lunedì 10 agosto 2009

Il Paese della Cuccagna.


Il cadavere Italia pare voglia sembrare ancora vivo, almeno a quanto si evince dalle dichiarazioni dei nostri anfitrioni del potere. Stando a Tremonti e Berlusconi, stiamo vivendo una nuova età dell'oro, dove tutto va per il meglio, dove i, pochi, problemi che rimangono o sono sopportabili e marginali (come la mafia) o saranno risolti a breve (sviluppo e occupazione). Stando a questo governo l'Italia ha superato perfettamente indenne questa crisi economica, dando modo agli altri paesi europei di trovare un modello al quale ispirarsi per fronteggiare in futuro simili eventi finanziari, dimenticando che la crisi non è ancora finita, né tanto meno i suoi effetti devastanti si sono ancora fatti realmente sentire in Europa e quindi in Italia.
Salvate le banche, persi migliaia e migliaia di posti di lavoro, chiuse migliaia e migliaia di imprese medie e piccole, indebitate praticamente tutte le restanti, per il nostro governo è tutto ok. L'inflazione galoppante degli ultimi anni, dicono, non ha prodotto un impoverimento generale del paese, ma è stata frenata grazie alle misure governative (quali?). Niente paura dunque, da ogni punto di vista, fiducia italiani! Il nostro paese è in perfetta salute e sarà protagonista ancora per molto tempo. Abbiamo problemi di approviggionamento energetico? Niente panico, c'è il nucleare. Abbiamo problemi di sicurezza? Niente paura e allarmismo, ci sono le ronde. Abbiamo una spaventosa evasione fiscale? Niente isterismi, ci sono condoni e scudi fiscali. Abbiamo problemi nelle scuole? Tutto ok, tagliamo i fondi. L'Alitalia fallisce? Nessuno perderà il lavoro, c'è la cordata italiana. C'è la mafia? Ormai tutti i mafiosi sono in prigione.
Bisogna dunque preoccuparsi? Abbiamo una squadra di governo che, come l'esempio del suo “duce” dimostra, lavora per noi 25 ore su 24, senza sosta, per garantire a tutti i cittadini una vita serena e felice. Non abbiamo dunque nulla di cui preoccuparci, perchè ad esempio, ritornando alla crisi, se un esperto come Tremonti ci dice che la crisi è stata superata dal nostro paese brillantemente, ci sarà pure da fidarsi no? Cosa vogliamo saperne noi poveri lavoratori e disoccupati delle leggi ferree dell'economia? La Fiat è in salute, quindi tutto va bene. Perchè non dovremmo fidarci di un illustre ministro quando ci dice di non preoccuparci? La disoccupazione è ricominciata a salire (e al Sud non
si era mai fermata)? Non è legato a questa crisi, che è solo finanziaria, è legata alla competitività delle nostre aziende,quindi al nostro mercato del lavoro, quindi al costo del lavoro. Insomma, meno soldi agli operai, più alle aziende, più occupati. Perchè non dovremmo accettarlo?
E poi, ancora. Il Sud del paese versa in una situazione di abbandono? La colpa è delle politiche assistenziali portate avanti dalla sinistra e non quindi della presenza della mafia. Il lavoro nero così diffuso al sud è colpa dei sindacati, non delle aziende in mano alla mafia. Quindi, cosa stiamo a lamentarci sempre di mafia di qua e 'ndrangheta di là. Il problema è la sinistra. Eliminiamo loro ed elimineremo i problemi del Sud. Tralasciamo per un attimo tutti i discorsi populisti e demagogici sull'inquinamento del mare a causa dei depuratori mai messi a regime per le frodi alla Comunità Europea, lasciamo perdere il porto di Gioia Tauro che è il crocevia più importante per traffici di armi e droga, non continuiamo a menarla sulle imprese che hanno preso i finanziamenti, hanno costruito blocchi di cemento e assunto degli operai e poi chiuso sei mesi dopo (cattedrali nel deserto), non lamentiamoci dello sporco giro di rifiuti e discariche che stanno avvelenando l'ambiente, basta piagnistei. Tutto va bene. Tutto si risolverà. Lo ha detto Tremonti, lo ha ribadito Berlusconi, lo ripete Fini. Siamo a cavallo. L'Italia non ha nulla da temere, né da questa crisi, né dalle future. Siamo un paese solido, forte, in salute. Un paese che ha un tasso di natalità dello 0% e che nel 2025 avrà più vecchi che giovani. Un paese che può vantarsi di avere la più indebitata azienda del pianeta, la Telecom. Un paese che è al 73° posto per libertà di informazione. Siamo un paese normale, che va, l'Italia che lavora. Un paese che presenta un tasso di disoccupazione dell'8,6 % e nei giovani del 25% (55% al Sud), un tasso di lavoro precario su tutto il lavoro dipendente del 16%, un paese che vede 8 milioni di cittadini paurosamente vivere sotto la soglia del tetto di povertà. Un paese che sta bene, non ci sono dubbi. Un paese che paga in media almeno il 25% in più rispetto all'Europa per energia, servizi bancari e tasse (ad esempio noi per entrarci in Europa abbiamo dovuto pagare una tassa). Che vede le sue imprese paurosamente indietro nella competizione dei mercati mondiali, a parte qualche eccezione ormai storica come la Ferrari e pochissimi altre, e che per tenere il passo sono state costrette a delocalizzare tutta la produzione all'estero, contribuendo tra l'altro all'aumento di disoccupazione di cui sopra.
Siamo il modello per l'Europa, dice Tremonti. Ed ha ragione. Perchè contraddirlo a tutti i costi? L'Italia nel 2006 aveva un tasso di crescita dell' 1,90%, nel 2007 del 1,8, per poi colare a precipizio allo 0,5 % nel 2008 e in prospettiva allo 0,3% quest'anno. Ecco il ragionamento di Tremonti, e guai a chi non lo condivide. Se l'Italia in tre anni ha perso solo l'1,6% del PIL, mentre in Europa (esclusa l'Italia) c'è stato un calo medio del 2,2 %, come non vedere che il nostro paese ha attutito meglio il colpo della crisi? Che poi Francia, Germania o Inghilterra avessero un tasso di crescita cinque volte più grande rispetto all'Italia non fa testo. Anzi, fa solo statistica.
Stiamo bene. Anche se arrivare alla fine del mese con stipendi da fame erosi da prezzi esorbitanti, costi energetici fuori controllo, inflazione galoppante, e non da ultima la truffa dell'euro, non conta. Perchè la salute di un paese si vede da altre cose. Come ad esempio la virilità del nostro Presidente del Consiglio, che a settant'anni dimostra come non abbia assolutamente importanza se stiamo diventando un paese vecchio. Se i vecchi sono questi!
Stiamo benissimo, non lamentiamoci solo perchè al governo c'è la destra. I giovani non vedranno mai la pensione? Fatevi le pensioni integrative e il problema è risolto. Se poi le assicurazioni falliscono e vi fottono i soldi la colpa è vostra, perchè avete scelto quelle sbagliate. Non è certo colpa del sistema Italia, no? Vi vedete i risparmi fagocitati da aziende pesantemente indebitate? Non sapete investire, anche se i padroni di queste stesse aziende sono ladri presi con le mani nel sacco (Tanzi, Cragnotti ecc.).
Niente paura dunque. Il paese sta bene.
Se mettessimo da parte il fatto che il debito italiano è giunto alla cifra record di 1.752 miliardi di euro e che nell'ultimo anno è cresciuto del 5,74%, arrivando a sfiorare il 110% del PIL (in previsione nel 2010 arriverà al 120%), e se dimenticassimo per un attimo che gli interessi sul debito si aggirano intorno ai 20 miliardi di euro al mese, l'Italia non solo sarebbe un paese in perfetta salute economica, ma sarebbe anche il Paese della Cuccagna.

(Francesco Salistrari, 2009)

giovedì 6 agosto 2009

Un invito alla riflessione.


Un seria disamina ed una critica allo sviluppo e alla sostenibilità dell’attuale sistema economico di produzione capitalistico (oggi multinazionale e globalizzato) non è solo un esercizio intellettuale su cui allenare dibattiti e coscienze “alternative” e “critiche” nei confronti di un modello di organizzazione politica, né può rappresentare il mantra di un manipolo di irriducibili rivoluzionari che vedono nel sovvertimento del modello capitalista un modo per rovesciare i rapporti tra le classi. L’analisi e la contestazione del modello di sviluppo in cui viviamo, risponde a ben più alte e preoccupate ragioni non solo ideali ed etiche, ma soprattutto pratiche e di buon senso.

La messa al bando, da parte di quasi tutte le formazioni politiche del mondo, di un progetto e di un programma anticapitalistico, se ha rappresentato per molti aspetti un qualche vantaggio nel rimuovere l’egemonia che di questi programmi avevano usufruito e abusato le formazioni degenerate del socialismo reale, dall’altra parte ha causato la derubricazione dall’agenda politica di tutte le formazioni, soprattutto occidentali, di un’analisi e di una proposta di soluzioni alternative per la costruzione di un modello sociale ed economico sostanzialmente diverso da quello capitalista. Il fatto che dopo il crollo del socialismo reale, tutti i partiti comunisti si sono dissolti insieme al “monolite” sovietico o hanno cambiato pelle riciclandosi nell’agone elettorale (soprattutto in occidente), non ha comunque esentato le formazioni politiche e sociali che si presuppongono un miglioramento delle condizioni di vita nel mondo, dal proporre un modello ed un progetto di alternativa al capitalismo. Il venir meno del comunismo come base teorica e politica per un modello alternativo di società e di economia, non ha significato altresì il venir meno anche della necessità di un progetto di cambiamento delle basi socio-economiche del sistema vigente e questo per ragioni che non hanno nulla a che fare con le idee, ma molto con la prassi e la vita degli uomini, la sostenibilità ambientale del sistema, la sua tenuta dal versante energetico.

E' innegabile che l'attuale sistema di produzione/redistribuzione pone serissimi problemi in merito ad un ordine di questioni molto importanti. A cominciare dalla disparità nella distribuzione delle risorse, dalle enormi differenze tra regioni e regioni del pianeta, dal saccheggio sistematico di alcune a esclusivo vantaggio delle “economie occidentali”, dal problema ambientale.

In passato la forza trainante di ideologie come il comunismo e l’insurrezionalismo di varia specie era rappresentata essenzialmente dalla messa in discussione dei rapporti tra le classi sociali al fine di un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita e di un livellamento distributivo della ricchezza. Oggi il problema non può porsi solo ed esclusivamente sulla base di un’agognata società industrialmente e tecnologicamente avanzata (e progredente) più equa socialmente ed economicamente, più libera e più giusta.

La realizzazione pratica del modello comunista si è scontrata con la prova della storia e si è dimostrata incapace proprio a dare risposte alla domanda di libertà e di giustizia provenienti dalla società ed il fallimento dei sistemi a socialismo reale ha sancito la sconfitta (non definitiva) della politica come risposta ad un’esigenza profonda di cambiamento. Quello che resta, e non è poco, è che nonostante tutto dal versante della giustizia sociale, della redistribuzione della ricchezza, dei diritti umani, della sicurezza, del rispetto ambientale, il capitalismo, come opposizione netta al comunismo, ha in ugual misura sostanzialmente fallito la sua missione. Nella partita secolare tra capitalismo e comunismo, come ideologie e prassi politico-economiche, la sconfitta del comunismo ad opera del capitalismo, in altre parole, è avvenuta solo ed esclusivamente dal versante della politica e della pressione militar-economica, ma dal versante delle richieste e delle aspirazioni della società ad una maggiore equità redistributiva della ricchezza e del rispetto ambientale ci troviamo di fronte ad un fallimento lampante da entrambi i versanti. Il fallimento del socialismo applicato non ha fatto venir meno quell’aspirazione profonda alla riscossa e al riscatto sociali su cui l’ideologia comunista aveva costruito le sue fortune di consenso e adesione mondiali, ma ha invece sancito la completa inadeguatezza del capitalismo a rispondere a questa stessa esigenza.

Il miglioramento generale delle condizioni di vita in tutte le società capitaliste dal dopoguerra ad oggi (miglioramento peraltro raggiunto anche dalle economie pianificate dell’est) sono non già, come gli esegeti del capitalismo vogliono far credere, la riprova che anche da questo versante le ideologie e i modelli anticapitalisti sono stati sconfitti, ma al contrario la chiara testimonianza di una potenzialità di benessere completamente sprecata da parte del sistema produttivo e tecnologico oggi esistente.

Se infatti si passa ad analizzare la disparità ed il divario, non solo economico, ancora esistente (e anzi aggravatesi) tra i vari strati sociali nell’accesso alla ricchezza e al benessere e tra le varie aree geografiche del mondo, si pone una considerazione di fondo: il sistema è incompatibile nella maniera più categorica nel conseguire una giusta redistribuzione dell’enorme ricchezza che è capace di produrre.

In generale si può affermare che l’emergere del modello dello “Stato Sociale” nei paesi capitalisti occidentali, come ordinamento complessivo del dopoguerra, e cioè il compromesso sociale keynesiano tra istanze private di produzione/accumulazione e sociali di redistribuzione/tutela attraverso l’opera mediatrice dello Stato per il contenimento degli squilibri provocati dal sistema economico, ha fatto la fortuna dello sviluppo delle forze produttive del sistema e del riformismo socialdemocratico come modello politico di riferimento, ma ha rappresentato dal punto di vista del progresso generale della società e dell’uomo una sconfitta palese e non ammessa. D’altra parte, ormai, l’abbandono in quasi in tutti i paesi capitalisti di questa modellistica di ordinamento politico e la sua sostituzione con modelli che sanciscono un ritorno al capitalismo del lassaiz-faire di Smithiana memoria e ad un liberismo accentuato che colloca il mondo delle imprese (sempre più multinazionali) al centro del sistema, riporta, dal punto di vista delle conquiste e delle tutele sociali, il mondo capitalista indietro di almeno trent’anni. La crisi del Welfare State, contrariamente a quanto si è soliti affermare, è determinata si dalla sua insostenibilità finanziaria in riferimento al mutato quadro della competizione globale su mercati sempre più espansivi e competitivi, ma anche e soprattutto da scelte politiche e strategiche precise che hanno sancito l’abbandono del modello del compromesso sociale. Il socialismo reale, al contempo, basando la sua forza e la sua durata sul fortissimo accentramento politico, su un ferreo controllo sociale e su un’economia diretta dallo Stato attraverso i Piani di produzione quinquennali, ha fallito qualsiasi proposito di livellamento ed emancipazione delle classi sociali subalterne (operai e contadini) che avrebbe dovuto sancire “la fine della società classista”, ma ha semplicemente sostituito, al posto della vecchia aristocrazia zarista, una nuova oligarchia politica rappresentata dai quadri dirigenti del Partito-Stato. Lo sviluppo incredibilmente veloce delle forze produttive, grazie all’irregimentazione forzata e militare dell’economia, e la crescente forza militare sul piano dei rapporti internazionali, nonché i fragili (e pericolosi) equilibri venuti fuori da Yalta, si sono rivelati alla lunga un boomerang per le classi dirigenti sovietiche che si sono dovute confrontare negli ultimi anni di spasmo del sistema con un crescente malcontento popolare ed una situazione di stallo nella crescita economica.

Ma se laddove il socialismo reale ha completamente fallito nei suoi propositi di giustizia ed eguaglianza e la teoria del “dissolversi delle classi e dello Stato” di marxiana memoria si è tramutata in una disparità sociale probabilmente più marcata di quella dei paesi capitalisti e lo Stato lungi dall’estinguersi è diventato onnipresente e onninvadente la vita economica e sociale , la reintroduzione del capitalismo (liberista) negli ex paesi sovietici non ha assolutamente migliorato il quadro, anzi si è dimostrata deleteria soprattutto per la distruzione di tutte quelle garanzie e tutele sociali che lo Stato sovietico era riuscito pur tuttavia a creare. La piena occupazione, le pensioni garantite a tutti, l’istruzione gratuita, assicurazioni gratuite, sanità gratuita, sono diventate tutte conquiste sociali che il capitalismo e le privatizzazioni hanno completamente cancellato. Senza voler entrare troppo nel merito, basti dire che dalla reintroduzione forzata del capitalismo nei paesi dell'ex Patto di Varsavia e nella Russia, l'aspettativa media di vita si è abbassata mediamente di 6 anni. E non è poco.

Dal versante delle società capitaliste di vecchia data, le nostre, le cose, alla luce anche dell'attuale crisi economica, paiono non meno difficoltose. Se infatti ci fermiamo un attimo ad analizzare l'andamento economico del capitalismo occidentale negli ultimi decenni, ci rendiamo conto che il capitalismo trainato dagli USA, è entrato in crisi, e non si è più veramente ripreso dagli anni '70, vale a dire dai primi “guasti” causati dagli shock petroliferi che arrestarono la corsa sfrenata alla crescita economica degli anni del Boom del dopoguerra e inaugurarono una serie di cicliche e ravvicinate crisi particolari del sistema che da allora non si sono più fermate. Le risposte che le classi dirigenti del mondo occidentale hanno dato a queste crisi, sostanzialmente, hanno rappresentato un ritorno al capitalismo pre-guerra, un abbandono della modellistica dell'intervento Statale in economia ed una forte riduzione del Welfare. Le teorie “neo-liberiste” sorte negli anni '80 e magistralmente applicate da Reagan e Thatcher nei due maggiori paesi capitalisti, diedero l'avvio ad una parziale “rivoluzione” economica che si è compiuta negli anni '90 con la caduta del Muro di Berlino. Da quell'evento in poi, con l'apertura dei mercati dell'Est il capitalismo ha visto di fronte a sé la possibilità di dominare completamente il mondo, realizzare il sogno di un mercato realmente mondiale ed integrato, limitare fortemente gli interventi degli Stati nazionali (se non nella risoluzione delle controversie) e dare la possibilità alle multinazionali di dominare con le proprie politiche economiche. Quella che è stata definita “globalizzazione”. La dominazione di un modello sociale ed economico di sviluppo ai danni di zone del pianeta che fino alla caduta del comunismo sovietico non avevano conosciuto.

Dove sta il problema? Tralasciando ogni discorso di principio sullo sconvolgimento culturale e sociale che si determina nei paesi “assoggettati” alla globalizzazione, alla distruzione delle tradizioni, delle culture e delle identità locali, il problema è economico.

Un modello del genere necessita di un prerequisito fondamentale e irrinunciabile per non entrare in crisi: la crescita economica perpetua. In parole povere, il nostro modello di sviluppo, quello che gli stessi Stati Uniti impongono con le bombe e con le “guerre preventive”, con le “esportazioni democratiche”, è basato su un'illusione. Un'illusione tanto più pericolosa e devastante se si pensa che essa presuppone il consumo sempre maggiore di risorse ed energia che il pianeta NON può più assicurarci, determinando in questo modo a lungo e medio termine l'emergere di rischi ambientali di enorme portata. L'attuale sistema di sviluppo è destinato a portare il mondo sull'orlo dell'autodistruzione. Non rendersi conto di questo è un peccato capitale.

La crisi energetica che la globalizzazione ha generato e i cui effetti non si sono ancora compiutamente esplicati, con la riduzione sistematica delle riserve petrolifere e di gas naturale, le guerre ad essa legate, l'instabilità sociale di tutti i paesi del mondo, sono tutti legati a doppio filo con i problemi e i disastri ambientali che questa politica criminale sta generando. Il rischio di un'implosione è dietro l'angolo e minaccia la stabilità mondiale da più versanti.

E' questo il motivo principale per il quale diventa VITALE mettere in seria discussione il nostro modello di sviluppo, proponendo soluzioni alternative per quanto riguarda tutti gli aspetti della nostra organizzazione sociale ed economica, nonché politica. I rischi che corre oggi l'umanità sono enormi ed il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione non se ne renda minimamente conto, addormentata e anestetizzata dai mezzi di informazione, rende le cose ancora più difficili e pericolose. Bisogna fare qualcosa adesso, prima che sia troppo tardi, prima che la crisi economica che stiamo vivendo si trasformi in un incubo militare, prima che il pianeta si ribelli e con uno scossone ci faccia ricordare, tristemente, quanto siamo piccoli e insignificanti di fronte alla natura.

Questo scritto, incompleto e poco esauriente, è solo uno spunto alla riflessione.

(Francesco Salistrari, 2009)


mercoledì 5 agosto 2009

Una rivoluzione indispensabile.


E’ ormai tempo che a livello sociale uno dei maggiori problemi, forse il più insidioso per quando riguarda coesione, sicurezza, qualità della vita, è rappresentato dal massiccio consumo e diffusione delle sostanze stupefacenti. In Calabria, regione storicamente individuata come crocevia di traffici illeciti, la crescita esponenziale del consumo di sostanze stupefacenti rappresenta un pericolo che non è dissimile dal resto del paese. Infatti, l’allarme per la diffusione anche in fasce d’età mai toccate in precedenza (14-15 anni), non appare né infondato, né tanto meno esagerato. Oggi in Italia il consumo di droga cosiddetta “pesante” comincia proprio in fasce d’età molto precoci e che fino a qualche tempo fa le reti protettive della famiglia e dei gruppi sociali avevano mantenuto in qualche modo preservate da questo pericolo. In un periodo storico di transizione come quello che stiamo vivendo oggi (ma transizione per cosa?), il rifiuto della realtà, di un destino sgradevole, di condizioni di vita che non ricalcano i modelli veicolati dai mass media, l’emulazione, il disincanto, la disillusione per una vita più difficile di quello che si sognava, sono solo alcuni aspetti che potrebbero spiegare, quantomeno in superficie, la “scelta” di molti giovani di intraprendere il cammino della droga. Ma non esistono spiegazioni universali, non esistono modelli teorici per giustificare quello che succede oggi nella nostra società, esiste solo la consapevolezza che il problema nel giro di qualche decennio potrebbe diventare insostenibile, deleterio, disgregante per quei vincoli e quelle solidarietà sociali che pur tuttavia ancora oggi, nelle metropoli e nelle città dell’individualismo, continuano ad esistere.
Appare evidente infatti come se fino a qualche decennio fa alcune droghe come la cocaina, ad esempio, restavano appannaggio di fette sociali “alte”, oggi, al contrario l’abbassamento progressivo del prezzo sul mercato di questa sostanza ne ha permesso una diffusione mai registrata prima. Esistono moltissimi studi sull’argomento e tutti sono concordi nel sottolineare come il consumo, lo spaccio e la reperibilità di cocaina nelle nostre città sia diventato sempre più conveniente (economicamente), sempre più semplice e incontrollabile. Ma non è solo cocaina il problema. Il problema investe tutte le sostanze stupefacenti immesse oggi sul mercato illecito. Dalla ketamina all’MDMA, dagli LSD di vario tipo alle anfetamine, dall’eroina sintetica alla vecchia “brown sugar”. Tutte indistintamente deleterie, spersonalizzanti, alienanti, pericolose per la salute e per la convivenza.
A Cosenza la situazione appare non meno preoccupante di altre realtà. Un tossidipendente, che naturalmente vuole restare anonimo, ecco cosa ci dice: “Ormai a Cosenza è diventato più facile trovare cocaina ed eroina che non hashish…sembra assurdo ma è così. Conosco ragazzini di non più di 16 anni che comprano regolarmente cocaina”. Letteralmente spiazzante.
Ma qui il problema diventa “culturale” ed ecco che anche qui, per l’ennesima volta, intervengono responsabilità precise, dai mass media alle istituzioni e alle politiche varate nel corso degli anni. Diventa culturale in quanto, abituato da campagne martellanti di “sensibilizzazione” sull’eroina nel corso degli anni ’80 e ’90 che hanno sempre e solo delineato un “certo tipo di figura del tossico”,violento, pericoloso, criminale, negando invece una realtà ben più complessa e bisognosa di aiuto, il giovane di oggi trova più sicuro e soprattutto più accettabile a livello sociale fare uso di cocaina nel novero delle droghe pesanti in circolazione, eliminando fin da subito l’eroina. Purtroppo però, la cocaina non è né meno devastante, né meno alienante dell’eroina (anzi può diventarlo di più) e tende a determinare in chi ne fa uso abitualmente comportamenti violenti e nelle situazioni di astinenza (nei soggetti assuefatti da tempo), comportamenti tipicamente criminali.
Ma il problema non si esaurisce qui, perché nonostante il prezzo della “polvere bianca” sia sceso costantemente fino a diventare accessibile a sempre più persone, pur tuttavia la specifica della sostanza (assuefazione, durata effetti) “costringe” il consumatore all’assunzione di quantitativi sempre più elevati, fino a diventare insostenibili dal punto di vista fisico, ma soprattutto economico. Questo comporta quello che il giovane tossicodipendente di Cosenza chiama “soluzione di ripiego”. La soluzione di ripiego diventa essenzialmente quella più vicina per “sovrapposizione dei mercati” (il più delle volte gli spacciatori posseggono entrambe le sostanze), cioè l’eroina o il devastante uso combinato delle due. L’eroina, più economica, più durevole nella tempistica degli effetti, diventa così il surrogato “naturale” della cocaina in quegli individui che non possono più sostenere i ritmi e le spese per la cocaina. Lungi quindi dallo sparire, ecco che l’eroina conosce, anche a Cosenza, una “nuova giovinezza”, una ritrovata espansione che si era vista ridursi solo qualche decennio fa e che oggi, trainata dalla cocaina, diventa di nuovo problema pericolosissimo, non tanto in termini di ordine pubblico, quando di coesione sociale e sanità. Le morti per overdose di Cosenza degli ultimi periodi, tra l’altro ci rimandano ancora una volta alla drammaticità estrema che l’uso di eroina comporta e ci dovrebbe indurre a riflettere.

“Le ultime morti qui a Cosenza, sono dovute ad un preciso evento” dice il tossicodipendente “l’arrivo sul mercato cosentino dell’eroina sintetica di Napoli, le cosiddette pietrine”.

-Che differenza c’è tra l’eroina, diciamo così, tradizionale e questo tipo sintetico?

“Innanzitutto è più potente, sballa di più, per capirci. E porta più dipendenza”

-E le morti da overdose come si spiegherebbero?

“La differenza è estrema. Almeno con l’eroina che normalmente negli ultimi anni ha circolato a Cosenza. Quella sintetica, l’eroina di Scampia, come qualcuno la chiama, è fino a dieci volte più potente, quindi per noi tossici, diventa ancora più difficile regolarci sulle quantità. Il fatto poi che molti hanno una dipendenza non proprio giornaliera, i rischi aumentano a dismisura quando si maneggia una bomba atomica come questa!”

-Arriva davvero da Napoli questa nuova eroina?

“A quanto ne so io si…la cosa potrebbe continuare e ingigantirsi”

-Hai elementi per confermare questa affermazione?
“No, sono solo mie sensazioni…”

Sensazioni o no, il problema dovrebbe interessare un po’ tutti dal momento che l’assunzione combinata di eroina e cocaina (lo “speed” come viene definito nel gergo da strada) è diventata sempre più frequente ed i pericoli per i consumatori di conseguenza maggiori.
A questo punto resta da fare una precisazione di merito. La scellerata legge Fini-Giovanardi che ha uguagliato le droghe pesanti alle droghe leggere (hashish e marijuana) nelle pene e nelle sanzioni (e che “parzialmente” il Centro Sinistra ha cercato di correggere), rappresenta una complicazione non da poco. Questo per due ordini di ragioni. Il primo è di principio e di sostanza. Equiparare le droghe leggere a quelle pesanti, rappresenta un errore imperdonabile per il legislatore sia per una questione di gestione giudiziaria (e carceraria), sia per la sovrapposizione arbitraria che si viene a creare tra tossicodipendenti e fumatori. Un errore tanto più grave quanto pericoloso se si pensa al fatto che i danni delle sostanze derivate dalla marijuana e quelli delle droghe pesanti sono nella maniera più assoluta inavvicinabili, sia da un punto di vista fisico e medico, sia psicologico.
Inoltre rendere, almeno sul piano legale, i due tipi di consumatori praticamente identici, può rappresentare una complicazione anche in merito al secondo ordine di ragioni, quello pratico e concreto. Esiste infatti una sovrapposizione dei mercati delle sostanze stupefacenti, nelle mani della criminalità organizzata, che se “confermata” anche a livello legislativo potrebbe comportare (e già comporta) una confusione disastrosa a livello percettivo da parte della società. In altre parole se questa legge venisse lasciata in vigore per un decennio, nella società si verrebbe a creare un fraintendimento arbitrario nella percezione delle varie sostanze che aggraverebbe sia la comprensione, sia le risposte che verrebbero date al problema, dal punto di vista delle contromisure e soprattutto della stessa maniera di porsi nei confronti di tali sostanze da parte dei giovani. Un fraintendimento tanto più grave quanto pericoloso se si pensa che la facilità di procurarsi più tipi di sostanze stupefacenti, risiede soprattutto nel fatto che nella maggior parte dei casi lo spacciatore di marijuana e hashish, è lo stesso spacciatore di altre sostanze. In altri termini, la confusione che questa legge è capace di generare, può portare a livello sociale ad una maggiore facilità a “passare” alle droghe pesanti.
Dal momento che uno dei cavalli di battaglia delle leggi repressive in materia di droghe leggere, è che queste ultime sono considerate come droghe di “passaggio” alle droghe pesanti, equipararle varrebbe a dire, facilitare in maniera ancora più marcata questo passaggio. Al contrario, la nota posizione dei “legalizzatori” delle droghe leggere, si basa sul fatto che legalizzando queste ultime si verrebbero a disgiungere i due mercati e le “tentazioni” per i giovani sarebbero minori, in quanto avrebbero molta più difficoltà ad inserirsi in contesti nei quali sono presenti anche le droghe pesanti.
Ma non è solo questo. Ecco cosa ci dice il nostro tossicodipendente anonimo:

“Se ti beccano con un etto di hashish, oltre ad arrestarti, e per molto tempo, ti tolgono la patente e ti inseriscono in un programma di recupero che potrebbe interessare i Ser.T e le comunità terapeutiche. Questo quantomeno per i recidivi. Io dico, come si fa a mettere un ragazzo che fuma assieme a dei tossici?”.

Una domanda che per una persona che è addentro a certe situazioni viene spontanea, mentre non si comprende come per medici e professionisti questa evidenza non sia così scontata. A livello psicologico, nell’individuo fumatore, infatti essere equiparato e “curato” come un tossico può rappresentare un “trauma” assolutamente non di poco conto e può svolgere la funzione contraria a quella che si vorrebbe raggiungere, soprattutto in un giovanissimo.
Dunque questa legge, lungi dal risolvere il problema, non fa che aggravarlo, potenziando i rischi invece di limitarli, creando confusione invece di ridurla, facendo cattiva informazione invece di sensibilizzazione.
Come al solito, quando si parla di droga, lo scontro frontale con l’assoluta incapacità delle leggi repressive ad incidere minimamente sui volumi di traffico e di diffusione delle sostanze stupefacenti pesanti, l’assoluta inconcludenza di perseguire legislativamente anche quelle leggere al pari delle prime continuando a lasciarle in mano alla criminalità organizzata, porta ad una constatazione di fondo del problema abbastanza pessimistica. Del resto pare ovvio, e invece non lo è (nemmeno nel “senso comune”), che l’unico modo per garantire una diminuzione dei rischi e dei danni dall’uso delle sostanze stupefacenti pesanti, sarebbe quello di controllare il mercato da parte dello Stato, toglierlo dalle mani della criminalità e garantire una progressiva e costante diminuzione dei tossicodipendenti. Togliendo l’eroina e la cocaina dalle strade, legalizzando le droghe leggere e “disgiungendo” i mercati, progressivamente si avvierebbe una nuova “stagione” nel corpo sociale che, insieme ad alcune garanzie di contenibilità di realtà dure a piegarsi attraverso le forze dell’ordine (“la mano forte dello Stato laddove serva realmente”), si darebbe vita ad una rivoluzione prima di tutto culturale che potrebbe risolvere considerevolmente il problema della tossicodipendenza nelle nostre città.
Fin quando il potere resterà sordo a questa necessità, fin quando si vorrà fare finta che il problema è risolvibile solo per via “repressiva” (di quali traffici? Solo dei consumatori finali?), finché si lasceranno vivere alte connivenze in seno alle stesse istituzioni facendo finta di niente, fin tanto che si guarderà ai tossicodipendenti come a persone da emarginare a qualunque costo, le droghe circoleranno sempre più liberamente per le nostre strade, sempre più pericolose, sempre più devastanti, sempre più in maggior quantità, inquinando, distruggendo, rendendo misera la qualità della nostra vita e quella dei nostri figli.
Questo articolo non è altro che un invito collettivo alla riflessione.


(Francesco Salistrari, 2009)

martedì 4 agosto 2009

Deriva totalitaria.


La separazione (o divisione) dei poteri è uno dei principi fondamentali dello stato di diritto. Consiste nell'individuazione di tre funzioni pubbliche - legislazione, amministrazione e giurisdizione - e nell'attribuzione delle stesse a tre distinti poteri dello stato, intesi come organi o complessi di organi dello stato indipendenti dagli altri poteri: il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. (fonte Wikipedia)

Questa è la teoria classica della separazione dei poteri. Nella realtà i confini tra le varie attribuzioni e competenze dei poteri dello Stato non sempre risultano essere così marcati come dovrebbero. Nella stessa realtà, qualsiasi ordinamento giuridico e politico che non si configuri costituzionalmente con una separazione dei poteri, non può definirsi democrazia, ma rappresenta l'espressione di un governo totalitario, una dittatura.

A questi tre poteri, con una funzione storicamente fondamentale di critica nei confronti del potere costituito, va aggiunto quello che da molti è stato definito, appunto, il Quarto Potere: l'informazione. La stampa, le televisioni.

Analizzando dunque l'Italia di oggi, in base a questi principi, cosa dovremmo trarne in termini di un giudizio complessivo sulla democraticità del sistema?

In Italia, a causa di tutta una serie di “riforme” legislative che hanno minato non solo il funzionamento stesso della giustizia, ma anche la sua indipendenza, approvate da diverse maggioranze negli ultimi anni, si è venuto a creare una situazione abbastanza complicata e pericolosa. Se a questo si aggiungono i continui attacchi politici alla magistratura portati avanti dal Presidente del Consiglio stesso, dalla sua maggioranza, e dagli stessi partiti di “opposizione”, ecco come l'operato della giustizia italiana appaia fortemente condizionato.

I casi di “persecuzione politica” nei confronti di molti magistrati, rimossi, trasferiti, le cui inchieste sono state bloccate politicamente (De Magistris, Forleo, Castelli ecc.), i cui atti sono stati resi sterili da tutta una serie di leggi successive e retroattive, compreso l'indulto, sono l'emblema della Seconda Repubblica. Una repubblica su cui, tra le altre cose, pesa come un macigno l'ombra di un accordo fondante tra Stato e Mafia di cui, appunto dalle indagini, oggi si cominciano a conoscere i contorni. Come ha detto bene Marco Travaglio in un suo intervento recente, così come la Prima Repubblica era sorta sulle basi della strage di Portella della Ginestra (la prima Strage di Stato della storia repubblicana), così, a cavallo tra il 1992 e il 1993, dopo le stragi mafiose dei giudici di Palermo e gli attentati a Milano, Firenze, Roma, la stipula dell'accordo tra Stato e Mafia per un “cessate il fuoco” è il momento caratterizzante e iniziale della Seconda. Se a tutto ciò aggiungiamo il fatto che il partito di maggioranza relativa in Parlamento, Forza Italia, al governo quasi ininterrottamente dal 1994 ad oggi, impersonificato da Silvio Berlusconi, i cui trascorsi rapporti con la Mafia sono ben noti, è stato fondato da un personaggio chiave della politica italiana degli ultimi 15 anni, Marcello dell'Utri, condannato in primo grado a 9 anni per associazione mafiosa, si comprende bene lo stato di salute del nostro paese e si comprendono benissimo gli attacchi scriteriati, continuati, spudorati e letali alla magistratura italiana.

Detto questo, non si può non vedere come la continua ingerenza dei Ministri della Giustizia (Mastella, Alfano) nelle questioni di merito delle sentenze e degli atti di alcune procure e le continue “scomuniche” pubbliche di alcuni tra i più attivi magistrati italiani, nonché le sanzioni amministrative cui vengono sottoposti per questioni politiche, configurano una nettissima e indiscutibile influenza della politica, quindi del potere esecutivo e legislativo, su quello giudiziario. Una influenza che si prefigura come limitazione dell'indipendenza di uno dei tre poteri fondanti lo stato di diritto. Quindi una messa in discussione e in crisi della separazione dei poteri.

A tutto questo va aggiunto il progressivo esautoramento del Parlamento a favore del Governo, attraverso la prassi ormai inveterata dei decreti-legge e di quelli legislativi che ha progressivamente svuotato le Camere dal compito costituzionalmente loro assegnato, riducendole a meri organi di ratifica delle scelte del Governo. Ciò configura una situazione di forte squilibrio, nei rapporti tra i Poteri dello Stato, tutto a favore del potere esecutivo, in una cornice costituzionale e legislativa che invece afferma qualcosa di molto diverso.

La situazione appare quantomai più grave se si considera lo stato di semi-libertà cui sono costretti i mezzi di informazione a causa del quasi completo monopolio della politica, dell'economia (banche, assicurazioni), nella proprietà di giornali e televisioni. Il fatto che il Presidente del Consiglio attualmente in carica (al terzo mandato), Silvio Berlusconi, sia contemporaneamente proprietario della Mondadori spa (editore di giornali e libri), della Mediaset spa (proprietaria di reti televisive), di Pubblitalia (conctractor di pubblicità), e che i restanti giornali non direttamente controllati da lui sono in mano a partiti e banche, mentre le altre televisioni private sono in mano a Tronchetti Provera e la RAI, la televisione di Stato sia occupata militarmente dai partiti politici, offre un quadro, incompleto, ma esauriente dello stato dell'informazione italiana e del grado di imparzialità offerto ai cittadini da uno degli esercizi fondamentali per una democrazia. Perchè una democrazia senza informazione non è una democrazia ma una tirannia mascherata da perbenismo, perchè l'assenza di libertà nell'informare i cittadini sugli eventi cruciali che riguardano l'intero paese, rappresenta un handicap di straordinaria intensità capace di rendere un paese schiavo di una concezione ed una visione del mondo e di determinati interessi particolari che ne minano seriamente la sua democraticità e la sua libertà.

Ricordo gli anni immediatamente precedenti al crollo del comunismo sovietico, nei quali gli esegeti del capitalismo e del libero mercato nostrani, sbandieravano dai propri giornali e dalle proprie televisioni il proprio disgusto nel descrivere lo stato di libertà di stampa e di parola nell'allora Unione Sovietica. Ricordo benissimo la loro, giusta, indignazione e condanna del controllo militare da parte del Partito Comunista Russo su tutti i mezzi di informazione, sulla cortina di fumo lanciata su tutto l'Est europeo attraverso i maggiori quotidiani partitici e le televisioni di Stato. Ricordo magnificamente le parole di sincero e appassionato spregio di tutti i commentatori politici del tempo nel condannare la censura spietata dei regimi comunisti nei confronti non solo degli oppositori palesemente schierati, ma anche dei semplici cittadini critici nei confronti del potere costituito dello Stato e del Partito. Bene, ecco, adesso mi domando: dove sono questi signori, strenui difensori della libertà di stampa, della libertà di parola e di critica? Cosa dicono di fronte ai continui attacchi all'indipendenza della magistratura, agli atti di spregiudicata censura televisiva addirittura nei confronti della Satira (Guzzanti, Luttazzi ecc.) e del dibattito politico televisivo (Biagi, Santoro ecc.)? Dove sono tutti quei personaggi che rimanevano inorriditi nel commentare il mondo sovietico, sventolando ai quattro venti le nostre libertà, le nostre prerogative, le nostre magnifiche virtù democratiche?

Oggi queste virtù, queste prerogative, queste libertà, ci vengono smantellate sotto il naso ininterrottamente e a rischio è messa la democrazia italiana nel suo insieme, e nessuno di questi signori si è lamentato, si lamenta e si lamenterà. A parte le voci fuori dal coro (Grillo, Travaglio, Lopez, Gomez, ecc.) che sono prontamente distrutti prima che politicamente, personalmente con attacchi degni di funzionari dell'OVRA, in Italia assistiamo ad un silenzio assordante in merito a problemi e a situazioni, sviluppi, programmi e riforme, che stanno riducendo la nostra democrazia ad una cornice solamente formale, svuotata, svilita, resa impotente da sprechi, privilegi, soprusi, illegalità. Lo svuotamento degli istituti democratici non è un invenzione, è una minaccia alla nostra libertà e al futuro dei nostri figli.

Sarebbe bene riflettere più a fondo su questi temi.


(Francesco Salistrari, 2009)



Suitcase Bomb.

Vorrei soffermarmi ancora un po' sull'argomento “nucleare” e sui pericoli che l'umanità corre a causa di questo obbrobrio militare.

Tralasciando per una attimo le terrificanti e devastanti armi nucleari mantenute attive in silos, rampe di lancio, sottomarini e bombardieri, vorrei puntare l'attenzione su alcuni ordigni nucleari meno potenti, ma più insidiosi ed inquietanti. Sto parlando di quelle che sono state definite le “Suitcase Bomb” (letteralmente bombavaligia), microbombe nucleari che possono appunto essere trasportate con una valigia. In quanto a potenza distruttiva, naturalmente, non hanno nulla a che vedere con le “sorelle maggiori” che equipaggiano missili e aerei, tuttavia se utilizzate, ad esempio, in un contesto metropolitano possono provocare danni a breve e a lungo termine ingentissimi. Il raggio di distruzione totale è “solo” di 300-400 metri, ma la ricaduta radioattiva è comunque nell'ordine dei chilometri. Quindi stiamo parlando di una bomba estremamente pericolosa e insidiosa perchè facilmente trasportabile e occultabile e che può essere fatta detonare da una sola persona.

Questo tipo particolare di ordigno nucleare, costruito da USA e URSS durante gli anni della guerra fredda, è ancora oggi ben presente negli arsenali di entrambi i paesi (e potrebbe esserlo in quello delle altre “potenze nucleari”). La cosa sconvolgente però riguarda l'ex Unione Sovietica. Infatti, durante i caotici momenti della smobilitazione e dello smantellamento delle postazioni militari sovietiche nei paesi del Patto di Varsavia a cavallo dei primi anni novanta, circa la metà di 250 bombe di questo tipo sono “andate smarrite”! Tale notizia, smentita più volte, getta comunque una luce inquietante sulla pericolosità e insidiosità di tali ordigni. Infatti, nonostante le smentite, l'ipotesi che ordigni simili siano stati (o verranno in futuro) trafugati non è peregrina. Il fatto che sia un'arma estremamente potente (pari a 10 e fino a 1000 kg di tritolo), facile da trasportare e occultare e far detonare, la colloca tra le armi nucleari attualmente esistenti più pericolosa in ordine alla probabilità che essa venga effettivamente usata.

Questo perchè ordigni del genere potrebbero far molto “comodo” ad organizzazioni che ricorrono al terrorismo come strumento di lotta, qualora riuscissero a procurarsene una.

Ma c'è un aspetto ancora più preoccupante della faccenda e che idealmente si riallaccia a quanto ho già affermato in precedenza, vale a dire il serio rischio di un conflitto nucleare, pur se non globale.

Questo aspetto è legato al compito svolto oggi, e in misura non troppo minore in passato, dai servizi segreti. Potrebbe infatti verificarsi la condizione in cui un servizio segreto di uno Stato, abbia la necessità e abbia valutato la possibilità di utilizzare armi del genere per giustificare, ad esempio, una guerra anche nucleare contro il paese indicato come “mandante” dell'attentato. Se consideriamo e valutiamo a fondo i pesantissimi indizi che ricadono sui servizi di sicurezza statunitensi e le complicità dell'amministrazione Bush negli attentati dell'11 settembre a New York e Washington, o il ruolo svolto negli “attentati all'antrace” dei mesi successivi, ecco come la questione possa diventare realmente pericolosa. Infatti non è neanche necessario che simili bombe nucleari cadano nelle mani di gruppi terroristi, basterebbe, in ipotesi, la valutazione di un servizio di sicurezza di uno Stato che le possiede che il loro utilizzo possa tornare utile, nel computo perdite/guadagni, alla strategia militare politica ed economica dello Stato stesso per optare appunto per un loro utilizzo. In Italia, negli anni '70 i servizi segreti, guidati dai governi della DC, adottarono, sotto “suggerimento” americano, la cosiddetta “strategia della tensione”, un sofisticato metodo di intimidazione sociale che ha causato morti a centinaia e sofferenze inaudite. Il cardine della “dottrina” era molto semplice: destabilizzare per stabilizzare (dai Fields Manual dell'intelligence americana e firmati dal Gen. Westmoreland). Vale a dire terrorizzare la popolazione civile con attentati e omicidi “politici”, far ricadere la responsabilità su una parte politica specifica (in quel caso le formazioni extraparlamentari di sinistra) e favorire una svolta autoritaria delle istituzioni democratiche per assicurare l'ordine. Una simile strategia non è stato un caso isolato italiano, bensì la norma operativa dei servizi di intelligence americani e dei paesi di riferimento in tutta Europa ( ad esempio in Germania con la RAF, l'equivalente delle Brigate Rosse Italiane), o nei paesi del Sud America (Cile, Nicaragua). Questo per dire che una “deviazione” dei servizi segreti di un paese in possesso di simili ordigni nucleari, potrebbe essere usata proprio come “giustificazione” all'uso di armi nucleari ben più potenti, una volta individuato un obiettivo specifico (uno “Stato Canaglia”, come vengono oggi definiti gli Stati ostili a Washington) difficilmente “assoggettabile” con i metodi di una guerra convenzionale.

Ecco perchè, oggi più di ieri, diventa assolutamente imprescindibile riprendere un dibattito serio all'interno di tutti i movimenti sociali ostili alla guerra e per la pace anche per la messa al bando completa di tutti gli armamenti nucleari. La concezione, sbandierata da molti, che il rischio di una guerra nucleare sia ormai cessato e che oggi si è “entrati nell'era dei conflitti interni e minori” a base regionale, è molto pericolosa, perchè tende a sottovalutare un pericolo serio e ben presente, una minaccia concreta che mette a serio repentaglio la vita su questo pianeta. Ecco che a questo punto interviene una corretta informazione sui rischi che si corrono dalla presenza nelle “opzioni strategiche” degli Stati che posseggono simili armi al loro utilizzo in un conflitto militare. Finchè esisteranno nel mondo armi nucleari, la minaccia di un loro utilizzo non è semplicemente una paura, ma una possibilità reale, concreta. Le armi nucleari sono la quintessenza della negazione della vita umana, il calpestamento di tutti i diritti umani elementari. “E' il potere esclusivo, chiuso segreto, che esercita il diritto di vita o di morte su tutti noi tenendo pronte sulle piattaforme di lancio armi nucleari la cui potenza ammonta a circa una tonnellata di tritolo per ogni abitante del pianeta” (Manlio Dinucci).

La creazione di un movimento per la pace che leghi agli altri temi anche quello della minaccia nucleare e chieda la messa al bando e la distruzione di tutte le armi nucleari presenti negli arsenali militari dei vari Stati, è indispensabile non solo per rendere più sicuro e vivibile il nostro mondo, ma anche per eliminare uno spreco di risorse insensato, spropositato. Risorse che potrebbero essere destinate alla ricerca per le cure delle malattie ancora incurabili (cancro, Aids), alla ricerca scientifica più in generale, agli aiuti per i disastri naturali.

Non è possibile pretendere ogni volta “un Euro per ...”, quando nel mondo si spendono centinaia di migliaia di miliardi di dollari all'anno per armamenti, ricerca militare, test e mantenimento degli arsenali. Anche l'Italia, nel suo piccolo, ha spese militari nell'ordine dei 22 miliardi di dollari all'anno (fonte SIPRI 2002).

Se vi sembra poco.


(Francesco Salistrari, 2009)

lunedì 3 agosto 2009

La Crisi Mondiale.



Vorrei trattare un tema già anticipato nel post precedente “Potere Nucleare”, tratto dall'introduzione all'omonimo libro di Manlio Dinucci. Il pericolo di una guerra atomica capace di distruggere la razza umana e gran parte delle forme di vita esistenti sul pianeta o quantomeno capace di metterne seriamente a repentaglio salute e convivenza.
Il fatto che la guerra fredda abbia rappresentato la fine dell'opposizione USA-URSS e la distensione internazionale nei rapporti di due aree del pianeta rimaste “separate” per cinquant'anni, non significa assolutamente che il pericolo di un conflitto in cui vengano utilizzate armi nucleari sia stato scongiurato. Questo per una serie di ragioni di ordine logico, militare, politico ed economico.
Da un punto di vista logico il fatto che nel mondo esistano, vengano mantenuti efficienti e pronti all'uso, arsenali nucleari che ammontano a circa 20.000 ordigni nucleari, lascia aperto lo spazio ancora al pericolo di un conflitto nucleare. Il fatto poi che molti paesi che possiedono o stanno sviluppando armi nucleari siano anche delle dittature, fa lievitare il rischio di un conflitto in maniera ancora più allarmante.
Da un punto di vista strettamente militare, paesi come Israele e la politica di “dominio globale” avviata dagli Stati Uniti dopo l'11 settembre, pone seri problemi in ordine alla convivenza pacifica sul nostro pianeta. L'emergere sulla scena energetica e politica di forze straordinariamente dinamiche come Cina e India, rende ancora più problematica la “partita militare” che si sta giocando ormai da decenni. Non bisogna dimenticare infatti che tutti i paesi appena citati, negli ultimi anni, sono stati oggetto di grandi ristrutturazioni/ammodernamenti dei propri eserciti e sistemi di difesa/offesa, tra cui anche test di missili intercontinentali, esperimenti in campo chimico/batteriologico, riorganizzazione ed ammodernamento degli stessi arsenali nucleari. A questi paesi va aggiunta la ristrutturazione dell'ex Unione Sovietica anche in campo militare con l'avvio di programmi di ammodernamento delle strutture logistiche e militari, esperimenti chimico-batteriologici, sperimentazione di missili e sistemi propulsivi, sperimentazione di nuovi aerei da combattimento e mezzi da terra. Inoltre da un punto di vista strettamente militare, il “programma nucleare” iraniano, che porterebbe nel giro di qualche anno anche il paese fondamentalista nel novero del “club del nucleare”, determinerebbe un'alterazione significativa dei delicati equilibri esistenti in Medio Oriente già resi precari e forieri di tensioni traumatiche dalla guerra ultra decennale Israele/Palestina e dalla guerra in Iraq voluta fortemente dagli USA per il controllo del petrolio di questo paese. Inoltre non bisogna dimenticare l'allargamento ad est della NATO nei paesi dell'ex “Patto di Varsavia”, i progetti di allargamento delle basi presenti su suolo italiano (Vicenza), Germania e Francia (tutte basi attrezzate con armi nucleari), i progetti per lo Scudo Spaziale e la creazione di basi militari/missilistiche in pieno centro-Asia negli ex paesi appartenenti all'Unione Sovietica (Kirgikistan, Kazhakistan,Turkmenistan, Uzbekistan), l'occupazione militare dell'Afghanistan giustificata dalla “lotta al terrorismo” ma che in realtà nasconde precisi interessi politico-militari ed economici di cruciale importanza.
Questo da un punto di vista strettamente militare. Da un punto di vista economico e politico, la situazione appare molto problematica soprattutto alla luce della attuale crisi economica che investe il capitalismo mondiale e che minaccia di durare per molti anni e che trae origine non già, come è stato affermato dagli eminenti economisti americani, dalla crisi finanziaria dei subprime e delle bolle speculative, ma da una serie di eventi strettamente concatenati che vanno dalla crisi energetica mondiale (le riserve petrolifere hanno raggiunto o stanno per raggiungere il picco produttivo e la domanda è in prepotente ascesa) alla sciagurata politica della globalizzazione economica. Da questi due aspetti discendono tutti i problemi che oggi il sistema capitalista sta affrontando. Il fatto che il mondo stia vivendo una delle più profonde crisi economiche dal 1929 (la famosa crisi di “Wall Street” che segnò l'inizio della Grande Depressione) della storia mondiale, dovrebbe allarmare e non poco. Innanzitutto perchè di non facile risoluzione se non al prezzo di vasti sconvolgimenti, che naturalmente includono l'opzione della guerra. Se c'è una cosa infatti che il capitalismo, in quanto sistema complessivo economico-sociale-politico ci ha insegnato, è che i suoi momenti di maggiore crisi, vale a dire quelli che hanno messo a dura prova la sua stessa tenuta, sono stati risolti esclusivamente dalla guerra. La guerra distrugge risorse e uomini, risolve problemi di sovrapproduzione e sovrappopolazione, diminuisce in prospettiva il consumo energetico e alimentare, e pone le basi per la rinascita e la ricostruzione. E' un azzeramento di situazioni politiche, militari ed economiche efficientissimo e dà modo ai vincitori di imporsi con un proprio modello di dominio. Il fatto che i grandi mezzi di informazione non ne parlino, anzi lo escludano completamente, non significa che questa crisi economica non possa ingenerare una serie di ripercussioni capaci di portare il mondo sull'orlo di una crisi militare mondiale. Al contrario. I segnali in questo senso sono drammatici e inquietanti.
I maggiori focolai di guerra odierni (Medio Oriente e Asia) non a caso sono presenti proprio laddove esistono le maggiori riserve di petrolio e gas naturale esistenti sul pianeta. Queste guerre, che non sono altro che guerre di accaparramento di tali riserve, a breve o a medio termine, potrebbero determinare un fortissimo squilibrio nell'accesso a tali risorse e questo a vantaggio soprattutto degli Stati Uniti. Il fatto che la Cina, superpotenza militare ed economica, venga tagliata fuori da questi canali, potrebbe ingenerare una serie di ripercussioni molto serie. Del resto a cosa servirebbe l'installazione di basi militare e missilistiche americane in pieno Centro-Asia se non a “tenere sotto scacco” la potenza cinese? E la realizzazione dello Scudo Spaziale? Come considerare in questo scenario la potenza militare Coreana?
Il problema è essenzialmente energetico. Se non si troveranno risposte universali e adeguate alla sfida energetica che in qualche modo limiti fortemente la dipendenza dal petrolio e dalla fonti non rinnovabili dell'intera struttura produttiva mondiale, lo scontro tra le superpotenze sarà inevitabile.
In questo allarmante quadro, come non considerare che stiamo parlando di paesi che possiedono, tutti, arsenali nucleari tali da mettere a repentaglio l'esistenza stessa della razza umana?
Non voglio essere catastrofista e non credo assolutamente che i potenti del mondo siano tanto pazzi da scatenare una guerra nucleare totale. Ma lo studio e lo sviluppo delle cosiddette armi nucleari tattiche in un contesto bellico regionale non è da escludere assolutamente. La ritorsione all'uso di tali armi porterebbe ad una comunque inimmaginabile catastrofe ambientale e umana. Tali armi, sebbene meno distruttive in termini totali delle più “convenzionali” armi nucleari oggi schierate nei vari arsenali bellici, non sono da meno in quanto a danni a lungo termine, in fatto di contaminazione radioattiva di vaste aree geografiche. Se a questo aggiungiamo il fatto che a lungo termine l'esposizione ad agenti radioattivi provochi danni genetici ereditari, il quadro appare molto inquietante. Le armi nucleari tattiche, sebbene meno potenti, abbinate all'utilizzo di armi chimiche e batteriologiche, alle armi all'uranio impoverito, al fosforo (utilizzate già nei teatri di guerra iracheni e balcanici con conseguenze disastrose, ma che i mass media tacciono!), prefigurerebbero comunque uno scenario post bellico comunque devastante.
Il pericolo nucleare dunque, lungi dall'essere scongiurato, è una spada di Damocle che continua ad ondeggiare sulla testa dell'umanità, mettendone seriamente a rischio l'esistenza. Essere consapevoli di questo è già un primo passo. La consapevolezza dell'opinione pubblica di questi temi, appare dunque oggi di fondamentale importanza.
(Francesco Salistrari, 2009).

Intercettazioni Vietate. Il Passaparola di Travaglio.

Ritengo troppo importante questa puntata di Passaparola e pertanto la pubblico integralmente nella speranza che altre persone possano sapere cosa questo governo MAFIOSO sta facendo per ridurre al silenzio un intero paese.

Potere Nucleare.


Il Doomsday Clock - l'orologio dell'autorevole rivista statunitense "Bulletin of the Atomic Scientist" che dal 1947 mostra, in base alla situazione internazionale, a quanti "minuti" siamo dall'apocalittica mezzanotte della guerra nucleare - nel 1980 indicava sette minuti a mezzanotte. Con la fine della guerra fredda , nel 1991, la lancetta è tornata indietro a mezzanotte meno diciassette. Dopo, contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, ha ripreso ad andare avanti: quattordici minuti a mezzanotte nel 1995, nove nel 1998, sette nel 2002. Di fronte a questo fatto ci si aspetterebbe una reazione allarmata nelle sedi parlamentari e politiche, negli ambienti scientifici e culturali, e, in generale, nell'opinione pubblica. Ma non è così. La notizia che la lancetta dell'Orologio dell'Apocalisse sta avanzando verso la mezzanotte nucleare passa inosservata o, comunque, non suscita particolari reazioni.
Per questo, [...] [si devono esaminare altre armi altrettanto pericolose di quelle nucleari]: le
armi di distrazione di massa. Usate ogni giorno nel bombardamento mediatico dei cervelli, esse hanno infatti effetti molteplici. L'effetto distraente consiste nell'attirare l'attenzione dell'opinione pubblica su un fatto secondario, riproponendolo in modo martellante così da fargli assumere un rilievo spropositato, e nel mettere allo stesso tempo in secondo piano un fatto che è invece di primaria importanza. In genere è abbinato all'effetto mistificante, che consiste nel distorcere i fatti o inventarli di sana pianta. L'effetto allarmante consiste nell'inventare o ingigantire un pericolo, sino a provocare una vera e propria psicosi. In genere abbinato all'effetto tranquillizzante o soporifero, che consiste nello sminuire o non far percepire un pericolo reale.
Fra tutte queste armi, la televisione è la più potente, una vera e propria bomba atomica mediatica. Essa permette agli strateghi della distrazione di massa di fare una cosa che era impossibile nell'era pre-televisiva:
far credere che esista solo ciò che si vede e non esista ciò che non si vede.
Non vanno quindi sottovalutate le armi di distrazione di massa, i cui effetti si sono fatti sentire quanto, passati dalla guerra fredda al dopo guerra fredda, si è diffusa la sensazione che la minaccia di
guerra nucleare fosse pressochè scomparsa e si è instaurata di conseguenza la pericolosa abitudine a convinvere con la Bomba. Si è perciò allentata, all'interno degli stessi movimenti per la pace, l'attenzione su tale minaccia, proprio mentre essa, al contrario, raggiungeva livelli critici.
Da qui l'esigenza di combattere la
non-informazione e la disinformazione con l'informazione, con la documentazione dei fatti reali. E' quanto si cerca di fare questo libro, in cui si ricostruisce la storia della corsa agli armamenti nucleari[...]. Essa viene posta sullo sfondo degli eventi che segnano il passaggio dalla guerra fredda al dopo guerra fredda, soprattutto di quelli che precedono e seguono l'11 settembre, poichè è attraverso tali eventi, in cui il governo statunitense svolge un ruolo fondamentale, che si rilancia la corsa agli armamenti nucleari e cresce la possibilità di una guerra nucleare.
Solo così si può cogliere la reale dimensione della Bomba. Non solo un'arma, ma l'espressione di un potere mai visto prima nella storia: il potere nucleare,
capace di porre fine alla storia stessa, ponendo fine all'umanità.

(Tratto dalla Introduzione di Manlio Dinucci ne "Il Potere Nucleare" - Fazi Editore 2003)

sabato 1 agosto 2009

Guerra alla Mafia.

Si è sentito sempre parlare di contrasto alla criminalità organizzata, di lotta alla mafia. Da decenni le commissioni, procure e superprocure, sono impegnate nella, appunto, “lotta alla mafia”. Il cancro d'Italia, la ferita sempre aperta, la malattia del nostro paese. I morti ammazzati dalla mafia, dalle mafie, non si contano. Le vedove, gli orfani “generati” dagli assassinii mafiosi sono ormai la norma nelle nostre città. Una mafia spietata, militare, assassina, segreta. Un'associazione ramificata in ogni attività economica, specializzata nel traffico della droga, dei rifiuti, delle armi. Un'impresa sommersa che fattura miliardi e miliardi di euro all'anno (90, fonte ISTAT). Un potere tremendo e spietato che tiene in ostaggio un paese intero, ne determina destino, sviluppo, prospettive. Mafia, antidemocrazia per definizione.

Ma il problema non è solo italiano, naturalmente. La mafia ha mille nomi, mille volti, mille modi di uccidere e di imporre il proprio controllo del territorio, ovunque nel mondo. Dalla Russia ai “democratici” Stati Uniti, dalla Colombia alla “grande” Germania, dall' “aristocratica” Gran Bretagna al “ricco” Sud Africa, dalla “fondamentalista” Turchia alla “grande democrazia” indiana. Ogni angolo della terra, ogni singolo centimetro quadrato calpestato dall'uomo, è stato calpestato almeno una volta anche da un criminale, da un mafioso. Da un uomo a cui non interessa nient'altro se non il denaro, senza valori veri, un uomo senza umanità.

Una struttura sociale come la nostra è basata sul denaro. Vive per e con il denaro. E le belve della mafia insanguinano la storia da millenni e niente sembra poterli fermare. Perché in fondo, la mafia, è insita al denaro, è il denaro stesso. La mafia è struttura di potere inseparabile dal denaro e dal mondo capitalista. E sono i meccanismi propri dell'uno e dell'altro a permettere alla mafia di emergere, affermarsi, dettare legge. La mafia è potere allo stato puro. E' il potere della lupara, del kalashnikov, della paura di una sentenza di morte emessa da un tribunale inappellabile. La mafia è il denaro che prende forma e uccide. E uccide in maniera anche silenziosa, subdola. Non necessariamente con armi e tritolo. Uccide con la droga, con il controllo del mercato del lavoro, con i brogli sui materiali da costruzione, con l'inquinamento dei rifiuti. Una morte strisciante, un'ombra scura che adombra tutti i gangli del mondo economico, li rende suoi strumenti, li annichilisce al proprio volere. Annichilimento e svilimento. Dell'economia e dell'intrapresa economica come momento creativo dell'uomo. Dell'uomo stesso come essere vivente.

E' questa l'atroce realtà della mafia. Una realtà devastante, umiliante.

Ma cosa si fa, nel mondo, per combattere questo flagello, questa malattia, questa sventura inaudita? Gli Stati hanno realmente trovato risposte concrete a questo oltraggio perpetrato ai danni della libertà di ogni persona onesta?

Visti i volumi dei traffici, i morti a migliaia ogni anno, osservate le strade di tutte le città del mondo inondate dalla droga, considerate le cifre eclatanti di truffe e riciclaggio, penso proprio di no.

E l'errore, vero, reale, nella “lotta alla mafia” è che il contrasto nei confronti di questo sistema di potere politico, economico e sociale, viene svolto sempre e solo attraverso gli strumenti (e i limiti) dell'azione giudiziaria. La triste realtà è che la legge, è, nel vero senso del termine, completamente impotente di fronte alla mafia. Impotente perchè svilita dalle connivenze politiche e negli stessi ambienti giudiziari e inquirenti, resa inerte di fronte alle complicità prepotenti a livello sociale, vanificata dall'arroganza e dalla minaccia delle armi. Il contrasto alla mafia, su questo terreno, è pertanto fortemente impari. Perchè non si può credere e pretendere di combattere la mafia con codici, cavilli, codicilli e carte stampate, se di fronte si hanno tritolo, mitra e un esercito spietato e implacabile. Non si può pensare di vincere la battaglia contro la mafia solo nelle aule dei tribunali, quando quella vera, quella decisiva, si combatte per le strade, sui luoghi di lavoro, nelle banche, nelle aziende, nelle borse di tutto il mondo.

In questo modo, lo Stato, in quanto tale, cioè come espressione di una comunità civile e politica, ha già ampiamente perso la guerra.

E questa sconfitta la si vede, e fin quando non si sanno le cose, la si intuisce ogni momento. La si intuisce quando si pensa alla spudorata impunità di alcuni personaggi, alla facilità di vendere e smerciare morte sotto forma di droga in ogni città, in ogni quartiere, fin nello stesso Parlamento italiano. La sonora sconfitta dello Stato la si scopre quando vengono trucidati i suoi giudici migliori, i suoi poliziotti migliori, i suoi cittadini migliori. La si subisce quando, dalla bocca di un pentito, si sente che lo Stato ha fatto un patto con Cosa Nostra.

Un patto.

Un patto con il demonio. Con il male. Con la causa principale dell'arretratezza del Sud del paese, con la causa di un'epidemia sociale che miete vittime ogni giorno che si chiama tossicodipendenza, che abbrutisce e rende vili le vite di intere comunità, che svilisce le famiglie, che mortifica le intelligenze di un intero paese. Un patto con chi disprezza la vita più di chiunque altro, quando una delle ragioni fondanti il patto sociale che da vita allo Stato è proprio quella della difesa dei cittadini consociati.

Ha senso?

Non credo.

Allora non c'è soluzione?

La soluzione è dire basta al buonismo. Basta alla difesa dei principi democratici quando si tratta di questa gente. Basta alla guerra delle carte. Contro la mafia c'è bisogno di una guerra vera. Con le armi. Con la potenza militare.

Basta! I mafiosi si conoscono nome per nome. E sfido chiunque a dirmi il contrario. Si sa chi sono, quali siano i loro traffici, i loro omicidi, i loro interessi. Si conoscono le strategie, i canali, gli intermediari, le teste di legno e le teste di ponte. E direi anche di cazzo.

Si conoscono tutti, uno per uno.

Ecco, non ci sono le prove. E' questo quello che si ci sente dire più spesso. Non ci sono le prove. Ma in una guerra, per sparare ad un nemico, non c'è bisogno di prove, bastano gli ordini.

C'è solo questo da fare allora. Impartire degli ordini. Decidere e agire.

Andare a casa a prenderli, ed eliminarli, uno per uno. Come fanno loro con noi ogni giorno, ogni istante.

Sono ladri. Ladri di vite umane, prima che di denaro e potere.

Sono ladri che vanno impiccati senza processo.

Per questa gente non possono valere le regole democratiche. Non può valere alcun diritto. Alla difesa, al giusto processo, ai diritti umani. Non possono valere le stesse tutele legislative e costituzionali dei cittadini onesti.

Se ne fanno beffe ogni giorno, nei nostri confronti. Nel combatterli, perchè dovremmo ricambiare loro questa cortesia?? No! Giammai! Basta enunciazioni di principio. Basta dire: se scendessimo al livello della mafia, lo Stato di diritto sarebbe comunque sconfitto. E' una sega mentale che non ha senso. Perchè lo Stato di diritto è già palesemente sconfitto. E' sconfitto nel raccogliere per strada l'ennesimo tossico morto d'overdose come sacco da spazzatura. E' sconfitto nell'appalto truccato. E' moribondo quando gli stessi che lo difendono a parole, stanno in realtà dall'altra parte.

Bisogna scovarli tutti. E gli strumenti ci sono. Esistono i servizi segreti per questo. Dovrebbero essere l'estrema risorsa dello Stato nel garantire la sicurezza del cittadino. Non dovrebbero servire gli interessi del politico potente di turno per nascondere le proprie porcherie, o per spiare i cittadini critici, o per passare gli esplosivi ai sicari mafiosi.

Basta!

Ormai, anno 2009, se si vuole davvero parlare di un piano, una strategia, un metodo, per sconfiggere la mafia, non bisogna più pensare ad una “lotta”, che poi è solo giudiziaria, ma si deve parlare di GUERRA. Totale, incondizionata, aperta.

Ed in una guerra aperta raramente si fanno prigionieri.


(Francesco Salistrari, 2009).



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