Buona lettura.
Vorrei
ragionare brevemente sulle manifestazioni che in questi giorni hanno
agitato tutta Italia (e tutta Europa). Manifestazioni che hanno dato
riprova di come l'opposizione sociale alle politiche
neoliberiste europee applicate diligentemente da tutti i
governi nazionali, stia crescendo e non è sicuramente destinata a
calare, soprattutto in vista dei prossimi mesi, vale a dire quando
gli effetti nefasti delle manovre attuate dai vari governi in nome di
questa maledetta “austerity” (locuzione anglosassone atta
ad ingannare il popolo, ma solo semanticamente, che non significa
altro che massacro sociale), effetti, dicevo, che si faranno
tragicamente evidenti.
In merito
a quello che è successo vorrei porre alcuni spunti di riflessione
che reputo necessari in questa fase convulsa della situazione
economica e sociale.
En
passant vorrei sottolineare lo
sdegno
e il disgusto
per i beceri episodi di violenza, malamente celati dalle forze
dell'ordine italiane, in cui il “caso” dei candelotti di
lacrimogeni esplosi da dentro addirittura il Palazzo
del
Ministero di Grazia e Giustizia
è emblematico di un clima
repressivo che monta e
non potrebbe essere altrimenti. Ma l'Italia non è il solo paese in
cui si è assistito a violenza generalizzata. Scandalose le immagini,
ad esempio, provenienti dalla Spagna
dove studenti delle scuole medie sono stati bastonati senza pietà
dalle forze dell'ordine iberiche. Ma anche in Grecia
(sull'orlo della dissoluzione sociale completa) la repressione delle
proteste è stata veemente e in alcuni casi drammatica.
Aldilà di questo vanno poste però alcune questioni politiche.
Il movimento di protesta visto agire nelle piazze italiane in questi
giorni, a cominciare dagli studenti delle varie città, ancora in
stato di agitazione (scuole occupate, nuovi cortei previsti nelle
prossime settimane ecc.), passando per le manifestazioni di protesta
di varie categorie sociali dei mesi e delle settimane scorse, per
finire ai lavoratori della Sulcis (Sardegna) o agli scontri
(ormai quotidiani) in Val Susa, un dato emerge prepotente (e
preoccupante): tutti questi movimenti di protesta sono assolutamente
sprovvisti di una qualsivoglia sponda politica. Sia in Parlamento (e come potrebbe sperarsi il contrario?), sia anche tra
quelle formazioni “extraparlamentari” troppo occupate a
calcoli elettorali, primarie, ristrutturazioni e riorganizzazioni
interne. Le uniche forze politiche presenti in piazza, ma in maniera
minoritaria e ancora incapaci di rappresentare politicamente la
protesta, sono stati i militanti del Partito di Alternativa
Comunista (soprattutto attraverso i Giovani di Alternativa
Comunista) e Rifondazione Comunista. Per il resto il
deserto completo a parte qualche sindacato (come l'immancabile e
isolata Fiom).
Del resto, l'incapacità di queste forze a farsi egemoni o, in
qualche modo, riuscire a rappresentare la protesta e organizzarla in
maniera lucida e coerente, è talmente palese da risultare
schiacciante. Vi è però da dire che questo non avviene
semplicemente per incomprensione delle dinamiche in gioco, ma
soprattutto per una credibilità che, nel caso di Rifondazione, in
seno ai movimenti autonomi, spontanei (e disorganizzati), è
difficile da riconquistare o acquisire ex novo. Anche solo la
terminologia usata da queste formazioni appare inadatta a canalizzare
la protesta all'interno di un alveo politico e di prassi quotidiana
invece necessaria e auspicabile.
Aldilà di ciò però i movimenti di protesta di questo nuovo
“autunno caldo” italiano, presentano alcune caratteristiche di
per sé preoccupanti: lo spontaneismo della protesta, la
disorganizzazione, l'incapacità a sistematizzare anche idealmente i
propri obiettivi politici, la frammentarietà e la divisione interna,
l'impossibilità operativa a legare i vari fronti dello scontro,
l'isolamento (anche sociale).

Ma così come per gli studenti, per gli stessi operai in lotta, per i
movimenti di protesta attivi da anni (No Tav, Pastori Sardi, Sulcis,
Ilva, lavoratori Fiat ecc.) gli obiettivi polemici appaiono sfocati,
le rivendicazioni in stile “sindacale”, le prospettive di corto
respiro, la capacità di allargare il fronte e indirizzare la
protesta quasi assente. Ed il tutto favorisce senza ombra di dubbio
la penetrazione e l'infiltrazione di elementi destabilizzanti che
operano a favore di quella giustificazione alla violenza
repressiva delle forze dell'ordine (sempre peraltro presente
nella parole degli epigoni del potere, giornalisti, politici e
cariche istituzionali) che finisce in ultima istanza per negare una
seria riflessione sulle ragioni della protesta e sviare l'attenzione,
annichilire il dibattito, uccidere ogni pretesa di rivendicazione e
di difesa.
Appare chiarissima l'assenza di un soggetto politico collettivo,
capace di farsi sponda politica trasversalmente nella società e
nelle istituzioni di questi movimenti, capace di indirizzare la
protesta verso gli obiettivi corretti (che non sono semplicemente la
“casta” o la corruzione dei politici, sic!), di elaborare una
proposta unitaria in grado di dare risposte, stimoli, guida e
sostegno concreto alla protesta, agli operai e agli studenti, ma in
generale a tutta la società prostrata dalla crisi e dalle politiche
criminali di questo governo.
Un soggetto politico innovativo, dotato di quella costituzione
etica e valoriale di cui si sente immensamente bisogno non solo
in politica ma in ogni ambito della vita sociale del nostro paese. Un
soggetto politico capace di elaborare nuove forme di protesta e di
difesa sociale territoriale, partendo ad esempio dalle esperienze
locali del consumo critico e solidale, che si faccia amplificatore a
livello nazionale delle esperienze concrete di milioni di cittadini
che nel proprio vivere quotidiano lottano contro l'imbarbarimento
civile in cui precipita, a spirale, il paese.
E sulle forme innovative di protesta vorrei dire qualcosa di più
preciso.
E' ormai evidente come le manifestazioni tradizionali (nella
forma del corteo di protesta) in cui si “marcia” su percorsi
stabiliti e autorizzati, chiusi come buoi nei corridoi dei macelli,
non servono a nulla, assolutamente a nulla, ma comportano solo
l'esasperazione sociale, l'esacerbarsi della risposta violenta del
potere che sfrutta ogni minima occasione per delegittimare,
infiltrare, snaturare e screditare la “sfilata”.
Ecco, il tempo delle sfilate è finito!
Non servono a niente e, come l'esperienza storica ha ampiamente
dimostrato, sono del tutto controproducenti e funzionali alle istanze
del potere. E questo è ancora più tristemente evidente in una
situazione di frammentazione e di divisione sociale, direi quasi di
sbaraglio, come quella attuale. Le forze che organizzano le
manifestazioni oggi in Italia non possiedono quelle poderose
strutture, sole in grado di garantire un minimo di controllo delle
infiltrazioni, di organizzazione razionale della protesta, di
disciplina minima indispensabili per rendere la manifestazione
realmente efficace e sicura. Ma aldilà di questo, ciò che secondo
me deve essere chiaro, è che la metodologia della marcia di
protesta deve essere abbandonata.
Si deve pensare necessariamente ad altro.
Andare per strada a prendere manganellate anche perchè sprovvisti di
una qualsiasi forma di difesa dalle infiltrazioni e dalle
provocazioni, è, nell'attuale situazione, una scelta antistorica e
scellerata che alimenta a lungo andare il distacco sociale dalla
protesta (paura e rassegnazione), non si ottengono risultati
apprezzabili né si mette in crisi il sistema politico dominante, si
fa il gioco della propaganda di regime che sa solo additare la
violenza dei manifestanti e tacere o mistificare impunemente e in
maniera vergognosa quella delle forze dell'ordine. Allora qual'è il
lavoro concreto che debbono svolgere i movimenti studenteschi, quelli
operai, quelli delle categorie sociali in agitazione, dei cittadini
consapevoli che vogliono partecipare?
Bisogna comprendere che per rendere la propria lotta realmente
efficace non è necessario assembrarsi in gran numero in un punto
specifico di una città, “contarsi” e dimostrare una forza che al
limite si avrebbe solo da un punto di vista visivo. Sarebbe
senz'altro più utile restare nei propri quartieri, nelle proprie
scuole, nei propri luoghi di lavoro, nei propri paesi, nei propri
stessi condomini a fare volantinaggio, spicheraggio, informazione, a
spiegare alla gente le ragioni della crisi, spiegare e far capire a
tutti quanto importante sia il contributo di ognuno e l'aiuto
reciproco di tutte le fasce sociali. Sarebbe senz'altro più
opportuno, ad esempio nelle scuole, adoperarsi per occupare gli
istituti in “autogestioni consapevoli” coinvolgendo quando
possibile anche i docenti, in cui accrescere il proprio grado di
coscienza attraverso discussioni, dibattiti, invitando economisti,
filosofi, studenti universitari (se di scuola inferiore), per farsi
spiegare cosa sta succedendo, per poi essere in grado di portare le
informazioni all'interno delle stesse famiglie. Sarebbe più utile
per gli operai in lotta nei luoghi di lavoro, organizzarsi,
ricercando e costruendo anche la solidarietà sociale di quartiere,
di circoscrizione, di fabbrica, al fine di creare organizzazioni
difensive, casse comuni di resistenza, scioperi a oltranza di
resistenza passiva, boicottaggio sistematizzato dei prodotti della
propria azienda che non vuol scendere a patti, occupazione delle
fabbriche in fallimento e in via di smobilitazione per assumerne il
controllo e continuare la produzione, quindi mobilitazione permanente
in cui si cerchino contatti, si solidarizzi con altri settori sociali
e produttivi, si organizzino incontri e alleanze, con obiettivi
minimi come potrebbero essere la creazione di cooperative sociali
sul modello delle “banche del tempo”, organizzare gruppi di
acquisto solidale e di consumo critico, sperimentare modelli di
“moneta locale” e così via. Questo naturalmente ricercando
complessivamente un'azione unitaria attraverso la creazione di
coordinamenti democratici di rappresentanza paritaria con tutte le
categorie sociali, che si facciano promotori e partecipi delle azioni
e questo senza pretese di porre sui movimenti o sulle organizzazioni
nascenti, “cappelli politici”, simboli o nomi e soprattutto
ideologie preconfezionate. La parola d'ordine deve essere la
collaborazione a tutti i livelli.
In questo contesto organizzarsi in cooperative solidali, anche
in città dove questo fosse possibile, al fine di creare un sistema
di “orti collettivi” (ma anche piccoli allevamenti) in cui
vengano impiegati disoccupati, occupati part-time, pensionati e tutti
coloro che hanno a disposizione tempo libero da dedicare ad attività
agricole volte ad alimentare i mercati solidali, il sostentamento
delle famiglie più in difficoltà, accumulare cooperazione e momenti
di condivisione. Questo può valere per qualsiasi altro tipo di
“occupazione” necessaria a sostenere la vita dei quartieri, delle
cittadine, dei piccoli paesi, come riparazioni, lavori strutturali
(come ad esempio la riqualificazione del territorio per
arginare il dissesto idrogeologico). Inoltre tutti questi gruppi si
prefigurerebbero come veri e propri gruppi sociali di pressione
per spingere le amministrazioni locali a incentivare, sostenere e
aiutare iniziative di questo genere, anche e soprattutto
finanziariamente e logisticamente.
Naturalmente l'obiettivo principale è quello di boicottare le
aziende multinazionali e della grande distribuzione che, sia per le
condizioni e le politiche del lavoro, per i licenziamenti, per il
trattamento e lo sfruttamento del territorio, nonché per la stessa
qualità dei prodotti venduti sui mercati, devono diventare
l'obiettivo di azioni di resistenza attiva di questo genere.
Inoltre diffondere la “cultura” del consumo consapevole
attraverso il boicottaggio di tutti quei prodotti che favoriscono
gli enormi profitti delle multinazionali e di tutte quelle aziende
che non rispettano l'ambiente, la salubrità dei luoghi di lavoro, le
tutele del lavoro, che utilizzino imballaggi inquinanti e inutili,
che provengano da produzioni lontane dal proprio paese di
appartenenza, preferendo al contrario tutti i prodotti locali o di
produzioni comunque il più vicine possibili, senza imballaggio o che
riduca al minimo gli scarti da imballaggio, che utilizzino materie
riciclabili o riutilizzabili. In questo senso sarebbe molto utile
organizzare vere e proprie reti nazionali, regionali e locali di
consumo consapevole e di “squadre di assalto volontarie”
composte da persone capaci di veicolare questi comportamenti
virtuosi e cooperativi attraverso campagne di sensibilizzazione
quotidiane, di “lavoro solidale”, di propedeutica sociale ecc
ecc.
Costruendo
movimenti di cittadini coscienti, di studenti e operai, impegnati
quotidianamente, è possibile poi alzare il tiro delle pretese e
trasformare caso per caso questi stessi movimenti in veri
e propri “comitati sociali di resistenza”
contro ad esempio le tasse imposte da questa classe politica ladra,
asservita ai dettami della tecnoligarchia
europea e agli
interessi della finanza e delle banche e ai gruppi di potere, per
pagare un debito
illegittimo e criminale
che strangola a bella posta il paese attraverso interessi usurai. I
“comitati sociali di resistenza” potrebbero rifiutarsi di pagare
le tasse, di cedere ai ricatti di Equitalia, di abbandonare le case,
i terreni e le aziende pignorate, di sostenere al contrario i servizi
sociali attraverso lo stesso volontariato e le casse comuni. Inoltre
potrebbero organizzarsi in “comitati resistenti” e fare quadrato
le stesse piccole e medie
imprese, abbandonando per
una volta la concorrenza e sperimentando forme di cooperazione
innovativa, unendosi in cartelli, in filiere, in cooperative
rispondendo in maniera decisa alle istanze dal basso che richiedono
prodotti di un certo tipo, standard lavorativi e salutari di un certo
tipo, imballaggi e materie prime di un certo tipo, forme di
coinvolgimento dirette degli stessi operai nella gestione aziendale,
giungendo in alcuni casi a costituire delle vere e proprie “casse
di risparmio cooperativo” per gli investimenti di brevissimo
periodo, dilazionando il pagamento delle tasse (come fa lo Stato con
i pagamenti loro dovuti), o richiedendo e ottenendo forzatamente, ma
non per decreto
o legge ad hoc, l'annullamento
dei versamenti dovuti al fisco
in cambio dell'annullamento dei crediti
che si vantano nei confronti delle pubbliche amministrazioni.
Le pressioni su enti locali, istituzioni e governo, sarebbero immani
e si otterrebbero risultati immediati e concreti se non nel breve,
quantomento nel medio periodo. Ma non bisognerebbe accontentarsi!
Con il passare del tempo tutte le esperienze locali di questi
movimenti che si autorganizzano e si atostrutturano attraverso la
partecipazione collettiva e il contributo di un sempre maggior numero
di persone, dovranno essere in grado di legarsi in un movimento più
propriamente politico capace di elaborare una serie di richieste
sociali, di respiro
nazionale, che abbiano come principio cardine la piena
esplicazione della “sovranità popolare ed economica” per il
nostro paese, che si articoli su questi punti essenziali:
- rifiuto e/o rinegoziazione del debito pubblico;
- abbandono dell'euro e dei trattati europei;
- ritorno alla sovranità monetaria attraverso la pubblicizzazione della Banca d'Italia;
- nuova moneta (ad emissione creditizia) e di proprietà popolare;
- nazionalizzazione delle banche e dei servizi essenziali (energia, telefonia, trasporti);
- recupero sovranità territoriale e militare;
- ritorno alla legislazione del lavoro pre 1997 (in vista di una seria e democratica riforma complessiva);
- preminenze degli investimenti nella ricerca, nell'istruzione (pubblica e gratuita), nella sanità (nazionale), nei servizi sociali, nel sostegno alle imprese nazionali, nel recupero del territorio;
Questi punti essenziali di rivendicazione collettiva sarebbero
esposti a livello sociale, prima che elettorale, attraverso una presa
di coscienza collettiva capace di creare i presupposti reali per
l'emergenza di un vero movimento unitario, consapevole,
organizzato territorialmente attraverso consulte popolari
perfettamente democratiche, figlie dirette dei vari comitati locali
di resistenza, delle organizzazioni operaie e studentesche di base,
dei cittadini, degli eserciti di volontari, dei lavoratori delle
“banche del tempo”, dei gruppi di acquisto solidali.
Il più grande contributo che tutti i movimenti già esistenti,
nascenti, in via di ristrutturazione e di riorganizzazione, tutti
insieme possono dare, dovrebbe essere proprio quello di mobilitare
permanentemente la popolazione per obiettivi concreti di respiro
locale e nazionale, di difesa sociale, di resistenza attiva, di
democratizzazione dal basso di tutti gli ambiti della vita sociale e
del lavoro.
Il percorso è lungo, duro, difficile, impervio e assolutamente non
scontato.
Ma continuare a scendere in piazza senza un vero obiettivo (e
addirittura andare a votare per una qualsiasi delle forze politiche
che si presenteranno a marzo), senza una piena coscienza delle
dinamiche economiche e politiche in corso, senza una piena coscienza
dell'attacco frontale alla democrazia in quanto tale, senza
una piena consapevolezza della messa in discussione pesantissima dei
diritti sociali e l'attacco sistematico in atto che attenta alla
vita, alla salute collettive, che distrugge il diritto all'istruzione
per tutti, senza una presa di coscienza generale di quali siano i
propri reali alleati e i propri reali avversari, i reali problemi da
affrontare e risolvere, ci porterà solo alla repressione violenta
delle proteste, alla demoralizzazione, al riflusso sociale,
all'abbandono e alla disperazione e in sostanza alla decadenza
definitiva dei rapporti sociali, del paese, dell'economia,
all'eliminazione di qualsiasi prospettiva di benessere per il nostro
popolo.
E' uno sforzo collettivo che va tentato. Con tutte le forze. Con
tutta la volontà e la solidarietà necessarie e di cui siamo capaci.
Uno sforzo collettivo senza precedenti, ma possibile. Uno sforzo
collettivo senza il quale in fondo al tunnel ci saranno dei
vincitori, i soliti, e degli sconfitti prostrati e ridotti al
silenzio: la democrazia e
la libertà del
popolo italiano.
(Francesco Salistrari)
Finalmente un barlume in mezzo a questo web sconsolante dove tutti son capaci a sbraitare ma pochi son capaci di fare proposte intelligenti. Giusto non aggredire in piazza i traditori della repubblica, lì sono forti e preparati, lì aspettano per dare l'ultimo colpo! Completamente impotenti sono contro la guerriglia dell'intelligenza e del pensiero organizzati! Niente possono contro la resistenza dei singoli e dei piccoli gruppi che sui "monti" si sono nascosti.
RispondiEliminaMartin Pescatore
Grazie Martin, sei sempre troppo gentile con me.
EliminaUn abbraccio