse fra di loro, per livelli ci cultura per convinzioni politiche, ed infine per estrazione sociale.

Etica e Spirito del tempo

Comunanza di sentimenti, d’indignazione, non quindi un’autentica fratellanza, né di classe, né ideale. Un’empatia basata su comuni valori etico-morali, qualcuno potrebbe dire. Non lo penso. Basta scavare un poco per scoprire, alle spalle della medesima indignazione per lo stato di cose presente, profonde differenze politiche e ideali. Il sentimento d’indignazione è solo negativo, mentre un’etica implica una positiva e razionale (non meramente intellettualistica) visione del mondo, una gerarchia dei valori, un’idea della prassi.
Negatio est determinatio, affermava Spinoza, ed è vero, ma sul piano politico questo è soltanto il primo stadio della coscienza. Una negazione, tanto più se essa si avvita attorno alla propria irriducibilità, non conduce in altro luogo che in quello del nichilismo.

Ed in effetti nella sinfonia dell’indignazione crescente, al di la dell’anarchia dei suoni, è proprio il rumore di fondo del nichilismo che prevale, l’abisso in cui si spegne ogni eticità. Non c’è infatti eticità al di fuori del perimetro del bene comune, della vita della comunità, della sua destinazione. 

E che prevalga il nichilismo, nel lamento generale, non è sorprendente. Esso è figlio dei tempi, messo al mondo dal connubio tra potenti fattori materiali e non meno potenti fattori culturali e spirituali. Non conta impiccarsi ai nessi causali, nei fatti l’atomizzazione sociale combacia a perfezione con l’ipertrofia dell’Io, con la vittoria, dopo una lunga guerra di logoramento, della supremazia delle singolarità  su quella comunitaria e di classe. Atomizzazione sociale, frantumazione e imborghesimento della classe proletaria, sono alla base della polverizzazione politica dell’area rivoluzionaria, e dell’ipertrofia dell’Io. 

E’ sempre parlando con questi compagni e con questi amici che si avverte lo Spirito del tempo, l’idea che tutto sia oramai perduto, che il sogno di un futuro migliore ce lo siamo lasciati alle spalle, che la storia sia pregiudicata, che il Sistema sia invincibile. Li accomuna poi l'idea, sbagliata, che il monopolio sistemico sui mezzi d'informazione, quindi la presa ideologica della classe dominante, contino ben più, nello spiegare la pace sociale, più delle condizioni materiali d'esistenza e di vita.

Questo è il senso comune, la coscienza che tutto permea e che è quindi egemone. E’ l’idea dunque che l’attuale crisi, per quanto grave, non sarà davvero fatale per il sistema. Che quindi non esistono contraddizioni intrinseche su cui poter fare affidamento, che ogni sollevazione di massa, semmai ci sia, può essere non solo assorbita, ma metabolizzata dal Sistema stesso.
Questo è lo sconfortante Spirito del tempo, che tutto afferra nella sua pulsione di morte. Uno Spirito che quindi si dilegua in due anime opposte: l’una quella della rassegnazione o dell’ozio della coscienza, l’altra quella della centralità di minoranze eroiche che con la loro azione possono colpire il nemico e, semmai, risvegliare i sudditi dal loro torpore.

Questi amici affermano: «La vostra fede nelle masse è ingiustificata. Voi che credete fermamente che solo l’irruzione di grandi masse può davvero cambiare il corso della storia, siete tenuti a spiegarci perché, giunti al quarto anno di una crisi economica senza precedenti, la situazione non si sblocca; il perché di questo mortorio delle masse». 

Esistenza materiale e coscienza sociale

Marx affermava «Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza», volendo sottolineare la priorità assoluta dell’esistenza materiale, di cui la sfera ideale non sarebbe che un mero rispecchiamento. Questa proposizione va corretta: è vero che l’esistenza determina la coscienza, ma solo in quanto sta concatenata al suo opposto: che la coscienza determina l’esistenza, o il principio dialettico della codeterminazione. L’azione degli uomini certo si espleta nell’ambito di circostanze storico-naturali fattuali date, da cui essi non possono prescindere, ma quest’agire, determinato ma non predeterminato, è finalistico, orientato a raggiungere uno scopo, e questo porre uno scopo è ciò che chiamiamo coscienza. Un’azione che quindi prende necessariamente forma nella sfera del pensiero, pensiero che non è un mero riflesso delle condizioni materiali d’esistenza, ma che è il precipitato di secoli e millenni di sviluppo della ragione. Questo modellare l’esistente in base ad un non-ancora-esistente (se pre-esistente solo nella sfera ideale), questo trasgredire o trascendere l’ordine delle cose, è proprio ciò che distingue ontologicamente l’uomo dalla natura, la quale procede sì, ma ubbidendo in modo incosciente ad un impulso vitale —essa non ha dunque idee, non pensa, e propriamente non si pone alcuno scopo.

Il congedo ogni meccanicismo, non revoca tutta via in dubbio che le condizioni materiali d’esistenza sono il fondamento su cui si erge la battaglia ideale, su cui crescono e mutano lo Spirito del tempo e quel suo surrogato che chiamiamo senso comune. L’analisi delle condizioni materiali d’esistenza di una classe o di un popolo resta il primo compito di una minoranza rivoluzionaria, se vuole comprendere in che direzione cambi il senso comune e quindi calibrare la sua propria azione.

Affinché grandi masse, e non singolarità o minuscole minoranze irrompano sulla scena debbono concorrere due fattori: uno sconvolgimento delle abituali condizioni materiali di vita e che si affacci un nuovo Spirito del tempo. L’azione di queste minoranze, siccome poco o nulla può sul primo piano, deve invece concentrarsi sul secondo. Una minoranza è rivoluzionaria se è il deposito e il conduttore di uno Spirito nuovo, se quindi espleta un’opera di trasmissione e divulgazione. L’azione, se non vuole essere fine a sé stessa, implica possedere una visione ideale, e dunque adeguate modalità di trasmissione e divulgazione. Un’opera complessa, che non si risolve nella pura propaganda, che implica l’azione e l’esempio, ovvero un agire esemplare che, per essere efficace, richiede un habitat adeguato, un quantum di forze accumulate, che questo agire sia commisurato alla situazione concreta, ai rapporti di forza tra le forze in campo.

Grandi masse passano all’azione solo a certe condizioni obiettive. Due essenzialmente: «Che chi sta in basso non possa più vivere come prima, e chi sta in alto non possa più governare come prima». [Lenin] Abbiamo forse, oggi, qui da noi, queste due condizioni? No, non le abbiamo. Definendo questa crisi del capitalismo come storico-sistemica, stiamo dicendo che essa non è un singolo evento catastrofico, ma un processo fatto di fasi, anche alterne, le quali in ultima istanza conducono ad una resa dei conti finale, allo scontro frontale tra forze antagoniste che deciderà le sorti della società per un lungo periodo. 

Analisi concreta della situazione concreta

Parafrasando Lenin, oggi, qui da noi, chi sta in basso, ovvero, la sua grande maggioranza può ancora vivacchiare come prima mentre, chi sta in alto, pur a fatica, può ancora governare come prima. La crisi economico-sociale non è un colpo di maglio, né colpisce chi sta in basso in modo indiscriminato —del resto chi sta in alto ha imparato la lezione che gli è venuta dai secoli precedenti, evita se può di procedere per strappi violenti. 

Pensiamo siano istruttive le tabelle più sopra. Fotografano la situazione generale del nostro paese.
In Italia la ricchezza privata complessiva (la somma di tutti i beni, mobili e immobili, a valori di mercato correnti al netto delle passività finanziarie) è pari a 5,4 volte il Pil. Il dato immobiliare è noto: più dell’80% della popolazione italiana abia in alloggi di proprietà. Se si divide questa ricchezza complessiva per abitante abbiamo 140mila euro procapite. Se la si divide per famiglie abbiamo che ognuna dispone mediamente di una porzione di ricchezza di 350mila euro. Così, tanto per dire, 1.900 miliardi di debito pubblico sono appena il 22% dello stock di ricchezza privata accumulata —confortando la tesi di chi sostiene che il debito pubblico italiano sia più sostenibile di quello di altri paesi, considerati “virtuosi” perché non vengono considerati i loro debiti privati. Non basta: il saggio di risparmio lordo degli italiani, pur in calo (oggi è dell’11% rispetto al 22% del 1995), è secondo solo a quello dei tedeschi (16,7%). E per comprendere quale fosse la situazione prima della grande crisi del 2008-2009 va segnalato che nei 14 anni che l’hanno preceduta la ricchezza delle famiglie è cresciuta costantemente passando da 4.212 miliardi del 1995 agli 8.414 miliardi del 2007. Il ciclo accumulativo si interruppe appunto nel 2008, col sopraggiungere della recessione economica.

Questi dati grezzi ci aiutano a capire le ragioni per cui la situazione è bloccata. La grande maggioranza dei cittadini, compresi i lavoratori salariati, viene da un lungo ciclo di benessere diffuso. La consapevolezza che la sopraggiunta crisi sia una cosa terribilmente seria, ha prodotto un sentimento di timore, prevale la paura di perdere certi benefici, che il modo di vita consumistico sia pregiudicato. E il sentimento di paura determina a sua volta un comportamento conservatore, per altro ancor più accentuato tra gli operai che non tra la piccola borghesia. Questo spiega come mai, i soggetti e i settori colpiti frontalmente dalla crisi sono stati lasciati soli e i focolai di ribellione non solo si sono generalizzati, ma sono stati risucchiati nel clima generale di paura.

Non dobbiamo nemmeno temere di dire cose antipatiche, o sconvenienti a tanti militanti antagonisti: il panico della catastrofe, lungi dal risvegliare le masse dalla loro apatia, non solo rafforza la loro inerzia, a malapena nasconde la loro intima speranza che il sistema guarisca, che tutto ritorni come prima. Di qui alla fiducia che il salvatore della patria Mario Monti ce la faccia, il passo è breve.

Anche coloro i quali contestano la cura da cavallo imposta dall’Unione europea e portata avanti dai “tecnici”, numero destinato a crescere con l’avvitamento della crisi, non stanno approdando alla sponda dei rivoluzionari. Essi hanno solo iniziato a spostarsi, a muoversi, ma a passo di lumaca, riponendo le loro speranze a forze che sì contestano la terapia liberista ma che non vanno oltre ad un keynesismo variamente declinato —dal Pd ai neofascisti, passando per l’M5S fino ai seguaci della Mmt. Altra farina deve macinare il mulino della crisi prima che da un fuoco qua e la si passi all’incendio generale, alla sollevazione. Devono saltare le paratie difensive del sistema, fallire i dispositivi di salvataggio dell’Unione europea. Noi non abbiamo dubbi che questo avverrà, che chi sta in alto non riuscirà a far ripartire il motore grippato del capitalismo occidentale, europeo in particolare. Non riuscirà ad evitare lo sbocco “naturale” di questa crisi: una pauperizzazione generale delle masse con una contestuale concentrazione della ricchezza nelle mani di una ristretta minoranza di possidenti, decisi questi ultimi a difendere ad ogni costo la loro supremazia, se serve anche sbarazzandosi del poco che resta della democrazia.

Per questo le statistiche di cui sopra vanno prese con le pinze. Ogni grande aggregato statistico nasconde infatti le disparità sociali. E’ l’Istat a dirci (rilevazioni 2011) che gli italiani che vivono di stenti o hanno grandi difficoltà ad arrivare a fine mese sono praticamente raddoppiati dal 2008 ad oggi. L’anno scorso l'11,1% delle famiglie era relativamente povero (per un totale di 8.173 mila persone) e il 5,2% lo è in termini assoluti (3.415 mila). Queste percentuali praticamente raddoppiano nel Mezzogiorno, che la crisi contribuisce a staccare dal resto del paese. Ed è sempre la Banca d’Italia a dirci che il 10% più ricco della popolazione possiede più del 50% della ricchezza finanziaria. 

Per questo decisiva è l’analisi concreta della situazione concreta, dalla quale dipendono linea politica e linea di condotta, che non devono basarsi sull’umore delle masse, per sua natura volatile, ma anzitutto sui fattori oggettivi. Ciò che conta è cogliere nella situazione la linea di tendenza principale, e della catena quali sono gli anelli deboli destinati a spezzarsi per primi. 

Non si tratta quindi di avere una cieca fiducia nelle masse. Si tratta di comprendere ciò che queste masse saranno costrette a fare una volta spinte in condizioni di abiezione sociale e morali inaccettabili. E certo che la rivoluzione non sarà solo un atto mondano e materiale, che sarà anche un rivolgimento spirituale. Grandi masse non abbracciano un ideale come i singoli individui, le modalità sono differenti, come pure i tempi lo sono. Una coscienza rivoluzionaria si fa largo nel disfacimento della società, e l’ampiezza del suo raggio dipende dalla profondità di questa dissoluzione. 

Siamo all’inizio di questo cammino. Compito delle minoranze rivoluzionarie non è quello di lanciarsi in avanti per raggiungere velleitariamente per prime la meta, ma di agire, con ogni mezzo che conduca agli scopi: far crescere, assieme ad una nuova coscienza sociale, un’attiva e massiccia partecipazione diretta da parte dei cittadini.





Stelle cadenti.





E' nel silenzio che regnan pensieri,
di quelli dolci o funesti, che importa?
Esiste pur sempre qualcosa
di più importante delle proprie gioie...
o dei propri dolori.
E anche se quella strada
mi è preclusa per sempre,
chè l'amore non è mai chiamato destino,
bensì natura,
l'ho battuta con orgoglio
e tu, lo so, ti ricorderai per sempre di me.
Ed è a te sola che corron ora i pensieri,
veloci come saette del cielo,
inafferrabili come particelle di luce,
giganti in un mondo di nani.
Ed il tuo viso
ed i tuoi occhi,
sono i miei per un attimo
e provo a immaginare
quel futuro che tante volte insieme avevamo sognato.
E' nel silenzio che sfioriscono i fiori
sotto il cielo plumbeo d'autunno
sotto il peso di quel destino mortale
che fa di noi stelle cadenti.
E tante, quante! Desideri inespressi...
Ed io, per sempre tuo,
una di quelle.

(Francesco Salistrari)

lunedì 22 ottobre 2012

La verità è che il denaro non vale niente.



DI MASSIMO FINI

Come hanno reagito le leadership occidentali alla crisi iniziata col tracollo dei ‘sub-prime’ americani del 2008, poi estesasi rapidamente in mezzo mondo e che peraltro bolliva rumorosamente in pentola da molto tempo (collasso del Messico, 1996, delle ‘piccole tigri’, 1997, default dell’Argentina, 1999) ? 

Immettendo nel sistema altro denaro attraverso una serie di triangolazioni fra Fed, Fmi, banche, Bot, che altro non sono che una partita di giro.

Tradizionalmente le funzioni del denaro sono quattro:
1) Misura del valore; 
2) Intermediario nello scambio;
3) Mezzo di pagamento;
4) Deposito di ricchezza. 
Niente da dire sulle prime tre. Ma togliamoci dalla testa che il denaro sia ricchezza o che la rappresenti. Da questo punto di vista il denaro non è nulla, un puro nulla. Se ne accorsero gli spagnoli agli albori del XVII secolo quando, dopo aver rapinato agli indios d’America tutto quanto potevano d’oro e d’argento (la moneta dei tempi in Europa), si trovarono più poveri di prima. 

Nel suo Memorial del 1600 Gonzales de Collerigo scrive con icastica lucidità: “Se la Spagna è povera è perché è ricca”. E Pedro de Valencia nel 1608: “Il male è venuto dall’abbondanza di oro, argento e moneta, che è stato sempre il veleno distruttore delle città e delle Repubbliche. Si pensa che il denaro è quello che assicura la sussistenza e non è così. Le terre lavorate di generazione in generazione, le greggi, la pesca, ecco quel che garantisce la sussistenza. Ciascuno dovrebbe coltivare la sua porzione di terra e quelli che vivono oggi della rendita e del denaro sono gente inutile e oziosa che mangia quello che gli altri seminano”

Si dirà che sono balbettii di economisti alle prime armi, ancora culturalmente ed emotivamente legati al mondo medievale in cui il denaro, oltre ad avere scarsa circolazione, fu sempre tenuto in gran sospetto. Ma Sismondi, che è attivo due secoli dopo, quando l’economia classica, con Smith, con Ricardo, con Malthus, con Say, ha già fatto irruzione nella Storia e si è imposta come scienza, scrive: “Aumentando il numerario di un paese senza aumentarne il capitale, senza aumentarne il reddito, senza aumentarne il consumo, non lo si arricchisce, non se ne stimola il lavoro”. E per capitale Sismondi intende terra, bestiame, strumenti, lavoro, abitazioni, cioè beni materiali. 

Nel 1929 gli americani che avevano investito nella Borsa di New York si credevano ricchissimi, ma bastò che qualcuno non credesse più nel valore di quelle azioni (che, in quanto credito, sono denaro a tutti gli effetti), trascinando a valanga gli altri, perché quella ricchezza si rivelasse per ciò che era: carta straccia. 

Il valore di una mucca invece, per quanto possa variare, non può essere ridotto a zero, ci ricaverò sempre del latte o, alla mala parata, ne farò bistecche. 

Dell’inconsistenza del denaro si era già reso conto Aristotele che nella Politica scrive: “La moneta... è una semplice convenzione legale senza alcun fondamento in natura, perché cambiato l’accordo fra quelli che se ne servono, non ha più valore alcuno e non è più utile per nessuna delle necessità della vita e un uomo ricco di denaro può mancare del cibo necessario. Strana davvero sarebbe una ricchezza che pur se posseduta in abbondanza lascia morire di fame, come il mito tramanda di quel famoso Mida”



Primavera silenziosa.


DI JOSEPH MANGANO e JANETTE SHERMAN 
AlterNet 

Cinquant’anni fa una zoologa laureata alla Johns Hopkins fece qualcosa che pochi pensavano fosse possibile in quegli anni. Attraverso la pubblicazione di un libro, avviò un dibattito nazionale riguardante l’uso universalmente accettato dei pesticidi sintetici, l’irresponsabilità della scienza e i limiti della promessa tecnologica. Mise anche in discussione la diffusione metastatica dell’industria di prodotti chimico sintetici dalla seconda Guerra Mondiale in poi. 

Silent Spring (Primavera silenziosa) era il terzo libro di Rachel Carson, dopo The Sea Around Us e The Edge of the Sea.
The Sea Around Us vinse nel 1952 il National Book Award per la saggistica e restò per 21 mesi nella classifica dei bestseller del New York Times

Tuttavia è improbabile che la Carson, che passò la maggior parte della sua carriera come editrice per U.S. Fish and Wildlife Service, avesse la minima idea di cosa avrebbe generato la pubblicazione di Silent Spring.

La Carson si interessò degli effetti dannosi dei pesticidi, soprattutto del DDT, alla fine degli anni ’50.
Il DDT fu prodotto per la prima volta appena prima della Seconda Guerra Mondiale, e fu usato per ridurre i rischi che rappresentavano gli insetti per le truppe Oltreoceano. Dopo la guerra, il DDT fu promosso come un grande progresso scientifico e fu ampiamente usato con successo negli Stati Uniti come insetticida.
La sostanza chimica era considerata talmente innocua che i genitori guardavano incuranti i loro figli correre nelle ondate di nuvole bianche di DDT spruzzate dai camion nei quartieri residenziali. 

La ricerca della Carson si focalizzò sui pesticidi organici come il chlordane (clordano), l’heptachlor (eptacloro) e l’ aldrin, in aggiunta al DDT. Documentò le numerose morti di uccelli che erano stati esposti alle sostanze chimiche, in aggiunta alle anomalie di riproduzione, nascita e sviluppo nei mammiferi. Ogni forma di vita, scrisse, è un "impianto chimico" che dipende dall'ossigeno per alimentare “la meccanica delle cellule". Citando il lavoro di Otto Warburg spiegò a chiare lettere perché brevi esposizioni ripetute ai pesticidi ed alle radiazioni nucleari cambiano la capacità della cellula di espletare le normali attività, causando tumori o nascituri deformi- per questa ragione non esiste una dose "innocua" di un cancerogeno. Molti scienziati condividevano questa teoria. 

Il New Yorker pubblicò tre stralci di Silent Spring a giugno 1962, prima della pubblicazione ufficiale del 27 settembre. La risposta fu immediata ed eclatante. La CBS cominciò preparando uno special a carattere nazionale sul libro. La prima pagina del New York Times del 22 luglio riportava un articolo intitolato“Silent Spring Is Now a Noisy Summer” (Ora la primavera silenziosa è un’estate rumorosa). Il 29 agosto un reporter ad una conferenza stampa del presidente Kennedy chiese se il governo federale stesse prendendo in esame la crescente problematica del DDT e degli altri pesticidi. Kennedy rispose: “Sì,credo soprattutto, ovviamente, grazie al libro di Miss Carson”. Un mese prima della pubblicazione, Houghton Mifflin ebbe un ordinativo anticipato per 40.000 copie e stipulò un contratto di 150.000 copie con il Club del Libro del Mese. 

L’industria chimica non aspettò di leggere il libro. La breve ma devastante dissertazione della Carson era una minaccia per i loro profitti e l’industria che produceva il DDT e gli altri pesticidi che la Carson aveva descritto reagì rabbiosamente alle sue argomentazioni scientificamente solide che i loro prodotti erano nocivi. Attaccarono la sua competenza in merito. Attaccarono i suoi metodi. Attaccarono le sue motivazioni. Attaccarono le sue conclusioni. Minacciarono di citare in giudizio Houghton Mifflin ed il New Yorker

In un'implacabile campagna per distruggere la sua reputazione, le industrie dei pesticidi distribuivano volantini, pubblicavano articoli e diffamavano la Carson con interviste attraverso i media. La descrivevano come “fanatica” e “isterica”, eppure quasi tutti gli scienziati di fama internazionale erano d’accordo con la Carson. La Scientific Advisory Committee (Commissione di Consulenza Scientifica) riunita da Kennedy stilò una relazione a favore della teoria della Carson nel Maggio del 1963. In risposta agli insistenti attacchi delle industrie che la criticavano, la Carson con tranquillità si attenne ai fatti. Morì di cancro al seno all’età di 56 anni, 18 mesi dopo la pubblicazione di Silent Spring

Molti considerano la Carson come la fondatrice del Movimento Ambientale Americano. Il Movimento era ancora agli inizi. Albert Schweitzer, famosi scienziati come Linus Pauling, il pediatra Benjamin Spock, ed il giudice della Corte Suprema William O. Douglas si erano già dichiarati contrari ai pericoli dei test atomici sotterranei. Gruppi di cittadini come le Women Strike for Peace organizzavano in maniera crescente grandi dimostrazioni contro questi tipi di esperimenti. 

Ma fu soprattutto Silent Spring che diede origine al movimento che esiste ancora oggi. Nel 1967, gli scienziati e gli attivisti crearono l’ Environmental Defense Fund (Fondo di Difesa Ambientale). Il 29 aprile 1970, una settimana dopo le numerose manifestazioni per la prima Giornata della Terra, il comitato consultivo del presidente Nixon con una Executive Action propose di fondare l’Agenzia di Protezione Ambientale, che divenne realtà l’anno dopo. A giugno 1972, dopo tre anni di udienze Federali ed indagini scientifiche circa la questione che la Carson aveva sollevato con Silent Spring, il direttore dell’EPA (Environmental Protection Agency) William Ruckelshaus emanò un ordine che proibiva l’uso del DDT negli Stati Uniti. Il Movimento Ambientale era in piena attività. 

Malgrado gli sforzi della Carson e di coloro che seguirono, vi è una lunga lista di agenti chimici in uso ancora oggi- probabilmente ora più che mai. Questa lista include pesticidi, diserbanti, agenti industriali, combustibili, conservanti, additivi alimentari, coloranti, prodotti per la casa, medicinali ed altro. 

I benefici delle sostanze chimiche dovrebbero sempre essere comparati con i rischi- ma quei rischi dovrebbero essere calcolati obiettivamente. 
Come scrisse la Carson in Silent Spring:

“Il più pericoloso di tutti gli assalti dell’uomo all’Ambiente è la contaminazione dell’aria, della terra, dei fiumi e del mare con sostanze nocive ed anche letali. Questo inquinamento è in gran parte irrecuperabile: la catena del male da esso avviata non solo nel mondo che deve sostenere la vita ma anche nei tessuti vitali è in gran parte irreversibile. Nell’attuale contaminazione universale dell’ambiente, gli agenti chimici sono i complici malvagi e poco riconosciuti nell’alterare la vera natura del mondo- la vera natura delle forme viventi.”
Cinquant’anni dopo la pubblicazione del libro, le società che producono e commerciano le sostanze chimiche sono molto più grandi. I loro lobbisti ed i loro macchinari sono molto ben finanziati e sofisticati ed esercitano un’influenza senza precedenti sui legislatori, sui media e particolarmente sui funzionari eletti. 

Una risoluzione del Congresso presentata dai senatori democratici del Maryland Ben Cardin e Barbara Mikulski, che rendeva omaggio alla Carson in quello che sarebbe stato il suo centesimo compleanno, nel 2007, venne bloccata dal Senatore Tom Coburn che accompagnò il suo voto con considerazioni denigratorie nei confronti dell’autrice. ”Milioni di persone nel Terzo Mondo, soprattutto bambini sotto i cinque anni, muoiono perché i loro governanti concordano con le affermazioni della scienza spazzatura della Carson sul DDT”, affermò circa la risoluzione. 

Oggi, l’industria chimica e le sue associazioni di categoria fanno eco alle affermazioni di Coburn e descrivono la Carson come la leader di una campagna dedita al genocidio che oggi permette a malattie come la malaria di proliferare perché non c’è un controllo chimico sulle zanzare. 
Nel 2009 Todd Seavey del Comitato Americano per la Scienza e la Salute, sostenuto dall'industria chimica, scrisse nella Giornata contro la Malaria “Serve la Giornata del DDT…. gli ambientalisti anti-chimica (ispirati dal libro allarmistico Silent Spring di Rachel Carson) possono già essere i killer più prolifici dell’umanità”. 
L’EPA (Agenzia di Protezione Ambientale) non ha mai bandito il DDT nell’uso contro la malaria, e la Carson stessa mai promosse un totale divieto dei pesticidi. Invece scrisse, “Un consiglio pratico dovrebbe essere “Spruzza il meno possibile piuttosto che “Spruzza al limite della tua capacità”. 

Gli agenti chimici sintetici saranno sempre parte della vita sulla terra. La quantità di sostanze chimiche è enorme, e la lenta decomposizione di molti significa che faranno parte della biosfera per decenni e secoli. L’eredità di Silent Spring è che molto può e dovrebbe essere fatto per ridurre i rischi alla salute che pongono gli agenti chimici, senza sacrificare il progresso. Circa il 41% degli americani svilupperanno un cancro. La generazione odierna di bambini, comparata ai loro genitori ed ai loro nonni, ha maggiori possibilità di malattie, compresi parti prematuri, cancro, asma, diabete, autismo e ADHD. Mentre molti sono i fattori che influenzano il rischio di malattie, l’esposizione a sostanze chimiche tossiche è un fattore.

Abbiamo ignorato le scoperte di Rachel Carson a nostro rischio e pericolo. 







Traduzione per www.Comedonchisciotte.org a cura di ANNA CIVINO

sabato 20 ottobre 2012

Climagate e mistificazione di massa.





Leggendo qua e là nel web, si sa, si trova di tutto un po'. Molte volte bufale, molte volte mezze verità, altre volte scomode rivelazioni introvabili nei media asserviti e di regime, tante volte pensieri, teorie, opinioni delle più disparate.
Sono incappato così nel mio girovagare stanco in un articolo che parla di riscaldamento globale. Il solito, vecchio tema ecologista, che da oltre trent'anni infiamma dibattiti, coscienze, movimenti, conferenze, misure legislative, pensai.
Ebbene no.
L'articolo (lo potete leggere qui) sostiene che il riscaldamento globale è una bufala. Un giochino mediatico creato ad arte attraverso dati sbagliati, palesemente fasulli, manipolazioni ed esagerazioni.
Ma a quale pro?
L'articolo non lo spiega, ma girando per altre decine di siti (di cui non riporto le fonti per pigrizia) che trattano il tema, si va dalla manipolazione mediatica e scientifica per accaparrarsi i fondi di ricerca (molto plausibile) alle teorie del complotto vere e proprie. Tra queste spicca senz'altro quella di indirizzare l'opinione comune, mondiale, ad accettare gradualmente l'idea di una riduzione sensibile della popolazione mondiale onde diminuirne l'impatto sull'ecosistema e quindi sul riscaldamento globale.
Aldilà della fondatezza o meno di queste “teorie”, resta il dato che un numero crescente di scienziati stia denunciando il “Climagate”, giornalisticamente ribatezzato in questo modo in Inghilterra, come una delle più grandi mistificazione di massa della storia.
Se fosse vero, sarebbe gravissimo. E' indubbio.
E ci lascerebbe una certezza fondata: che la manipolazione mass mediatica può davvero tutto. Che la realtà può essere manipolata da chi detiene il controllo dei mezzi di informazione in qualsiasi modo gli aggrada, per qualsiasi scopo, per qualunque argomento, generando una distorsione profonda della percezione collettiva che diventa deleteria e potenzialmente devastante.
Sinceramente non so più a che santo votarmi!
Di chi ci possiamo fidare?
Poi vai a guardare i personaggi che negli anni hanno stimolato l'opinione pubblica sul tema del riscaldamento globale e scopri i soliti noti, i soliti grandi gruppi finanziari, le fondazioni private dei vari Bill Gates, Al Gore, seguiti da una schiera di “scienziati” al soldo, che per anni hanno vaticinato la fine del mondo.
E allora ti chiedi: ma quali interessi nascondono? Ogm? Vaccini? Manipolazione climatica militare? Programmi di riduzione della popolazione?
E divento complottista anch'io, mio malgrado. E penso e non mi fido più di niente.
Cosa dobbiamo fare? 
Una considerazione generale comunque è pur necessaria.
Ammesso che davvero il riscaldamento globale sia una bufala inventata per chissà quali progetti e quali interessi, dobbiamo quindi accettare anche l'inquinamento come qualcosa di naturale?
Il pianeta è comunque devastato dall'attività umana. Estrazioni petrolifere, di materie prime, metalli, lavorazioni industriali, impianti nucleari, inquinamento automobilistico, inquinamento aereo, rifiuti, consumo sfrenato e chi più ne ha più ne metta. Le specie animali che si estinguono sono migliaia ogni anno, come non succedeva da millenni. Gli equilibri ecosistemici sono comunque minacciati seriamente. La deforestazione insidia interi continenti, l'erosione e l'inaridimento dei suoli mette a rischio l'alimentazione umana, le malattie derivanti dalle attività nocive umane (tumori, problematiche polmonari, malformazioni genetiche, virus ecc.) non sono un'invenzione dei media o di qualche “scienziato pazzo” corrotto. Sono tutti aspetti reali del vivere umano e di questo sistema di produzione.
Allora non vorrei che, se la bufala del riscaldamento globale fosse confermata e portata alla ribalta, si cominciasse a pensare che tutto vada bene, che i nostri modelli produttivi e di consumo siano virtuosi, che possiamo continuare a spendere e spandere, a buttar veleni qua e là come più ci piace, a continuare e accettare gli scempi ecologici che abbiamo sotto gli occhi. Non vorrei che venuto meno il “pericolo CO2” ci dimenticassimo come sia nocivo vivere vicino ad (o lavorare in) impianti industriali come l'Ilva di Taranto, per fare uno su migliaia di esempi. Non vorrei ci dimenticassimo come sia pericoloso e dannoso l'uso di pesticidi e diserbanti. Come sia potenzialmente distruttivo l'utilizzo di centrali nucleari e a carbone. Come sia devastante l'estrazione ad esempio dell'oro o degli scisti bituminosi, o lavorare nelle miniere. Come sia deleterio l'incenerire rifiuti e contaminare colture, acqua e animali con le nanoparticelle che ne scaturiscono. Come sia deleterio permettere la deforestazione selvaggia, la distruzione degli habitat naturali, l'inquinamento del mare.

Quello che voglio dire, seppur confusamente e di getto, è che non perchè sia svanito lo spettro del riscaldamento globale tutto sia da considerarsi salvo e noi poveri esseri umani tutti dei virtuosi.
Al contrario!
Il nostro modo di vivere, di consumare, di concepire i prodotti da consumo, il nostro modo di atteggiarci e di porci nei confronti della natura, dell'ambiente, degli animali e di tutto il creato, dimostrano ampiamente quanto ci siamo allontanati dalla nostra vera natura, che è quella di esseri viventi (animali) che dovrebbero cercare l'equilibrio con l'ambiente nel quale viviamo, adoperandoci di preservarlo e di proteggerlo, di sentirlo come parte della nostra stessa anima.
E invece l'equazione dominante porta a considerare l'ambiente come risorsa da sfruttare per trarre profitto, senza nessun'altra considerazione accessoria. E non basta farsi la tessera del WWF o salvare qualche nido d'uccello per essere davvero degli uomini degni di questo nome.
In questo siamo tutti colpevoli. E questa del riscaldamento globale sarebbe solo l'ennesima bugia che ci raccontiamo l'un l'altro, senza battere ciglio.
Con la naturalezza di una superiorità intellettiva che si trova scritta solo sui libri, ma che nella realtà non è mai esistita e mai potrà esserlo.
Perchè le bugie non sono intelligenti.
Al massimo furbe.
E la furbizia non è sinonimo di intelligenza, ma il più delle volte di malvagità ed egoismo.

(Francesco Salistrari)

Il Silenzio di Fukishima.


di Furio Stella.

Perché non si parla più di Fukushima. In Giappone il governo rassicura, ma il popolo non si fida e scende in piazza. Una ricerca indipendente: radioattività dieci volte superiore a quella pre-tsunami. Lo strano caso del CTBTO: le sue centraline monitorano quasi l’intero pianeta, ma i suoi dati non sono pubblici. Costa agli italiani 5 milioni l’anno e a livello giuridico nemmeno esiste
E Fukushima? Com’è che non si sente più parlare di Fukushima? I reattori scoperchiati dallo tsunami dell’11 marzo 2011 sono stati riparati? Qual è il livello di radioattività in tutto il Giappone? E cosa dicono loro, i giapponesi, a due anni dal disastro nucleare che secondo alcuni ricercatori sarebbe addirittura peggiore a quello di Chernobyl del 1986? Non si sa. Giornali e tv, tranne rarissime eccezioni, tacciono sull’argomento. E siamo anche d’accordo che all’indomani di Fukushima i padroni dell’atomo hanno imposto al mondo una sorta di moratoria (meglio: un divieto a parlarne), o che notoriamente l’AIEA, la super organizzazione mondiale dell’energia atomica, non può per suo stesso statuto divulgare i dati in suo possesso, ma anche ai peggiori bavagli massmediatici dovrebbe esserci un limite di decenza. Anche perché in Giappone, dove le proteste sono merce molto rara, le manifestazioni antinucleari sono tuttora all’ordine del giorno, e ciò nonostante la sordina degli organi d’informazione ufficiali o i provvedimenti (dal manganello all’arresto) delle forze dell’ordine.

SIT-IN. Il sit-in più grosso si è registrato a fine giugno a Tokyo, dove più di 150 mila persone hanno manifestato nel parco della capitale il loro no al nucleare, in risposta alla decisione del premier Yoshihiko Noda di riattivare due delle vecchie centrali chiuse dopo l’incidente di Fukushima. «Lo impongono le necessità energetiche del paese», ha detto Noda, ben consapevole che le 54 centrali atomiche del Giappone forniscono alla sua nazione il 30 per cento dell’energia elettrica, e tirato contemporaneamente per il coppino dalla lobby degli affari e dell’industria. Un vero smacco dopo l’annuncio del governo nipponico, non ancora tramutatosi in una linea politica effettiva, di spegnere pian piano i reattori fino a chiuderli definitivamente prima del 2040. «L’ottanta per cento dei giapponesi è contrario al nucleare», continuano a ripetere intanto i rappresentanti della protesta, riaccesasi proprio di recente dopo la nomina all’interno della commissione governativa che dovrà decidere il “quando” e il “come” di due membri accusati di avere le mani in pasta con il nucleare e ritenuti per questo ineleggibili.

VALORI. A livello scientifico, nonostante i dati rassicuranti sbandierati dal governo, non mancano le voci critiche. Chi si è speso di più è senz’altro il professor Yukio Hayakawa, geologo dell’università di Gunma, il quale se n’è andato in giro per la periferia di Tokyo con un rilevatore di radioattività, riscontrando valori superiori dieci volte la media del 2010 (cioè pre-Fukushima). Ricerca che gli attirato non solo l’ira dell’apparato ufficiale, ma addirittura quella della stessa università dove lavora che lo ha pubblicamente e aspramente criticato. Ma se l’apparato politico e scientifico respinge le critiche, la voce di Hayakawa non è una voce isolata. «A Tokyo sembra di vivere in un film di fantascienza, sui dati della radioattività il governo mente», ha dichiarato per esempio John Clammer, professore di sociologia della Sophia University della capitale, denunciando in pubblico la poca informazione data dal governo. E non solo, visto che Clammer ha accusato Noda di aver addirittura truccato le carte, nel senso di aver innalzato i parametri di rischio radioattivo rispetto ai parametri sanciti dall’OMS, l’organizzazione mondiale della Sanità. Con lo scopo, ovvio, di riportare “nella norma” i valori riscontrati in tutto il Giappone. Di più: ci sono altre ricerche indipendenti (sempre fonte Clammer) che indicherebbero un aumento di radioattività persino nel latte materno. Nulla di cui stupirsi visto che negli USA ha destato scalpore uno studio dei biologi della California, secondo cui i tonni a pinne blu o gialle in perenne migrazione tra le due sponde dell’oceano Pacifico contengono tracce di radioattitività che non erano invece presenti fino al 2010.

TRATTATO FANTASMA. L’onda di protesta popolare in Giappone conferma: la gente non si fida più dei suoi governi. Di chi fidarsi allora? Be’, sarebbe bello se le informazioni (i dati, i numeri, le cifre) potessero essere messe direttamente a disposizione dei cittadini. Peccato che invece, specie in materia di energia atomica, se ne restino chiuse nel cassetto. Non solo le informazioni in possesso dell’AIEA di cui s’è detto, o quelle dei referenti scientifici del governo di Tokyo, ma anche quelle di un’altra organizzazione mondiale i cui database potrebbero fornire un quadro molto più realistico e dunque credibile della situazione. Parliamo del CTBTO, acronimo di Comprehensive Nuclear Test-Ban Treaty Organization, l’organizzazione internazionale con sede a Vienna (come l’AIEA) che dal 1996 si occupa del controllo del bando totale degli esperimenti nucleari, così come dal trattato di Ginevra firmato nello stesso anno. Firmato? Oddio, firmato è una parola grossa nel senso che il trattato, a distanza di ben 16 anni non è stato ancora ratificato da tutti i suoi 182 stati membri – non solo da “stati canaglia” come Iran e Corea del Nord ma anche da Stati Uniti, Cina, Israele, India ed Egitto – e dunque non è in vigore. E di conseguenza sotto il profilo giuridico il CTBTO è come se non esistesse nemmeno. Una situazione paradossale, tanto da meritarsi addirittura la tirata d’orecchi da parte dell’ONU. «Fallimento di responsabilità come comunità internazionale», ha tuonato il mese scorso a New York il segretario generale Ban Ki-moon durante l’ultimo meeting ministeriale (il sesto: ce ne’è uno ogni due anni) dei paesi membri. Meeting che avrebbe dovuto favorire o sollecitare appunto l’entrata in vigore del trattato, e che invece non ha prodotto niente di più che un souvenir: quello della solita foto di gruppo dei ministri mondiali sorridenti, firmatari e non.

EPPUR FUNZIONA. Occasione persa, dicevamo. Ed è un peccato perché il CTBTO, di cui l’Italia ha una rappresentanza permanente a Vienna, per quanto non sia “ufficialmente” in funzione, in realtà funziona benissimo: per quanto provvisorio, il suo segretariato tecnico ha già messo in opera un sistema di monitoraggio internazionale con 273 stazioni di rilevamento sulle 337 previste – ce ne sono anche in paesi non firmatari come USA e Israele – che significa l’80 per cento della capacità prevista dal trattato. E anche se in verità il CTBTO non è stato concepito per controllare i livelli di radioattività nei singoli stati, ma solo per individuare i segnali di un’esplosione nucleare, come ha fatto per esempio nel 2006 con un test nordcoreano, di fatto è stato utilizzato a uso civile nel monitoraggio di materiali radioattivi proprio in seguito all’incidente di Fukushima. Per mantenerne in piedi la struttura i paesi membri scuciono dal 1996 circa 100 milioni di euro l’anno, di cui 5 sono il contributo fisso dell’Italia. Saranno mica un po’ troppi 5 milioni, specie con i chiari di luna del governo Monti, per tenere in piedi un’organizzazione che opera secondo un trattato mai ratificato, dunque nullo, e che se mai un giorno funzionasse sul serio a pieno regime, non potrebbe comunque essere di nessuna utilità ai cittadini che con le loro tasse ne contribuiscono al bilancio? I dati rilevati dalle stazioni del CTBTO, difatti, vengono forniti ai governi degli stati firmatari (di cui s’è visto che i cittadini non si fidano più, e fan bene) e, attraverso di essi, solo agli enti accreditati della comunità scientifica. Oltre che all’immancabile AIEA, si capisce. Il che conferma: sull’energia nucleare il silenzio resta sempre la parola d’ordine.




venerdì 19 ottobre 2012

Cemento su cemento.


Il Governo propone una legge per costruire in barba alle tutele 

Una disposizione del disegno di legge sulle Semplificazioni bis, aggira, cancellando de facto, il sistema della tutela e dei vincoli ambientali, paesaggistici e monumentali. Se un Comune o una Soprintendenza non rispondono entro 45 giorni alla richiesta di costruire in area protetta, la licenza è data. Gli uffici, notoriamente, non 

sono attrezzati per rapide valutazioni...

di Roberto Schena 

ROMA - Poter costruire liberamente sulle aree vincolate per la bellezza del paesaggio. Rovinarlo a vantaggio dell’interesse di pochi. Un sogno dei cattivi costruttori, il businnes è enorme. L’operazione che non riusciva ai Governi precedenti, sommerso dalle proteste, sta passando con Mario Monti. Lo rileva il Touring Club Italiano, che esprime seria preoccupazione per l’articolo 12 del nuovo micidiale Disegno di legge sulle Semplificazioni bis, che prevede l’introduzione del semplice silenzio assenso per le autorizzazioni a costruire in aree sottoposte a vincoli ambientali e paesaggistici.

In sostanza, le amministrazioni comunalie le Soprintendenze che “dimenticassero” (per non dire di peggio) di rispondere alle richieste di costruzione edilizia, entro un periodo di 45 giorni, o non avessero gli strumenti per seguire in tempo le pratiche edilizie, sono votate alla devastazione del territorio. Sembra pazzesco, ma riguarda qualche migliaio di Comuni, l’intero territorio nazionale è coinvolto. 


PATRIMONIO A DISPOSIZIONE DEGLI SPECULATORI - «Mettere a repentaglio il nostro inestimabile patrimonio – afferma Franco Iseppi, presidente del Touring Club Italiano – attraverso l’introduzione del silenzio assenso per le autorizzazioni a costruire anche laddove sono presenti vincoli ambientali e paesaggistici, è una decisione pericolosa e poco lungimirante. I beni paesaggistici e culturali del nostro paese sono già duramente provati dal logoramento del tempo e dalla scarsa tutela e valorizzazione frutto di politiche del passato poco attente».
Il Touring – continua Iseppi – chiede al Governo «di rivedere questo articolo del disegno di legge». Auspicabile, piuttosto, che tra i 50 punti proposti dal ministro Gnudi «nel Piano del Turismo siano previste norme che rafforzino la tutela e la valorizzazione di quelle aree vincolate che grazie alla loro bellezza e alla loro storia costituiscono un forte attrattore turistico e, di conseguenza, un motore per la nostra economia».
«Come comunità di viaggiatori – conclude Iseppi – il TCI è invcece favorevolmente colpito dalle proposte presentate dal ministro Gnudi nell’anticipazione del Piano del Turismo che sarà presentato nei prossimi mesi». 



UFFICI NON ATTREZZATI - Gli ambientalisti spiegano che «facendo valere in caso di inerzia il silenzio assenso significa di fatto cancellare il sistema delle tutele. In questi anni – afferma Filiberto Zaratti, Consigliere di Sel alla Regione Lazio – gli Enti parco e gli uffici amministrativi tutelari dei vincoli sono stati ridotti ai minimi termini, anche a seguito dei tagli lineari alle amministrazioni locali con drammatiche riduzioni di personale e competenze – aggiunge Zaratti – Le difficoltà con le quali questi Enti operano, non consente già oggi il pronunciamento di merito entro i 45 giorni. Di fatto viene derubricata a semplificazione amministrativa una procedura che cancella il sistema della tutela e dei vincoli ambientali e paesaggistici, producendo un attacco al sistema delle aree naturali protette dell’intero Paese».

GOVERNO CON ARGOMENTI SOTTILI E CAVILLOSI - Il ministro interessato, però non è d’accordo. Il ministro della P.a. Filippo Patroni Griffi, intervenuto all’assemblea nazionale dei Comuni italiani a Bologna, riferendosi al provvedimento sulle semplificazioni, ha detto: «Non è esatto quello che sto leggendo secondo cui ci sarebbe un’attenuazione delle tutele ambientali e l’introduzione del silenzio-assenso per la costruzione nelle aree vincolate. È stato solo ribadito il principio di elementare civiltà giuridica che alle domande dei cittadini si risponde, positivamente o negativamente, a seconda di quello che le norme consentono». 
Il ministero dei Beni culturali, guidato da Lorenzo Ornaghi, getta acqua sul fuoco e parla anzi di «tutela rafforzata», così come fa anche il collega dell’ambiente Corrado Clini. «Una vera e propria follia che rischia di portare a un nuovo sacco del patrimonio culturale italiano», denuncia invece il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza.



ABOLIZIONE DE FACTO DELLE SOPRINTENDENZE - Vittorio Emiliani, presidente del Comitato per la Bellezza, firma una lettera appello insieme con altri grandi nomi della cultura, dall’architetto Vezio de Lucia ai consiglieri di Italia Nostra Nicola Caracciolo ed Ebe Giacometti. Il problema, nota Emiliani, riguarda le costruzioni e le autorizzazioni paesaggistiche, per le quali verrebbero obbligate le soprintendenze a dare una risposta al cittadino, pena, anche in questo caso, lo scattare del silenzio-assenso. Vista la situazione delle soprintendenze, sempre più svuotate di personale, denuncia il Comitato di Emiliani puntando il dito anche sul ministro Lorenzo Ornaghi e sul sottosegretario Roberto Cecchi («non potevano non sapere») questo «significa dare in pratica via libera a tutte le domande di concessione edilizia, alle lottizzazioni, ai nuovi insediamenti industriali anche all’interno di aree vincolate».
STIAMO TUTELANDO IL CITTADINO - Dal ministero dei beni culturali, però, come se non sapessero che le amministrazioni non sono preparate, smentiscono con decisione questa interpretazione delle norme e rassicurano: nel ddl, sostengono, «non c’è nessuna diminuzione del livello di tutela del paesaggio e dei beni culturali, che anzi viene rafforzata» perché la nuova norma, «ha solo ribadito il diritto del cittadino ad avere in ogni caso una risposta espressa e motivata (negativa o positiva) sulla propria domanda di permesso di costruire o sulle altre istanze che presenti all’amministrazione». La stessa cosa viene sottolineata del resto nella scheda pubblicata nel sito del ministero della Funzione Pubblica, secondo cui all’eliminazione del silenzio-rifiuto attualmente in vigore corrisponde l’introduzione dell’obbligo da parte dell’amministrazione di rispondere comunque al cittadino.
Anche Clini è certo e ricorre ad argomenti sottilissimi: in materia edilizia – dice – «non c’è nessun condono, nessuno sconto, nessun attacco all’ambiente, nessuna porta aperta alla speculazione sui territori protetti e di pregio. Il governo ha confermato un principio del diritto e ha risolto una distorsione».
Resta che per le autorizzazioni paesaggistiche, le soprintendenze vedono ridotto a 45 giorni il tempo per esprimere il loro parere: ma con gli organici ridotti all’osso – domanda Emiliani, «non e’ forse lunare?». L’impressione, conclude, «è che si voglia smontare e rottamare il ministero dei beni culturali».




Followers