domenica 20 settembre 2009

Fantasma nel tempo.


L'amore è una cosa strana. E' un'emozione fantastica, indescrivibile. E' un tocco di follia nella normalità. Rompe gli schemi, abbatte frontiere, religioni, morali, distrugge convinzioni, annichilisce i pregiudizi, ci fa simili agli dei.

L'amore è come il vento che spira da nord, freddo, che ti spinge al contatto, alla vicinanza, all'osmosi. E' una carezza rassicurante, riesce a dare senso a ciò che non ne ha.

L'amore è uno stato d'animo. E' la fortuna trovata per strada. E' il pianto asciugato di un bambino.

Ci si sente soli, a volte, tante volte, troppo spesso. Ci si sente lontani, distanti, avviliti, spersi. Come se il mondo intorno avesse mutato i contorni, ne avesse stravolto le coordinate. E proprio quando il rumore delle voci sembra così discosto, quando l'odore del caldo diventa insopportabile, proprio quando apri gli occhi e maledici il giorno, solo allora senti bussare. Lontano, delicatamente. Senti il rumore di dita amiche all'uscio di casa. Proprio quando ogni cosa sembra priva di valore, arriva lui, in punta di piedi, con la naturale andatura di un artista da ballo consumato, con il flessuoso incedere di un felino dagli occhi bellissimi.

L'amore rispunta sempre. Come l'erba nel deserto. Nelle condizioni più avverse. E' la Vita che chiama a se i propri figli, che fa di tutto per rendersi degna di essere vissuta. L'amore è una poesia eterna, è la nenia dei bambini, dolce, commovente, caldo come l'abbraccio di una madre.

E' breve, fugace. E' l'emozione di un secondo che si allunga insieme al tempo. E' la luce che viaggia tra le stelle e dischiude agli occhi la realtà.

L'amore è tutto ciò che ci rende felici. E' tutto ciò che ci fa piangere. E' il sale della pasta. E' il tocco di un angelo nella notte. E' la carezza lasciata su un cuscino.

Siamo tutti capaci di amare.

Ognuno di noi.

E' per questo motivo che l'odio non potrà mai vincere la sua partita.

Amore.

In mezzo a noi.

Fantasma nel tempo.


(Francesco Salistrari, 2009)

venerdì 18 settembre 2009

Arrivano i nostri...morti.


Tutti a casa o tutti fuori ? Di Kabul e del dopo strage abbiamo anche un video prima dei Tg di stasera con dichiarazioni ufficiali e reporter inviati, magari donne con un velo pietoso sul capo: corpi straziati come cose sirene voci da un megafono allampanati corpi fermi a guardare sul marciapiede e altri che invece corrono.
A cosa ci serve guardare? Stiamo guardando di tutto da anni lì, in Afghanistan, dove ci hanno detto portiamo la pace e la democrazia e da anni siamo usciti da casa a cifre variabili, di sabato domenica e giorni feriali, a fare presidi e manifestazioni contro la guerra, seminari e convegni, a dare volantini davanti alle scuole e alle chiese, così tanto per boicottare il Nostro Paese, diventato il secondo nel mondo nella vendita di armi.
Eravamo poveri quando Comencini girò Tutti a casa , molto di più di adesso e rivedendo la pellicola, si ride e si piange ma poi fu il Boom, bum anche per la generazione come la mia che non aveva mai visto la guerra.

Anche oggi, si piange e si ride, nel vedere l’ennesimo spettacolo della Morte e della Vita nella Propaganda Incivile. Solo ieri sera mi chiedevo perchè andare noi il 19 settembre in piazza e ci mettevo un punto interrogativo.
Tutti a casa o tutti fuori ?
Non ho quasi fatto a tempo a ricevere commenti in proposito, sempre che ne fossero arrivati, ed è arrivata l’altra notizia, quella della Strage e del Ritiro dalla Piazza il 19 settembre, in onore dei morti: fare silenzio, avere rispetto, “ ci stringiamo attoniti accanto ai nostri morti in Afghanistan”.

Non ce l’ho rispetto e silenzio, non taccio e chiedo a voi dov’ è la nostra casa, non quella delle libertà altrui o dell’ unità della stampa di chi la legge e la muove nei Media, chiedo se mai abbiamo il coraggio ancora di esibire le Nostre Case, quelle Circondariali, quelle dell’ Identificazione e dell’ Accoglienza, della Sanità e della Pubblica Istruzione, dei Ministeri e dell’Informazione, degli uffici di Collocamento, dei luoghi di Lavoro e degli Appalti tutti.
Gridano in pochi sui tetti e per le strade, sono dei Fuori Testa, gli manca sempre qualcosa… accontentiamoci delle Celebrazioni e dei Trattamenti per stare sicuri e protetti dal terrorismo.

Non mi accontento e sto fuori di testa, di porta, di casa anche con questo portatile stanco di battere gli stessi tasti, fino a consumarli, come stanno consumando noi , la nostra resistenza, di persone diventate merce democratica da esportare e dati di ascolto.
Mai fuori ? Dall’Afghanistan, dalla Guerra, con la Nostra Storia…?
Fuori rimangono i muli, gli asinelli, le capre come quelle bestie che portavano le schede elettorali per l’ Afghanistan. Sono ostinati è vero i muli, resistenti sotto le vergate di un padrone ma non nascono così, naturalmente silenziosi e muti a prendersi i colpi.
Forse si saranno salvati loro, i muli, da questa strage del 17 settembre 2009, politicamente corretti. E già sarebbe tanto.
Arrivano i nostri…morti.

(Doriana Goracci)

giovedì 17 settembre 2009

Lettere dal carcere di Pavia.


di Doriana Goracci

http://2.bp.blogspot.com/_4Tu177bkYZw/R1pKst6jMDI/AAAAAAAAETw/l8463UTrcBA/s400/carcere.jpg

Allego il testo da me personalmente trascritto, di due lettere autografe che mi sono pervenute per posta privata e con mailing list ma che non ho capacità tecnica di allegare e sicuramente qualcuno l’avrà già fatto o lo farà. La prima è la testimonianza dei detenuti della Prima Sezione di Pavia, compagni di cella di Sami Mbarka Ben Garci , l’altra già ieri circolata sulla stampa, parzialmente o integralmente. Per finire l’articolo dettagliato della Provincia Pavese.

Vi prego di diffondere. Non “scendiamo nel gorgo muti”.

Verrà la morte e ha avuto i loro occhi.

Doriana Goracci

p.s. ho trovato ora dei “dettagli” in proposito su CNR MEDIA

http://it.peacereporter.net/upload/1/18/186/1869.jpg

Egregio signor Avvocato! noi detenuti della 1a abbiamo assistito alla lunga agonia del suo povero cliente, una morte lenta e umiliante. Sicuramente non pagherà nessuno per questa morte, ma le assicuriamo che si poteva evitare benissimo, bastava un pizzico di umanità in più.Era diventato come un prigioniero nei campi di concentramento vomitava acidi e sveniva davanti agli occhi di tutti veniva aiutato da noi detenuti per fare la doccia altrimenti poteva morire nel suo vomito!
Ma non è stato fatto assolutamente niente tranne che lasciarlo morire nella sua cella sotto gli occhi del compagno che più di tutti ha visto spegnersi un essere umano!! La preghiamo vivamente di non arrendersi alle falsità che le verranno dette perchè il suo povero cliente è stato lasciato morire sotto gli occhi di tutti noi!
Prima di lui si è impiccato un altro ragazzo seminfermo e invalido al 75% dopo averlo riempito di sedativi e spedito a San Vittore. Il padre di questo povero ragazzo ha denunciato la sua storia su Rai 3 nel programma di Tirabella accusando il carcere di Pavia di aver lasciato morire il proprio figlio!! La preghiamo di andare fino in fondo con la speranza che non succeda mai più che delle vite umane diano uno spettacolo di un campo di concentramento finchè non si spengono nella più totale indifferenza. Sarebbe una bella e giusta cosa se l’Indagine che verrà fatta si arricchisse anche delle testimonianze dei detenuti della 1a sezione. Le porgiamo i nostri più sinceri saluti

I detenuti della 1a sezione di Pavia!


Ciao Amore speriamo che tu stia bene tanti auguri x il Ramadan speriamo che ti porta fortuna e tanti auguri alla tua famiglia per il ramadan e tanti auguri a tutto il mondo mussulmano x il Ramadan, io sto morendo sono dimagrito troppo, credimi non riesco neanche ad alzarmi dal letto, spero Dio che fai presto Amore mio ma no dirlo a mia madre, bisogna accettare il destino, io ho ricevuto la tua lettera ti dico che mi dispiace iolosciopero non lo tolgo di questa vita a me non me ne frega niente STO MORENDO!!! SAMI


PAVIA, LO SCIOPERO DELLA FAME FATALE AL DETENUTO TUNISINO
Detenuto morto, ultimi giorni dentro e fuori dall’ospedale
Novantasei ore di odissea prima di morire. Lo psichiatra lo aveva rimandato in carcere
PAVIA. Cinque giorni sospeso nel limbo della burocrazia, in attesa che si trovasse la forma di ricovero e di
cura più adeguata. Nel frattempo Sami Mbarka Ben Garci, il tunisino di 42 anni detenuto a Torre del Gallo,
che aveva ingaggiato da un mese e mezzo uno sciopero della fame estremo, è morto. Tre giorni dopo che il
sindaco di Pavia aveva firmato il trattamento sanitario obbligatorio. L’inchiesta avviata dalla Procura di Pavia
dovrà fare luce sugli accadimenti dei suoi ultimi giorni di vita. E sulle eventali responsabilità. Gli atti sono
ancora coperti da segreto, ma tra le carte ci sono parecchi punti da chiarire.
La richiesta di aiuto. Alla fine del mese di agosto, il medico del carcere, Pasquale Alecci, segnala il
problema al magistrato di sorveglianza, Marco Odorisio, e all’amministrazione penitenziaria. Il detenuto non
mangia cibi solidi da quasi 40 giorni. Beve, da quanto riferisce lo stesso detenuto, solo acqua e zucchero. E’
dimagrito 21 chili e non si regge in piedi, ma è lucido e determinato nella scelta di portare avanti una forma di
protesta contro una condanna ritenuta ingiusta. Anche a rischio della propria vita. Il medico prima, e il
magistrato di sorveglianza poi, chiedono al Ministero di intervenire, disponendo il ricovero del tunisino in una
struttura adeguata. Per la precisione, un centro diagnostico terapeutico attrezzato per il ricovero dei detenuti.
L’ospedale San Paolo, ad esempio, che ha un reparto apposito. E anche l’istituto penitenziario di Opera è
attrezzato.
La visita psichiatrica. Il primo settembre, in attesa che si chiarisca la faccenda del ricovero, il detenuto
tunisino viene portato in ospedale d’urgenza. Sta molto male, e Torre del Gallo non ha un presidio sanitario
adeguatamente attrezzato. Tanto più che, a quanto pare, da un paio di settimane mancano nel carcere sia il
cardiologo che lo psichiatra. Il tunisino arriva in ospedale ma rifiuta le cure. Viene visitato da uno psichiatra,
che lo trova lucido e capace di intendere e volere. Per il medico non esistono gli estremi per un trattamento
sanitario obbligatorio. Il detenuto torna in carcere a Pavia.
La risposta del Ministero. Il 2 settembre il Ministero risponde alla richiesta del magistrato di sorveglianza,
ma non ritiene necessario trasferire il detenuto in un centro diagnostico terapeutico dell’amministrazione. Il
“rifiuto” è motivato dal fatto che non esisterebbero, in Italia, centri clinici penitenziari adatti a curare un
detenuto che sia in sciopero della fame. Il Ministero invita a tenere sotto controllo il detenuto, per evitare che
commetta gesti estremi, valutando anche la possibilità di un trattamento sanitario obbligatorio. Il giorno
stesso il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo firma il Tso.
La decisione del magistrato. E’ sempre del 2 settembre il provvedimento del magistrato che, dopo la
risposta del Ministero, dispone il ricovero in una struttura esterna all’a mministrazione penitenziaria. Nel caso
specifico, il Policlinico San Matteo. Il magistrato, che agisce con tempestività, dice anche di non condividere
la decisione del Ministero, visto che l’o biettivo del ricovero di un detenuto che è in sciopero della fame non è
tanto quello della cura, secondo il magistrato, bensì la possibilità di intervenire subito nel caso di un
aggravamento delle condizioni cliniche del paziente.
I ritardi. Il detenuto entra in ospedale, al San Matteo, il 3 settembre. Se vi sia stato un ritardo (lo sciopero
della fame inizia il 17 luglio, ma a metà agosto le condizioni del tunisino sono già preoccupanti) sarà la
magistratura ad accertarlo. Fatto sta che il 4 settembre le sue condizioni invece di migliorare si aggravano. Il
paziente è sottoposto a terapia medica (il diario clinico è sotto sequestro, quindi non è possibile sapere i
dettagli della cartella) e sorvegliato. Ma nella notte del 5, alle 3,45, il detenuto muore. Dopo cinque giorni
frenetici. Una fretta che non è bastata a salvargli la vita.
(15 settembre 2009)
http://laprovinciapavese.gelocal.it/dettaglio/detenuto-morto-ultimi-giorni-dentro-e-fuori-dall’ospedale/1721237



mercoledì 16 settembre 2009

Creatori del destino.


La speranza è simile ad una magia. E' ciò che ci fa andare avanti, ciò che ci spinge ad agire, camminare, fare, pensare. E' tutto ciò che desideriamo, sono i nostri sogni, le nostre aspettative, le nostre promesse. La speranza è una stella cadente, luminescente, brillante, ammaliante. Ed è sempre nel cielo, pronta ad accogliere le nostre richieste, ad esaudire i nostri desideri. L'uomo senza speranze è un animale rinchiuso in una gabbia, malinconico, solo, timoroso. Guardate un uomo che vive delle sue speranze! Ha negli occhi la luminosità del cielo, ha nel cuore la forza di un elefante. L'uomo che lotta, che combatte, che si adopera per veder realizzati i propri sogni è un eroe, è l'emblema della nostra intelligenza, è la forza che traina il progresso, le scoperte, le invenzioni. E' il motore che crea l'universo e gli dà forma, consistenza.

Speranza. Non è solo una parola. E' la vita. E' tutto ciò che abbiamo da dire, è tutto ciò che chiediamo nelle nostre preghiere. La speranza è un carburante. Quello dell'anima. E' il sangue che ci scorre nelle vene, è la sostanza dei nostri pensieri.

La speranza è magia. E' l'unico vero artificio di cui siamo capaci, quello dal quale siamo capaci di creare qualcosa dal nulla, con la sola forza della volontà. E' la magia delle nostre dita, delle nostre mani. E' la magia dei nostri occhi, dei nostri pensieri. I pensieri prendono vita e diventano reali, come in un tocco. Una scintilla che accende il destino. Un'illusione che diventa realtà.

Siamo capaci di tutto. Siamo in grado di cambiare ogni cosa, di mutare il corso della storia, di smuovere gli oceani e spostare le montagne, allungare un dito e toccare l'infinito. Basta la consapevolezza. Quella di essere capaci. Quella di non essere mai soli, nel cullare le proprie aspettative. Il nostro cuore, la nostra forza, sono qualcosa di eterno, immutabile. Se solo ne fossimo consapevoli, saremmo in grado di fare di questo mondo un posto migliore. Se solo fossimo consci delle nostre possibilità, riusciremmo a regalare ai nostri figli il futuro che si meritano.

Ci sono cose che andrebbero soltanto chieste, per essere ottenute. Solo sperate, per diventare possibili.

Abbiamo una responsabilità, che è più grande e importante di noi stessi. Abbiamo la responsabilità di meritarci l'occasione che ci è stata data. Non possiamo sprecarla inseguendo il sogno del denaro. Che non è un sogno, non è una speranza. Ma solo un inganno.

Ci è stata data l'occasione di vivere.

Sarebbe ingiusto ricambiare, facendo finta di niente.


(Francesco Salistrari, 2009)


Sul tetto d'Italia.


Già sento le voci gelminare, al riparo della Casa delle Libertà di Potere : ” Sono quattro gatti, la Sapienza è cosa mia, fannulloni” .
Già perchè questa mattina “una ventina tra studenti e insegnanti precari sono saliti sul tetto dell’Università La Sapienza di Roma. Protestano contro i tagli decisi dal ministro Gelmini e minacciano di trascorrere la notte sul posto. Hanno srotolato uno striscione con la scritta: “Scuola e università stessi tagli e stessa precarieta”’.
Pochi pochissimi a protestare, ha ragione Ministra, non varrebbe la pena neanche parlarne ma io sono affetta da una patologia, quella di scrivere, dei pochi e per pochi. Ricorda Cesare Pavese? “Val la pena essere solo, per essere sempre più solo? Solamente girarle, le piazze e le strade sono vuote. Bisogna fermare una donna e parlarle e deciderla a vivere insieme”.
Non credo pensasse a lei o a una donna dell’Istituzione e anche noi come Cesare Pavese non stiamo scappando da casa e non vogliamo restare da sole, da soli . Tantomeno morire, senza pane nè rose, come il tunisino Sami Mbarka Ben Garci che scriveva dal carcere di Torre del Gallo alla fidanzata italiana: “Sono dimagrito troppo, sto morendo. Credimi amore, non riesco nemmeno ad alzarmi dal letto. Ma lo sciopero della fame non lo fermo e di questa vita non me ne frega niente”. Un altro, da sottoporre a Trattamento Sanitario Obbligatorio, questa volta firmato dal sindaco di Pavia. Ed è morto.
Scrivono gli anarchici e libertari di Genova a proposito di sgomberi e contestazioni: “…Ora siamo a “fondo valle”, e dobbiamo ricominciare a spingere il masso su per la china. Sarà difficile, forse ricadrà di nuovo. Ma questa volta a spingerlo siamo di più, e ancora di più potremmo essere. Le denunce sono carta da tribunale, la galera può rinchiudere i corpi ma non i cuori, le case sono solo dei mattoni: le relazioni, la complicità, gli affetti, le idee… queste sono la forza, e queste stanno crescendo. Nonostante tutto, paradossalmente, abbiamo vinto la battaglia… e Sisifo si appresta per una nuova salita”.
E nessuno credo nutra dubbi in proposito…
Invio quindi qualche notizia della prima quindicina di settembre, in materia di protesta sui tetti, le altre sono tante e talmente, che meriterebbero più di un bollettino di guerra. Annunciati da coloro che già da agosto Precari, proteste a oltranza in tutt’Italia non mostravano le chiappe chiare al mare, per non citare i lavoratori dell’Innse per cui cliccando potete anche vedere il video La INNSE di Lambrate. Appunti di una storia di lotta.
Tutto quello che volete aggiungere, fatelo, e sopratutto fatelo sapere che Lavorare stanca: “Tacere è la nostra virtù. Qualche nostro antenato dev’ essere stato ben solo – un grand’uomo tra idioti o un povero folle – per insegnare ai suoi tanto silenzio.”
In ordine cronologico sparso, perdonate…

(Doriana Goracci)

martedì 15 settembre 2009

Un granello di polvere.


Strada lucente.


Ho di fronte una strada lucente, bagnata da una pioggia lontana, segnata dal passaggio di migliaia e migliaia di anime dannate, terra di confine tra un mondo ed un altro.

Sento in lontananza il pianto di un bambino, il rantolo di un vecchio morente.

Forse sto sognando, ma è tutto così reale, così vero, inconfutabile.

Ho davanti agli occhi lo spettacolo più strano che abbia mai potuto concepire. Non so se resisterò.

Vedo chilometri di code umane che attendono il proprio passaggio, vedo in lontananza degli occhi accesi nel buio da cieco furore.

Guida i suoi servi di rame fin nella fiamme, senza battere ciglio.

Forse sto anch’io aspettando il mio turno. E fremo di paura al solo pensiero di trovarmi di fronte quel mostro di carne e sangue.

Il solo modo per scoprire la mia presenza qui è aspettare e aspettare.

Se sentirò gridare il mio nome, così come quello degli altri, mi dirigerò alla meta finale del mio destino e piegando le spalle chiederò perdono.


Ho visto.


Ho visto il baratro e ne ho osservato l’orrore.

Ho guardato in fondo all’abisso e me ne sono ritratto quando già l’equilibrio era venuto meno.

Ho visto gli occhi infossati di un viso marcio fissarmi dal buio e ho provato terrore, smarrimento, disperazione.

Ho chiuso gli occhi ripetendomi che era tutto un sogno, che avevo confuso l’immaginazione con la realtà.

Ho visto un mondo popolato da fantasmi e sono stato fantasma anch’io, ho vagato insieme a loro e ho visto le pareti del reale assottigliarsi, i contorni svanire, i colori sbiadire.

Ho visto la morte nei loro occhi e ho riconosciuto il mio stesso sguardo nei loro, provando misericordia e compassione soprattutto per me stesso.

Ho visto il cielo farsi scuro e le nuvole diventare ombre minacciose, mentre il vento si trasformava in funebre lamento .

Ho cercato a tentoni un appiglio, proprio mentre cadevo ed il mondo è svanito.

Ho visto tutto questo e sono rimasto stravolto, come mille altri prima di me, mentre qualcosa fermava le lancette di un orologio che ora sembra non muoversi più.


(Francesco Salistrari, 2006)

Tratti dalla raccolta di aforismi e pensieri "POLVERE".



sabato 12 settembre 2009

Le altre domande contro la mania di rassegnazione.


Succedeva ad agosto, mentre in molti erano al mare, ci stava anche Francesco Mastrogiovanni prima su una spiaggia poi su un letto di contenzione. L’altro non è solo un quotidiano che pure ha scritto di lui, è anche Francesco Mastrogiovanni, anarchico intollerante, un caso che solleva ancora domande, non solo quelle che ci pone ossessivamente il Sistema dei Media. Sento ancora la necessità di scriverne anche se altro non posso fare che impegnarmi a ricapitolare e portare a conoscenza di più persone un fatto grave, molto grave, accaduto ad un maestro definito anarchico, magari “affetto da mania di persecuzione” come si è detto, come chi ha vissuto intensamente e che viene rammentato in un Castello vero, che si vedrebbe con piacere far crollare, quasi fosse di carta.
Il primo video che invio, segnalato sul sito La dimora del tempo sospeso e Filarmonici è stato registrato mercoledì 9 settembre al Castello dell’Abate (Castellabate) dove si è tenuto un incontro per ricordare “il caso Francesco Mastrogiovanni” e contiene anche interviste all’editore Giuseppe Galzerano e al curatore della rassegna Alfonso Amendola. La rassegna “Finisterre Plus“ composta da video, musica e performance è stata dedicata per più giorni a William Burroughs con un concerto-reading “La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili” .
” Tra sperimentazione artistica e riflessione sociale. Infatti grazie agli interventi di Giuseppe Galzerano e Giuseppe Tarallo si è ricostruita la tragica fine dell’insegnante anarchico Francesco Mastrogiovanni morto lo scorso 4 agosto nell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo che era stato arrestato e sottoposto a un TSO. A partire da questa storia, piena di ombre e violenza, gli organizzatori hanno voluto ampliare il contesto organizzativo della rassegna dedicata a William Burroughs – autore che spesso ha raccontato le dimensioni della violenza, dell’oppressione e delle gabbie sociali- e proporre la testimonianza di chi ha seguito la storia di Franco Mastrogiovanni (una “storia vera” che sembra uscita da uno dei romanzi – a sfondo persecutorio – del grande scrittore ed artista americano)”
Poi ce n’è un altro di video che pone molte domande, le altre domande: “Ad un mese dalla morte di Francesco Mastrogiovanni all’ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania, l’ex sindaco di Montecorice, Giuseppe Tarallo, pone una serie di interrogativi sui giorni trascorsi all’ospedale “San Luca” e sulla misura del Trattamento Sanitario Obbligatorio, richiesto dagli uffici del Comune di Pollica. Un appello affinché qualcuno risponda”.
Le carte processuali, gli appelli, le indagini sembrano rotolare con il vento quasi d’autunno, come le rivendicazioni di altra natura, il lavoro e la sicurezza, la casa e la salute, l’ informazione,la cultura, la dignità .
Non è una vendemmia felice, si raccolgono spesso solo i semi transgenici del malessere globale. E si dà il caso come ci offre Annalisa Melandri nel suo blog dove “mille solitudini fanno un popolo in lotta…” che leggo e trascrivo Sandro PadulaIn un paese come l’Italia, in questo strano impero del bene, non dovremmo meravigliarci se gli attuali indagati per la morte di Francesco fossero assolti dall’accusa di omicidio colposo. Nessuno però ci venga a dire che Franco, amico della vita, dei suoi giovani studenti, dei suoi concittadini e di tutti i libertari del mondo, si sarebbe suicidato”.
Leggo Franco Senia che racconta di molti anni prima, quando incontrò Francesco Mastrogiovanni per il processo “politico”: “…c’è da dire, per onestà, che quando arrivammo a Vallo, prima che cominciasse il processo, ci incontrammo coi dirigenti del PCI locale. Ricordo ancora il viso del segretario, anche se non ne ricordo il nome. Ci disse che era successo un casino, perché loro avrebbero voluto sostenerci ed aiutarci, fino a metterci a disposizione la sede per fare dormire i compagni. Ma la direzione provinciale aveva posto il veto!
Così si rosicchiavano i soldi, ai libri venduti, e ad altro, per poter pagare l’albergo. Ricordo come, ad un certo punto si “materializzò”, un vecchio amico di Franco Leggio che aveva una pizzeria alla fine del paese, e che, praticamente, ci dava da mangiare. Ce ne sarebbero di cose da ricordare, di nomi e di facce, di storie, dal piacere di incontrarsi in quello strano paese, fino alla notte passata all’addiaccio, in attesa della sentenza. Le lacrime e la rabbia. Perché si seppe ancora una volta che se scampavi ai fascisti, ci pensava lo stato. Com’è tornato a succedere, trentacinque anni dopo!”
Per concludere questo aggiornamento, scelgo Filarmonici ad agosto 2009 su Facebook: *Gruppo per far luce sulla morte di Francesco Mastrogiovanni, avvenuta il 4 agosto 2009 nel reparto psichiatrico (Spdc) dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dove Mastrogiovanni era stato rinchiuso e legato al letto di contenzione a seguito di un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) disposto dal Sindaco di Pollica (SA) il 31 luglio 2009. Francesco Mastrogiovanni era stato condotto nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura contro la sua volontà dopo essere stato prelevato con la forza dai Carabinieri presso il campeggio di Marina Piccola (Comune di San Mauro Cilento) dove si trovava in vacanza. La “cattura” di Mastrogiovanni ha avuto luogo con un ingente dispiegamento di forze, giustificato dalla dichiarazione, contenuta nel provvedimento di TSO, che si trattava di «noto anarchico», personaggio «pericoloso socialmente, intollerante ai carabinieri»*
PERCHE’
“ci appare urgente portare alla luce un aspetto dell’Italia poco noto a chi vive nelle grandi città, all’ombra dell’anonimato che ci regalano le moltitudini: nella provincia, nei piccoli paesi, esiste sovente una sproporzione fra soggetti da controllare e controllori. Questo innesca molte volte una capillarità ossessiva dell’osservazione dello stato. In pratica un’intera stazione dei carabinieri, o un intero ufficio Digos si occupa stabilmente di un unico minimo gruppetto di tipi strani o addirittura di un unico individuo con la “fobia per i carabinieri”. Questa é una vessazione in sé, anche quando non conduce né a TSO né a procedimenti penali. Ma di solito vi conduce. Sono cose che non si sanno. O cui non si pensa. Noi vogliamo che si sappiano, e vogliamo che tutti ci riflettano e possano giudicare se si sentano sicuri grazie a ciò che si fa in nome della sicurezza. E della sicurezza di chi si stia parlando: perché Francesco Mastrogiovanni stava in vacanza e dopo quattro giorni era morto, perché le forze dell’ordine erano andate a prenderlo. Questa é l’unica cosa indiscutibile da cui partiamo. A questo fine intendiamo raccogliere, pubblicare e diffondere tutti gli elementi che emergeranno. Invitando ciascuno a ricavarne le opportune riflessioni. Già che ci siamo, ne avanziamo subito una: gli stessi carabinieri che avevano fatto il blitz contro Mastrogiovanni che passeggiava in ciabatte da mare, adesso portano avvisi di garanzia a medici e infermieri. Lo stesso stato che ha determinato il danno, ora pretende di giudicarlo e di distribuire assoluzioni e forse anche condanne. Nei riguardi tutti, salvo che di sé stesso e delle sue leggi. Ecco, nella ricerca che vorremmo avviare, lo stato non dovrà essere al di sopra delle parti, ma essere chiamato precisamente in giudizio. Già ora infatti, con i soli dati di cui disponiamo, é evidente che Mastrogiovanni é morto a causa dello stato. E che quindi, come sempre d’altro canto, non é dallo stato che possiamo attenderci verità e giustizia”.
Dicono che il Castello dell’Abate costruito nel 1121 e che poi ha dato nome al paese, Castellabate, oggi si presenta in buono stato di conservazione, dominando ancora il litorale del Cilento dall’alto del promontorio di Licosa. Solleviamo lo sguardo, almeno quello, potrebbe incuriosirci e farci muovere il conoscere dal basso e ancora andare. Stare fermi su una Prima Pagina che non offre “altre” notizie, fa grande solo la rassegnazione e la pena. Rimane invisibile l’altra, l’altro, noi.

Per l’anarchico Francesco Mastrogiovanni il TSO è stato doppio. È morto, come da cronaca, mentre la Salute Mentale stava praticando su di lui un Trattamento Sanitario Obbligatorio, previsto, come tutta l’altra legislazione italiana, propriamente all’interno dei Diritti Umani.

(Doriana Goracci)

mercoledì 9 settembre 2009

La mia musica


Ascolto la mia musica, quella di sempre, perché forse amo rimanere legato al passato, perché forse il presente mi angoscia, il futuro mi spaventa.
Ascolto la mia musica, sempre la stessa, perché forse sono io a non essere più lo stesso, perché forse mi piace ricordare com’ero, perché forse quello che sono non mi sta bene o non lo capisco.
Ascolto la mia musica, quella di sempre, quella che un tempo mi faceva sognare, quella che mi fa sognare ancora adesso, anche se da solo e non più insieme a qualcuno.
Ascolto la mia musica, quella di sempre, perché forse mi piace ricordare i sogni di un tempo, le meravigliose utopie che facevano della nostra vita una fiaba.
Era quella la colonna sonora, la stessa che ascolto ancora adesso, anche se ora non ci sono più gli attori e le comparse e palcoscenico e platea sono vuoti. Ed ora sono qui, seduto da solo al mio solito posto, su quello stesso sedile su cui amavo sedermi, su cui ero solito un tempo guardare e ascoltare lo spettacolo della mia giovinezza.
Ascolto la mia musica, quella di sempre, perché mi fa ricordare quando ero un bambino, perché forse lo sono ancora, perché forse in fondo non voglio crescere più…
Oppure perché forse l’ho già fatto, ma non me ne sono ancora accorto.

(Francesco Salistrari, 2006)

martedì 8 settembre 2009

Quei luridi scarti.


Ci sono cose che mi fanno incazzare davvero. E una di queste, probabilmente la principale, è l'indifferenza della gente. Ma cosa cazzo ci è successo? Perché siamo diventati così menefreghisti? Perché pensiamo solo al piccolo orticello di casa?

Ci sono problemi devastanti che interessano tutti. Problemi ambientali, problemi economici, problemi sul lavoro, problemi di salute. Ci sono guerre, malattie infettive e fame. Povertà, abusi, ladrocini, omicidi, violenze. Ci sono persone che soffrono le pene dell'inferno e nessuno se ne interessa. La droga infesta le nostre strade e distrugge la vita delle famiglie, produce delinquenza, morte. Ma tutti sembrano fregarsene. Almeno fino a che una di queste calamità umane non gli piomba sulla testa.

Fino a quando non veniamo direttamente toccati, sembriamo immuni a tutto, continuiamo la nostra vita di tutti i giorni, usciamo, andiamo nei locali, beviamo la nostra buona razione di alcool quotidiana, balliamo, cantiamo, ci facciamo la striscetta di coca (tanto che male fa?), andiamo a fare shopping, spendiamo, consumiamo. Se poi però succede qualcosa di brutto, ecco che ci risvegliamo dal sogno. Se ci muore un padre e siamo costretti a doverci alzare le maniche, parliamo male del mondo del lavoro, se ci muore un figlio per droga cominciamo a maledire la droga e pensare a chi ne fa uso come a persone e non animali, se ci viene violentata la figlia cominciamo a chiedere giustizia, se ci rubano la macchina ci incazziamo con il mondo intero. Fino a questo punto siamo ciechi, sordi, impassibili. Mai ci sfiorerebbe la mente di entrare in qualche organizzazione benefica, di fare qualcosa di concreto, di scendere in piazza e protestare per il lavoro, per la sicurezza, per la giustizia. Ce ne restiamo ben barricati nel nostro mondo dorato e questo fino a che qualcosa non rompa l'illusione e ci faccia sentire l'olezzo di un mondo sempre più violento, ingiusto, asociale, egoista, spietato.

Rimaniamo impassibili davanti a tutto. Davanti al povero che chiede l'elemosina, anzi ci infastidisce. Ci scagliamo senza sapere perché contro l'immigrato che “ruba” un lavoro che nessuno di noi si sognerebbe di fare se non costretto. E poi ci lamentiamo di quanto poco vengano pagati e garantiti i lavori più sporchi e faticosi, solo quando siamo costretti a farli noi.

Ci sentiamo liberi, mentre in realtà siamo costretti a vivere in modo innaturale, legati mani e piedi dalla violenza, dall'astuzia, dalla cupidigia, dall'odio, dall'intolleranza. E dall'indifferenza.

E ci rendiamo conto dell'indifferenza e di quanto sia disumana, quanto ad essere sul fondo siamo proprio noi, quelli che il giorno prima andavano per locali, quelli a cui piace la vita, quelli a cui non devi parlare di politica sennò si annoiano mentre se parli di calcio puoi farlo fino all'alba, quelli a cui non devi mai dire cosa fare se non chiederlo per piacere, quelli a cui non interessa se al governo ci sia un santo o un mafioso.

La nostra è una società malata e non ce ne rendiamo conto. Siamo come tante piccole cellule cancerogene pronte ad esplodere. E la metastasi è già cominciata.

Per curarci non basterà un ciclo di chemio. Sarà necessario qualcosa di più.

E' necessaria una presa di coscienza collettiva dei problemi che ci attanagliano, delle storture che ci condannano, delle ingiustizie che ci sviliscono, delle illusioni che ci uccidono. Continuando a restare così, credendo di essere intoccabili, immortali, prescelti, non riusciremo mai costruire un futuro migliore per i nostri figli, per i nostri nipoti. La cosa più nobile che un uomo possa fare è quella di lavorare e vivere per garantire ai propri figli una vita migliore.

Siamo sicuri che lo stiamo facendo?

Ho paura che a loro, alle generazioni future, stiamo lasciando solo gli scarti.


(Francesco Salistrari, 2009)


lunedì 7 settembre 2009

Collasso.


Vorrei invitare tutti quelli che ne avranno voglia a leggere questo magnifico libro di Jared Diamond, che analizza e studia la vita e il crollo di molte antiche civiltà di cui oggi ammiriamo le rovine. Il testo appare interessante per molti aspetti.
I turisti del futuro visiteranno forse i resti arrugginiti dei grattacieli di New York, proprio come noi oggi ammiriamo le macerie delle città maya?
Più di mille anni fa un gruppo di
Vichinghi, guidati da Erik il Rosso, partì dalla Norvegia e si stabilì in Groenlandia. Lì fondarono colonie, dissodarono la terra, allevarono animali e costruirono chiese fantastiche. Perchè quasi cinque secoli dopo se ne persero le tracce? E perchè sparirono molti altri popoli nel mondo?
Lo spettacolo delle rovine delle antiche civiltà ha in sè qualcosa di tragico.
Popoli un tempo ricchi e potenti sono scomparsi, magari nel volgere di pochi anni, lasciando come testimonianza solo qualche romantico masso sparso nella giungla. In questo saggio Diamond cerca di capire come i collassi del passato abbiano potuto verificarsi, e si chiede se la società contemporanea sia in grado di imparare la lezione, evitando disastri analoghi nel futuro.
Il punto di partenza è un approfondito esame dei casi di chi non ce l'ha fatta: storie grandiose e terribili, famose come quella dei
maya e dell'Isola di Pasqua, o meno note, come quelle degli anasazi d'America. Ma ci sono anche storie meno tragiche, come quelle dell'Islanda o del Giappone; storie di vincitori e vinti, come i casi della Repubblica Dominicana e di Haiti; e infine la storia dall'esito ancora incerto, come quelle della Cina e dell'Australia.
Che lezioni trarne? Siamo davvero in pericolo? Come possiamo evitare di autodistruggerci? Le risposte di
Collasso sono equilibrate e mai catastrofiche, ma comunicano tutta l'urgenza di scelte non più differibili, se vogliamo continuare ad ammirare con serenità le rovine di chi ci ha preceduto.

J.Diamond, Collasso, 2005 Einaudi Editore


domenica 6 settembre 2009

Demos Crazia: Governo del Popolo.


La democrazia italiana.

Un fatto assodato.

Viviamo in una delle “grandi” democrazie occidentali, si dice dal dopoguerra ad oggi. In uno dei paesi più ricchi e industrializzati del mondo. Siamo la 6a potenza del mondo, almeno così qualcuno dice.

Non voglio entrare nelle questioni “economiche” di queste classifiche stilate in base a criteri alquanto discutibili (è infatti esclusa da queste classifiche la Cina, pensa te!). Voglio invece concentrarmi sull'aspetto più importante: la democrazia. Ovvero la democraticità del nostro sistema.

Siamo davvero un paese democratico?

Tutti rispondo di si. Ma io non ne sono così sicuro.

Analizzando la storia repubblicana ci sono degli episodi molto significativi che mettono in dubbio questo presupposto. Esistono delle “storie” della nostra Italia molto particolari, ammantate da un velo di mistero e di segretezza, torbidi episodi che hanno messo a dura prova la democraticità del nostro sistema, che in alcuni casi hanno svuotato l'essenza stessa della nostra democrazia finendo per farla diventare più un'esposizione di principio che non una realtà concreta.

Ve ne vorrei raccontare uno. Il primo governo De Gasperi, il primo esecutivo repubblicano dopo l'esperienza totalitaria fascista e la tragedia della Guerra. Si veniva da una situazione molto particolare ed il referendum Repubblica/Monarchia aveva sancito la nascita della nostra repubblica in un clima di conciliazione nazionale, di collaborazione tra le varie forze democratiche e antifasciste presenti nel paese e artefici della guerra di liberazione dall'occupazione nazista. Era nata la Costituzione dal compromesso tra i valori cattolici e socialisti, espressione delle varie forze presenti nell'Assemblea Costituente.

Ma alla formazione del primo governo ecco i primi seri problemi. Innanzitutto proprio nelle elezioni stesse. Esistono ormai riconosciuti studi storici che hanno accertato come le elezioni del 1948 in Italia furono truccate a favore della Democrazia Cristiana e dei partiti di Centro-Destra a danno del “Fronte Popolare” che univa i maggiori partiti dell'allora Sinistra italiana (PCI, PSI). Esistono documentate situazioni di pressioni operate a livello locale sugli elettori, minacce, maneggi nei conteggi delle schede, annullamenti sospetti delle stesse. Non entro qui nel merito della campagna elettorale precedente al voto che ha visto la DC, grazie al radicamento sociale delle ACLI, imbastire il confronto elettorale nei termini di uno scontro Bene/Male tra il Cristianesimo e l'Ateismo Comunista.

Aldilà di questo, infatti, appurati i brogli elettorali anche nello scrutinio dei voti, c'è da sottolineare un aspetto molto importate, sintomatico del “clima” nel quale furono affrontate le prime libere elezioni dal 1922 nel nostro paese.

I partiti di centro erano appoggiati, naturalmente, dagli USA che avevano “promesso” sostanziosi aiuti alla ricostruzione e che già cominciavano ad arrivare (“Piano Marshall”) e sarebbero proseguiti qualora alle elezioni fosse risultata vincente la coalizione di Centro e fossero stati allontanati dal potere i partiti di Sinistra. Se questa eventualità non si sarebbe verificata, agli americani sarebbe rimasta la possibilità di un vero e proprio intervento militare. Fu rafforzata la flotta statunitense nel Mediterraneo e nelle settimane precedenti il voto gettarono le ancore nei maggiori porti italiani navi da guerra americane. Qualora il “Fronte Popolare” avesse vinto le elezioni, era stato preparato un dettagliato piano di invasione del territorio italiano e l'instaurazione di un governo provvisorio dittatoriale guidato dall'esercito statunitense con la collaborazione di quello italiano.

Ecco, dunque, come mosse i suoi primi passi la neonata democrazia italiana.

Una precisazione a questo punto, però è d'obbligo. Non bisogna infatti dimenticare che l'Italia faceva parte di quei paesi che avevano perso la guerra e quindi, in base agli accordi stilati a Yalta tra USA e URSS per la spartizione delle rispettive “zone di influenza”, l'Italia era stata assegnata al blocco occidentale. Appare chiaro quindi, come, una vittoria delle sinistre alle elezioni del 1948 in Italia non era assolutamente possibile. Il caso della Grecia e della cd. “dittatura dei Colonnelli” ne è l'esempio principale.

Fortunatamente le elezioni le vinse la DC e il colpo di Stato venne scongiurato.

Dunque queste le premesse della nostra democrazia.

In pratica il popolo italiano, da quel momento in poi, non ha mai avuto la possibilità di scegliersi liberamente i propri governi. Grazie a quella che è passata alla storia come “conventio ad excludendum”, garanzia voluta fortemente dagli americani, le forze di sinistra furono completamente esautorate da qualsiasi responsabilità di Governo e questo nella totalità delle istituzioni rappresentative fino all'entrata in funzione delle Regioni e della Corte Costituzionale. In realtà quella che fu denominata l'anomalia italiana era propriamente questa. L'Italia infatti presentava un sistema democratico classicamente occidentale, ma senza l'alternanza di governo. La Sinistra italiana fu completamente estromessa dal governo del paese, pur potendo potenzialmente presentarne i numeri elettorali, per decenni fino a quando il PSI, dopo l'abiura del marxismo come programma politico di riferimento, non lo avvicinò all'area governativa e non furono formati i primi governi cosiddetti di centrosinistra. La “conventio ad excludendum”, rappresentò a livello costituzionale un’anomalia del sistema che ne caratterizzerà e ne indirizzerà in maniera decisiva l’evoluzione, il funzionamento ed in definitiva la democraticità.

L’osteggiamento nei confronti del PCI e della sua pretesa di prendere il potere in Italia per via rivoluzionaria, rappresentava, dal punto di vista degli equilibri di Yalta, una necessità e una prerogativa sacrosanta per il sistema politico e militare italiano e la salvaguardia del sistema repubblicano democratico, del sistema rappresentativo, conquistati con il sangue della resistenza all’occupazione nazifascista, era una priorità irrinunciabile per una paese inserito nel contesto occidentale. Ma la fortissima resistenza alla “presa” del potere per via legale da parte di un partito comunista, rappresenta qualcosa di più della difesa del sistema democratico e dell'economia di mercato in senso largo, rappresenta in altri termini una pregiudiziale politica di enorme portata ed una limitazione del diritto democratico di un popolo nel suo complesso a scegliersi i propri rappresentanti. Il partito comunista, che tra l’altro aveva contribuito fattivamente e decisivamente alla costruzione delle repubblica sia nella resistenza, sia nei primissimi governi di unità nazionale e soprattutto nella stesura della Carta Fondamentale della Repubblica, la Costituzione, si trovò l’intero sistema politico italiano non marxista schierato contro, pur avendo una base di massa nella società italiana di enorme portata.

I motivi di questa “preclusione” andrebbero certamente ricercati nel fortissimo legame (almeno fino agli anni ‘70) che il PCI mantenne con il PCUS russo, legame non solo ideologico, ma anche e soprattutto operativo e finanziario. Da questo punto di vista certamente la conventio rispondeva ad una necessità oggettiva di difesa della collocazione italiana nel conteso occidentale, ma soprattutto rispondeva a precisi interessi economici. Non a caso la prima clausola per l’ottenimento dei finanziamenti per la ricostruzione post bellica del Piano Marshall, era proprio l’assoluta esclusione dalla gestione del potere del Partito Comunista. Ma sono convinto che oltre a questa motivazione, ve ne sia un'altra, ben più profonda e determinante. Questa spiegazione va ricercata in ben precisi interessi statunitensi la cui tutela ed il perseguimento dei quali, potevano non tenere in nessun conto (e non lo hanno fatto), il grado di democraticità del sistema italiano.

Quello che occorre sottolineare in merito a questo aspetto, è che, all'interno dell'equilibrio internazionale venutosi a creare con gli accordi post-bellici, l'Italia, liberata dagli Alleati, rappresentava un avamposto eccezionale e di cruciale importanza nella strategia Statunitense. Terra di confine, penisola circondata per due terzi dal mare, collocata in una posizione strategica all'interno del Mediterraneo, l'Italia era essenziale da un punto di vista militare sia come collocazione di postazioni missilistiche nucleari (basi NATO), sia come primo baluardo ad una possibile invasione sovietica dell'Europa Occidentale. Se infatti l'invasione coordinata delle forze sovietiche, che gli americani paventavano il più delle volte propagandisticamente, fosse realmente cominciata (evenienza che la storia ha dimostrato più che infondata), essa avrebbe certamente preso le mosse dall'Italia e dalla Germania (Berlino). Pertanto, nelle menti degli strateghi militari di Washington, l'Italia era un paese fondamentale, che avrebbe dovuto restare indissolubilmente legata al mondo occidentale dal punto di vista militare, ma anche politico. Questa particolare condizione, faceva dello scenario politico italiano un teatro di scontro molto importante a livello ideologico (contro le forze di sinistra), ma anche e specialmente di tattica e strategia degli apparati di informazione. Strategie che rivestivano profonda importanza, dal momento che il sistema politico italiano, benchè esistesse una forza tanto fedele a Washington e ottimamente radicata nella società come la Democrazia Cristiana, era caratterizzato da una persistente instabilità.

I difensori della democrazia rappresentativa italiana, hanno sempre visto nell'instabilità del sistema politico italiano principalmente un problema di assetti istituzionali (con varie argomentazioni il più delle volte tecnicamente anche valide). Ma la vera ragione di questa instabilità, a mio avviso, va ricercata essenzialmente nella mutilazione del sistema democratico, nella sua non effettività e nell'inapplicazione dei principi contenuti in Costituzione. La pregiudiziale “comunista”, in definitiva, sebbene giustificata il più delle volte non solo da motivazioni ideologiche bensì pratiche e strategiche, rese il sistema italiano fragile e dunque più incline a quelle che possono essere definite con un eufemismo le “soluzioni forzate”, proprio per tentare di risolvere le enormi contraddizioni nel quale il paese e la società erano profondamente immersi.

Questo e non altro ha determinato la storia politica del nostro paese dal dopoguerra ad oggi. Questo e non altro, in definitiva, ha reso possibile il verificarsi, in Italia, di alcuni degli episodi più torbidi e tragici di tutto l'occidente europeo.

Voglio ricordare solo en passant il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, la P2, Gladio, le Stragi di Stato (Piazza Fontana, Piazza della Loggia, il Treno Italicus ecc.), il golpe De Lorenzo, il Golpe Borghese, l'uccisione di Mattei, l'uccisione di Pier Paolo Pasolini.

Gli episodi sono tanti, la strategia ad essi sottesi una sola.


(Francesco Salistrari, 2009)



sabato 5 settembre 2009

E' morta l'Ape Maia.


Un problema che sta preoccupando tutti gli scienziati del mondo è la moria delle api in Nord America ed in Europa, un fenomeno che sta progressivamente diventando sempre più allarmante. Negli ultimi tempi inoltre si è registrata una serie di migrazioni anomale di api dalla campagna alle città che sta mettendo in crisi sia la produzione di miele, sia l'agricoltura in generale. Non va dimenticato infatti che le api sono un vettore di impollinazione naturale di fondamentale importanza nei processi produttivi agricoli ed il calo marcato del numero di api sta cominciando a produrre effetti poco piacevoli.
Secondo gli esperti le cause di questo fenomeno possono essere molteplici e possono interessare i cambiamenti climatici, l'inquinamento da pesticidi e le onde magnetiche dei cellulari. Queste ultime in particolare potrebbro essere la causa della perdita dell'orientamento delle api che non riuscirebbero a fare ritorno all'alveare.
I dati sono preoccupanti in quanto negli ultimi anni si è avuta una moria negli allevamenti decisamente superiore alla media fisiologica (10%), arrivando in alcuni casi alla morte completa delle colonie. In Europa e in Nord America il fenomeno è in rapida espansione e potrebbe causare nel giro di pochi anni una riduzione della produzione di miele del 60% e danni all'agricoltura per oltre 2 mila miliardi di dollari.
Altri scienziati tendono ad escludere le onde elettromagnetiche dei telefonini tra la cause del fenomeno e puntano il dito contro i pesticidi neonicotinoidi a base di imidacloprid, come il Gaucho della Bayer.Tuttavia anche questi ricercatori non negano completamente l'influenza dei cellulari nel processo, ma si dicono convinti che il problema principale è rappresentato appunto dai pesticidi.
Pesticidi o cellulari, la sostanza non cambia. La causa siamo noi.
Non va sottovalutato inoltre un altro aspetto molto importante. Se infatti riuscissimo a dimostrare che i pesticidi (o i cellulari) sono i responsabili di questo disastro biologico, dovremmo cominciare a interrogarci seriamente sugli effetti che questi hanno anche sull'uomo stesso. E' altamente probabile che gli effetti dannosi riscontrati sulle api, possano avere delle conseguenze anche per quanto riguarda la salute dell'uomo. Il silenzio imposto dalle grandi case farmaceutiche rispetto a questi temi è d'altra parte desolante e se pensiamo, ad esempio, che le ricerche delle università su questi prodotti viene il più delle volte finanziata dalle stesse case produttrici per mancanza di fondi delle università, ecco che il cerchio si chiude e la gente non è informata. Secondo il professore Vincenzo Girolami (Università di Padova) riguardo all'uso di pesticidi neonicotinoidi a base di imidacloprid: “le guttazioni di piante ottenute da semi di mais conciati, se vengono bevute dalle api le uccidono entro 2-10 minuti ed entro 20-40 minuti se solo vengono assaggiate per un attimo". "Questa scoperta - sostiene Francesco Panella, presidente degli apicoltori italiani - è l’ennesima dimostrazione della superficialità con cui sono state concesse le autorizzazioni d’uso di queste molecole a effetto neurologico sistemico, che trasformano le piante tal quali in insetticidi perenni. Questa drammatica evidenza scientifica comporta importanti riflessioni e impone una diversa capacità pubblica di controllare gli interessi delle multinazionali della chimica. E’ ora di prendere atto che il problema non si risolve con la modifica delle seminatrici e neppure con il miglioramento delle tecniche di concia perché la guttazione sulle piante conciate e su quelle che vengono coltivate in loro successione mette comunque a disposizione dell’ape “gocce di linfa” avvelenata”.
Il problema dunque è molto serio e andrebbe preso con le molle. Se infatti non fosse fatto qualcosa nell'immediato futuro per contrastare questo processo, si giungerebbe nel giro di pochi decenni al rischio estinzione per le api e i danni sarebbero immani per tutto l'ecosistema e la biodiversità, nonchè naturalmente per l'uomo. In altre parole va trovata una soluzione subito, senza perdere tempo e senza soprattutto mettere in primo piano gli interessi economici delle multinazionali.
Va comunque sottolineata come ancora la ricerca scentifica brancoli nel buio. Perchè è vero che alcune evidenze e alcune ricerche hanno posto il problema pesticidi, ma ne esistono altre che parlano dei cellulari, come abbiamo detto, ma anche del riscaldamento globale. "I cambiamenti climatici in atto provocano dirette conseguenze anche su animali come le api: esisterebbe infatti un preciso collegamento tra il riscaldamento globale e il fenomeno della moria di questi insetti". È questa la principale conclusione a cui è giunta una ricerca sulle possibili influenze dei fenomeni climatici ed ambientali sulle popolazioni apistiche mondiali. L'indagine, che ha preso in esame il periodo compreso tra il 1850 ed oggi, è giunta a due importanti conclusioni: negli ultimi 20 anni l'accorciamento della stagione invernale avrebbe allungato di circa un mese il periodo di attività delle api, con conseguente aumento di stress e problemi di salute per questi animali. Non a caso gli apicoltori confermano che in marzo e aprile la mortalità è più accentuata. La seconda conclusione riguarda il ciclo di covata che, a causa dei caldi precoci, è diventato anomalo rendendo le api più vulnerabili all'attacco della varroa, un pericoloso acaro parassita.
Occorrono dunque risposte certe per affrontare nel migliore dei modi quella che nel giro di pochi anni potrebbe diventare un'emergenza mondiale. I danni provocati dall'estinzione delle api sarebbero incalcolabili e interesserebbero tutta l'umanità. Dunque è un problema che interessa tutti.
"Se le api scompariranno all’uomo resteranno solo quattro anni di vita” (Albert Einstein).

(Francesco Salistrari, 2009)

venerdì 4 settembre 2009

Intellettualmente sparlando.


Ho letto il post di Beppe Grillo "Gli intellettuali" e l'ho trovato molto interessante per due motivi.
Il primo è che traccia un quadro dell'attuale situazione italiana in maniera molto lucida, descrivendo la deriva che c'è stata nel mondo intellettuale, come in altri campi, in questi ultimi decenni nel nostro paese. Una deriva che ha visto progressivamente gli intellettuali diventare sempre meno critici verso il potere, sempre più accondiscendenti, sempre meno utili. Il richiamo al grande editoriale di Pasolini (il famoso "Io so...") sul Corriere della Sera, quello che in qualche maniera gli è costato la vita, suona, per gli intellettuali di oggi, come una vera e propria condanna. Un giudizio impietoso per tutta una serie di intellettuali-lacchè che oggi infestano tribune e salotti della bella Italia, una schiera di opinionisti che con penne infuocate parlano di erbe e di massaggi.
La situazione descritta da Grillo è impietosa per il nostro paese e non potrebbe essere altrimenti.
"L'intellettuale è una specie scomparsa, sotterrata dalle tonnellate di merda della televisione e dall'indifferenza, dal grufolare di maiali, della società italiana."
Come si può dargli torto. Basta guardare una trasmissione televisiva pseudo culturale e rischiare la lopecia da stress. La cosa drammatica è che siamo in Italia, mica in Botswana. E la nostra tradizione culturale ha un peso storico notevole, di altissimo valore. Il guardarsi intorno oggi è desolante. Non solo perchè gli intellettuali latitano, ma anche perchè è la società tutta che si è imbarbarita, che è diventata ignorante, qualunquista, nichilista, menefreghista.
Il secondo punto che ho trovato interessante è quando Grillo scrive:
"L'Italia è in una situazione prerivoluzionaria, i sintomi ci sono tutti. Milioni di disoccupati alle porte, un debito pubblico abnorme, le spese dello Stato in aumento vertiginoso, mancanza di rappresentanza politica per decine di milioni di persone" .
Beh, sono sicuro che Grillo abbia usato il termine situazione prerivoluzionaria in maniera provocatoria o quantomeno non letterale. Perchè a mio modo di vedere, al massimo, l'Italia è in una situazione da moto di piazza, il che è diverso. Infatti una situazione prerivoluzionaria comporta la presenza di movimenti sociali fortemete organizzati, militarizzati e a un passo dal prendere le armi. Una situazione prerivoluzionaria presuppone l'esistenza di un movimento che abbia un programma rivoluzionario, che abbia una base di massa abbastanza ampia e che abbia una dirigenza fortemente organizzata e motivata, capace di guidare una rivoluzione. I sintomi di cui parla Grillo, che pur ci sono e sono evidenti, non sono i sintomi di un rivolgimento organizzato dal basso (dalla rete, come piace a lui ripetere), ma sono propriamente i sintomi per scoppi di insofferenza civile disorganizzata destinati ad essere schiacciati dalle forze dell'ordine. Sono i sintomi per la preparazione ad una svolta autoritaria nel paese e nelle zone più "calde". Sono i sintomi per la definitiva eliminazione della nostra povera, vituperata, Costituzione.
Il movimento, seppur vasto, creato dal blog di Grillo, non è assolutamente preparato, nè consapevole, nè in qualche modo rivoluzionario. E questo per una serie di ragioni abbastanza semplici da capire.
Sono convinto che il termine prerivoluzionario, per Grillo, voglia significare qualcosa di diverso. Voglio credere si riferisca più che altro ad una situazione rivoluzionaria per quanto riguarda il versante culturale, morale, di costume. E il movimento d'opinione avviato dal suo blog, a suo modo di vedere, potrebbe essere il traino di un vasto cambiamento, necessario, per risollevare le sorti del nostro paese.
Se è questo il senso di quella parola tanto evocativa, agiografica, vorrei comunque ricordare a Grillo che non vi è rivoluzione culturale, senza rivoluzione politica. E' questo uno degli insegnamenti della storia che non andrebbe dimenticato, quando si ha in mente di cambiare un paese.
Caro Beppe il tuo blog è un grandissimo movimento d'opinione, insostituibile, utilissimo. Ma la gente che vi partecipa non è un esercito della salvezza e tu non sei il SubComandante Marcos.
La cultura sono le parole, la politica sono i fatti.

(Francesco Salistrari, 2009)

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