domenica 4 novembre 2012

Farmaci che non funzionano: un moderno scandalo medico.


DI BEN GOLDACRE
guardian.co.uk



I medici che prescrivono i farmaci non sanno di non fare quello che dovrebbero fare; lo stesso vale per i pazienti. Le case farmaceutiche, invece, sanno bene quello che fanno, ma non lo dicono. I farmaci sono testati da chi li produce nel corso di prove poco significative, eseguite su un esiguo numero di ‘strani’ pazienti poco rappresentativi, e analizzati con tecniche mal progettate, al punto che finiscono con l’esagerarne i benefici. E’ chiaro che queste prove finiscono con il favorire i produttori. Quando poi i test mostrano risultati sgraditi alle aziende farmaceutiche, queste hanno tutto il diritto di nasconderli ai medici ed ai pazienti: abbiamo quindi un’immagine distorta degli effetti dei farmaci. 

Gli organismi di controllo hanno accesso a gran parte dei dati dei test effettuati (anche se non a tutti), eppure queste informazioni non vengono rese pubbliche a medici e pazienti, o ad altri enti pubblici governativi. Il risultato: prove distorte comunicate ed applicate in modo distorto. 

Nel 2010, alcuni ricercatori di Harvard e Toronto trovarono tutti i test relativi a cinque importanti classi di farmaci: antidepressivi, per l’ulcera, ecc. – e presero in considerazione due dati fondamentali: erano positivi? Erano finanziati dalle industrie? 

In totale esaminarono 500 test: l’85% delle prove finanziate dalle industrie risultavano positive, contro solo il 50% nel caso di test finanziati dal governo. Nel 2007, i ricercatori esaminarono tutti i test relativi a una statina. Questo tipo di farmaco, destinato ad abbassare il colesterolo, riduce il rischio di attacchi cardiaci e viene normalmente prescritto in grandi quantità. 
Questo studio esaminò 192 test, sia attraverso il confronto tra diverse statine, sia confrontando una statina con un altro tipo di cura. Si scoprì che le prove finanziate dalle industrie avevano venti volte la probabilità di dare esiti positivi rispetto a test diversamente finanziati. 

Com’è possibile questo? Come mai i test sponsorizzati dalle case farmaceutiche quasi sempre conducono a risultato positivi? A volte i test contengono in sé difetti di progettazione. O puoi confrontare il nuovo farmaco con un vecchio farmaco di cui già si conosce l’inefficacia - un farmaco già esistente somministrato a dosi inadeguate, forse, o un placebo che non fa assolutamente niente. Si possono poi scegliere i pazienti molto attentamente, puntando su quelli che già si sa che guariranno prima. Si può dare un’occhiata ai risultati a metà delle prove e fermare il test non appena si notino risultati positivi, senza completare tutto l’iter. Tutti questi trucchi e sotterfugi metodologici non sono che un insulto all’integrità delle informazioni. A volte le case farmaceutiche effettuano un gran numero di test, ma poi, quando si accorgono che i risultati non sono soddisfacenti, si guardano bene dal pubblicarli. 

Dopo questo episodio, il MHRA e l’Unione Europea hanno modificato parte della legislazione in vigore, anche se non in modo adeguato. Hanno introdotto l’obbligo per le società di presentare i dati di sicurezza nell’utilizzo dei farmaci al di fuori delle loro autorizzazioni di commercializzazione; ma, cosa alquanto ridicola, i test effettuati al di fuori dell’Unione Europea, erano esenti da tale obbligo. Alcuni dei test condotti da GSK furono pubblicati parzialmente, ma questo, comunque, non basta: se vediamo solo un campione parziale di dati, sappiamo già che saremo sviati nelle nostre conclusioni. Abbiamo bisogno di tutti i dati per la semplice ragione che abbiamo bisogno di un gran numero di dati: le avvertenze spesso sono blande, sottili e difficili da interpretare. Nel caso della paroxitina, i pericoli nel suo utilizzo divennero chiari solo dopo che tutti i risultati di tutti i test condotti furono analizzati e confrontati. 

Questo ci conduce al secondo ovvio difetto dell’attuale sistema: i risultati di questi test sono presentati segretamente ai regolatori, che si siedono e prendono una decisione con calma. Questo è l’opposto della scienza, che è affidabile solo perché tutti mostrano i risultati del loro lavoro, spiegano perché sono convinti che una cosa sia efficace e sicura, condividono i loro metodi e risultati e permettono ad altri di decidere se siano o meno d’accordo sul modo in cui i dati sono stati elaborati ed analizzati. E invece oggi permettiamo che la decisione sulla sicurezza e l’efficacia dei farmaci venga presa a porte chiuse, perché le società farmaceutiche hanno deciso di rivelare in modo discreto i risultati dei loro test solo ai regolatori. In questo modo, il lavoro più importante della medicina fondata su prove certe, viene svolto in modo occulto. E i regolatori, inoltre, non sono infallibili, e questo lo vedremo tra poco. 

Le informazioni mancanti avvelenano “l’acqua di tutti”. Se non si eseguono tutte le prove necessarie, se si occultano i test che hanno dato esiti negativi, non saremo mai a conoscenza dei veri effetti delle medicine che prendiamo. Le prove, in campo medico, non sono semplicemente un astratto prurito accademico. Quando ci vengono date delle informazioni sbagliate, prendiamo le decisioni sbagliate, causando danni e sofferenze non necessarie, e anche la morte, a gente come noi.

Questa è una situazione talmente vergognosa e nascosta che anche il tentativo di documentarla pubblicamente diventa un'impresa quasi impossibile. Nel 2006 fu pubblicato un documento nel Journal of the American Medical Association (JAMA), uno dei più importanti giornali medici del mondo, che spiegava quanto era normale per i ricercatori che eseguivano i test finanziati dalle industrie rispettare il divieto di pubblicarne i risultati. Lo studio era stato condotto dal Nordic Cochrane Centre e presentava tutti i test che erano stati approvati a Copenhagen e a Frederiksberg. (Se ci domandiamo il perché della scelta di queste due città, si tratta di una ragione puramente pratica: i ricercatori chiesero il permesso in altri luoghi ma nel Regno Unito, in particolare, gli fu negato). 

Questi test erano palesemente sponsorizzati dall’industria farmaceutica (98%) e le regole che disciplinavano la gestione dei risultati raccontavano di una vicenda oramai familiare a metà strada tra l’assurdo e lo spaventoso. 

Per 16 dei 44 test, l’industria sponsor potevano accedere ai risultati a mano a mano che si accumulavano, ed in altri 16 test l’industria in questione aveva il diritto di interrompere le prove in qualsiasi momento, per qualsiasi ragione. Questo significa che una compagnia farmaceutica può accorgersi subito se un test si sta rivelando contrario e può interferire liberamente durante l’iter, distorcendone i risultati. Anche se lo studio veniva completato, se ne potevano liberamente occultare i risultati: erano applicati divieti di pubblicazione dei risultati in 40 test su 44, e in metà di questi 40 i contratti indicavano chiaramente che lo sponsor possedeva i diritti sui dati risultanti (e i pazienti allora? Verrebbe da chiedersi) e poteva dare o meno l’approvazione per la loro definitiva pubblicazione, o entrambe le due cose insieme. Queste restrizioni non erano per niente indicate nei documenti pubblicati. 

Quando fu resa nota questa situazione nel JAMA, la LIF, l’associazione farmaceutica danese, rispose annunciando, nel Giornale dell’Associazione Medica Danese, di sentirsi “colpita e sdegnata per le critiche mosse”, che respingeva in modo assoluto. Fu chiesta un’indagine tra i ricercatori, senza però indicare da parte di chi e per che cosa. La LIF poi scrisse alla Commissione Danese sulle Scorrettezze Scientifiche, accusando i ricercatori del Cochrane di cattiva condotta scientifica. Non possiamo leggere questa lettera, ma i ricercatori ci dicono che le accuse erano molto forti - venivano accusati di aver distorto deliberatamente i dati – ma in modo vago, e senza documenti che sostanziassero tali affermazioni. 

Commento: un grave problema, questo, molto frustrante per me come pediatra. 

Ho rifiutato per anni di ricevere i rappresentanti di farmaci e di dare campioncini ai pazienti, non vado ai pranzi o ricevimenti del settore, non accetto e non uso le loro penne omaggio, poiché non voglio in nessun modo essere influenzato ed inconsciamente prendere per buone informazioni sbagliate, tranne che in quei rari casi in cui io abbia la possibilità di leggere informazioni corrette e veritiere. 

Tendo a fidarmi solo di quegli studi che parlano di vecchi e provati farmaci generici (che usiamo spesso per i bambini) o quegli studi che mostrano che il farmaco in alcuni casi non funziona, anche se, statisticamente, è più difficile dimostrare un effetto che utilizzi un’ipotesi nulla… 

Non condivido le linee guida della mia professione, che non solo poggiano sulle stesse informazioni errate ma troppo spesso sono influenzate dall’industria. Secondo le direttive dell’AAP, io dovrei controllare il livello del colesterolo in tutti i miei pazienti tra i 9 e gli 11 anni, e in quelli di altre fasce di età ancora più giovani in caso di fattori di rischio – e se tale livello resta alto e le diete e l’esercizio fisico non aiutano a ridurlo, dovrei prescrivergli delle statine. E non importa che non esistano dei dati pubblicati (pure se falsi) che mi dicano che questa sia una buona idea! Io glielo controllo il colesterolo? No, ma mi sento obbligato a dirgli che l’AAP dice che dovrei, e che io non sono d’accordo, e che io non ho bisogno di un esame del sangue per dirgli semplicemente che una dieta a base di cibi-spazzatura e uno stile di vita sedentario siano comportamenti negativi, a prescindere dal livello di colesterolo. Se questo è alto e i genitori del bambino insistono per avere delle statine, gli dico di trovarsi qualcun altro che gliele prescriva, perché io non lo farò. Lascio decidere ai genitori. Finora, nessuno di questi genitori, da semplici diplomati a superlaureati, mi ha mai mandato a quel paese. 

A volte le società europee si dimostrano attente almeno nelle loro direttive – un po’ più attente nel come interpretano le prove in loro possesso. Io, per parte mia, cerco di usare meno medicine possibile, anche se alla fine di ogni giorno mi accorgo di aver prescritto qualche medicina a qualche mio paziente. E’ difficile contrastare gli “intrugli” omeopatici quando non posso dire ai miei pazienti che sono sicuro che la mia “vera” medicina faccia esattamente quello che dovrebbe fare…e che forse gli “intrugli” omeopatici sono più sicuri. 

Ben Goldacre è un medico pediatra e autore della colonna “Cattiva Scienza” nel Guardian, dedicata all’analisi delle sparate giornalistiche di argomento medico, dei prodotti di bellezza “miracolosi”, dei cosmetici pseudoscientifici e dei grandi gruppi farmaceutici multinazionali; spesso affronta anche temi come la medicalizzazione della vita moderna e della psicologia delle credenze irrazionali.






sabato 3 novembre 2012

Chi possiede il mondo?


Intervista di Amy Goodman a Noam Chomsky

AMY GOODMAN: Siamo a Portland, Oregon, perché facciamo parte del giro in 100 città organizzato  dalla Maggioranza ridotta al silenzio.  Questa settimana in cui il presidente Obama e l’aspirante alla presidenza, Mitt Romney hanno fatto un dibattito su problemi di politica estera, e sull’economia, noi ci rivolgiamo a Noam Chomsky, dissidente politico famoso in tutto il mondo, linguista, scrittore, e professore al MIT. In un recente discorso, il professor Chomsky ha esaminato argomenti in gran parte ignorati  o soltanto accennati durante la campagna elettorale, dalla Cina alla Primavera Araba, al riscaldamento globale e alla minaccia nucleare posta da Israele contro l’Iran. Ha parlato il mese scorso all’Università del Massachusetts ad Amherst a un evento sponsorizzato dal Center for Popular Economics. La sua conferenza era intitolata. “Chi possiede il mondo?”


NOAM CHOMSKY: quando pensavo a queste osservazioni, avevo in mente due argomenti, non riuscivo a decidere quale dei due scegliere, in effetti molto ovvii. Uno è: quali sono i problemi più importanti che dobbiamo affrontare? Il secondo è: quali problemi non si stanno trattando seriamente – o per nulla – in questa follia quadriennale in corso che si chiama elezione? Mi sono però reso conto che non c’è un problema; non è una scelta difficile: sono lo stesso argomento. E ci sono delle ragioni che sono di per se stesse molto significative. Mi piacerebbe tornare su questo punto fra un momento. Prima dirò alcune parole sul contesto, iniziando dal titolo che è stato annunciato: “Chi possiede il mondo?”

In realtà, una bella risposta a questa domanda è stata data tanti anni fa da Adam Smith, una persona che ci si aspetta che adoriamo, ma che non leggiamo. Era un po’ sovversivo quando lo si legge. Si riferiva alla nazione che era la più potente del mondo ai suoi tempi, e, naturalmente, era la nazione che lo interessava, cioè l’Inghilterra. E ha fatto notare che in Inghilterra gli architetti della politica sono coloro che possiedono la nazione: e che ai suoi tempi erano i mercanti e i  produttori di merci. E ha detto che essi si assicurano di disegnare le linee politiche, in modo che i loro interessi vengano seguiti in modo particolare. La politica è al servizio dei loro interessi, per quanto sia doloroso l’impatto sugli altri, compreso il popolo inglese.

Smith era, però un conservatore vecchia maniera con principi morali, quindi ha aggiunto le vittime dell’Inghilterra, le vittime di quella che chiamava “l’ingiustizia selvaggia degli Europei”, dimostrata specialmente in India. Ebbene, non aveva illusioni su chi fossero i proprietari, quindi, per citarlo di nuovo, “Tutto per noi stessi e nulla per le altre persone, sembra, in ogni età del mondo, essere stata la ignobile  massima dei padroni del genere umano.” Era vero allora; è vero adesso.

La Gran Bretagna ha mantenuto la sua posizione come potenza mondiale dominante quando il ventesimo secolo era già cominciato da un pezzo, malgrado il  suo declino progressivo. Alla fine della seconda guerra mondiale, il dominio si era spostato rapidamente nelle mani dell’ultimo arrivato  al di là del mare, gli Stati Uniti, di gran lunga la società più potente e ricca nella storia del mondo. La Gran Bretagna poteva aspirare soltanto ad essere il suo socio meno anziano,  come aveva mestamente riconosciuto il Foreign Office britannico (il mistero degli esteri). In quel momento, il 1945, gli Stati Uniti possedevano letteralmente la metà della ricchezza mondiale, incredibile sicurezza, controllavano l’intero emisfero occidentale, entrambi gli oceani, le sponde opposte di entrambi gli oceani. Non c’è nulla, non c’è mai stato nulla del genere nella storia.

E i pianificatori lo hanno capito. I pianificatori di Roosvelt si incontravano  durante la Seconda  guerra mondiale per disegnare il mondo del dopo guerra. Erano molto sofisticati al riguardo, e  i loro piani sono stati abbastanza messi in pratica. Volevano assicurarsi che gli Stati Uniti avrebbero controllato quella che  chiamavano una “grande area” che avrebbe incluso, sistematicamente l’intero emisfero occidentale, tutto l’Estremo Oriente, l’ex Impero britannico, di cui gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo, e il più possibile dell’Eurasia – cosa di importanza cruciale – i suoi centri di commercio e di industria in Europa occidentale. E nell’ambito di questa area, dicevano, gli Stati Uniti avrebbero mantenuto un potere indiscutibile con una supremazia militare ed economica, assicurando nello stesso tempo la limitazione di qualunque esercizio di sovranità da parte di stati che potessero interferire con questi disegni globali.

Quelli erano piani piuttosto realistici a quell’epoca, data l’enorme disparità di potere. Gli Stati Uniti erano stati di gran lunga il più ricco paese del mondo perfino prima della Seconda Guerra mondiale, sebbene non ne fossero ancora i principali protagonisti mondiali. Durante la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti avevano guadagnato moltissimo. La produzione industriale era quasi quadruplicata, e ci aveva fatto uscire dalla depressione economica. I rivali nell’industria sono stati rovinati o seriamente indeboliti. Era dunque  un sistema di potere incredibile.

In effetti, le politiche che erano state  delineate sono ancora valide. Si possono leggere nelle dichiarazioni del governo.  E’ diminuita, però, in modo significativo la capacità di attuarle. In realtà c’è un tema importante nelle discussioni di politica estera, nel giornalismo e così via. Il tema si chiama “declino americano.” Quindi, per esempio, sul più prestigioso giornale di relazioni internazionali dell’establishment, il Foreign Affairs, (Affari esteri), un paio di mesi fa,  c’era un argomento che aveva sulla prima pagina in grandi lettere in neretto la domanda: “L’America è finita?” Questo annunciava il tema della questione. E c’è un corollario standard a riguardo: il potere si sta spostando verso occidente, verso la Cina e l’India, che sono le due potenze in ascesa e che saranno gli stati egemonici del futuro.

In effetti penso che il declino sia piuttosto reale, ma si richiedono  alcuni seri requisiti. Prima di tutto, il corollario è altamente improbabile, almeno nell’immediato futuro. La Cina e l’India sono paesi molto poveri. Date soltanto un’occhiata, per esempio, all’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite: quei due paesi sono molto in basso. La Cina è circa novantesima. Penso che l’India sia  intorno al centoventesimo posto, l’ultima volta che ho guardato l’indice. E hanno anche terribili problemi interni: problemi demografici, povertà estrema, disuguaglianza terribile, problemi ecologici. La Cina è un grande centro manifatturiero, ma in realtà è soprattutto un impianto di assemblaggio. Assembla quindi parti e componenti,  frutto di un’alta tecnologia che arriva dai suoi centri industriali più avanzati: il Giappone, Taiwan, la Corea del sud, Singapore, gli Stati Uniti, l’Europa – e fondamentalmente si limita a un lavoro di assemblaggio. E così comprate una di queste cose che iniziano con la  -i,  un ipod  della Cina – si chiama prodotto di esportazione cinese, ma le parti, i componenti, e la tecnologia vengono da fuori. E il valore aggiunto in Cina è pochissimo: è stato calcolato.  Saliranno nella scala della tecnologia, ma sarà una salita difficile, per l’India ancora di più. Si dovrebbe quindi essere scettici riguardo al corollario.

C’è però un altro requisito che è più serio. Il declino è reale, ma non è un fatto nuovo. Va avanti dal 1945, ed è avvenuto molto rapidamente. Alla fine degli anni 40, c’è un avvenimento che è noto qui come “la perdita della Cina”. La Cina  diventava indipendente. Era la perdita di un enorme pezzo della vasta area asiatica, ed è diventata un problema fondamentale nella politica interna americana. Chi è responsabile della perdita della Cina? Ci sono state un sacco di recriminazioni, ecc. In effetti l’espressione è piuttosto interessante. Per esempio, io non posso perdere  il tuo computer, giusto? perché non lo possiedo. Posso perdere il mio computer. Ebbene, la locuzione “perdita della Cina” presuppone in un certo quale modo un principio profondamente rispettato del tipo di consapevolezza dell’elite americana: noi possediamo il mondo e se qualche suo pezzo diventa indipendente, lo abbiamo perduto. E quella è una perdita terribile; dobbiamo fare qualche cosa al riguardo. Non si mette mai in dubbio, e questo è di per sé interessante.

Ebbene, circa nello stesso periodo, intorno al 1950, cominciarono a sorgere preoccupazioni sulla perdita del Sud est asiatico. Questo ha portato gli Stati Uniti alle guerre in Indocina, alle peggiori atrocità del dopo guerra – in parte vinte in parte no. Un avvenimento molto significativo nella storia moderna è avvenuto nel 1965, quando in Indonesia, che era il punto di maggiore preoccupazione – infatti essa è la nazione del Sud est asiatico con la maggior parte della ricchezza e delle risorse – c’è stato un colpo di stato militare, quello di Suharto. Ha portato a un incredibile massacro, che il  New York Times ha chiamato una “sconvolgente strage di massa,” che ha ucciso centinaia di migliaia di persone, per lo più contadini senza terra; ha distrutto l’unico partito politico di massa; ha aperto il paese allo sfruttamento dell’Occidente. L’euforia in occidente era così enorme, che non si poteva contenere. E così sul New York Times , quando ha descritto la “sconvolgente strage di massa”, la ha chiamata “un barlume di luce in Asia.” Quell’ articolo è stato scritto da James Reston, il principale intellettuale liberale del Times. E lo stesso è accaduto altrove -in Europa, in Australia. E’ stato considerato un avvenimento fantastico.

Anni dopo, McGeorge Bundy, che era il consigliere per la sicurezza nazionale di Kennedy e Johnson, a posteriori  ha fatto notare che sarebbe stata una buona idea porre fine alla guerra del Vietnam, a quel punto, e ritirarsi. Contrariamente a tante illusioni, la Guerra del Vietnam è stata combattuta principalmente per assicurarsi che un Vietnam indipendente non si sarebbe evoluto con successo e non sarebbe diventato un modello per altre nazioni di quella area. Per prendere a prestito la terminologia di Henry Kissinger usata per il Cile, dobbiamo impedire che quello che chiamava il “virus” dello sviluppo indipendente diffondesse il contagio altrove. Questa è una parte critica della politica estera americana fin dalla Seconda guerra mondiale: la Gran Bretagna, la Francia e altri paesi in grado minore. E nel 1965, era  finito. Il Vietnam del sud era praticamente distrutto. Si sparse la voce rivolta al resto dell’Indocina che esso non doveva essere il modello per nessuno e il contagio è stato contenuto. Il regime di Suharto si era assicurato di non venire contagiato.  E abbastanza presto gli Stati Uniti hanno avuto dittature in ogni nazione di quella zona: Marcos nelle Filippine, una dittatura in Tailandia, Park Chun  nella Corea meridionale. Non c’erano problemi per l’infezione. Pensava che sarebbe quindi stato un buon periodo per mettere fine alla Guerra del Vietnam.  Ebbene questo è il Sudest asiatico.

Il declino però continua. Negli ultimi 10 anni, c’è stato un avvenimento molto importante: la perdita del Sud America. Per la prima volta in 500 anni, dall’epoca dei conquistatori spagnoli, i paesi sudamericani hanno cominciato a muoversi verso l’indipendenza e verso un certo grado di integrazione. La struttura tipica di uno dei paesi Sudamericani era costituita da una piccola elite ricca, occidentalizzata, spesso bianca o per lo più bianca, e da una massa enorme di poveri; paesi separati tra l’uno dall’altro, ciascuno orientato verso l’Europa o, più di recente, verso gli Stati Uniti. Negli ultimi 10 anni, questo aspetto è stato superato in maniera significativa, c’è stato un inizio importante di integrazione, cioè il presupposto dell’indipendenza, e i paesi hanno cominciato ad affrontare alcuni dei loro spaventosi problemi interni. Questa è la perdita del Sud America. Un segno è che  gli Stati Uniti sono stati cacciati via da ogni singola base militare del Sud America. stiamo cercando di ripristinarne alcune, ma proprio adesso non ce ne è nessuna.



AMY GOODMAN : il Professore Noam Chomsky del MIT, discute del riscaldamento globale, della guerra nucleare e della Primavera Araba.



NOAM CHOMSKY: Passando a parlare  dell’anno scorso, la Primavera Araba è proprio una di queste minacce. Minaccia di eliminare quella grande regione dalla grande zona più grande E’ molto più importante del Sudest asiatico e del Sud America. Torniamo agli anni ’40, quando il dipartimento di stato aveva riconosciuto che le risorse energetiche del Medio Oriente sono ciò che chiamavano “uno dei maggiori tesori materiali nella storia del mondo,” una fonte spettacolare di potere strategico; se possiamo controllare l’energia del Medio Oriente, possiamo controllare il mondo. E questo è un tema che pervade tutte le decisioni politiche. Non se ne discute molto, ma è molto importante avere il controllo, proprio come i consulenti del Dipartimento di stato hanno fatto notare negli anni ’40. Se si controlla il petrolio, si controlla la maggior parte del mondo. E va ancora avanti così.

Finora, la minaccia della Primavera Araba è stata abbastanza ben contenuta. Nelle dittature del petrolio, che sono le più importanti per l’Occidente, ogni tentativo di unirsi alla Primavera Araba, è stato stroncato con la forza.  L’Arabia Saudita è stata così eccessiva, che quando c’erano tentativi di scendere in piazza, la presenza della sicurezza era così enorme, che la gente aveva perfino paura di uscire. C’è poco da discutere di quello che succede in Bahrein, dove la rivolta è stata soffocata,  ma l’Arabia Saudita orientale ha fatto di molto peggio. Gli Emirati hanno il controllo totale e quindi tutto va bene. Siamo riusciti ad assicurare che la minaccia di democrazia venisse schiacciata nei luoghi più importanti.

L’Egitto è un caso interessante. E’ un paese importante, è soltanto un piccolo produttore di petrolio. In Egitto gli Stati Uniti hanno però seguito una procedura operativa standard. Se qualcuno di voi entrerà in diplomazia, dovreste comunque impararla. C’è una  procedura standard quando uno dei vostri dittatori preferiti si mette nei guai. Prima lo si appoggia il più a lungo possibile, ma se diventa davvero impossibile, diciamo che l’esercito si rivolti contro di lui, per esempio, allora gli si dà il ben servito e si fa  in modo che la classe degli intellettuali  rilasci  risonanti  dichiarazioni sul proprio amore per la democrazia, e poi si cerca di restaurare il vecchio sistema il più possibile.  Ci sono una serie di casi di questa strategia: Somoza in Nicaragua, Duvalier ad Haiti, Marcos nelle Filippine, Chun nella Corea del sud, Mobutu in Congo. Ci vuole del genio per non accorgersi di tutto ciò. Ed è esattamente ciò che si è fatto in Egitto, e ciò che ha cercato di fare la Francia in Tunisia non proprio con lo stesso  successo.

Ebbene, il futuro è incerto, ma la minaccia della democrazia fin ora è stato contenuta. E’ una minaccia seria. Tornerò sull’argomento in seguito. E’ anche importante riconoscere che il declino negli ultimi 50 anni ce lo siamo inflitto da soli in misura significativa, specialmente a partire dagli anni ’70.  Tornerò anche su questo argomento. Prima però fatemi dire un paio di cose sui problemi più importanti oggi e che vengono ignorati oppure non trattati seriamente – intendo dire trattati seriamente nelle campagne elettorali, per buone ragioni. Fatemi cominciare con gli argomenti più importanti.  Ce ne sono due tra questi: Sono di importanza assoluta, perché da questi dipende il destino della nostra specie. Uno è il disastro ambientale, e l’altro è la guerra nucleare.

Non dedicherò molto tempo a esaminare le minacce del disastro ambientale. In realtà, sono in prima pagina tutti i giorni.   Per esempio, la settimana scorsa il New York Times aveva una notizia in prima pagina intitolata: “Alla fine dello scioglimento estivo, il ghiaccio del Mare Artico stabilisce un nuovo record negativo che provoca allarme.” Lo scioglimento questa estate è stato molto più rapido di quanto era stato predetto dai sofisticati modelli informatici e dal più recente rapporto delle Nazioni Unite. Si prevede ora che forse il ghiaccio scomparirà entro il 2020. Secondo la precedente previsione la data doveva essere il 2050. Hanno citato scienziati che hanno detto che questo è “un primo esempio del conservatorismo intrinseco  delle [nostre] previsioni metereologiche. Per quanto terribili [siano le previsioni] sulle conseguenze a lungo termine delle emissioni  che intrappolano il calore….molti [di noi] temono che forse si stanno sottostimando la velocità e la gravità dei cambiamenti impellenti.” In realtà, c’è un programma di studio sui cambiamenti del clima al MIT (Massachusetts Institute of Technology) dove lavoro. Hanno avvertito di questo fenomeno da anni e ripetutamente si è dimostrato che avevano ragione. Il servizio del Times discute brevemente il grave attacco, il grave impatto di tutto questo sul clima del mondo, e aggiunge: “I governo non hanno però replicato al cambiamento con nessuna maggiore urgenza per limitare le emissioni di gas serra. Al contrario, la loro  principale replica è stata quella di programmare lo sfruttamento di minerali di recente accessibili nell’Artico, e le trivellazioni per cercare altro petrolio.” Questo vuol dire accelerare la catastrofe. E’molto interessante. Dimostra una straordinaria volontà di sacrificare la vita dei nostri figli e nipoti a favore di guadagni a breve termine, o forse una volontà ugualmente notevole  di chiudere gli occhi in modo da non vedere il pericolo incombente – queste cose talvolta si notano nei bambini piccoli; una cosa sembra pericolosa, alloara chiudo gli occhi e non voglio guardarla.

C’è un’altra possibilità, intendo dire che forse glie esseri umani stano in qualche modo cercando di far avverare alla previsione di un grande biologo americano scomparso di recente, Ernst Mayr. Sosteneva, anni fa, che l’intelligenza pare che sia una mutazione letale, e ne aveva delle buone prove. C’è una nozione di successo biologico, che vuol dire che ci sono tantissimi esseri umani sulla terra. Questo è il successo biologico. E ha fatto notare che se si guarda alle diecine di miliardi di specie nella storia del mondo, quelle che sono riuscite bene  sono quelle che mutano molto rapidamente, come i batteri, o quelle che hanno una nicchia ecologia fissa, come gli scarafaggi. Sembra che se la cavino bene. Se però ci si sposta in alto sulla scala di quella che chiamiamo intelligenza, il successo diminuisce nettamente.  Quando si arriva ai mammiferi, è molto bassa. Ne esistono pochi. Cioè, ci sono un sacco di mucche, soltanto perché le addomestichiamo. Quando parliamo degli umani, è la stessa cosa. Fino a tempi recenti,  troppo recenti  per comparire in qualsiasi  spiegazione di tipo evoluzionistico, gli esseri umani erano molto sparsi. C’erano tantissimi altri ominidi che però sono scomparsi, probabilmente perché gli umani li hanno sterminati, ma nessuno lo sa di sicuro. Comunque forse stiamo cercando di dimostrare che gli esseri umani  si inseriscono bene  in un modello generale. Possiamo anche sterminare noi stessi e anche il resto del mondo insieme a noi, e noi siamo fortemente determinati a farlo  proprio adesso.

Bene, passiamo alle elezioni. Entrambi i partiti politici ci chiedono di peggiorate questo problema. Nel 2008 entrambe le piattaforme dedicavano un certo spazio ai modi in cui il governo avrebbe dovuto occuparsi dei cambiamenti climatici. Attualmente, nella piattaforma repubblicana, l’argomento è essenzialmente  scomparso. La piattaforma, domanda, però, che  il Congresso agisca rapidamente per impedire che l’Agenzia di protezione dell’ambiente regoli i gas serra. Assicuriamoci, quindi, di peggiorare la situazione. E chiede anche di aprire la zona dove  dell’Arctic Refuge alle trivellazioni – per trarre (adesso riporto le parole) “vantaggio da tutte le risorse americane che Dio ci ha concesso.”

Dopo tutto, non si può disobbedire a Dio. Riguardo alla politica ambientale il programma dice: “Dobbiamo ripristinare l’integrità scientifica nelle istituzioni pubbliche per la ricerca e eliminare gli incentivi politici dalla ricerca finanziata con il denaro pubblico.” Tutto questo è una parola in codice rivolta al mondo della scienza climatica che significa:smettetela di finanziare le ricerche scientifiche sul clima. Lo stesso Romney dice che non c’è consenso tra gli scienziati, e quindi si dovrebbero sostenere altri dibattiti e ricerche all’interno della comunità scientifica, ma nessuna azione, tranne quella destinata a peggiorare il problema.

Ebbene, e i Democratici? Ammettono che ci sia un problema e sostengono che dovremmo operare per arrivare a un’intesa  che stabilisca i limiti delle emissioni [di gas serra], di comune accordo con altre potenze emergenti. Ma non è così. Nessuna azione. E infatti, come ha sottolineato Obama, dobbiamo lavorare duramente per guadagnare quello che chiama cento anni di indipendenza energetica ottenuta sfruttando le risorse nazionali o quelle canadesi per mezzo della fratturazione o di altre tecnologie elaborate. Non si chiede come cosa sarà il mondo fra cento anni.  Ci sono, quindi delle differenze che riguardano  il livello di entusiasmo con cui i pecoroni dovranno marciare verso il precipizio.

Passiamo adesso al secondo problema principale: la guerra nucleare. Anche questo argomento è sulle prime pagine ogni giorno, ma in un modo che sembrerebbe stravagante a un osservatore indipendente  che consideri che cosa sta accadendo sulla terra, e infatti sembra   stravagante a una notevole maggioranza di nazioni del mondo. L’attuale minaccia è ora, e non per la prima volta, in Medio Oriente ed è incentrata sull’Iran.  Il quadro generale in occidente è chiaro: è di gran lunga troppo pericoloso permettere che l’Iran ottenga quella che si chiama “potenziale nucleare”, cioè il potenziale che hanno a disposizione molte potenze, dozzine di potenze, per produrre armi nucleari se decidono di farlo. In quanto a dire se lo hanno deciso, i servizi segreti statunitensi dicono di non saperlo. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha appena fornito il suo rapporto più recente

due  settimane fa e conclude che non può dimostrare – “l’assenza di materiale nucleare non dichiarato e di attività nucleari in Iran.” Ora, vuol dire che non può dimostrare qualche cosa, una condizione che non può essere soddisfatta. Non c’è modo di dimostrare l’assenza dell’azione -questo è utile – perciò all’Iran  deve essere negato il diritto dia arricchire l’uranio, il che è garantito a ogni potenza che ha firmato il Trattato di non-proliferazione.

Bene, questo è il quadro dell’occidente, che non è come quello che c’è nel resto del mondo. Sono sicuro che sapete che a Teheran c’è stato da poco (in agosto, n.d.t.) un incontro dei Paesi non-allineati – cioè una grande maggioranza delle nazioni del mondo che rappresentano la maggior parte della popolazione mondiale. E ancora una volta, e non è stata la prima, hanno rilasciato una risonante dichiarazione per sostenere il diritto dell’Iran ad arricchire l’uranio, diritto che ha ogni nazione che ha firmato il trattato di non-proliferazione [nucleare]. La stessa cosa è abbastanza vera anche nel mondo arabo. E’ interessante e ci tornerò tra poco.

C’è un motivo fondamentale di preoccupazione che è stato espresso in maniera concisa dal generale Lee Butler, ex capo deo Commando strategico degli Stati Uniti che controlla le armi nucleari e la strategia nucleare. ha scritto che “E’ estremamente pericoloso che nel calderone di animosità che chiamiamo Medio Oriente” una nazione debba avere armamenti nucleari, poiché potrebbe ispirare altre nazioni a fare lo stesso. Il generale Butler non si riferiva però all’Iran; si riferiva a Israele, il paese che è ai primi posti nei sondaggi europei come nazione più pericolosa del mondo – appena sopra l’Iran – e, non a caso, al mondo arabo, dove il pubblico considera gli Stati Uniti come la seconda nazione più pericolosa, subito dopo Israele. Nel mondo arabo l’Iran, anche se non è amato, è considerato inferiore come minaccia dalle popolazioni,  cioè, non dalle dittature.

Per quanto riguarda le armi nucleari dell’Iran, nessuno vuole che quel paese le abbia, ma in molti sondaggi, maggioranze di persone, spesso notevoli maggioranze, hanno detto che la regione sarebbe più sicura se l’Iran possedesse armi nucleari, per bilanciare quelle delle loro maggiori minacce. Ci sono un sacco di commenti sui mezzi di informazione occidentali sugli atteggiamenti arabi verso l’Iran, e quello che si legge, normalmente, è che gli Arabi vogliono un’azione decisa contro l’Iran che è vero se parliamo di dittatori, non delle popolazioni.  Ma chi si preoccupa delle popolazioni che vengono chiamate,  in modo dispregiativo,  la strada araba?  Non ce ne importa. Questo è un riflesso del disprezzo estremamente profondo rispetto alla democrazia esistente nelle elite occidentali; è così profondo che non si può neanche percepire. Lo studio degli atteggiamenti popolari nel mondo arabo – e al riguardo esiste un ampio studi delle agenzie occidentali di sondaggi – rivela rapidamente perché gli Stati Uniti e i loro alleati si preoccupano così tanto delle minacce della democrazia e fanno quello che possono per evitarla. Certamente non vogliono che atteggiamenti come quelli che ho appena indicato diventino politica, naturalmente, ma allo stesso pubblicano calorose affermazioni sulla nostra appassionata dedizione alla democrazia. E queste vengono trasmesse con obbedienza dai giornalisti e dagli opinionisti.

Ebbene, al contrario dell’Iran, Israele rifiuta assolutamente le ispezioni, rifiuta di aderire al Trattato di non-proliferazione, ha sistemi avanzati di lancio. Inoltre ha un lungo curriculum di violenza e repressione. Si è annessa e si è istallata in territori conquistati in modo illegale, in violazione degli ordini del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha fatto molte azioni di aggressione – cinque volte soltanto contro il Libano, senza alcun pretesto plausibile. Sul New York Times di ieri, si può leggere che le Alture del Golan siriano sono territorio disputato. C’è una risoluzione del Consiglio nazionale di sicurezza dell’ONU, la 497, che è stata presa all’unanimità, che dichiara illegale l’annessione delle alture del Golan da parte di Israele e chieda che venga annullata. E infatti se ne discute soltanto a Israele e sul New York Times che infatti riflette la reale politica degli Stati Uniti, non quella formale.

Il curriculum di aggressioni dell’Iran in varie centinaia di anni recenti comprende l’invasione e la conquista di un paio di isole arabe. Questo è accaduto quando regnava lo Scià, il dittatore imposto dagli Stati Uniti. Questo è in realtà l’unico caso in varie centinaia di anni.

Nel frattempo, – le avete da poco sentite all’ONU – continuano  le gravi  minacce di attacchi da parte degli Stati Uniti, ma specialmente da Israele. Ora c’è una reazione a questo ad altissimo  livello negli Stati Uniti. Leon Panetta, segretario alla Difesa,  ha detto che noi non vogliamo attaccare l’Iran, speriamo che Israele non attacchi l’Iran, ma Israele è un paese sovrano e devono prendere da soli le loro decisioni su che cosa fare. Potreste chiedervi quale sarebbe la reazione se ribaltassimo il cast dei protagonisti. E chi di voi ha interessi  di argomenti “antiquari”   potrebbe ricordare che c’è un documento che si chiama Carta (statuto) delle Nazioni Unite, il fondamento della moderna legge internazionale, che proibisce la minaccia o l’uso della forza negli affari internazionali. Ci sono due stati canaglia – gli Stati Uniti e Israele – per i quali ciò che riguarda la Carta e la legge internazionale come soltanto un’inezia  noiosa, quindi fate come volete. E questo atteggiamento viene accettato.

Ebbene, queste non sono soltanto parole; c’è una guerra in corso, che include terrorismo, uccisione di scienziati nucleari, una guerra economica. Le minacce degli Stati Uniti, non quelle internazionali, hanno tagliato fuori l’Iran dal sistema finanziario internazionale. Gli analisti militari occidentali identificano quelle che chiamano ” armi della finanza” con atti di guerra che giustificano una replica violenta – quando, cioè, sono diretti contro di noi. Tagliare fuori l’Iran dai mercati finanziari internazionali è diverso.

Gli Stati Uniti  stanno attuando apertamente una vasta guerra cibernetica contro l’Iran, cosa molto lodata. Il Pentagono la  considera equivalente a un attacco armato che giustifica una reazione militare, ma questo, naturalmente, quando è diretto contro di noi. Il principale personaggio liberale del Dipartimento di stato,  Harold Koh – è consulente legale di massimo livello del Dipartimento di stato -  dice che la guerra cibernetica è un’azione bellica se provoca distruzioni significative come l’attacco contro le installazioni nucleari iraniane, e tali azioni, dice, giustificano la forza come autodifesa. Naturalmente intende soltanto attacchi contro gli Stati Uniti o i loro clienti.

L’arsenale letale di Israele che è enorme, comprende sottomarini all’avanguardia, forniti di recente dalla Germania. Questi sono in grado di trasportare i missili a testata nucleare di Israele, che di sicuro saranno dislocati in nel Golfo Persico o nei pressi se Israele procederà nei suoi piani di bombardare l’Iran, o, più probabilmente, sospetto, per cercare di creare condizioni per le quali gli Stati Uniti lo faranno. E gli Stati Uniti, naturalmente, hanno un vasto arsenale di armi nucleari in tutto il mondo, ma anche intorno a quella zona, dal Mediterraneo all’Oceano indiano, compresa una  potenza di fuoco nel Golfo Persico  che basta distruggere la maggior parte del mondo.

Un’altra storia che è nei notiziari proprio adesso è il bombardamento da parte di Israele del reattore nucleare di Osirak che viene indicato come modello per il bombardamento israeliano dell’Iran. Si dice raramente, tuttavia, che il bombardamento del reattore di Osirak non ha posto fine al programma di Saddam Hussein per le armi nucleari. Lo ha iniziato. Prima di quelle evento non c’era nessun programma. E il reattore di Osirak non era in grado di produrre l’uranio per le armi nucleari. Naturalmente, però,  dopo i bombardamenti, Saddam si è  immediatamente dedicato a sviluppare un programma di armi nucleari. E se l’Iran sarà bombardato, quasi sicuramente procederà proprio come ha fatto Saddam Hussein dopo il bombardamento di Osirak.

Fra poche settimane, commemoreremo il 50°anniversario “del momento più pericoloso nella storia umana.” Queste sono le parole dello storico e consigliere di Kennedy, Arthur Schlesinger. Si riferiva, naturalmente, alla crisi dei missili dell’ottobre  1962, “il momento più pericoloso nella storia umana.” Altri sono d’accordo. In quel periodo, Kennedy aveva portato l’allerta nucleare al secondo più alto livello, quasi al punto di lanciare delle armi. Aveva  autorizzato i velivoli della NATO, con piloti turchi o altri piloti, a decollare, a volare a Mosca, e buttare delle bombe, cosa che avrebbe forse scatenato una probabile conflagrazione nucleare.

Al culmine della crisi dei missili, Kennedy aveva valutato la possibilità di una guerra nucleare forse al 50 per cento. E’ una guerra che distruggerebbe l’emisfero settentrionale, aveva avvertito il presidente Eisenhower. E di fronte a quel rischio, Kennedy rifiutò di accettare pubblicamente un’offerta da parte di Kruschev di porre fine alla crisi con il contemporaneo ritiro dei missili russi da Cuba e quelli degli Stati uniti dalla Turchia.  Erano già stati sostituiti con sottomarini Polaris inattaccabili, ma si era sentita la necessità di  stabilire con fermezza il principio che la Russia non ha alcun diritto di avere alcuna arma di offesa in nessun luogo che sia al di là dei confini dell’Unione Sovietica neanche per difendere un alleato da un attacco degli Stati Uniti. Si è ora riconosciuto che questa era il motivo principale per schierare là i missili, in realtà un motivo plausibile. Nel frattempo, gli Stati Uniti devono  conservare il diritto di averli in tutto il mondo, puntati contro la Russia o la Cina o qualsiasi altro nemico. Infatti, abbiamo saputo di recente, che nel 1962 gli Stati Uniti avevano in segreto dislocato missili nucleari  a Okinawa, puntati sulla  Cina. Quello era stato un momento di alte tensioni nella regione. Tutto ciò è coerente con concezioni di grandi     quelle che avevo detto  essere state sviluppate dai pianificatori di Roosevelt.

Ebbene, fortunatamente, nel 1962, Krushev si tirò indietro. Ma il mondo non può essere sicuro che questa ragionevolezza ci sia per sempre. E, secondo me, è particolarmente pericoloso il fatto che gli intellettuali e perfino il mondo della cultura acclamino il comportamento di Kennedy come il momento più bello della sua vita. Il mio punto di vista è che è stato uno dei peggiori momenti della storia. L’incapacità di affrontare la realtà di noi stessi è una caratteristica fin troppo comune della cultura intellettuale, e ha implicazioni inquietanti anche  per la vita personale.

Ebbene, 10 anni più tardi, durante la guerra arabo-israeliana, Henry Kissinger alzò al massimo il livello  di allarme nucleare.. Lo scopo era di avvertire i Russi  mentre  (così abbiamo saputo da poco) informava  in segreto Israele  che avevano autorizzato di violare il cessate il fuoco che era stato imposto congiuntamente dagli Stati Uniti e dalla Russia. Quando Reagan assunse la carica un paio di anni dopo, gli Stati Uniti avviarono operazioni per indagare sulle  difese russe, volando in Russia a questo scopo,  simulando attacchi aerei e navali e allo stesso tempo piazzando in Germania  missili Perishing che in 5 minuti di volo raggiungevano i bersagli russi. Stavano fornendo quello che la CIA chiamava la capacità di “un primo attacco super-improvviso”. I Russi, non c’è da meravigliarsi, erano profondamente preoccupati. In realtà  questo portò a una importante allerta di guerra nel 1983.  Ci sono statti centinaia di casi quando l’intervento umano  ha sospeso il lancio per un primo attacco a   pochi minuti prima del lancio. Questo dopo che sistemi automatici avevano dato un falso allarme. Non abbiamo rapporti dei Russi, ma non c’è dubbio che i loro sistemi sono molto più soggetti a incidenti. In realtà è un miracolo che finora sia stata evitata una guerra nucleare.

Nel frattempo, India e Pakistan sono arrivati vicino a una guerra nucleare varie volte e le situazioni di  crisi che hanno portato a questo punto, specialmente quella per il Kashmir, restano. Sia l’India che il Pakistan hanno rifiutato di firmare il Trattato di non-proliferazione, insieme a Israele, ed entrambi i paesi hanno ricevuto appoggio di Stati Uniti per sviluppare i loro programmi nucleari fino a oggi, nel caso dell’India,  che è ora alleato del nostro paese.

Le minacce di guerra in Medio Oriente che potrebbero diventare una realtà molto presto, ancora una volta aumentano i pericoli. Per fortuna c’è un modo per uscirne, un modo semplice. C’è un modo di attenuare,forse anche di porre fine a qualunque minaccia si presuma che l’Iran possa porre.E’ semplicissimo: andare verso la creazione di una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente. L’occasione si presenterà di nuovo questo dicembre. C”è in programma una conferenza internazionale per trattare questa proposta che ha un appoggio internazionale entusiasta, compresa, per inciso, una maggioranza della popolazione di Israele, fortunatamente. Sfortunatamente è bloccata dagli Stati Uniti e da Israele. Un paio di giorni fa, Israele ha annunciato che non parteciperà, e che non considererà la questione fino a quando non ci sarà una pace generale nella regione. Obama prende la stessa posizione. Insiste anche che qualsiasi accordo deve escludere Israele e deve perfino escludere le richieste ad altre nazioni perché forniscano informazioni circa le attività nucleari di Israele.

Gli Stati Uniti e Israele possono rimandare indefinitamente la pace nella regione. Lo hanno fatto per 35 anni per la situazione di Israele e Palestina, praticamente l’isolamento internazionale. E’ una storia lunga, importante, che non ho tempo di approfondire qui. Non c’è quindi speranza di trovare un modo  facile per porre fine a quello che l’Occidente considera la crisi attuale più grave – nessun modo a meno che ci sia una pressione pubblica su vasta scala. Non può però esserci,  questo tipo di pressione a meno che la gente ne sappia qualche cosa. E i mezzi di informazione hanno fatto un lavoro stupendo  allontanando quel pericolo: nulla è stato riferito sulla conferenza o su qualche cosa del contesto, nessuna discussione, a parte i giornali specialisti sul controllo delle armi dove si  possono leggere delle notizie al riguardo. E’ questo quindi che blocca il modo facile per mettere fine alla peggiore crisi che esiste attualmente a meno che la gente non trovi una maniera di aprirsi varco perverso la soluzione.



AMY GOODMAN : Il professore  del MIT, Noam Chomsky, ha parlato il 27 settembre di questo anno all’Università del Massachusetts, a Amherst. La sua conferenza era intitolata “Chi possiede il mondo?”


Traduzione di Maria Chiara Starace



venerdì 2 novembre 2012

Il capitalismo terrorista e la Chiesa complice.



Questa è la sintesi di un'intervista a Leonardo Boff che affronta i temi cruciali del sistema nel quale viviamo e del ruolo della Chiesa nelle dinamiche sociali e politiche odierne.
Buona lettura.


Ci sono due gruppi di minacce davanti a noi. Una viene dalla macchina di morte che è la nostra cultura militarista che ha creato un tale numero di armi nucleari, chimiche e biologiche, che possono distruggere ogni forma di vita sul pianeta. Queste armi sono molto deleterie: sono in sicurezza, ma non in assoluta sicurezza. Lo abbiamo visto a Chernobyl e Fukushima. Inoltre abbiamo le nanotecnologie. 

La guerra cibernetica può essere ad elevata distruzione. Si tratta di una guerra non dichiarata, di violenza estrema e che punisce gli innocenti. Il secondo gruppo di minacce deriva da quello che il nostro sviluppo industriale ha fatto negli ultimi 300, 400 anni, con la sistematica aggressione alla Terra, ai suoi beni, le sue risorse. Siamo arrivati al punto di avere destabilizzato totalmente il sistema Terra, e l’evidenza di questo è il riscaldamento globale. Per ricostruire quello che prendiamo alla Terra in un anno, essa abbisogna di un anno e mezzo. Quindi la Terra è già sterminata.

Stiamo arrivando a una temperatura vicino ai 2º C e la comunità scientifica nord-americana ha lanciato l’allarme sul fatto che, con l’ingresso del metano, del disgelo delle calotte polari e altri fattori, la Terra si sta scaldando piano e, improvvisamente, la febbre può sbalzare da 37º C a 45º C. Con questo repentino riscaldamento, la vita che conosciamo oggi non sopravviverà, né quella animale, né vegetale, né umana. Dato che abbiamo la tecnologia, siamo in grado di creare piccole oasi refrigerate per gruppi di esseri umani, che sicuramente invidieranno quelli che sono morti prima, tanto la vita sarà miserabile. Questo incomberà sull’umanità nei prossimi decenni, e nessuno lo crede, perché va contro il sistema di accumulazione, contro il capitalismo, contro le grandi aziende. Gli intellettuali che hanno un senso etico devono parlare di questo.

Il capitalismo è anticristiano perché in primo luogo è contro la vita, assassina le vite umane per accumulare. Per permettere ad alcuni una vita di qualità, molti devono avere una pessima qualità di vita. E questo è ingiusto. E tutto quello che va contro la vita finisce per essere contro colui che ha detto: «Io sono venuto a portare la vita, e una vita in abbondanza». Per questo è anticristiano. Riconoscerlo è costato molto ai cristiani, dato che le chiese si sono collocate molto bene dentro il sistema capitalista. La Chiesa ha difficoltà a condannare perché il capitalismo non nega la Chiesa o la religione. Al contrario, difende la Chiesa e la morale. Solo che, nella pratica, nega tutto questo. E questa è la grande illusione della Chiesa, dal momento che il capitalismo si estende in tutto il mondo, senza solidarietà. Con lui, solo il forte guadagna.

Gli Stati Uniti? Sono in “grande terrorista mondiale”, poiché in America Latina hanno appoggiato tutte le dittature e partecipato attivamente agli attentati, ai sequestri di persona, fornendo informazioni. E continuano con questa strategia, che è la strategia dell’Impero. Dove c’è una opposizione, la distruggono. Solo, mi meraviglio che non siano ancora riusciti ad eliminare Hugo Chávez in Venezuela, né Fidel Castro, pur tentando 17 volte, senza risultato. Gli Usa utilizzano sempre la violenza militare per imporsi e lo fanno dappertutto, come hanno fatto in Libia, ad esempio, con i droni. Credo che dopo le elezioni interverranno con i droni anche in Siria. Indipendentemente dal fatto che Obama venga rieletto o meno: perché gli Usa non riusciranno a trattenere Israele e, inoltre, non risolveranno i problemi con l’Iran.

Quindi l’arma non è la diplomazia e la ricerca di percorsi di pace, ma è la sottomissione. Sono forti, oggi: non nell’economia, perché la Cina lo è di più, né nella tecnologia (Giappone e altri paesi lo sono di più). Loro hanno il dominio militare del mondo, con la possibilità di ammazzare tutti. In nome di questo, sottomettono tutto il mondo. Nessuno si oppone all’Impero, tranne il Venezuela, Cuba e la Corea del Nord. Tutti gli altri, compreso il Brasile, si inchinano agli Stati Uniti. Si tratta di un impero il cui imperatore è afroamericano, ma con la stessa perversione di Bush e altri, perché il progetto non è cambiato.

Un vecchio detto della tradizione cristiana dice: “Dove c’è il povero, lì c’è Cristo”. Oggi dobbiamo guardare in tutte le città del terzo mondo, le grandi cinture di miseria, le baraccopoli. Il cristiano che prende sul serio la consapevolezza che Cristo è là dove sta il povero deve andare a visitarlo. Non basta sapere che là c’è uno slum. Bisogna andare lì, parlare con le persone, vedere come si può aiutarli a organizzarsi meglio. Un altro detto dice: “Dove ci sono i poveri c’è Cristo, e dove c’è Cristo sta la Chiesa”. Solo che non è vero che dove ci sono i poveri c’è la Chiesa. Essa è più vicina al Palazzo di Erode che alla grotta di Betlemme. La Chiesa deve rivedere quale è il suo posto nella società. Riconoscere la Chiesa di Roma come l’unica vera è un errore teologico, perchè suppone un concetto di Dio riduzionista, come se Lui dicesse: «Questi sono i miei figli e quelli non lo sono; queste sono le mie creature care e quelli sono figli abbandonati». Questo non esiste per Dio. Tutti siamo nati dal suo cuore. Dio crede in tutti gli esseri umani. Tutti sono figli e figlie, non solo i battezzati, che per caso sono nati in Occidente. Quindi una Chiesa che non fa questo, si oppone a Dio.

La Teologia della Liberazione parte dal grido degli oppressi, che oggi sono i poveri. Fino al 2008 c’erano 860 milioni di poveri al mondo e la crisi economica e finanziaria ha elevato questo numero a un miliardo e 200 milioni. I gridi sono diventati boati. Fino a quando ci saranno persone al mondo che gridano, siano donne, afrodiscendenti, indigeni, persone discriminate, sempre ha senso – partendo dalla fede – parlare e agire in forma liberatrice. È una teologia permanente, perchè, per la condizione umana, tutti – perfino i più ricchi e equilibrati – portano la propria croce: é la paura della morte, l’esposizione a incidenti, la perdita del figlio o della sposa; non abbiamo una vita sicura. La condizione umana è questa e deve essere costruita ogni giorno, con la sua angustia e oppressione.

Oltre la metà dei cristiani e dei cattolici vive nel terzo mondo. Di fatto è una religione del terzo mondo, sebbene sia nata nel primo. E se parliamo di creatività, di presenza, vedremo che la creatività non è presente nel primo mondo, dove abbiamo culture agonizzanti, che lentamente “stanno scivolando dalla rampa” della vita. Sono civiltà che non coltivano la speranza, perchè non vedono quale speranza ci sia per loro. In fondo hanno conquistato tutto quello che volevano, hanno dominato il mondo, imposto le loro idee, le loro filosofie, i loro valori, la loro musica, e ora dicono che sono infelici. Questo significa che l’essere umano non ha solo fame di pane, di beni materiali, ma anche di bellezza, di comunicazione, di amore di solidarietà. E questi valori sono presenti soprattutto tra i poveri.

Se c’è una cosa che i poveri proteggono è la cultura della solidarietà, l’allegria di vivere con il poco che hanno. Lo si vede perfino nelle telenovele di “Globo”, come quella chiamata “Avenida Brasil”: dove stanno la vita, la solidarietà e l’allegria? Non nell’alta borghesia; stanno nella favela del Divino. In questi luoghi dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina, il cristianesimo si dimostra creativo. Qui abbiamo la donna povera che non vuole entrare nel mondo dei ricchi, ma vuole essere solidale. Quindi c’è una teologia femminile differente. Esse litigano perfino con le americane, per esempio, criticandole, dicendo che non si deve continuare a fare teologia solo per integrare le donne, che poi contribuiranno solo a ingrossare il mondo degli oppressori. Le latinoamericane chiedono a loro solidarietà come donne e come oppresse. Se non ci sarà questo, non sarà una vera Teologia della Liberazione.

La teologia é seria quando si prende sul serio la testimonianza degli invisibili, dei disprezzati, di quelli che non contano niente. Ogni persona è unica al mondo, ha qualcosa da dire, da mostrare. Ignorante é quello che pensa che il popolo è ignorante. Il popolo conosce molto della vita, della sua lotta. É un sapere, come dice Camões, “fatto di esperienza”. Siamo seri quando diamo valore a quello che dice il popolo, che non sono parole, ma drammi e gridi. In secondo luogo, dobbiamo saper formulare questo in maniera rigorosa e universale, in modo che tutti possano capire. Per prima cosa, la teologia e le Chiese ammettano di essere complici del mondo a cui oggi siamo arrivati. Questo significa che c’è stato qualche errore nella nostra trasmissione di fede, nella nostra esperienza biblica, per cui non siamo riusciti ad evitare la crisi ecologica e la crisi economica mondiale.

Non abbiamo la chiave della salvezza, siamo parte del problema. E con molta umiltà, dobbiamo rinunciare a ogni arroganza tipo “abbiamo la parola della rivelazione e quindi sappiamo”. Noi non sappiamo. Quando la Chiesa è stata arrogante e ha assunto il potere, è stato un fiasco. Ha governato male, fino al 1890 c’era ancora la pena di morte nello Stato del Vaticano, oltre ad aver commesso grandi errori storici contro la modernità e i diritti umani. Quindi non può presentare titoli di credibilità. Per prima cosa, bisogna riconoscere che si può imparare dialogando e che si può dare un contributo partendo dall’esempio di Gesù. La nostra sfida non è quella di creare cristiani, ma creare persone oneste, umane, solidali, compassionevoli, rispettose della natura degli altri. Se realizziamo questo si realizza il sogno di Gesù.



(Leonardo Boff, sintesi dell’intervista “La teologia della liberazione” rilasciata a “Ihu on line” e ripresa da “Megachip” il 19 ottobre 2012).


giovedì 1 novembre 2012

Omicidio di Stato all'americana.


DI CHRIS FLOYD
Empire Burlesque 

Recentemente, il Washington Post ha delineato, in orrendi, dilanianti dettagli, il continuo sforzo dell'amministrazione Obama per espandere, rafforzare e “codificare” la pratica dell'omicidio e del terrorismo da parte del Governo statunitense. L'intento deliberato e dichiarato di queste sinistre macchinazioni è quello di integrare l'uso di squadroni della morte ed attacchi di droni nell'apparato di polizia della prossima amministrazione, in modo che l'uccisione di esseri umani senza alcuna giustificazione legale andrà avanti, anno dopo anno dopo anno, anche quando il Premio Nobel per la pace avrà lasciato l'incarico.

Se ne sono usciti anche con un nuovo eufemismo per l'omicidio di Stato: “smaltimento”. La nuova “matrice anti-terrorismo” è “pensata in modo da andare oltre le esistenti liste di uccisioni, delineando dei piani per l' ‘eliminazione’ dei sospettati al di là della portata dei droni americani”, scrive il Post

In altre parole, si tratta di espandere e variare il menù dell'omicidio arbitrario, mescolando l'archibugio degli attacchi dei droni e dei raid notturni con approcci più mirati come “pallottola in testa”, “bomba nel motore”, “polonio nella zuppa di piselli” e “droga e defenestrazione”. L'omicidio arbitrario da parte di élite irresponsabili e le loro spie, pagate con i soldi dei cittadini ordinari che non hanno voce in capitolo né sanno cosa venga fatto in loro nome (e chi saranno le vittime dell'inevitabile ripercussione delle campagna del terrore e dell'omicidio di Stato) sta vendendo ora “codificato”, ufficialmente e formalmente, alla maniera americana. 

Ad essere sinceri – in tutti i sensi, lasciateci esseri sinceri con questi macellai – il termine “smaltimento” è applicato in modo esteso per coprire una moltitudine di peccati: rapimento, detenzione indeterminata, estradizione, torture per procura ai prigionieri. Ma vale la pena ricordare che tutte queste disposizioni – compresi gli omicidi, su grande e piccola scala – coinvolgono “presunti” o “sospetti” terroristi, persone che si sono ritrovate, per un qualsiasi motivo (o per nessun motivo) in una delle innumerevoli “liste” compilate con un metodo qualsiasi (o con nessun metodo) dalle tante agenzie stra-finanziate che ora si occupano di “anti-terrorismo”. 

Ma probabilmente non è tutto. Questi omicidi codificati vengono inflitti anche contro persone che non sono in nessuna lista di nessun genere: i loro nomi, la loro appartenenza, i loro principi, le loro intenzioni – ed ovviamente, le loro eliminazioni– sono del tutto sconosciuti da coloro che li uccidono. Sono i bersagli senza volto degli “attacchi alle firme”, che permettono ai squadroni della morte americani di uccidere gente basandosi su “parametri di condotta” che potrebbero – o no – indicare un possibile intento malvagio – o nessuno – verso qualcuno – o nessuno – in un dato posto – o da nessuna parte. Questo rigoroso processo giace interamente nelle magiche abilità telepatiche di chi manovra i droni con gli occhi sullo schermo di un pc. Se al combattente in poltrona non piace il taglio del braccio di qualcuno, preme il joystick e trasforma lo straniero in “un insetto spiaccicato”, per usare il termine preferito dai nostri audaci difensori della civiltà. 

Come il pezzo dello scorso anno uscito sul New York Times che descriveva nel dettaglio la gestione diretta della Casa Bianca del racket degli omicidi, il nuovo articolo del Washington Post è pieno di citazioni di “funzionari senior dell'amministrazione” che sono stati ovviamente autorizzati a parlare. Ancora una volta, si tratta di una storia che Obama ed il suo staff VOGLIONO raccontare. Vogliono informarci sul programma di omicidi e sui loro duri sforzi per renderlo permanente; ne sono orgogliosi, credono che dia loro una buona immagine. Vogliono che sia parte del loro lascito, qualcosa che possano trasmettere alle generazioni future: omicidi arbitrari, illegali e sistematici. 

Forse questo fatto andrebbe tenuto a mente da tutti quei progressisti preoccupati là fuori che continuano a dirsi che Obama sarà “diverso”, che “si sposterà a sinistra” se solo potessimo assicurargli un secondo mandato. No: la tradizione degli omicidi arbitrari, illegali e sistematici è il tipo di lascito che lui vuole. Quella che è andato costruendo con notevole energia e meticolosa attenzione al dettaglio, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, negli ultimi quattro anni. Questo è quello che gli importa. Ed è questo – non i posti di lavoro, non la pace, non l'ambiente, non la parità di diritti per le donne e le minoranze etniche e di genere, non i poveri, non la classe media, non l'educazione, non le infrastrutture, non la scienza, non la diplomazia – quello a cui si dedicherà nel secondo mandato. (Insieme alla sua altra unica passione politica: fare “un fantastico affare” con Big Money per distruggere gli ultimi brandelli rimasti del New Deal.) 

Non c'è motivo di parlare ulteriormente della notizia del Post e farne un commento dettagliato. La natura nauseante di questa macchina della morte in movimento perpetuo – e l'apparente inumanità di coloro che la attuano e dei leccapiedi che la applaudono – è troppo semplice. Leggetevi la storia e fatevi un'opinione. Leggete come questi macellai – il nostro rispettabile sistema di élite bipartisan – ci ha intrappolato nell'Era dell'Inferno. 





Traduzione per Comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

Italia 2013. Così è andata a finire.

DI EUGENIO ORSO
Pauper class

Nei tormentati anni novanta di Tangentopoli/ Mani pulite, della svendita dell’industria pubblica al “privato emergente” e allo straniero, del collasso dei vecchi partiti e dell’ascesa politica della Lega, il professor Gianfranco Miglio – giurista e politico, unico vero pensatore e ideologo che la Lega bossiana abbia mai avuto – scrisse un bel romanzo di fantapolitica, dal titolo Italia 1996. Così è andata a finire. L’opera in questione è stata pubblicata nel lontano 1993, mentre si stava scatenando la tempesta sistemica che avrebbe travolto la cosiddetta prima repubblica.

Il romanzo di Miglio, ucronico e avvincente, preconizzava, in seguito ad una crisi senza precedenti nel dopoguerra, la fine della repubblica italiana nata dalla Resistenza, la nascita di nuovi assetti politici e di un parlamento di matrice federale, con l’inedita possibilità concessa al nord di decidere per la secessione. In quegli anni ero appassionato di fantapolitica, fantasociologia e ucronie, e perciò lessi avidamente il libro. Ciò che si nota, rileggendo con il senno di poi il (bel) romanzo fantapolitico dello scomparso Miglio, è che il suddetto ha anticipato di molti anni i disastri economici, sociali, occupazionali che ci affliggono nel presente e che sono destinati ad aggravarsi nei prossimi mesi. Non siamo ancora alla cassa integrazione per mezzo milione di statali e agli scioperi massici e continui che paralizzano un paese per settimane – come vaticinava Miglio – ma, seguendo passo dopo passo la via crucis percorsa dalla Grecia, è possibile che ci arriveremo in tempi brevi. Sarà il 2013 l’anno horribilis, esattamente come doveva essere il 1996 nel romanzo fantapolitico del professore di Como? I partiti soggetti alle Aristocrazie finanziarie (con o senza Monti) chiederanno aiuto a Grillo, per risolvere una situazione diventata ingestibile, così come i loro antecessori, nella fantasia di scrittore di Gianfranco Miglio, hanno chiesto aiuto a Bossi e alla Lega allora emergente?

Sarà dunque il 2013 l’anno in cui si decideranno, forse per tutto il secolo, i destini dell’Italia? Se nel 1996, nonostante la cupa profezia di Miglio, l’Italia è stata “graziata” dallo sviluppo del corso storico, ed ha retto all’urto della crisi, rinviando al futuro la prospettiva del disastro, nel 2013 sarà improbabile che ciò possa accadere ancora, e questo spiega il (curioso) titolo del presente post, rubato a Gianfranco Miglio scrittore fantapolitico dei primi novanta. 

E’ bene, dunque, cercare di prevedere cosa accadrà il prossimo anno e che fine farà l’Italia, senza arrivare a scrivere un romanzo ucronico-fantapolitico su questo tema, come fece il Miglio della Lega ai suoi tempi, ma limitandosi, in prima battuta, agli aspetti squisitamente politici e centrando l’attenzione sulle prossime, possibili elezioni di fine legislatura.

Le recenti amministrative per il rinnovo del parlamento regionale siciliano, hanno evidenziato una situazione nuova, in cui, in primo luogo, si manifesta con un’ampiezza senza precedenti il fenomeno dell’astensionismo, e in secondo luogo si registra l’ascesa incontenibile di Grillo, Casaleggio e M5S in ogni dove, nella penisola (evento, questo ultimo, un po’ meno importante del primo). I timori propagandisticamente diffusi dai difensori del sistema al servizio delle grandi entità neoliberiste esterne, dai politici consumati che si contendono l’osso del sub-potere nazionale, dagli editorialisti e opinionisti dei grandi quotidiani intenti a intorbidare le acque e a orientare il voto, sono essenzialmente i seguenti:1) che l’”antipolitica” – cioè la critica pur moderata e nonviolenta al sistema, espressa giocando con le regole del sistema stesso, come fanno i seguaci di Grillo – riesca addirittura a vincere le prossime elezioni politiche, formando o condizionando pesantemente un nuovo governo nazionale, oppure, più realisticamente, 2) che esca dalle urne un paese totalmente “ingovernabile”, con un parlamento frammentato, incapace di esprimere maggioranze addomesticate a sostegno del futuro esecutivo. Ma soprattutto si teme, spesso senza chiarirlo in modo diretto, che qualcosa possa andare storto, e che il futuro governo, insediatosi seguendo le regole del gioco liberaldemocratiche, non continui pedissequo sulla strada senza uscita tracciata da Monti, fino al punto di disobbedire all’eurotower di Draghi (la BCE, la più “solida” istituzione europide) e di non seguire gli “amichevoli consigli” del FMI e dell’unione europoide. Per la verità, da come la vedo io, tutti costoro cercano, per massima prudenza, di scongiurare eventualità remote, e che tali resteranno, fino alle politiche della prossima primavera, anche nel caso di un astensionismo ai massimi storici e di un risultato eclatante del M5S.

Possiamo convenientemente partire dai risultati delle amministrative siciliane di questi giorni, estendendo all’intero paese i ragionamenti politico-elettorali con qualche (necessaria) enfasi predittiva. Come hanno compreso anche i bimbi, sono due le tendenze più importanti che emergono dai numeri consuntivi della predetta consultazione elettorale: a) l’astensionismo in crescita che ha toccato e superato la metà degli aventi diritto (se non erro, oltre il 52%, mentre nel 2008 hanno votato i due terzi circa) e b) il risultato delle liste di Grillo, che hanno raccolto quasi il 15% dei voti, diventando primo partito nell’isola (con 15 seggi su 90 assegnati, solo 14 seggi vanno al secondo, cioè il pd). Il combinato disposto astensione ai massimi e M5S ai massimi inquieta un poco, come detto, i difensori e i servitori del sistema, e provoca le loro reazioni. Ma se ben guardiamo, nonostante tutto Bersani ha cantato vittoria, e questo per lui è stato il miglior risultato storico, ottenuto dalla sinistra, in quella Sicilia che fu prima democristiana e poi berlusconiana. E’ chiaramente falso, se andiamo a vedere i numeri, perché il pd ha perso più di 248.000 voti, rispetto alle regionali del 2008, e il suo bottino elettorale si è ridotto quasi alla metà (- 49,1%), ma intanto c’è uno della nomenclatura pidiina dell’isola, Rosario Crocetta, nel posto di governatore e Bersani, nonostante tutto, millanta grandi successi e si frega le mani. Inoltre, la vittoria del pd e di Crocetta è stata resa possibile dall’inciucio con l’udc filo-montiana, che in Sicilia pesa ancora qualcosa. Di più, se la coalizione che sostiene Crocetta ha avuto, ufficialmente, poco più del 30% dei consensi espressi (che non ha consentito a Crocetta e Bersani di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi nel parlamento dell’isola), considerato l’astensionismo questa pesa per meno del 15% degli aventi diritto, e il pd deve accontentarsi di uno striminzito 7%. Lo stesso M5S, considerata la massa degli astenuti, è posizionato fra 7,5% e 8%. Il disfacimento del pdl berlusconiano non si arresta, ma si aggrava, stando ai risultati delle regioni siciliane, e la perdita di voti, rispetto alle equivalenti elezioni 2008, è addirittura superiore al 70% (circa il 72, se non erro), pari a ben 652.000 voti.

Fatte le poche, ma essenziali considerazioni di cui sopra, si può trasporre la situazione sul piano nazionale, tenendo conto delle differenze fra il sud e il centro-nord. Se l’astensione, in tutto il meridione e nelle isole, potrà raggiungere (e forse superare, considerato il precedente della Sicilia) la soglia del 50%, nel centro-nord sarà in proporzione minore il numero di coloro che non andranno alle urne, pur potendo raggiungere (e forse superare) il 40%. Ne conseguirà che l’astensione, a livello nazionale, pur in vistosa crescita non riguarderà un elettore su due, ma sarà un po’ di meno. In Italia meridionale, isole comprese, vive circa un terzo degli aventi diritto al voto (in rapporto a circa 20,7 milioni di abitanti), mentre i due terzi degli elettori sono concentrati nel centro-nord del paese (in rapporto a circa 40,1 milioni di abitanti). L’astensione nel meridione peserà, a livello nazionale, per circa il 17% del corpo elettorale complessivo, che si aggiungerà al 26% di elettori astenuti del centro-nord (sempre in relazione all’intero corpo elettorale nazionale). Perciò, è possibile che l’astensione – se si manterrà a livelli alti, mai raggiunti in precedenza, fino alla primavera del 2013 – riguarderà il 43% circa degli aventi diritto, e non oltre il 50% degli stessi. Dal canto suo, il M5S di Grillo che acquisirà per la prima volta significativi consensi in tutto il meridione (com'è accaduto con le regionali in Sicilia), potrà raccogliere a sud il 15% dei voti (volendo estendere a tutto il meridione la percentuale ottenuta in Sicilia), e potrà superare la soglia del 20% nell’intero centro-nord, fino ad arrivare al 23% dei voti. E’ chiaro che M5S, Grillo e Casaleggio saranno un’alternativa all’astensione elettorale, che impedirà alla partecipazione al rito del voto liberaldemocratico di crollare ancor più vistosamente. Ma in rapporto all’intero corpo elettorale, astenuti compresi, la percentuale nazionale di consensi che otterrà M5S potrà essere compresa al più fra 11 e 12%. Sommare la percentuale di voti, sui soli votanti, ottenuta da M5S a quella dell’astensione per andare oltre il 50% – come hanno fatto certuni per mostrare la disaffezione nei confronti del solito sistema dei partiti – è fin d’ora un’operazione scorretta, e non soltanto perché la percentuale di voti a M5S dovrebbe essere correttamente rapportata a tutti gli elettori. Tutto ciò non potrebbe che incoraggiare individui come Monti, i quali dichiarano che il governo non eletto che guidano è certo maledetto (e questo lo sappiamo bene), ma è pur sempre più gradito agli italiani dei partiti nazionali. Chi si astiene (eccezion fatta per la percentuale fisiologica di astensione, sotto la quale non si può andare) comunque sia, con maggior o minor coscienza, opera una scelta chiara e si allontana dal sistema, dai suoi riti, dalla liberaldemocrazia ammaestrata e dai partiti succubi dei poteri esterni, mentre chi vota per le liste di Grillo e Casaleggio partecipa al rito elettorale e “rientra nel sistema” legittimandolo. Una bella differenza! Grillo, Casaleggio e M5S, giocando la loro partita con le mappe fornite dal nemico (accettando cioè le regole liberaldemocratiche) avranno elevate probabilità di perdere, o di essere usati per i suoi scopi da quello stesso sistema che vorrebbero cambiare. Se poi accetteranno un’ennesima legge elettorale truffa, varata in fretta e furia per far vincere i “sinceri democratici” antipopulisti che proseguiranno l’opera di Monti, oppure se andranno al voto con l’attuale porcellum (che tutti, a parole, avrebbero voluto cambiare) mostreranno la loro debolezza e la loro inevitabile subalternità al sistema. I “sinceri democratici” antipopulisti e pro-euro che vinceranno le prossime elezioni politiche faranno sicuramento perno sul pd, e non è un caso che Bersani, dopo l’esito del voto in Sicilia, si sta allontanando da un Vendola in calo di consensi e sotto inchiesta, per stringere i rapporti con l’ambiguo furbastro Casini e i suoi centristi. Il pd con Bersani e i dinosauri della nomenclatura – l’arrogante giovinastro Renzi non ce la farà alle primarie – avrà occasione di cantar vittoria perché l’astensione, pur in vistosa crescita, non ha tracimato esondando con percentuali superiori al 50%, e perché la sua coalizione (riproduzione in formato un po’ ridotto del vecchio, dannato ulivo prodiano) avrà battuto sia il centro-destra sia lo stesso Grillo, pur potendo diventare M5S in vaste aree del paese, come è stato in Sicilia, il primo partito. Diranno, i burocrati pidiini, che il “populismo” non è passato e che, comunque, la maggioranza degli italiani ha votato, non voltando le spalle al sistema. Diranno, subito dopo, che i tempi sono difficili, la (mitica) ripresa tarda a venire e che bisogna pensare alla crescita nel rigore dei conti pubblici (con parole alla Merkel), e continueranno imperterriti, a testa bassa, servi devoti del grande capitale finanziario, l’opera iniziata da Monti. Nel frattempo, Draghi si sarà accordato ben bene con la bundesbank e la cancelleria di Berlino, e spunterà una nuova autorità sopranazionale che vigilerà in permanenza sui bilanci e sui conti dei singoli stati (in particolare sulle “cicale" del sud), a prescindere da memorandum-capestro firmati dai paesi che chiederanno “salvataggi” (cosa che toccherà anche a noi). E così saremo fregati per gli anni a venire, sotto il giogo di Francoforte, Bruxelles, Strasburgo, Lussemburgo e Washington (BCE, unione europide e FMI), con poche chance di uscire dal tunnel, al punto che soltanto eventi imponderabili e gravi potranno cambiare il quadro della situazione.

Ecco perché il titolo del presente post – preso in prestito dal Miglio fantapolitico cambiando solo l’anno di riferimento – è Italia 2013. Così è andata a finire.




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